PREREQUISITI PER LA PACE
di
Mustafa Barghouthi
Come persona
che da decadi ha sostenuto una soluzione basata su due
Stati e la lotta nonviolenta per i diritti dei
Palestinesi, guardo alla recente Conferenza tenutasi di
Annapolis con una grande dose di scetticismo e un barlume
di speranza.
Sette anni
senza negoziati –e un numero crescente di insediamenti
israeliani, un blocco economico a Gaza e una rete
intricata di blocchi stradali e check-point che
impediscono il movimento nella West Bank- ci hanno portati
alla disperazione e alla diffidenza. Ogni impegno deve
essere attuato non solo per concludere un accordo entro il
2008 ma anche per porre fine all'occupazione di Israele.
I
Palestinesi devono anche rimarginare le loro divisioni
interne. Ciò deve includere riforme istituzionali per
sradicare la corruzione e il nepotismo. Il primo passo in
questo processo sono le elezioni democratiche ad ogni
livello del governo.
Dobbiamo
liberarci della falsa dicotomia tra Fatah e Hamas. Queste
non sono le uniche opzioni. Il mio movimento, la
Palestinian National Iniziative che esiste da 5 anni,
offre un'alternativa puntando su elezioni democratiche, su
un governo trasparente e sulla costruzione delle
istituzioni. Il nostro scopo è di democratizzare e di
coinvolgere il movimento nazionale palestinese in un'unica
strategia che si confronti con l'attuale occupazione
militare e la confisca della nostra terra e delle nostre
risorse. Noi ci battiamo per raggiungere i nostri diritti
nazionali nella nostra paese e per stabilire una giustizia
sociale e sostenere i diritti degli svantaggiati e degli
emarginati, incluse le donne, i bambini e le persone
disabili.
La
Palestinian National Iniziative è nata in risposta agli
appelli della popolazione palestinese per la possibilità
di partecipare nella creazione di uno stato indipendente,
fattibile, democratico e prosperoso che garantisca
sicurezza, giustizia, uguaglianza davanti alla legge e una
vita dignitosa per i suoi cittadini.
Il fermo
impegno del nostro movimento per la democrazia e la non
violenza può essere visto, per esempio, nelle nostre
manifestazioni pacifiche contro il muro dell'Apartheid
israeliano. Per oltre due anni, abbiamo sostenuto la lotta
popolare – e per questo di successo- di Bili'in, villaggio
della West Bank, per la rimozione del muro dalla sua
terra. Abbiamo reiterato queste azioni non violente, con
il sostegno di gruppi di solidarietà internazionali, in
altre città e villaggi della Cisgiordania. Ma la
piena democrazia, una reale riforma e unità che il nostro
popolo merita, non può fiorire sotto i presupposti
dell'occupazione. Il governo di unità nazionale è crollato
quest'anno quando il governo era incapace di pagare i suoi
lavoratori dopo che Israele ha trattenuto
centinaia di milioni di dollari in tasse che appartenevano
all'Autorità Palestinese.
Inoltre,
troppi civili innocenti palestinesi e israeliani hanno
sofferto e sono morti a causa della persistenza
dell'occupazione militare delle nostre terre da parte di
Israele. La nostra vita quotidiana peggiora perché siamo
continuamente schiacciati e ridotti in riserve di terra
sempre più piccole e Israele continua ad accerchiare
Gerusalemme con insediamenti illegali che la segregano e
separano dalla West Bank. Il numero delle colonie
israeliane nella West Bank, inclusa l'occupata Gerusalemme
Est, è cresciuto dalle 268,000 a più di 420,000 da quando
furono firmati gli accordi di pace di Oslo. Anche oggi,
Israele sta tradendo le sue promesse -sotto la "road map"
per la pace sponsorizzata dagli Stati Uniti- di congelare
ogni attività degli insediamenti.
Siamo
consapevoli della storia dolorosa dei nostri vicini
Israeliani. La sofferenza sopportata dagli Ebrei
nell'Europa Cristiana è stata terribile. Ma oggi, Israele
ha la più grande potenza militare del Medio Oriente, e i
Palestinesi sono quelli che soffrono di più.
I
palestinesi hanno partecipato ad Annapolis in buona fede.
Ma noi non possiamo semplicemente abbandonare i diritti
del nostro popolo, rifugiati inclusi. Noi cerchiamo per
loro niente di più di quello che spetta loro secondo il
diritto internazionale, e un modo deve essere trovato per
arrivare a questi diritti inalienabili.
