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voci dalla Palestina occupata
BoccheScucite
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quindicinale di controinformazione
numero 41 - 1 ottobre 2007
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Ognuno a casa sua
19 settembre: l'agghiacciante 'notizia' dell'ultimo
crimine ufficialmente dichiarato dal governo israeliano,
che annuncia al mondo la punizione collettiva per un
milione e mezzo di palestinesi di Gaza, resta nei nostri
media solo poche ore. Sui giornali appena il tempo per
qualche titolo 'innocuo' : “Sanzioni contro Hamas”,
“Decisione formale secondo il Diritto internazionale”,
“Provvedimenti concreti contro i terroristi di Hamas”;
l'ennesima illegalità per un massacro che, inventandosi
un paravento giuridico con la dichiarazione di Gaza come
“entità nemica”, si libera da ogni giudizio
internazionale, promettendo “un'azione più vasta”che
solo Filippo Landi sul TG3 ha il coraggio di chiamare
col suo nome: “punizione collettiva”. Adesso Israele
“può” tagliare acqua, cibo, energia elettrica, medicine
ad una popolazione già stremata da un totale controllo
mai allentato sulla prigione più grande del mondo,
magari per preparare una rioccupazione militare. Il
timido Segretario generale dell'Onu prova a fermare
Israele che così “violerebbe gravemente gli obblighi
internazionali nei confronti della popolazione civile”,
ma ormai tutti sanno che è da quarant'anni che
un'infinità di Risoluzioni delle Nazioni Unite vengono
violate. Benny Morris ha commentato invece: “Era ora che
ci difendessimo!” Gli appelli che pubblichiamo (nelle
rubriche A VOCE ALTA e APPELLI) cadono ancora una volta
non tanto nel vuoto, ma nella piena impunità e
indifferenza del mondo che, com'era accaduto per Sabra e
Shatila (IN BREVE), non si scandalizza più nemmeno dei
crimini più efferati, come l'incursione dell'esercito
che in 48 ore, tra il 25 e il 26 settembre, con una
massiccia operazione di una quarantina di mezzi blindati
è riuscito ad uccidere ben 11 persone.
Ma QUESTO NUMERO di BoccheScucite dedica anche ampio
spazio a concrete e forti voci di speranza che vi
chiediamo di diffondere. Da una straordinaria “raccolta”
di “pensieri che contano” di Mustafa Barghouti (in HANNO
DETTO) a due tra le migliori analisi
dell'”evento-Bil'in”come simbolo di tutta la lotta con e
per i palestinesi insieme a due REPORT DA BIL'IN che
per la prima volta , dal gruppo di internazionali di Pax
Christi, vengono diffusi in rete (in LENTE
D'INGRANDIMENTO).
E come trascurare umili 'bocche scucite' che ci hanno
telefonato o chiesto di diffondere appelli (IN BREVE e
APPELLI) sempre più drammatici!
Un medico di Qalqylia (insieme al suo grazie per
BoccheScucite) ci chiede di “dare la notizia”di
un’impennata dell’aumento dei check-point in
Cisgiordania che tra l'altro, coincidendo con il
Ramadan, rende ancora più difficile ai fedeli musulmani
recarsi alla Moschea Al-Aqasa di Gerusalemme. Questa
notizia, un’ulteriore misura di apartheid quotidiano per
palestinesi, viene sostituita nei nostri media con “un
ulteriore gesto di buona volontà e distensione” di
Olmert: “Israele libera altri 90 prigionieri”.
L'opinione pubblica deve continuare ad immaginare
“generose concessioni”, stavolta perfino nate
dall'”attenzione di Olmert per il mese islamico di
Ramadan”! Basta però guardare alle cifre per capire:
quando Israele ha liberato 250 prigionieri non ha detto
che ogni giorno dell'anno l'esercito arresta anche un
centinaio di persone... E se ne libereranno 90, ce ne
sono sempre 11.000 che aspettano giustizia nelle carceri
israeliane. (Fawzi Barhoum la descrive efficacemente
come “la porta girevole”: arrestare e liberare
prigionieri a proprio piacimento). Chissà cosa pensa
veramente Abu Mazen che regolarmente va a bussare a casa
di Olmert per un piacevole pranzo insieme...
“Abu Mazen dovrà starsene a casa sua. Per come stanno
le cose, egli non deve andare alla prossima Conferenza
di Washington. Così come i suoi 'vertici' con Ehud
Olmert, sarà semplicemente una farsa, una disgrazia e
una totale umiliazione per il suo popolo”.
Al duro giudizio di Gideon Levy apparso su Haaretz,
sembra che corrisponda il rendersi conto dello stesso
Abu Mazen che la Conferenza di Washington sarà solo una
messinscena mediatica e non metterà sul tavolo nessuna
decisione concreta ed effettiva per un accordo sui
confini, su Gerusalemme, sulle colonie o sui profughi (a
questo proposito ha dichiarato Tzipi Livni, ministra
degli esteri israeliana: "Israele non permetterà mai
il ritorno di un solo profugo nei suoi territori, in
nessun accordo con i palestinesi" -fonte Infopal).)
Gideon Levy continua:“Se Abu Mazen fosse un vero
leader nazionale -prosegue Levy- rifiuterebbe di
partecipare ad un summit finchè non sia tolto il blocco
a Gaza. Se fosse un vero politico non avrebbe accettato
di parteciparvi senza Ismail Haniyeh, l'altro
rappresentante dei palestinesi”. D'altra parte,
purtroppo la vecchia nomenklatura di Fatah sta
dimostrando solo servilismo e inettitudine. Amira Hass
ha denunciato “migliaia di attivisti di Hamas
arrestati in violazione delle stesse leggi palestinesi e
alcuni di loro addirittura torturati”. E per
'giustificarsi' ecco “la risposta standard: Ma guarda
cosa sta facendo Hamas a Gaza!”. Ma ai rispettabili,
occidentali, 'ufficiali' leader dell'AnP tutto deve
essere permesso, con la piena legittimazione di Israele
e Stati Uniti.
Allora, mentre si comincia a mettere in dubbio la
legalità delle case dei coloni a Bil'in e Abu Mazen è
invitato a starsene a casa, lasciate che rilanciamo una
straordinaria puntualizzazione del Patriarca Michel
Sabbah che, parlando di case diceva nel suo messaggio di
Natale: “I nostri governanti e la comunità
internazionale potranno porre fine a questo stato di
cose? La cosa in sè è semplice: due popoli si fanno la
guerra e uno occupa la casa dell’altro. La soluzione
sarebbe semplicemente che ciascuno occupasse la propria
casa: gli israeliani a casa loro e i palestinesi a casa
loro.”
Ognuno a casa sua.
don Nandino |
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Gaza: un milione e mezzo di persone punite collettivamente
Gaza, 21 settembre 2007
"Gaza è una Striscia di meno di 400 chilometri quadrati di
territorio in cui un milione e mezzo di persone vivono
prigioniere a causa della chiusura e del conseguente
isolamento economico deciso unilateralmente e illegalmente
dalle Autorità israeliane. Gaza è una gabbia dalla quale
pochissimi riescono ad uscire o entrare: centinaia di
persone malate che devono curarsi all'estero sono costrette
a sospendere le cure, più di 600 studenti con scholarship
all’estero in questi ultimi giorni di chiusura totale sono
rimasti intrappolati nella Striscia perdendo la possibilità
del loro futuro. La dichiarazione di Gaza come "entità
nemica" da parte del governo israeliano inventa una nuova
formula nell’ormai indefinito marasma della legalità
internazionale.
Bloccare l'elettricità e il combustibile è invece
un’ulteriore violazione del diritto internazionale, una
punizione collettiva. Insieme ad una delegazione del
Parlamento Europeo ed accompagnati dall’Unrwa, l’Agenzia Onu
per l’assistenza ai profughi palestinesi, siamo riusciti ad
entrare prima dello Yom Kippur, festa israeliana e prigione
per tutti i palestinesi visto che l’esercito israeliano ha
decretato per tre giorni la chiusura di tutti i territori.
