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Anno II, Comunicato n. 1, del 3GENNAIO 2008

 

 

 

PREREQUISITI  PER  LA  PACE

di Mustafa Barghouthi

 

Come persona che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due Stati e la lotta nonviolenta per i diritti dei Palestinesi, guardo alla recente Conferenza tenutasi di Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume di speranza.

Sette anni senza negoziati –e un numero crescente di insediamenti israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete intricata di blocchi stradali e check-point che impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve essere attuato non solo per concludere un accordo entro il 2008 ma anche per porre fine all'occupazione di Israele.

I Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni livello del governo.

Dobbiamo liberarci della falsa dicotomia tra Fatah e Hamas. Queste non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni, offre un'alternativa puntando su elezioni democratiche, su un governo trasparente e sulla costruzione delle istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un'unica strategia che si confronti con l'attuale occupazione militare e la confisca della nostra terra e delle nostre risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone disabili.

 

La Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli appelli della popolazione palestinese per la possibilità di partecipare nella creazione di uno stato indipendente, fattibile, democratico e prosperoso che garantisca sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una vita dignitosa per i suoi cittadini.

 

Il fermo impegno del nostro movimento per la democrazia e la non violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre manifestazioni pacifiche contro il muro dell'Apartheid israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta popolare – e per questo di successo- di Bili'in, villaggio della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in altre città e villaggi della Cisgiordania.  Ma la piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro popolo merita, non può fiorire sotto i presupposti dell'occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato quest'anno quando il governo era incapace di pagare i suoi lavoratori dopo che Israele   ha trattenuto centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano all'Autorità Palestinese.

 

Inoltre, troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno sofferto e sono morti a causa della persistenza dell'occupazione militare delle nostre terre da parte di Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e separano dalla West Bank. Il numero delle colonie israeliane nella West Bank, inclusa l'occupata Gerusalemme Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi, Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la "road map" per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare ogni attività degli insediamenti.

Siamo consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei nell'Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i Palestinesi sono quelli che soffrono di più.

I palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede. Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per loro niente di più di quello che spetta loro secondo il diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per arrivare a questi diritti inalienabili.

Abbiamo fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che fatto il nostro compromesso storico con Israele. Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno scheletro di stato. E uno stato insensato e vuoto non è la base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità. Uno stato richiede libertà di movimento e una libera economia. Uno stato richiede un governo democraticamente eletto che possa governare indipendentemente, senza interferenze da parte di Israele.

Annapolis ha rappresentato un'opportunità – forse l'ultima prima che la possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro, quando finirà la sua brutale occupazione militare dei territori palestinesi conquistati nel 1967, quando riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d'accordo nel condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero essere costretti a chiedere uguali diritti all'interno di uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione di due stati. 

La domanda di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.

 

(Mustafa Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex Ministro dell'Informazione, ha fondato organizzazioni che assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. La sua mail è mustafa@hdip.org.)

da Daily News -  12.12.2007

 

 


 

LA COLONIZZAZIONE UCCIDE LE SPERANZE

La denuncia del segretario del Comitato esecutivo dell’Olp

 

 

«Una cosa deve essere chiara a tutti: proseguendo la sua politica di colonizzazione, Israele si assume la responsabilità di decretare il fallimento di Annapolis». Ad affermarlo è una delle figure di primo piano della leadership palestinese: Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo dell’Olp. Assieme all’ex premier Abu Ala, Rabbo è stato incaricato dal presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) di condurre i negoziati diretti con la delegazione israeliana, guidata dalla ministra degli Esteri Tzipi Livni. La richiesta «non negoziabile» avanzata dalla rappresentanza palestinese è chiara: «Chiediamo - afferma Rabbo - il congelamento totale delle attività di insediamento sulle terre palestinesi, in Cisgiordania e a Gerusalemme».

Il governo israeliano ha ufficializzato l’intenzione di costruire nel 2008 altre 750 unità abitative nel rione di Har Homa, a sud di Gerusalemme, e nella città-colonia di Maaleh Adumim, fra Gerusalemme e Gerico. Qual è in merito la posizione palestinese?

«Si tratta di una decisione grave, inaccettabile. Proseguendo su questa strada, Israele si assume la responsabilità di vanificare gli sforzi compiuti nelle recenti Conferenze internazionali di Annapolis e Parigi di rilanciare il processo di pace».