Abbiamo
fatto la nostra più generosa offerta nel concordare di
stabilire il nostro Stato sovrano nella Cisgiordania e a
Gaza, solo con il 23% della Palestina storica. Questo è
approssimativamente la metà di quello che le Nazioni Unite
ci hanno assegnato circa 60 anni fa. Abbiamo già più che
fatto il nostro compromesso storico con Israele.
Compromettere il compromesso rischia di lasciarci con uno
scheletro di stato. E uno stato insensato e vuoto non è la
base su cui costruire una pace sostanziale. Uno stato solo
di nome non sarà abbastanza. Uno stato richiede sovranità.
Uno stato richiede libertà di movimento e una libera
economia. Uno stato richiede un governo democraticamente
eletto che possa governare indipendentemente, senza
interferenze da parte di Israele.
Annapolis ha
rappresentato un'opportunità – forse l'ultima prima che la
possibilità di una soluzione di due Stati svanisca. Il
popolo palestinese concorderà sui due Stati solo quando
Israele ritirerà i suoi insediamenti e rimuoverà il muro,
quando finirà la sua brutale occupazione militare dei
territori palestinesi conquistati nel 1967, quando
riconoscerà i diritti dei rifugiati e sarà d'accordo nel
condividere Gerusalemme come capitale di entrambi gli
Stati. Tuttavia, se la soluzione di due stati diventasse
impossibile, i futuri leader di Palestina potrebbero
essere costretti a chiedere uguali diritti all'interno di
uno stato. Spetta a Israele accelerare verso una soluzione
di due stati.
La domanda
di base che i Palestinesi hanno per Israele è: Saremo
trattati come uguali esseri umani, con pari diritti e pari
dignità? Se la risposta è sì, allora ci sarà una soluzione
basata sui due stati. Allora ci sarà la pace.
(Mustafa
Barghouthi, medico, membro del Parlamento Palestinese e ex
Ministro dell'Informazione, ha fondato organizzazioni che
assicurano servizi sanitari per i Palestinesi. La sua mail
è mustafa@hdip.org.)
da Daily
News - 12.12.2007
LA
COLONIZZAZIONE UCCIDE LE SPERANZE
La denuncia del segretario
del Comitato esecutivo dell’Olp

«Una cosa
deve essere chiara a tutti: proseguendo la sua politica di
colonizzazione, Israele si assume la responsabilità di
decretare il fallimento di Annapolis». Ad affermarlo è una
delle figure di primo piano della leadership palestinese:
Yasser Abed Rabbo, segretario del Comitato esecutivo
dell’Olp. Assieme all’ex premier Abu Ala, Rabbo è stato
incaricato dal presidente Mahmud Abbas (Abu Mazen) di
condurre i negoziati diretti con la delegazione
israeliana, guidata dalla ministra degli Esteri Tzipi
Livni. La richiesta «non negoziabile» avanzata dalla
rappresentanza palestinese è chiara: «Chiediamo - afferma
Rabbo - il congelamento totale delle attività di
insediamento sulle terre palestinesi, in Cisgiordania e a
Gerusalemme».
Il governo
israeliano ha ufficializzato l’intenzione di costruire nel
2008 altre 750 unità abitative nel rione di Har Homa, a
sud di Gerusalemme, e nella città-colonia di Maaleh
Adumim, fra Gerusalemme e Gerico. Qual è in merito la
posizione palestinese?
«Si tratta
di una decisione grave, inaccettabile. Proseguendo su
questa strada, Israele si assume la responsabilità di
vanificare gli sforzi compiuti nelle recenti Conferenze
internazionali di Annapolis e Parigi di rilanciare il
processo di pace».
Qual è il
segno politicamente più grave dal punto di vista
palestinese, insito nei nuovi progetti edilizi annunciati
dal governo israeliano?
«Non è
credibile parlare di negoziato e poi proseguire nella
politica dei fatti compiuti. Questa doppiezza porta
inevitabilmente ad una rottura. L’unilateralismo uccide il
dialogo. Il primo ministro israeliano ripete di essere
disposto a discutere senza pregiudiziali sullo status di
Gerusalemme, intanto però porta avanti sul terreno il
disegno della "Grande Gerusalemme" ebraica. Ciò è
inaccettabile, pericoloso, e a sostenerlo non siamo solo
noi palestinesi ma anche gli Stati Uniti, l’Unione
Europea, la Russia, in una parola tutti i protagonisti
della Conferenza di Annapolis».