Gaza è una città quasi fantasma, poca gente in giro, poche
auto, tante case distrutte dai raid, gli ospedali senza
risorse, le infrastrutture condannate alla dismissione per
mancanza di fondi e di materie prime. Le fabbriche situate
nelle zona industriale di Karni, sono chiuse e nei magazzini
vi sono centinai di quintali di materiali, mobili già pronti
da esportare in Israele o in Giordania, vestiti da vendere
per la stagione estiva ormai finita. Perdite di milioni e
milioni di dollari, la disperazione di famiglie che non
hanno neppure la possibilità di comprarsi il pane. È
Ramadan, ma i pochi negozi aperti a Gaza non hanno esposto,
così come si vede in Cisgiordania o come si vedeva a Gaza,
l`’impasto per il Kataief, il dolce per il Ramadan.
I lanci di razzi Qassam dei gruppi estremisti palestinesi su
Sderot sono da condannare, ma l’embargo imposto dal governo
israeliano deve cessare immediatamente.
Questa politica è filo spinato sulla via della pace.
E' quanto è richiesto anche dall'Onu e dall'Unione Europea,
voci che Israele non può far finta di non ascoltare: troppe
volte le sue violazioni del diritto umanitario
internazionale e dei diritti dell'uomo, in Cisgiordania come
a Gaza, sono rimaste impunite e tollerate, a cominciare
dalla mancata applicazione delle risoluzioni Onu, dalla
costruzione del Muro, dichiarato illegale dalla Corte
dell'Aja ormai quattro anni fa, e dal furto sistematico e
"legalizzato" di terre dei palestinesi, che se a Gaza sono
prigionieri, lo sono però anche nella West Bank, dove quando
non è il muro che divide palestinesi da palestinesi, ci sono
più di 600 check-point e i soldati a farlo.
Ma le voci di preoccupazione devono diventare azioni
concrete per impedire non solo la perdita di vite umane, di
dignità, di libertà della popolazione palestinese, ma anche
lo sterminio della legalità internazionale.
Come Parlamentari Europei abbiamo chiesto all’Unione Europea
una posizione chiara contro l’embargo praticato dalle
Autorità israeliane a Gaza e che Israele rimuova check point
e le serrate affinché i palestinesi così come le merci,
abbiano libertà di movimento e la loro vita quotidiana non
sia più un inferno. Ciò deve avvenire adesso, non si può
attendere l’incontro organizzato dagli Usa a Novembre al
quale devono partecipare le diverse parti del conflitto
nell’area, per portare ad una soluzione definitiva nel
rispetto delle risoluzioni delle Nazioni Unite”. Luisa
Morgantini, Vice Presidente del Parlamento Europeo
Sarà una lotta contro l’apartheid
una voce da ascoltare: MUSTAFA BARGHOUTI
DI VOCI COSÌ NE SENTIAMO PROFONDAMENTE BISOGNO, anche perché
nella sconcertante confusione generata dagli attuali leader
di Fatah e Hamas, troppo spesso gli interessi di potere
prevalgono sul bene del popolo palestinese. Non è così per
la voce libera e nitida di MUSTAFA BARGHOUTI, laico,
progressista, ex ministro dell’Informazione, espressione
della parte più aperta della società palestinese, speranza
mai compiuta dell'affermarsi di una classe dirigente davvero
nuova, rigorosa e capace di progettare un futuro a partire
dalla lotta nonviolenta.
Dal suo recente viaggio in Italia abbiamo ricavato questa
RACCOLTA DI “PENSIERI CHE CONTANO”, spilli che
potrebbero stimolare aperture inedite, intuizioni che
andrebbero sostenute con forza.
● La strada per la democrazia in Palestina passa attraverso
tre impegni: il confronto Hamas-Al-Fatah, la resistenza
nonviolenta e una grande solidarietà internazionale.
● Si può non essere d’accordo con Hamas, ma non si può
escluderlo dal dialogo. In questo la penso esattamente come
il ministro degli Esteri italiano D’Alema
● Non esistono scorciatoie militariste, la sfida è politica
ed è con le "armi" della politica che va affrontata e
risolta.
● Si dovrà tornare per forza all'unità. La nostra situazione
non è mai stata peggiore. Ma solo questa sarà la via.
● Sciogliere il governo di unità nazionale non so se sia
stata la decisione giusta. Ciò che è certo è che al dialogo,
per quanto difficile, non c’è alternativa, se si vuole
davvero dar vita ad una vera democrazia palestinese, e la
democrazia è l’unica strada verso la pace.
● Quando abbiamo varato il Governo di unità nazionale,
l'Italia ha avuto le mani legate, perché è rimasta ostaggio
dell'Ue, che a sua volta non può avere una politica
indipendente poiché gli Stati Uniti e Israele ne controllano
le decisioni.
● La società civile è il luogo della pluralità e per questo
fa paura alla vecchia burocrazia, all’establishment politico
ancorato al potere e ai privilegi che da esso derivano.
● L'errore più grosso della vecchia dirigenza palestinese è
l'aver accettato un compromesso al ribasso: mi riferisco
agli Accordi di Oslo. Quegli accordi nascono da uno scambio
con Israele e Stati Uniti che era destinato al fallimento:
rinviare a un futuro indeterminato la discussione dei nodi
strategici che sono alla base del conflitto
israelo-palestinese, in cambio di un riconoscimento della
vecchia dirigenza dell’Olp come unico interlocutore.
● Un processo centralistico, tra l’autoritario e il
paternalista, ha bloccato per troppo tempo il processo di
democratizzazione e che ha contribuito al rafforzamento di
Hamas.
● Esiste una terza via tra un militarismo senza sbocchi e un
cedimento senza speranza: è la via della resistenza
nonviolenta che deve accompagnare la ricerca di una pace
giusta, tra pari. Mi rifiuto di pensare che sul terreno
esistano solo due opzioni: l’estremismo irrazionale e la
capitolazione.
● Il successo della resistenza nonviolenta è strettamente
legato ad una reale comprensione da parte della Comunità
internazionale che quella palestinese è una battaglia per la
vita e per i diritti, non solo nostri ma anche dei nostri
vicini israeliani.
● Avevamo bisogno di una vittoria morale com'è stata quella
di Bil'in, per dimostrare che una lotta pacifica e
nonviolenta è in grado di fare la differenza. Tre anni di
manifestazioni, ogni settimana, tutti i venerdì: ora tutti
credono che la vera lotta riparta da qui, perché il nostro
obiettivo non è spostare il muro ma abbatterlo, in accordo
col parere della Corte internazionale di giustizia del 2004.
● Il nostro successo è stata la combinazione di nonviolenza,
solidarietà internazionale e attivismo di alcuni pacifisti
israeliani. E stiamo replicando il modello Bil’in: ci sono
già sette villaggi che, da due mesi, hanno iniziato lo
stesso tipo di protesta. Puntiamo ad arrivare a 70
manifestazioni e al coinvolgimento di altrettanti centri.
● È stata una vittoria parziale, visto che la Corte suprema
israeliana ha deciso che il Muro deve essere spostato da
Bil’in, ma anche che parte di una colonia ebraica può
rimanere in quel villaggio. Ma è stata la prima volta che
abbiamo costretto Israele a spostare il muro.
● La differenza tra Bil’in e altre iniziative è che altri
dicono «la resistenza armata non va bene», ma non forniscono
alternative. L'Anp dichiara che la sua lotta è il negoziato,
che però non è una battaglia, può essere solo il risultato
di una lotta. Noi stiamo dimostrando che esiste una forma
diversa di lotta che è tuttavia certamente una resistenza.
● La resistenza nonviolenta è la forma di lotta più
efficace, non meno eroica, meno rivoluzionaria di altre.
● Hamas si sta evolvendo. Quando ero membro del Governo
d'unità nazionale mi chiamarono a tenere una lezione a Gaza
sulla resistenza nonviolenta e l'importanza della Comunità
internazionale. Non bisogna poi dimenticare che Hamas si è
radicalizzato a causa dell’occupazione, della repressione
violenta della prima Intifada, del degrado delle condizioni
economiche e dell’assenza di qualsiasi speranza.
● Militarizzare la seconda intifada è stato un grave errore
e per questo Bil’in è così importante, perché mostra il
potere della nonviolenza. Dieci, venti, 70 Bil’in, così
nascerà la nuova intifada.
● Tra i due gruppi c'è una sola differenza, cioè che gli
islamisti non vogliono dire che riconoscono Israele fino a
quando lo Stato ebraico non accetterà di stabilire i confini
dello Stato. La Comunità internazionale ci aveva detto: se
accettate i due stati, il problema sarà risolto. Così nel
1988 tutto il movimento palestinese adottò questa linea. Sul
terreno però gli israeliani stanno distruggendo questa
possibilità.