Qual è il segno politicamente più grave dal punto di vista palestinese, insito nei nuovi progetti edilizi annunciati dal governo israeliano?

«Non è credibile parlare di negoziato e poi proseguire nella politica dei fatti compiuti. Questa doppiezza porta inevitabilmente ad una rottura. L’unilateralismo uccide il dialogo. Il primo ministro israeliano ripete di essere disposto a discutere senza pregiudiziali sullo status di Gerusalemme, intanto però porta avanti sul terreno il disegno della "Grande Gerusalemme" ebraica. Ciò è inaccettabile, pericoloso, e a sostenerlo non siamo solo noi palestinesi ma anche gli Stati Uniti, l’Unione Europea, la Russia, in una parola tutti i protagonisti della Conferenza di Annapolis».

Israele ribatte che Har Homa è parte integrante della Gerusalemme ebraica.

«Questa è una valutazione unilaterale, contraddetta dalle risoluzioni Onu che riguardano i territori occupati. Jebel Abu Ghneim (Har Homa per gli israeliani, ndr.) è parte di Gerusalemme Est che Israele ha annesso dopo la guerra dei Sei giorni (1967) e dichiarato unilateralmente sua capitale. Per quanto ci riguarda, riteniamo che Gerusalemme possa e debba essere capitale condivisa di due Stati. Su questo è possibile aprire un serio negoziato, che per essere tale non può prevedere forzature unilaterali come quelle che Israele sta mettendo in atto. Di certo, nessun leader palestinese, neanche il più disponibile al compromesso, potrà mai sottoscrivere un accordo di pace che non preveda Gerusalemme Est capitale dello Stato di Palestina».

Le speranze suscitate dalla Conferenza di Annapolis appartengono già al libro dei fallimenti?

«Il fallimento di Annapolis aprirebbe prospettive devastanti non solo in Palestina ma nell’intero Medio Oriente. Noi non vogliamo questo. Ma Israele?».

 

 Comitato esecutivo dell’Olp

 


 

Croce Rossa. Rapporto dicembre 2007

 DIGNITA' NEGATA NEI TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI

 

La Croce rossa come organizzazione neutrale, difficilmente fa ricorso ad appelli “politici”, limitandosi ai resoconti sulle zone di conflitto in cui opera. A motivare il cambio di rotta – come spiegano gli stessi responsabili – sarebbe la situazione stessa di Gaza e Cisgiordania, divenuta talmente spaventosa da richiedere interventi che vanno al di là dell’aiuto umanitario. Ecco la loro denuncia precisa e autorevole.

 

 

Essere palestinesi significa affrontare una miriade di limiti

ad ogni momento della vita quotidiana.

Ci ostacolano il cammino in qualsiasi campo:

perdiamo il lavoro, non possiamo viaggiare liberamente,

siamo divisi dalle nostre famiglie.

Essere palestinesi significa non avere il diritto a tante cose

che per chiunque altro nel mondo sono cose del tutto semplici.

Mohammed di Gerusalemme                                                                                      

 

In tutti i Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza che in Cisgiordania, i palestinesi  quotidianamente debbono lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale  della maggior parte della gente. Sul piano umano i territori palestinesi sono inabissati in una crisi profonda. Milioni di persone si trovano prive della loro dignità. Non ogni tanto ma ogni giorno.

Per i palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né spiegazione. Vivono in un clima  arbitrario adattandosi costantemente a delle circostanze sulle quali non possono agire e che riducono sempre di più la sfera delle loro possibilità.

Nel 2006 il muro in Cisgiordania divideva il villaggio di Abu Dis, dove vivono 30.000 persone, in due parti, separando le famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu Dis una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere la loro attività.

 

Intrappolati nella striscia di Gaza

 

“Anche dopo il ritiro non ci hanno lasciati in pace,

tornano spesso a radere le nostre terre,

strappare i nostri alberi o a distruggere le nostre case.