Israele
ribatte che Har Homa è parte integrante della Gerusalemme
ebraica.
«Questa è
una valutazione unilaterale, contraddetta dalle
risoluzioni Onu che riguardano i territori occupati. Jebel
Abu Ghneim (Har Homa per gli israeliani, ndr.) è parte di
Gerusalemme Est che Israele ha annesso dopo la guerra dei
Sei giorni (1967) e dichiarato unilateralmente sua
capitale. Per quanto ci riguarda, riteniamo che
Gerusalemme possa e debba essere capitale condivisa di due
Stati. Su questo è possibile aprire un serio negoziato,
che per essere tale non può prevedere forzature
unilaterali come quelle che Israele sta mettendo in atto.
Di certo, nessun leader palestinese, neanche il più
disponibile al compromesso, potrà mai sottoscrivere un
accordo di pace che non preveda Gerusalemme Est capitale
dello Stato di Palestina».
Le speranze
suscitate dalla Conferenza di Annapolis appartengono già
al libro dei fallimenti?
«Il
fallimento di Annapolis aprirebbe prospettive devastanti
non solo in Palestina ma nell’intero Medio Oriente. Noi
non vogliamo questo. Ma Israele?».
Comitato
esecutivo dell’Olp
Croce Rossa. Rapporto
dicembre 2007
DIGNITA' NEGATA NEI
TERRITORI PALESTINESI OCCUPATI
La
Croce rossa come organizzazione neutrale, difficilmente fa
ricorso ad appelli “politici”, limitandosi ai resoconti
sulle zone di conflitto in cui opera. A motivare il cambio
di rotta – come spiegano gli stessi responsabili – sarebbe
la situazione stessa di Gaza e Cisgiordania, divenuta
talmente spaventosa da richiedere interventi che vanno al
di là dell’aiuto umanitario. Ecco la loro denuncia precisa
e autorevole.
Essere
palestinesi significa affrontare una miriade di limiti
ad ogni
momento della vita quotidiana.
Ci
ostacolano il cammino in qualsiasi campo:
perdiamo il
lavoro, non possiamo viaggiare liberamente,
siamo divisi
dalle nostre famiglie.
Essere
palestinesi significa non avere il diritto a tante cose
che per
chiunque altro nel mondo sono cose del tutto semplici.
Mohammed di Gerusalemme
In tutti i
Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza che in
Cisgiordania, i palestinesi quotidianamente debbono
lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò
che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale
della maggior parte della gente. Sul piano umano i
territori palestinesi sono inabissati in una crisi
profonda. Milioni di persone si trovano prive della loro
dignità. Non ogni tanto ma ogni giorno.
Per i
palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono
cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né
spiegazione. Vivono in un clima arbitrario
adattandosi costantemente a delle circostanze sulle quali
non possono agire e che riducono sempre di più la sfera
delle loro possibilità.
Nel 2006 il
muro in Cisgiordania divideva il villaggio di Abu Dis,
dove vivono 30.000 persone, in due parti, separando le
famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu Dis
una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada
fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata
chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere
la loro attività.
Intrappolati
nella striscia di Gaza
“Anche dopo
il ritiro non ci hanno lasciati in pace,
tornano
spesso a radere le nostre terre,
strappare i
nostri alberi o a distruggere le nostre case.
Inoltre è
solo quando ti hanno sparato che capisci che sei nella
zona cuscinetto”
Saleh,
agricoltore di Gaza
Mentre la
striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i
militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente.
I primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso
Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni,
raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La
popolazione civile è presa in trappola senza possibilità
di scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri
costanti fra gli stessi palestinesi.Da quando sono
cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie
affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla
parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono
chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È
diventato praticamente impossibile andare a studiare o a
farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele
o all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di
interventi critici. Ma a volte anche essi non sono
autorizzati a partire.Da quando Israele si è
unilateralmente ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza,
ha però progressivamente stabilito delle zone cuscinetto
lungo la recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano
sul territorio della Striscia, gia di suo esiguo e
sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla
popolazione. L’estensione per niente definita di queste
zone cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle
terre agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si
avvicini troppo. In effetti, accade spesso che gli
abitanti di Gaza rimangono uccisi, feriti o vengono
arrestati quando si trovano nelle vicinanze della
recinzione. L’equipe della CICR attraversa a piedi il
valico di Erez per evacuare dalla Striscia di Gaza verso
Israele, dove l’aspetta un’ambulanza, un palestinese
rimasto ferito. Giugno 2007.