● O Israele è disposto a darci uno Stato che comprenda
esattamente tutti i Territori occupati nel 1967 - compresa
Gerusalemme est - o, se continuerà a distruggere l'opzione
dei due stati, ne resterà una sola: quella di uno stato
unico, democratico, con eguali diritti per tutti i suoi
cittadini.
● Se la Comunità internazionale lascerà mano libera a
Israele, noi non accetteremo i bantustan. Trasformeremo la
nostra lotta in una lotta contro l'apartheid.
● Ripetono gli stessi errori di Oslo: un accordo temporaneo
che, nel 1999, avrebbe dovuto portare a una soluzione
definitiva
● Siamo nel 2007, ciò che doveva essere temporaneo è
diventato permanente. Israele continua un'annessione
territoriale de facto con la costruzione del Muro,
l'annessione di terra, l'espansione degli insediamenti. Non
è stato rimosso nemmeno un posto di blocco, al contrario
sono stati ingranditi
● La nostra democrazia è in pericolo: Hamas minaccia la
libertà d'espressione e d'associazione a Gaza, Fatah chiude
le Ong in Cisgiordania e restringe le libertà civili. E noi
daremo un ruolo ancora più forte alla società civile.
● Perché l'Italia fa compravendita di armi con Israele, che
viola il diritto internazionale, pratica l'apartheid e
uccide quattro bambini palestinesi a settimana? Almeno
smettete di lavorare con questa macchina da guerra e
sanzionate l'establishment militare israeliano.
(Estratti dal suo intervento a Roma, da interviste su
L'Unità e Il Manifesto del 16 e 12 settembre)
Restare sulla montagna
Mustafa Barghouti, Ed. Nottetempo, settembre 2007
“Che
siamo vittime delle vittime è un fatto, ma non per questo
dobbiamo sentirci colpevoli di resistere.
Sono convinto che se in tutto il mondo tutti fossero
informati su quello che succede qui, sosterrebbero la causa
del popolo palestinese.”
Una conversazione a Ramallah tra M. Barghouti e Eric Hazan
nel 2004, mentre Arafat viene portato a Parigi: mentre per i
palestinesi un’epoca sta per concludersi.
Mustafa Barfghouti si racconta e racconta: dalle pagine
incalzanti di questo libro emerge un uomo che ripercorre la
propria storia personale e professionale inserendola nella
storia della propria patria che non c’è. Scopriamo che
Barghouti non è un medico prestato alla politica, ma un
medico che fa politica curando, che fa resistenza solo per
il fatto di andare a cercare i malati nei campi profughi,
visto che loro non possono recarsi in ospedale. È un
‘politico’ che si batte perché sia la società civile
palestinese a prendere l’iniziativa (questo il significato
di‘Almubadara’, la coalizione democratica da lui fondata
nel 2002), a occuparsi di costruire e difendere quei pochi
spazi di libertà che ancora l’occupazione militare non ha
calpestato. Un lucido analista che annuncia con qualche anno
di anticipo la tragica realtà della separazione dei
palestinesi della Cisgiordania da quelli di Gaza. Un
sognatore che desidera la libertà per il suo popolo e che
realisticamente proietta questo sogno nella costituzione di
uno stato unico, libero, democratico per tutti, israeliani e
palestinesi.
HO LETTO BOCCHESCUCITE
molto lentamente per far scendere in me, fino a
memorizzare,tutto questo immenso dolore; la sofferenza, le
aspirazioni di queste persone che non chiedono altro che
libertà, diritto di vivere secondo le proprie tradizioni,
sulla loro terra. Chiedono rispetto per i loro desideri di
giustizia, e libertà per un popolo schiavo da troppo tempo,
oppresso anche nelle aspirazioni più modeste, ma
indispensabili a sopravvivere. Pagina dopo pagina sono
entrata trattenendo il respiro nelle loro stanze, nelle loro
umili case dove c'è sempre una donna, mamma o sorella, che
cerca di farle sembrare accoglienti con piccoli gesti e con
un sorso di the offerto come fosse il più grande dei doni.
Negli uomini ho colto il dolore della loro impotenza, del
rimpianto della loro terra, dei loro ulivi, dei loro pozzi
di cui oggi non sono più padroni.
Ma in Bocche scucite ci sono anche schegge di solidarietà
che com-muovono, fanno pensare e, nonostante tutto, fanno
sperare ancora. Per questo passerò Bocche Scucite ad
un'amica e ad un'altra ancora. Sono anziana, non cammino più
con le mie gambe, non potrò mai partire per la Palestina. Ma
questa piccola cosa la posso fare. Per far camminare un po'
la speranza. (Antonella, Murano)
Bocchescucite, Nandino Capovilla e Betta Tusset, Edizioni
Paoline
No alla frustazione: da Bil’in una sfida all’occupazione,
una speranza di pace
Amira Hass, Haaretz, 25 settembre 2007
iena di rassegnazione mi scrive una donna da Ramallah: la
decisione dell'Alta Corte di giustizia di spostare la
barriera di separazione a Bil'in non dimostra nulla e non
rafforza l'effetto della lotta popolare di palestinesi e
israeliani. Israele si serve anche di questa per ritrarre sé
stessa come una democrazia...La sua frustrazione è
comprensibile. La vita di decine di migliaia di palestinesi
è rovinata da una barriera il cui tracciato altrove non è
meno “sproporzionata” di quella di Bil'in. Nei due anni e
mezzo di manifestazioni, tutte le settimane, Israele ha
sempre risposto disperdendo brutalmente, ferendo e
arrestando, e la barriera verrà spostata semplicemente di
1,7 chilometri. Così facendo la stessa Alta Corte ha
legittimato i coloni ebrei che avevano costruito i loro
insediamenti sulla terra degli abitanti di Bil'in.
Il gap tra l'enorme sforzo e un pur piccolo risultato è la
caratteristica delle azioni di tutti i gruppi israeliani
contro l'occupazione. Lo scorso venerdi mattina, le
attiviste di Machsom Watch hanno speso ore in frenetiche
telefonate usando tutti i loro contatti con i militari per
permettere a tre ammalati di attraversare il checkpoint di
Qalandya e di raggiungere Gerusalemme per un intervento
urgente. Era stato promesso e assicurato che nonostante la
chiusura ermetica, alle situazioni più gravi sarebbe stato
permesso il passaggio, ma a mezzogiorno la maggior parte di
questi erano già stati costretti a tornare a casa. In altri
casi le donne di Machsom Watch cercano di allertare i
comandanti quando i soldati maltrattano la gente che cerca
di passare ai checkpoint. Lettere di protesta, articoli su
Haaretz, appelli mensili insieme ad un monitoraggio di
B'Tselem hanno avuto il risultato finale che due comandanti
dell'esercito sono stati rimossi dal checkpoint di Taysir.
Questo non ha impedito che un soldato molestasse la gente
allo stesso checkpoint pochi mesi dopo. Inutile dire che la
politica dei checkpoint e dei roadblok continua, nonostante
tutto ciò puzzi di apartheid...
Ma quelli che restano frustrati dall'attività contro
l'occupazione stanno ignorando due elementi importanti di
queste attività: Primo, restituendo anche un solo dunum di
terra al suo proprietario, permettendo che gli agricoltori
portino a termine la raccolta dei loro ulivi senza subire le
molestie e le aggressioni dei coloni, accorciando
l'estenuante attesa ai checkpoint o liberando un palestinese
magari minore, da una detenzione senza processo, la vita di
una persona diventa meno difficile e più sopportabile per
lui in quella particolare situazione. Questo sarà il
risultato dell'impegno di tante persone che, sfruttando la
loro immunità in quanto cittadini israeliani, sfidano
l'intero sistema di occupazione.