Inoltre è solo quando ti hanno sparato che capisci che sei nella zona cuscinetto”

Saleh, agricoltore di Gaza

 

Mentre la striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente. I primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni, raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La popolazione civile è presa in trappola senza possibilità di scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri costanti fra gli stessi palestinesi.Da quando sono cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È diventato praticamente impossibile andare a studiare o a farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele o all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di  interventi critici. Ma a volte anche essi non sono autorizzati a partire.Da quando Israele si è unilateralmente ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza, ha però progressivamente stabilito delle zone cuscinetto lungo la recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano sul territorio della Striscia, gia di suo esiguo e sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla popolazione. L’estensione per niente definita di queste zone cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle terre agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si avvicini troppo. In effetti, accade spesso che gli abitanti di Gaza rimangono uccisi, feriti o vengono arrestati quando si trovano nelle vicinanze della recinzione. L’equipe della CICR attraversa a piedi il valico di Erez per evacuare dalla Striscia di Gaza verso Israele, dove l’aspetta un’ambulanza, un palestinese rimasto ferito. Giugno 2007.

 

Abbastanza per sopravvivere ma non abbastanza per vivere

“È molto difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad esempio, gli antibiotici.

I cereali sono esauriti del tutto dal mercato,

mentre il latte in polvere per i bambini è difficile trovarlo

e anche quando si trova, costa troppo

perché le famiglie possano acquistarlo.”

Dottor Salah,farmacista a Gaza.

 

Le preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli scaffali dei commercianti si svuotano a causa dell’embargo. I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco di merce che entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei generi alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in questi ultimi 4 mesi perché gli stock diminuiscono e i negozi non vengono mai riforniti.

Secondo il Programma Alimentare Mondiale circa 80.000 palestinesi hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo crescere una percentuale di disoccupazione già alto: circa il 40% della popolazione attiva è attualmente senza occupazione.

Molte industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il loro personale perché il 95% della produzione locale dipende dall’importazione delle materie prime provenienti da Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che considera “beni esenziali” -fondamentalmente generi alimentari di base - mentre altri articoli indispensabili al funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle infrastrutture non possono  entrare nella Striscia di Gaza.

 

Diminuzione della produzione agricola

 

“All’inizio mi hanno espropriato alcuni terreni per costruire la strada,

dopo ne hanno presi altri per fare una zona di sicurezza

lungo la strada che hanno costruito.

Alla fine hanno distrutto la mia casa perché dicevano

che era troppo vicina alla zona di sicurezza.

Ed oggi sono tornati per radere al suolo tutto,

non mi rimane nulla”

Abdul.

 

Gaza.Gli agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un passato recente le loro terre erano verdi e fertili. Le abbondanti raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo le ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle loro terre sono state rase e gli alberi sradicati.

Circa 5000 produttori agricoli che campavano con le loro famiglie grazie all’esportazione di pomodori, fragole e garofani, hanno visto le vendite crollare - una perdita del 100% .

La raccolta di queste colture importanti è incominciata a giugno, ma a causa dell’embargo sulle esportazioni, i prodotti marciscono nei container bloccati nei punti di passaggio. Donna cerca i suoi effetti personali fra le macerie della sua casa distrutta dall’esercito israeliano in seguito ad un’incursione a Gaza. Settembre 2007.

 

“Non sappiamo come andrà a finire.

Gli ospedali combattono per avere delle riserve sufficienti

in materia di combustibile,

se questi mancano si comincerà a risparmiare

sulla biancheria degli ospedali

poi dopo sulla apparecchiatura medica,

e questo non sarà che l’inizio di una terribile fine”

Abu Hassan, Gaza.

 

Le infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua non trattata delle fogne si sono rotte inondando un villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone, ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora nessuna ristrutturazione importante è stato possibile effettuare a causa della scarsità dei fondi e delle restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei pezzi di ricambio.

Il funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o di depurazione delle acque usate dipendono nel loro funzionamento dal collegamento alle centrali elettriche se quest’ultimi non riescono a fornire energia, tutti i servizi essenziali ne saranno colpiti.

Da quando la centrale elettrica di Gaza è stata largamente distrutta dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non funziona che a metà rispetto alla sua reale capacità. L’approvvigionamento di elettricità nella Striscia di Gaza è molto precario nonché debole e dipendente da risorse esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per soddisfare i bisogni della popolazione.

Perciò, le infrastrutture essenziali come gli ospedali o i sistemi d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto di dover contare su dei generatori di sicurezza è molto rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle importazioni impediscono la consegna di carburante e dei pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali rischia di crollare completamente.

 

Una vita di restrizioni in Cisgiordania

 

“Prima lavoravo al mercato di Nablus.

Ma dal 2002 a causa della chiusura completa della città,

sono dovuto andare ad installare il mio chiosco a Beita,

a 12 chilometri da casa mia.