Abbastanza
per sopravvivere ma non abbastanza per vivere
“È molto
difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad
esempio, gli antibiotici.
I cereali
sono esauriti del tutto dal mercato,
mentre il
latte in polvere per i bambini è difficile trovarlo
e anche
quando si trova, costa troppo
perché le
famiglie possano acquistarlo.”
Dottor
Salah,farmacista a Gaza.
Le
preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli
scaffali dei commercianti si svuotano a causa
dell’embargo. I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco
di merce che entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei
generi alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in
questi ultimi 4 mesi perché gli stock diminuiscono e i
negozi non vengono mai riforniti.
Secondo il
Programma Alimentare Mondiale circa 80.000 palestinesi
hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo crescere una
percentuale di disoccupazione già alto: circa il 40% della
popolazione attiva è attualmente senza occupazione.
Molte
industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il
loro personale perché il 95% della produzione locale
dipende dall’importazione delle materie prime provenienti
da Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che
considera “beni esenziali” -fondamentalmente generi
alimentari di base - mentre altri articoli indispensabili
al funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle
infrastrutture non possono entrare nella Striscia di
Gaza.
Diminuzione
della produzione agricola
“All’inizio
mi hanno espropriato alcuni terreni per costruire la
strada,
dopo ne
hanno presi altri per fare una zona di sicurezza
lungo la
strada che hanno costruito.
Alla fine
hanno distrutto la mia casa perché dicevano
che era
troppo vicina alla zona di sicurezza.
Ed oggi sono
tornati per radere al suolo tutto,
non mi
rimane nulla”
Abdul.
Gaza.Gli
agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un passato
recente le loro terre erano verdi e fertili. Le abbondanti
raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate
all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo
le ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle
loro terre sono state rase e gli alberi sradicati.
Circa 5000
produttori agricoli che campavano con le loro famiglie
grazie all’esportazione di pomodori, fragole e garofani,
hanno visto le vendite crollare - una perdita del 100% .
La raccolta
di queste colture importanti è incominciata a giugno, ma a
causa dell’embargo sulle esportazioni, i prodotti
marciscono nei container bloccati nei punti di passaggio.
Donna cerca i suoi effetti personali fra le macerie della
sua casa distrutta dall’esercito israeliano in seguito ad
un’incursione a Gaza. Settembre 2007.
“Non
sappiamo come andrà a finire.
Gli ospedali
combattono per avere delle riserve sufficienti
in materia
di combustibile,
se questi
mancano si comincerà a risparmiare
sulla
biancheria degli ospedali
poi dopo
sulla apparecchiatura medica,
e questo non
sarà che l’inizio di una terribile fine”
Abu Hassan,
Gaza.
Le
infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato
precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un
bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua
non trattata delle fogne si sono rotte inondando un
villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone,
ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora
nessuna ristrutturazione importante è stato possibile
effettuare a causa della scarsità dei fondi e delle
restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei
pezzi di ricambio.
Il
funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le
infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o di
depurazione delle acque usate dipendono nel loro
funzionamento dal collegamento alle centrali elettriche se
quest’ultimi non riescono a fornire energia, tutti i
servizi essenziali ne saranno colpiti.
Da quando la
centrale elettrica di Gaza è stata largamente distrutta
dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non funziona
che a metà rispetto alla sua reale capacità.
L’approvvigionamento di elettricità nella Striscia di Gaza
è molto precario nonché debole e dipendente da risorse
esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per
soddisfare i bisogni della popolazione.
Perciò, le
infrastrutture essenziali come gli ospedali o i sistemi
d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono
costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto
di dover contare su dei generatori di sicurezza è molto
rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al
carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle
spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle
importazioni impediscono la consegna di carburante e dei
pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali
rischia di crollare completamente.
Una vita di
restrizioni in Cisgiordania
“Prima
lavoravo al mercato di Nablus.
Ma dal 2002
a causa della chiusura completa della città,
sono dovuto
andare ad installare il mio chiosco a Beita,
a 12
chilometri da casa mia.
Con i check
point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro
quindi sono
dovuto andare ad abitare a Beita
e torno a
trovare la mia famiglia solo il mercoledì
quando il
mercato è chiuso. I miei figli mi mancano.”