Inoltre, questo immediato aiuto alla singola persona si
inserisce nell'ancor più fondamentale lotta a lungo termine
dei palestinesi e degli israeliani contro l'occupazione. Fin
dal 1990 Israele ha cercato di dividere i due popoli, ha
ristretto le opportunità di incontro. A causa di questa
separazione, i palestinesi conoscono israeliani che sono
solo coloni e soldati. In altre parole, solo quelli la cui
condotta e il cui ruolo nel sistema, giustifica la
conclusione che è impossibile raggiungere un accordo e una
pace giusta con Israele. La separazione, poi, rafforza il
razzismo degli israeliani verso i palestinesi. Gli
anarchici, Machsom Watch, Yesh Din, Rabbis for Human Rights,
il Comitato contro la distruzione delle case, i Fisici for
Human Rights e gli altri gruppi di attivisti -per quanto
pochi siano i loro membri- disturbano la politica di
separazione e tutti gli effetti negativi che comporta. Essi
ricordano ai palestinesi che esistono altri cittadini
israeliani, così che ci sia ancora possibilità di sperare. E
a chi vive loro più vicino, agli israeliani, mostrano fatti
ed esperienze che gli impediscono di restare immersi nella
loro volontaria ignoranza su ciò che accade e non vedere i
pericoli che rappresenta il nostro regime oppressivo sui
palestinesi.
Determinazione, solidarietà e nonviolenza:
ecco la vittoria di Bil’in
Uri Avnery, 8 settembre 2007
Quando i miei amici cadono in preda alla disperazione, io
mostro loro un pezzo di muro dipinto, che ho comperato a
Berlino. È uno dei resti del muro di Berlino, che sono in
vendita nella città. E dico loro che ho intenzione, quando
sarà il momento, di chiedere la concessione per vendere i
pezzi del Muro di separazione. Mi succede alle conferenze
per un pubblico tedesco, di chiedere: “Quanti di voi
credevano, una settimana prima della caduta del muro, che
questo sarebbe successo durante la loro vita?”. Nessuno ha
mai alzato la mano. Ma il muro di Berlino è caduto. Questa
settimana è successo anche qui, per davvero! Certo, solo in
un posto, in una piccola sezione della recinzione, quando la
Suprema Corte ha deciso che il governo dovrà smantellarlo
(qui consiste in una recinzione, con fossi, strade
pattugliate e fili spinati) e ricollocarlo vicino alla Linea
Verde. La bibbia ci comanda: “Non rallegrarti, quando il tuo
nemico sarà caduto; E quando egli sarà rovinato, il cuor tuo
non ne gioisca” (Proverbi 24,17). È un comandamento al quale
è molto difficile obbedire. Il nemico, in questo caso, è “il
Muro della Separazione”. E’ difficile non rallegrarsi,
anche perchè è una gioia limitata, una gioia condizionata,
perché abbiamo vinto una battaglia e non la guerra. Prima di
tutto, una parte della terra di Bil’in è stata liberata, ma
non tutta. La nuova recinzione sarà ancora distante dalla
Linea Verde. La lunghezza della sezione che deve essere
smantellata è inferiore a due chilometri. Secondo, Bil’in è
solo uno dei molti villaggi la cui terra è stata rubata con
il muro. Terzo, il muro è solo un mezzo di occupazione, e la
occupazione peggiora di giorno in giorno. Quarto, in molte
altre parti la Corte Suprema ha confermato il tracciato
della recinzione, anche se ruba terra ai Palestinesi non
meno che a Bil’in. Quinto, la decisione di Bil’in ha anche
un aspetto negativo: dà alla Corte un alibi agli occhi del
mondo. Conferisce ai coloni un'apparente legittimità per
molti altri luoghi. Non si deve dimenticare che la Corte
Suprema è essenzialmente uno strumento di occupazione, anche
se cerca a volte di mitigarlo. A sottolineare questo punto,
la Corte stessa si è affrettata questa settimana ad emettere
un altro regolamento, dando autorizzazione retroattiva ad un
altro quartiere che è stato costruito sulla terra di Bil’in.
E malgrado tutto questo: in una lotta disperata, anche una
piccola vittoria è una grande vittoria. Specialmente da
quando è stata ottenuta a Bil’in. Perciò Bil’in è un
simbolo. Negli ultimi due anni e mezzo, è diventata parte
della nostra vita. Così, ogni venerdì, per 135 settimane
senza eccezione, ha preso luogo una dimostrazione contro la
recinzione. Che cosa c’è di speciale in Bil’in, un piccolo e
remoto villaggio, il cui nome era prima sconosciuto? La
lotta è diventata un simbolo a causa di una inusuale
combinazione di fattori:
LA DETERMINAZIONE. Gli abitanti di Bil’in e tutti i
dimostranti hanno un grande coraggio. La loro tenace
perseveranza ha suscitato ammirazione da varie parti del
mondo. Settimana dopo settimana sono ritornati lì,
caparbiamente. Gli attivisti sono stati arrestati ancora e
loro sono ancora tornati e sono stati anche feriti più di
una volta. L’intero villaggio ha sofferto del terrorismo
dell'autorità di occupazione. Più di una volta mi ha scosso
la vista della resistenza di questo villaggio. Ho visto le
jeep armate tempestarlo, le sirene urlare istericamente, i
poliziotti armati pesantemente saltar giù e lanciare gas e
granate in tutte le direzioni, e giovani ragazzi fermare le
jeep coi loro corpi.
LA SOLIDARIETÀ. Un legame “a tre” tra la gente del
villaggio, gli attivisti palestinesi e israeliani e gli
internazionali.
Questa solidarietà non viene descritta in altisonanti
discorsi o sterili incontri in lussuosi alberghi all’estero.
Si è forgiata sotto le nuvole di gas lacrimogeni, sotto i
getti dei cannoni ad acqua, sotto il fuoco di granate
stordenti e proiettili di gomma come nelle ambulanze della
Croce Rossa. In questi anni molti palestinesi hanno perso le
speranze sugli israeliani, che non hanno concretizzato
alcuna evoluzione di giustizia, così come molti pacifisti
israeliani hanno perso le speranze di fronte alla realtà
palestinese. Ma a Bil’in la cooperazione è rifiorita. Adesso
la Corte sa e deve tener conto che tali dimostrazioni, che
molti considerano senza speranza, possono invece portare
frutti.
LA NONVIOLENZA.Mahatma Gandhi e Martin Luther King
sarebbero stati orgogliosi di questi discepoli.
La nonviolenza è stata l''arma' scelta dai dimostranti.
Posso dirlo come testimone oculare: in tutte le
dimostrazioni in cui ho preso parte, non ho mai visto un
singolo esempio di un dimostrante che abbia alzato la mano
contro un soldato o un poliziotto. Quando in una di queste
proteste vennero lanciate delle pietre fra i protestanti,
delle registrazioni video anno provato che venivano lanciate
da poliziotti sotto copertura.
È vero che c’è stata violenza alle dimostrazioni. Molta
violenza. Ma è venuta dai soldati e dai poliziotti che non
potevano sopportare, presumo, la vista di Palestinesi e
Israeliani che agivano insieme. Generalmente succedeva così:
I dimostranti marciavano assieme dal centro del villaggio
verso la recinzione. Davanti marciavano i giovani e le donne
“indossando” simboli nonviolenti. Una volta, per esempio,
erano si erano ammanettati l’un l’altro, un'altra volta
portavano in alto i ritratti di Gandhi e Martin Luther King,
un'altra volta ancora venivano portati in gabbie.
L'immaginazione e la creatività erano espresse al massimo.
Qualche volta marciavano in prima fila alcune personalità
ben note, a braccia serrate. Vicino alla recinzione, un
grosso contingente di soldati e di poliziotti li
aspettavano, indossando elmetti e giubbotti antiproiettile,
armati con fucili a lancia-granate, con manette e bastoni
appesi alle loro cinture. I dimostranti non si fermavano ma
avanzavano verso il cancello, sbattendolo, scuotendolo,
sventolando bandiere e urlando slogan. I soldati aprivano il
fuoco con gas, granate stordenti e proiettili di gomma.
Alcuni dimostranti si sedevano a terra, altri si ritiravano
e poi ritornavano indietro di nuovo. Alcuni venivano
trascinati via con le loro schiene nude graffiate lungo la
strada e i sassi, tossendo per il gas. Sono stati fatti
molti arresti. E i feriti dovevano essere immediatamente
soccorsi. Quando i dimostranti ritornavano verso i villaggi,
i ragazzi del luogo iniziavano a lanciare pietre verso i
soldati, i quali rispondevano con proiettili di gomma.
Iniziavano così degli inseguimenti tra gli ulivi e in questo
erano avvantaggiati i ragazzi, più agili dei soldati.