Con i check point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro

quindi sono dovuto andare ad abitare a Beita

e torno a trovare la mia famiglia solo il mercoledì

quando il mercato è chiuso. I miei figli mi mancano.”

Murad, distretto di Nablus

 

“Siamo stati svegliati dalle fiamme, siamo corsi fuori

e abbiamo visto bruciare i nostri olivi.

I vigili del fuoco non potevano arrivare nei campi

perché i check point erano chiusi.

I nostri campi sono dietro al muro di Cisgiordania

e noi non possiamo accederci tutti i giorni per curarli meglio.

Quella mattina non potevamo spegnere le fiamme

perché i punti di passaggio erano sbarrati.”

Agricoltore di Beitunia, Distretto di Ramallah.

 

 

In Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre che erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie.

Da quando è stato costruito il muro di Cisgiordania, muro che penetra profondamente nel territorio palestinese, delle grandi distese di terre coltivabili sono diventate inaccessibile ai loro coltivatori. Il muro separa molti villaggi dalle loro terre. L’estate scorsa gli agricoltori hanno assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano accedere a quella zona perché in quel momento non era previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi avevano impegnato più di 50 anni per raggiungere la dimensione del momento in cui bruciavano. Due generazioni di fatica e di sudore perse in una sola notte.

Per ottenere i permessi che gli consentono ad accedere alle sue terre, un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una burocrazia assurda dove gli si chiede di presentare tutta una serie di documenti attestando la sua residenza e il fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede l’accesso.

La maggior parte degli agricoltori passano interminabili ore negli uffici dell’amministrazione civile israeliana per cercare di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe che un membro della famiglia del richiedente fosse stato nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.

 

Divieto di accesso.

 

In Cisgiordania, diversi strade che legano villaggi palestinesi a città vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento, fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una separazione fra i villaggi e le città, fra le comunità e i distretti.

Gli abitanti di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli israeliani che possono usare delle strade perfettamente asfaltate, costruite su terre palestinesi, collegando le colonie fra loro e assicurando un confortevole collegamento con Tel Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a visitare un amico o un parente devono utilizzare delle strade sterrate facendo delle deviazioni assurde.

A Nablus, città nel nord della Cisgiordania, una volta prospera, i suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo due strade per uscire della città. Non hanno il diritto di guidare le loro auto verso sud e per poterci andare devono per forza prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro risorse  economiche gia terribilmente limitate.

 

Intimidazioni dei coloni

 

“Ho dovuto costruire un’altissima recinzione attorno a casa mia

per proteggere i miei bambini,

perché quando loro giocavano fuori

i coloni gli tiravano delle pietre.

Ci tirano le pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle nostre terre”

Anwar, di Hébron

 

I palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non solo sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche spesso aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di aggressioni di cui è vittima la popolazione civile palestinese è in crescendo. Le informazioni che il Comitato Internazionale della Croce Rossa ha potuto ottenere, indicano che il numero delle aggressioni è cresciuto più del triplo negli ultimi cinque anni; di contro la polizia raramente indaga seriamente su questi fatti e nella maggior parte dei casi conclude con la consueta formula “i colpevoli non sono stati identificati.”

 

Un appello per una vita dignitosa

 

Giorno dopo giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità dei palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli Israeliani.

Le misure di sicurezza estremamente eccessive presi da Israele hanno un costo molto alto dal punto di vista umanitario, lasciando a coloro che vivono sotto occupazione solo il giusto per sopravvivere ma nulla con cui vivere una vita normale e dignitosa.

Israele ha il diritto di proteggere la propria popolazione civile. Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della misura fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai avuto questo senso della misura.

1,4 milioni di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di elettricità e di combustibile non fa che aggravare ancora di più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai principi umanitari fondamentali.

In Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la perdita di vaste distese di terra e d’importanti rendite, senza parlare della violenza dei coloni. Le massacranti restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al lavoro e causano dei livelli di disoccupazione e di povertà senza precedenti.

Solo un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga occupazione e magari assicurare al popolo palestinese la riconquista di una vita economica e sociale normale e consentirgli di vivere nella dignità.

 

Fonte http://www.hawiyya.org

Traduzione italiana di Rabii El gamrani

 

 


 

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http://www.terrasantalibera.org/Barghouthi_requisiti_pace.htm