Murad,
distretto di Nablus
“Siamo stati svegliati dalle
fiamme, siamo corsi fuori
e abbiamo visto bruciare i
nostri olivi.
I vigili del fuoco non
potevano arrivare nei campi
perché i check point erano
chiusi.
I nostri campi sono dietro
al muro di Cisgiordania
e noi non possiamo accederci
tutti i giorni per curarli meglio.
Quella mattina non potevamo
spegnere le fiamme
perché i punti di passaggio
erano sbarrati.”
Agricoltore di Beitunia,
Distretto di Ramallah.
In
Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano
umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca
delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade
israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre
che erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie.
Da quando è
stato costruito il muro di Cisgiordania, muro che penetra
profondamente nel territorio palestinese, delle grandi
distese di terre coltivabili sono diventate inaccessibile
ai loro coltivatori. Il muro separa molti villaggi dalle
loro terre. L’estate scorsa gli agricoltori hanno
assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano
separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano
accedere a quella zona perché in quel momento non era
previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non
avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi
avevano impegnato più di 50 anni per raggiungere la
dimensione del momento in cui bruciavano. Due generazioni
di fatica e di sudore perse in una sola notte.
Per ottenere
i permessi che gli consentono ad accedere alle sue terre,
un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una
burocrazia assurda dove gli si chiede di presentare tutta
una serie di documenti attestando la sua residenza e il
fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede
l’accesso.
La maggior
parte degli agricoltori passano interminabili ore negli
uffici dell’amministrazione civile israeliana per cercare
di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi
rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe
che un membro della famiglia del richiedente fosse stato
nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.
Divieto di
accesso.
In Cisgiordania,
diversi strade che legano villaggi palestinesi a città
vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento,
fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli
separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse
d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una
separazione fra i villaggi e le città, fra le comunità e i
distretti.
Gli abitanti
di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli israeliani
che possono usare delle strade perfettamente asfaltate,
costruite su terre palestinesi, collegando le colonie fra
loro e assicurando un confortevole collegamento con Tel
Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter
raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli
ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a
visitare un amico o un parente devono utilizzare delle
strade sterrate facendo delle deviazioni assurde.
A Nablus,
città nel nord della Cisgiordania, una volta prospera, i
suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo due strade
per uscire della città. Non hanno il diritto di guidare le
loro auto verso sud e per poterci andare devono per forza
prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro risorse
economiche gia terribilmente limitate.
Intimidazioni dei coloni
“Ho dovuto
costruire un’altissima recinzione attorno a casa mia
per
proteggere i miei bambini,
perché
quando loro giocavano fuori
i coloni gli
tiravano delle pietre.
Ci tirano le
pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle nostre
terre”
Anwar, di
Hébron
I
palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non
solo sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche
spesso aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di
aggressioni di cui è vittima la popolazione civile
palestinese è in crescendo. Le informazioni che il
Comitato Internazionale della Croce Rossa ha potuto
ottenere, indicano che il numero delle aggressioni è
cresciuto più del triplo negli ultimi cinque anni; di
contro la polizia raramente indaga seriamente su questi
fatti e nella maggior parte dei casi conclude con la
consueta formula “i colpevoli non sono stati
identificati.”
Un appello
per una vita dignitosa
Giorno dopo
giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità dei
palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli Israeliani.
Le misure di
sicurezza estremamente eccessive presi da Israele hanno un
costo molto alto dal punto di vista umanitario, lasciando
a coloro che vivono sotto occupazione solo il giusto per
sopravvivere ma nulla con cui vivere una vita normale e
dignitosa.
Israele ha
il diritto di proteggere la propria popolazione civile.
Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della misura
fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la
protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che
vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai
avuto questo senso della misura.
1,4 milioni
di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza
continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di
sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni
economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di
elettricità e di combustibile non fa che aggravare ancora
di più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai
principi umanitari fondamentali.
In
Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti
gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la
perdita di vaste distese di terra e d’importanti rendite,
senza parlare della violenza dei coloni. Le massacranti
restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al
lavoro e causano dei livelli di disoccupazione e di
povertà senza precedenti.
Solo
un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa
potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga
occupazione e magari assicurare al popolo palestinese la
riconquista di una vita economica e sociale normale e
consentirgli di vivere nella dignità.
Fonte http://www.hawiyya.org
Traduzione italiana di Rabii El gamrani
Link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/Barghouthi_requisiti_pace.htm