Qualche volta, il lancio delle pietre iniziava perfino
prima, quando i ragazzi vedevano da distante la
concentrazione di forze appostarsi nei boschetti dei
villaggi e i dimostranti venivano trascinati brutalmente
verso i veicoli dell’esercito. Ma, in linea con gli accordi
presi tra di loro, i dimostranti non si lasciavano andare
alla violenza, neanche quando venivano trascinati sul
terreno roccioso o quando venivano presi a calci e picchiati
mentre erano a terra. Questa combinazione di determinazione,
solidarietà e nonviolenza è ciò che ha trasformato Bil’in in
un faro della lotta contro l’occupazione.
Ma il 'caso Bil’in' ha un’altra faccia, che si è rivelata in
tutta la sua gravità nelle ultime settimane. La Corte
Suprema ha riconosciuto che il percorso della 'barriera' in
questa zona non era basato su considerazioni di sicurezza,
ma aveva lo scopo di allargare l’insediamento. Per noi,
naturalmente, non è stata una rivelazione sorprendente.
Tutti quelli che sono stati qui, inclusi i diplomatici
stranieri, hanno visto con i loro occhi: il percorso è stato
definito in un modo tale che la terra di Bil’in è stata
annessa di fatto ad Israele, per servire ad un ampio
progetto di costruzione di case chiamato “Matityahu Est”, in
aggiunta ad un insediamento chiamato Matityahu (ed anche
Modi’in Illit e Kiryat Sefer) che già esistono. In una
seconda decisione, questa settimana, la Corte Suprema,
secondo una logica di falso “equilibrio”, ha deciso che il
progetto di costruzioni di case già esistente in Matityahu
come quello sulla terra di Bil’in, poteva rimanere lì e
adesso avrebbe potute essere abitato, a dispetto del fatto
che la stessa Corte lo aveva vietato in passato. E chi ha
costruito Matityahu? Alcune settimane fa, è scoppiato un
grosso scandalo. Il colpevole è una società edile chiamata
Heftsiba. Questa è fallita, trascinandosi dietro tutti gli
appartamenti che i loro clienti avevano già pagato. Molti di
loro hanno perduto tutti i loro risparmi. Il proprietario
della società è scappato ed è stato rintracciato in Italia.
I debiti della società ammontano quasi ad un miliardo di
dollari. La polizia sospetta che il fuggitivo abbia rubato
immense somme. C’è da osservare: questa è la stessa società
che ha costruito il quartiere Matityahu, e che ha
intenzione di costruire un nuovo progetto Matityahu sulla
terra rubata con la giustificazione di un “Recinto di
Sicurezza”. E inoltre ha pronto un progetto per le case di
Har Homa ed altri quartieri nei Territori Occupati. Chi
potrà ancora negare ciò che abbiamo detto per anni, che gli
insediamenti, cioè sono un enorme affare di miliardi di
dollari, che è interamente basato su proprietà rubate! Tutti
conoscono l’intransigenza di questi coloni: fanatici
nazionalisti-messianici, che sono pronti a uccidere e
rubare, perché il loro Dio gliel’ha detto. Ma attorno a
questo nucleo si è raccolto un gruppo di gangster
-“operatori immobiliari”- che conducono i loro sporchi e
redditizi affari dietro la facciata del patriottismo. In
questo caso il patriottismo è davvero i rifugio dei
briganti.
Talia Sasson, una avvocato incaricato all’epoca dal governo
di investigare sugli avamposti di insediamenti “illegali”,
ha concluso che la maggior parte dei ministri e dei
comandanti dell’esercito avevano violato la legge e
cooperato segretamente con i coloni. Questo appariva sempre
come un'azione “patriottica” ma io ho i miei dubbi: ci
devono essere centinaia di politici, funzionari ed ufficiali
che hanno ricevuto molte bustarelle da uomini d’affari e che
hanno fatto i miliardi con queste transazioni
“patriottiche”.
Uri Avnery, Gush Shalom.
10 agosto: la nostra Bil’in
la presenza degli internazionali di Pax Christi Italia
Questo venerdì si contano circa 150 persone e lo spirito
generale è un po’ quello della festa. Con l’intonare dei
canti inizia la marcia, assieme a noi ci sono gruppi di
bambini sorridenti che gridano “free Palestine” e “la la el
jidar”- no no al muro- sventolando orgogliosi bandiere
palestinesi. Arrivati in cima alla collinetta, lo scenario
improvvisamente cambia e l’atmosfera si fa densa di
preoccupazione: in fondo alla piccola discesa, di fronte a
noi, vedo una decina di soldati armati di fucili, lancia
razzi e macchine fotografiche(?!). Guardando sul versante
opposto a noi in cima alla collinetta, all’altezza del muro
noto jeep e camioncini militari in abbondanza, almeno una
ventina, sia al di qua che al di là del muro.
Arriviamo in fondo alla piccola valle tranquilli, perché
quello che gli organizzatori ci hanno detto non può essere
vero, sicuramente avranno ingigantito il tutto per non far
commettere stupidaggini a chi viene per la prima volta alla
manifestazione. Siamo vicini ai soldati credo meno di 20m,
gli slogan si fanno sempre più forti e il gruppo si
ricompatta quando sentiamo l’ordine di allontanarci perché
zona militare, ci intimano di sederci a terra con le mani
alzate pena una ritorsione, e noi ubbidiamo. Ha inizio
l’inferno... Nei due minuti seguenti i ricordi sono confusi
e si accavallano fra loro: ricordo una folla di ragazzi,
uomini, donne e bambini, in special modo un piccolo di 4-5
anni che, in spalla al babbo, prima cantava contento
stringendo la sua bandierina fra le mani; ricordo le
centinaia di “flashate” che ci hanno investito, parte di
queste fatte dai partecipanti, dalla stampa locale e
straniera, e anche dai soldati. Ci hanno spiegato l’utilità
delle foto che, in mano ai soldati, finiscono alla sicurezza
dell’aeroporto in circa 5 giorni, servono per identificare
le persone che poi riceveranno il timbro di persone non
gradite in Israele, con il divieto di rientro per 5 anni.
Dopo i ricordi sono il dolore alle orecchie per una bomba
sonora caduta troppo vicino a me, la corsa che, come un
branco di cavalli impazziti, mi ha separato dal gruppo
frammentando lo stesso, l’odore acre, il bisogno di
respirare e il dolore acuto nel farlo, per i fumogeni che
piovevano come fuochi di artificio dal cielo. Ho pensato che
non ce l’avrei fatta a rialzarmi, intorno a me c’erano solo
grida, alcune di paura, altre di rabbia in cui si chiedeva
il perché, perché ci sparate addosso, la risposta non
ammetteva repliche: era un 'bullet', una scarica di questi
piccoli, 5 cm per 2, proiettili di gomma ha interrotto ogni
possibilità di mediazione fisica. A detta dell’autorità
israeliana servono per fermare i rivoltosi in maniera non
violenta, perché non causano ferite; sono sicura che il
ragazzo francese ferito al petto, in preda ad una crisi
violenta perché non riusciva a respirare, avrebbe voluto
dire qualcosa in merito alla loro “nonviolenza”. La realtà
in cui ci troviamo immersi ora è paragonabile solo ad un
videogioco di sopravvivenza, ad un film di fanta-guerra,
dove tutto è troppo irreale e perchè non ci si può
riposare...I soldati non sono contenti di averci rimandato
in cima alla collina, ci corrono dietro e continua la
scarica ininterrotta di fumogeni, bombe sonore e bullets
sparati ad altezza d’uomo, questa volta, non appena tentiamo
di formare un gruppo compatto lì arrivano i soldati pronti a
disperderci, loro sanno cosa fa più paura: rimanere soli,
isolati dal gruppo. Sento un urlo, riconosco essere la voce
di Mohammed, uno degli organizzatori, tenta di richiamarci,
di farci recuperare il controllo, ci dice di non aver paura,
di stare uniti. La sua forza di volontà, forgiata dai
soprusi che negli ultimi due anni lo hanno visto più dentro
al carcere che altro, si mescola con la sua testardaggine,
come può pretendere che degli “occidentalucci”cresciuti con
manifestazioni all’acqua di rose siano in grado, di punto in
bianco, di affrontare l’orrore della guerra con cui loro
invece sono cresciuti?? Il mio smarrimento equivale la mia
incomprensione degli atteggiamenti di coloro che sono stati
ribattezzati quel giorno i reduci. Questo esiguo drappello è
costituito da una ventina di palestinesi, fra cui spicca ai
miei occhi un eroe, non si è lasciato frenare neanche dalla
sedia a rotelle. A proposito, ci sono voci che lo vogliono
ridotto in quello stato proprio a causa delle
manifestazioni, l’unica cosa certa è la montagna di
informazioni che violentemente cerca razionalità nella mia
testa, invano…Vedo i soldati spuntare dai fianchi della
collina, non più solo davanti, ci hanno circondato anche dai
lati, un altro urlo mi riporta fuori da me stessa, i soldati
hanno preso un ragazzo, dobbiamo andare ad aiutarlo, anche
qui i fumogeni ci sbarrano la strada, ora siamo nei campi,
circondati da muretti che ci impediscono la fuga per il filo
spinato, rimango incastrata e non riesco e superare
l’ostacolo, ho anche la telecamera con me, una ragazza
francese torna indietro mi aiuta, non ho neanche il tempo di
un “mercì” che un gruppo di soldati ad una decina di metri
da noi ci corre incontro; stavolta anche i fumogeni li
lanciano ad altezza d’uomo. Il piccolo che all’inizio sulle
spalle del babbo cantava e sorrideva viene ora portato via
in braccio al padre, è in preda alla paura e non respira per
i gas respirati, è una delle immagini che mi sono rimaste
più impresse; generalmente è così che finiscono le
manifestazioni qui, con l’arrivo dell’ambulanza. Un angelo
con la mezzaluna sul petto porge a tutti dei batuffoli
inzuppati di alcool, è un tale sollievo poter respirare
liberamente.
Moustafa, l’altro organizzatore, torna per radunarci, e
insieme nuovamente ci incamminiamo verso quella meta che
appare così vicina e così irraggiungibile: il muro. Già il
Muro. Nella zona di Bil’in, come nella maggior parte dei
Territori, il muro non è fatto di cemento; circa 9 metri di
altezza, ma è piuttosto costituito da una doppia recinzione
di filo spinato; improvvisamente mi accorgo che tre ragazzi
sono stati arrestati, uno di loro ha la maglia bianca e lo
zoom mi aiuta nel riconoscerlo, ho assistito inutile al suo
“arresto”; li stanno portando al di là del muro. Non
sappiamo cosa gli è successo: se sono stati arrestati, o se
hanno subito solo un fermo, ma in quel momento l’unica cosa
che provavo era un totale senso di impotenza e di
frustrazione.
Mi sono ritrovata con il mio gruppo di volontari di Pax
Christi, lo avevo perso durante la prima fuga, siamo insieme
, increduli, a raccogliere i pochi e confusi pensieri di
quanto è successo, racconto dell’arresto che visto fare, e
che impotente ho solo osservato al di là del filo spinato:
un ragazzo con la maglia bianca di circa 25 anni,
internazionale, chiuso da una gabbia di 5-6 soldati, lo
hanno buttato per terra, uno gli si è accanito contro
prendendolo a calci. Sono passati circa 30 minuti, questa è
stata la mia manifestazione, come me circa i 2/3 hanno
abbandonato, altri invece sono stati in grado di
riaffrontare tutto. La situazione generale è di
ammutolimento, non si sorride più come all’andata, in
diversi si cerca un posto isolato dove poter sfogare tutto
quello che si ha dentro.. non riesco a capire come possano
farlo ogni singolo venerdì, dove riescano a trovare il
coraggio di andare avanti. (...) Una cosa è certa: voglio
tornare, voglio continuare a stare con loro, anche in
questa, soprattutto in una situazione come questa; voglio
gridare fino a perdere la voce tutto quello che succede qui,
che in Italia viene sistematicamente ignorato, voglio
smuovere almeno qualcosa...
L’onda lunga della nonviolenza
Cos’è Bil’in?! Ancora me lo chiedo. Qual è la sottile linea
che separa l’agire nonviolento da quello violento?! Una
domanda alla quale in questo momento non so più rispondere.
Cos’è Bil’in… un incontro di culture, di volti, di voci di
pace; eppure, un solo ideale, un cuore pulsante che ci tiene
uniti; ed è commuovente vedere ragazzi israeliani e
palestinesi che lottano insieme: alla fine, a Bil’in, non
esiste che la comune lingua della nonviolenza per gridare
forte “NO” al Muro, all’occupazione, all’ingiustizia,
all’odio… Cos’è Bil’in… una breve formazione da parte degli
organizzatori – non presa molto sul serio a dire il vero,
perché tanto noi siamo “GLI INTERNAZIONALI” non succederà
niente – e poi il corteo, i cori, la gioia… che però cela il
timore e la paura. Eppure è forte la sensazione di allegria,
di forza: sì, anche noi stiamo dando un piccolissimo
contributo a questi eroi che settimana dopo settimana,
rischiano la vita per dimostrare il loro dissenso: forse è
racchiuso proprio qui il segreto della forza della
nonviolenza. È come procedere dall’arcobaleno verso un
nuvolone grigio, sai già che sta per accadere qualcosa,
l’aria è densa dalla tensione, ma i canti continuano, i
bambini sventolano orgogliosi le bandiere, eppure… si
cominciano a vedere i soldati – difendono cosa, un muro
fatto per difendere, una colonia fatta per espropriare –
decine di soldati: il “Nemico”. Calma, rifletti: i “soldati”
sono ragazzi della mia età: per quanto ci siano sicuramente
persone che credono nel loro ruolo, che credono che tutti i
venerdì a Bil’in manifestino un sacco di terroristi, so che
ci sono anche ragazzi che non vorrebbero essere lì.
Deferenza all’autorità, paura per quello che può succedere
se non si eseguono gli ordini, spirito di competizione tra
compagni…mentre i pensieri vagano alla ricerca di
spiegazioni razionali che mi impediscano di vedere
nell’Altro un “Nemico”, il corteo è ormai giunto al suo
punto di arresto. E mentre i soldati ci spiegano con un
megafono, giusto per ricordarci che non è possibile un
dialogo, che siamo ai confini di una zona militare e che
dobbiamo andarcene, ci mettiamo a sedere, braccia alzate,
gridando ancora una volta il nostro NO al Muro: non perché
siamo terroristi, ma perché il Muro, i muri di qualsiasi
specie, impediscono qualsiasi possibilità di dialogo, di
trasformazione del conflitto. Niente da fare: un frastuono
assordante, siamo tutti in piedi, comincia il fumo,
scappiamo, ci disperdiamo alla rinfusa. Non so come mi
ritrovo in cima alla collina, non ho mai corso così veloce,
mi volto e… “perché tutto questo” mi chiedo. Il fumo ha
avvolto ormai la strada, la gente scappa, piange, tossisce;
davanti i soldati: continuano a sparare lacrimogeni,
bombe…in quel momento ho pianto. Come è possibile sparare
lacrimogeni, bullets (le famose pallottole di gomma), bombe
sonore, su una folla inerme che tiene le mani alzate mentre
è seduta per terra?! È questo che mi ha veramente fatto
male. Che fine hanno fatto gli “Uomini” dentro quelle
persone vestite da soldati? Possibile che nessuno di quei
ragazzi abbia mai partecipato ad una manifestazione, magari
solo per saltare la scuola? Come si saranno sentiti? Ma si
deve ricominciare a correre, arriva il fumo dei lacrimogeni,
che ti corrode i polmoni – quanta gente, ho scoperto, ne è
rimasta seriamente intossicata – si sentono gli spari
diversi dei bullets e questo mi fa veramente paura; poi li
ho visti: sono i proiettili che sparano davanti alle scuole,
poi i media in Italia ci rassicurano dicendo che sono solo
piccole pallottole di gomma… peccato che queste “piccole”
munizioni siano grandi due cm, un cm di diametro, gomma
durissima…peccato che a causa di questi giocattolini un
sacco di bambini siano morti o entrati in coma…si ricomincia
a correre. È strano e bellissimo, si crea un clima di
solidarietà tra noi, comincia un passaggio di limoni,
cipolle, fazzoletti imbevuti di alcol, odori forti per
contrastare il gas che continua a corroderci i polmoni. Vedo
il ragazzo palestinese in carrozzina, tutti i venerdì è qui
a manifestare, incontro il suo sguardo, gli sorrido, lo
ammiro per il suo coraggio, per la sua tenacia; davvero,
cerco di dirglielo con lo sguardo. Spero abbia capito. Lui,
insieme agli altri eroi che rendono reale il sogno di
Bil’in, come gli organizzatori, “l’uomo-ambulanza” che
distribuiva fazzolettini imbevuti di alcol, tutti stanno
dimostrando al mondo quanto la nonviolenza possa essere
l’arma più potente. E noi come “internazionali”?!
Noi, credo, non possiamo pretendere di cambiare lo stato di
cose là; però possiamo cercare di cambiare la
situazione qua: dobbiamo cercare di abbattere
l’impero mediatico che ci sta avvelenando, che ci fa vedere
una realtà del conflitto israelo-palestinese – non solo di
quello ovviamente – artefatta ed inesistente. In questo ci
dovremmo impegnare, con la stessa tenacia dei ragazzi di
Bil’in. Intanto la manifestazione prosegue, tra ondate in
avanti e fughe dispersive: come le onde del mare e con la
stessa potenza, Bil’in continua a far sentire la voce della
nonviolenza pale stinese: le onde riescono lentamente a
corrodere i litorali, allo stesso modo, la nonviolenza
riuscirà a corrodere il muro di pregiudizi e ostilità che
sta dividendo israeliani e palestinesi.
(Dal report di alcune volontarie di RICUCIRE LA PACE,
Pax Christi Italia, 10 agosto 2007)
“Carissimi, a Betlemme in questi giorni
si vive una grande tensione soprattutto per il futuro della
prossima conferenza internazionale per la pace. Alla gente
palestinese però, poco interessa della preparazione e dei
risultati di questa conferenza. Come si sa, la gente ha
perso fiducia nella politica, nei politici e su quello che
può fare la comunità internazionale. Tutti sono costretti ad
occuparsi del proprio quotidiano, per sopravvivere... Chi si
occupa di noi?
Mohammed, Betlemme, 20 settembre 2007
SABRA E SHATILA:
da quel massacro alla resistenza di oggi
"Nel panico e nell'odio di quella strage decine di migliaia
erano già stati uccisi in questo paese. Ma tra questa gente,
a centinaia, disarmati, erano stati assassinati a colpi
d'armi da fuoco. Ma questo appare come uno sterminio di
massa, un'atrocità senza misura. Qualcosa che andava perfino
ben oltre quello che gli israeliani, in altre circostanze,
avevano definito attività terroristica. Era un crimine di
guerra".
Robert Fisk, pochi giorni dopo il massacro di Sabra e
Shatila
Tra giugno e settembre del 1982, Israele aveva invaso metà
del Libano e ucciso almeno 20.000 tra libanesi e profughi
palestinesi; il 14 settembre 1982 Bashir Gemayel, capo dei
miliziani falangisti che si definivano cristiani, era stato
ucciso e l’allora ministro della difesa israeliano Ariel
Sharon, con l'operazione "Pace in Galilela" aveva deciso di
entrare a Beirut dove lui riteneva che si annidassero
presunti “terroristi palestinesi” aderenti
all’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp)
di Yasser Arafat. Sharon inviò i falangisti “per motivi di
sicurezza”, a Sabra, un povero sobborgo a ovest di Beirut, e
nel vicino campo profughi di Shatila, due realtà di
periferia urbana talmente interconnesse da essere definite “
i campi di Sabra e Shatila”. Tra il 15 e il 16 settembre
vennero massacrati almeno 2750 profughi palestinesi,
moltissimi i bambini, le donne e gli anziani, corpi contati
dalla Croce Rossa Internazionale.
"Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti
esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai
il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di
movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro
giorni prima, era brulicante di persone. Scoprimmo presto il
motivo. L'odore traumatizzante della morte era dappertutto.
Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole
cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato
come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche
modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava
di gran lunga peggiore".
Elaine Carey, sul Daily Mail del 20 settembre 1982
Salviamo NU'MAN
Al Nu’man è un villaggio di 200 abitanti tra Gerusalemme e
Betlemme. Nel 1967 Israele ne ha annesso la terra al Comune
di Gerusalemme, mentre i residenti hanno ricevuto una Carta
di Identità della Cisgiordania. Dalla costruzione del Muro
di Separazione nel 2004, questo “assurdo tecnico” ha
tramutato la loro vita in un incubo – sono intrappolati tra
Gerusalemme, in cui non possono entrare essendo residenti
Cisgiordani, e il Muro di Separazione, che li divide dal
resto dei territori occupati della Cisgiordania.
Il loro unico collegamento con il mondo esterno è attraverso
un checkpoint gestito da guardie armate. Per andare a
scuola, al lavoro, comprare il cibo, dipendono dai capricci
dei soldati al checkpoint.
A nessuno è permesso di oltrepassarlo tranne agli abitanti
del villaggio – nessun nipote può visitare i nonni, il
medico non può assistere i malati, nessuna coppia appena
sposata può mettere su casa nel villaggio della sua
famiglia. Al Nu’man sta diventando una prigione a cielo
aperto.
Allo stesso tempo, l’espansione dell’insediamento israeliano
di Har Homa e l’anello stradale previsto attorno a
Gerusalemme costeggeranno il villaggio da ovest a est,
demolendo ulteriori abitazioni. Lo Stato di Israele non si
fermerà davanti a niente per liberarsi di questo villaggio
palestinese non voluto. Questa è la storia di Al Numan.
I suoi abitanti hanno fatto tutto quello che potevano per
combattere l’imprigionamento del loro villaggio, e si sono
recentemente appellati all’Alta Corte Israeliana, dove il
caso è ancora in discussione. Hanno disperatamente bisogno
del supporto della comunità internazionale.
Per favore, prendetevi 5 minuti e GUARDATE QUESTO VIDEO.
Uniamo la nostra denuncia: SCRIVETE ai vostri rappresentanti
in parlamento e al parlamento israeliano.
http://al-nueman.tripod.com/emovie.html
Potete scrivere chiedendo una soluzione per Al-Nu'eman (la
bozza della lettera in Inglese e in Italiano sono in fondo):
In Israele quelli che seguono sono indirizzi delle Autorità
relative alla situazione del villaggio:
Minister of the foreign affairs Zipi Livni -
zlivni@knesset.gov.il
Minister of internal affairs Meir Shitrit -
mshitrit@knesset.gov.il
Jerusalem's mayor Uri Lopolianski - lpuri@jerusalem.muni.il
fax: 02-6296014
Minister of education Yuli Tamir - ytamir@knesset.gov.il
Head of the education committee of the Knesset Michael
Melchior - melchiorm@knesset.gov.il
Minister of security Ehud Barak - email address could not be
found.
Per l’Unione Europea lista degli Europarlamentari Italiani:
giovanni.berlinguer@europarl.europa.eu GIOVANNI BERLINGUER
info@sergioberlato.it SERGIO BERLATO
iles.braghetto@europarl.europa.eu ILES BRAGHETTO
renato.brunetta@europarl.europa.eu RENATO BRUNETTA
marco.cappato@europarl.europa.eu MARCO CAPPATO
paolo.costa@europarl.europa.eu PAOLO COSTA
michl.ebner@europarl.europa.eu MICHL EBNER
donata.gottardi@europarl.europa.eu DONATA GOTTARDI
sepp.kusstatscher@europarl.europa.eu S. KUSSTATSCHER
vittorio.prodi@europarl.europa.eu VITTORIO PRODI
amalia.sartori@europarl.europa.eu AMALIA SARTORI
mauro.zani@europarl.europa.eu MAURO ZANI
gabriele.albertini@europarl.europa.eu GABRIELE ALBERTINI
mario.borghezio@europarl.europa.eu MARIO BORGHEZIO
giulietto.chiesa@europarl.europa.eu GIULIETTO CHIESA
carlo.fatuzzo@europarl.europa.eu CARLO FATUZZO
monica.frassoni@europarl.europa.eu MONICA FRASSONI
jas.gawronski@europarl.europa.eu JAS GAWRONSKI
romano.larussa@consiglio.regione.lombardia.it ROMANO LA
RUSSA
c.muscardini@tin.it C. MUSCARDINI
marco.pannella@europarl.europa.eu MARCO PANNELLA
guido.podesta@europarl.europa.eu GUIDO PODESTÁ
francescoenrico.speroni@europarl.europa.eu FRANCESCO
SPERONI
patrizia.toia@europarl.europa.eu PATRIZIOA TOIA
vincenzo.aita@europarl.europa.eu VINCENZO AITA
giuseppe.gargani@europarl.europa.eu GIUSEPPE GARGANI
vincenzo.lavarra@europarl.europa.eu VINCENZO LAVARRA
aldo@patriciello.it ALDO PATRICIELLO
umberto.pirilli@europarl.europa.eu UMBERTO PIRILLI
gianni.pittella@europarl.europa.eu GIANNI PITTELLA
salvatore.tatarella@europarl.europa.eu SALVATORE TATARELLA
armando.veneto@europarl.europa.eu ARMANDO VENETO
riccardo.ventre@europarl.europa.eu RICCARDO VENTRE
donatotommaso.veraldi@europarl.europa.eu DONATO VERALDI
marcello.vernola@europarl.europa.eu MARCELLO VERNOLA
giuseppe.castiglione@europarl.europa.eu GIUSEPPE
CASTIGLIONE
giusto.catania@europarl.europa.eu GIUSTO CATANIA
raffaele.lombardo@provincia.ct.it RAFFAELE LOMBARDO
n.musumeci@inwind.it NICOLA MUSUMECI
roberta.angelilli@europarl.europa.eu ROBERTA ANGELILLI
alessandro.battilocchio@europarl.europa.eu ALESSANDRO
BATTILOCCHIO
carlo.casini@europarl.europa.eu CARLO CASINI
alessandro.foglietta@europarl.europa.eu ALESSANDRO
FOGLIETTA
lilli.gruber@europarl.europa.eu LILLI GRUBER
umberto.guidoni@europarl.europa.eu UMBERTO GUIDONI
luisa.morgantini@europarl.europa.eu LUISA MORGANTINI
pasqualina.napoletano@europarl.europa.eu PASQUALINA
NAPOLETANO
guido.sacconi@europarl.europa.eu GUIDO SACCONI
luciana.sbarbati@europarl.europa.eu LUCIANA SBARBATI
antonio.tajani@europarl.europa.eu ANTONIO TAJANI
stefano.zappala@europarl.europa.eu STEFANO ZAPPALÁ
ECCO LA LETTERA DA INVIARE (in inglese e in italiano)
Dear
(insert name here),
I am writing to you regarding the situation of Al-Nu'eman
(also known as Khirbet Mazmuriya), a tiny Arab village of
200 inhabitants between Jerusalem and Bethlehem. In 1967
Israel annexed its land to the Jerusalem Municipality while
the residents were issued West Bank residency. Since the
erection of the Separation Wall in 2004, this irregularity
has turned their lives into a nightmare - they are trapped
between Jerusalem, which they are prohibited from entering
because they are West Bank residents, and the separation
wall, which severs them from the rest of the West Bank
(because their homes were annexed into Jerusalem).The
village's only connection to the outside world is a
checkpoint into the West Bank on the edge of their land
through which only Al-Nu'eman residents are permitted to
enter or exit. The Jerusalem Municipality does not provide
services to the village and no service providers from the
West Bank are allowed in, leaving the village in a
precarious situation where even basics such as gas,
electricity and running water are endangered. Under these
conditions, the village will not be able to survive. On
October 1, 2007, the Israeli High Court will revisit this
situation. On this date, the villagers will once again
request that they either be allowed free access to the West
Bank or to Israel - but not to stay in this isolated
situation where they currently reside. As my elected
representative, I urge you to ask the Foreign Affairs
Ministry / State Department to ask Israel to resolve this
situation.
For further information please see
http://al-nueman.tripod.com
Yours sincerely, (your name here)
Gentile
(inserire il nome),
Le scrivo riguardo alla situazione del villaggio di
Al-Nu’eman (anche conosciuto come Khirbet Mazmuriya), un
piccolo villaggio arabo di 200 abitanti tra Gerusalemme e
Betlemme. Nel 1967 Israele ne ha annesso il territorio al
Comune di Gerusalemme, mentre ai suoi abitanti è stata data
residenza della Cisgiordania. Da quando il Muro di
Separazione è stato eretto nel 2004, questa irregolarità ha
fatto diventare le loro vite un incubo – sono intrappolati
tra Gerusalemme, in cui non possono entrare in quanto
residenti della Cisgiordania, e il Muro, che li separa dal
resto della Cisgiordania stessa (in quanto lo loro case sono
state annesse a Gerusalemme). L’unico collegamento tra il
villaggio e il mondo esterno è un checkpoint in Cisgiordania
sul limite del territorio, attraverso cui solo i residenti
di Al-Nu’eman possono entrare o uscire. Il Comune di
Gerusalemme non dà servizi al villaggio, e nessun fornitore
di servizi dalla Cisgiordania ha il permesso di entrare,
lasciando il villaggio in una situazione di precarietà in
cui perfino i servizi di base quali gas, elettricità e acqua
correte sono minacciati. In tali condizioni, il villaggio
non sopravviverà. Il 1 ottobre 2007, l’Alta Corte Israeliana
rivedrà il caso. In questa occasione, gli abitanti
chiederanno ancora una volta o di avere libero accesso alla
Cisgiordania o ad Israele – ma di non rimanere nella
situazione di isolamento in cui si trovano attualmente. Come
mio/a rappresentante eletto, Le chiedo con urgenza di fare
pressione sul Ministero degli Affari Esteri/Dipartimento di
Stato perché lo Stato di Israele risolva questa situazione.
Per ulteriori informazioni, http://al-nueman.tripod.com
distinti saluti
Per qualunque informazione:
al.nueman@gmail.com
Gaza: appello per un’azione immediata
Il Comitato Israeliano contro la Demolizione delle Case
(ICHAD - Israeli Committee Against House Demolitions)
condanna la decisione unilaterale del Governo Israeliano di
imporre sanzioni sulle forniture alla popolazione civile di
Gaza, di elettricità, carburante e altri beni e servizi
primari e chiede alla Comunità Internazionale di impegnarsi
perché impedisca che questo crimine contro l’umanità sia
portato avanti. Di fatto, le motivazioni addotte dallo Stato
di Israele per condurre quest’atto immorale e illegale –
dichiarando Gaza “un’entità ostile all’interno di un
conflitto a bassa intensità ” – non hanno nessun riscontro
nel diritto internazionale, che al contrario proibisce in
modo esplicito le punizioni collettive di un’intera
popolazione civile.
Ci appelliamo al Segretario Generale delle Nazioni Unite,
Ban Ki-Moon perché convochi urgentemente il Consiglio di
Sicurezza dell’ONU e dichiari al Governo Israeliano che tale
atto è totalmente inaccettabile e occorre mettervi fine.
Chiediamo a tutti i governi del mondo, ed in particolare al
Governo degli Stati Uniti e al Parlamento Europeo, di
condannare questa decisione, soprattutto alla luce dei
recenti tentativi di rilancio dell’azione diplomatica.
Chiediamo ai leader religiosi di tutto il mondo di
condannare questa evidente violazione dei diritti umani e
l’inaccettabile attacco alla dignità e alla vita umana,
ancor più gravi dal momento che hanno luogo in concomitanza
con la festività religiosa del Ramadan. Come Israeliani, in
maggior parte Ebrei, chiediamo ai leader religiosi ebraici
di dichiararsi inequivocabilmente contrari a questa
violazione dei valori ebraici alla vigilia dello Yom
Kippur.
E ci appelliamo ai popoli di tutto il mondo perché
comunichino ai propri funzionari e leader il loro rifiuto
verso quest’atto crudele, illegale e immorale – un atto che
si distingue per la sua crudeltà anche nella già oppressiva
occupazione israeliana. L’ICHAD condanna gli attacchi contro
tutti i civili, siano essi israeliani o palestinesi. Le
violazioni del diritto internazionale da parte dei governi,
colpendo milioni di persone, sono in ogni caso estremamente
gravi e vanno denunciate.
La decisione israeliana di punire la popolazione civile di
Gaza, con tutte le sofferenze che comporta, rappresenta un
esempio di terrorismo di stato contro persone innocenti. Una
pace giusta in Medioriente sarà possibile solo quando il
Governo Israeliano sara’ ritenuto responsabile per queste
azioni e quando sarà garantito il rispetto del diritto
internazionale.
ICHAD (Israeli Committee Against House Demolitions) -
www.icahd.org/eng/
(Traduzione a cura dell’Associazione per la Pace) |