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Ephraim Kleiman,
Anita Shapira :
BRUTTI RICORDI. IL
DIBATTITO IN ISRAELE SULLE ESPULSIONI DI PALESTINESI NEL
1948-1949

a
cura di Barbara Bertoncin, prefazione di Pierre
Vidal-Naquet, postfazione di Francesco Papafava,
pp. 136, Euro 12, Una Città, Forlì 2007.
Il
dibattito in Israele sulle espulsioni dei palestinesi
nel 1948-49 con saggi di Anita Shapira, storica
israeliana, Ephraim Kleiman, intellettuale israeliano,
che nel ‘48 era un giovane soldato, e la prefazione di
Pierre Vidal-Naquet
Dal racconto di Ephraim Kleiman:
“Khirbet Khiza (Le rovine di Khiza) è il nome
inventato di un villaggio arabo descritto nel romanzo
breve dello scrittore ebreo S. Yizhar. La storia,
ambientata nel periodo della Guerra di Indipendenza
del 1948 o in un momento di poco successivo ad essa,
descrive il comportamento e lo stato d’animo di un
gruppo di soldati impegnati a espellere gli abitanti
del villaggio dalle proprie case. (...) Probabilmente
la mia storia non è poi così diversa da quella che
avrebbero potuto raccontare altri. Tanti fra noi, in
questo Paese, hanno infatti confinato in qualche luogo
recondito della propria memoria la storia del loro
privato Khirbet Khiza e dubito che i loro ricordi
siano molto diversi dai miei...”.
Dal saggio di Anita
Shapira: “L’espulsione non è mai stata un
segreto. Ci sono stati momenti in cui se ne dibatteva
più apertamente, ed altri in cui emergeva una
posizione più compiacente e farisaica. Ma una società
come quella israeliana, che per decenni mantenne La
storia di Khirbet Khiza nei programmi delle scuole
superiori, non può essere accusata di volersi disfare
e di coprire i traumi del 1948 - per lo meno non a
livello consapevole. A livello più subliminale,
tuttavia, la memoria collettiva non “assimilò” i
messaggi contenuti in Khirbet Khiza. Il ricordo
dell’espulsione continua ad aleggiare in quella zona
incerta di confine fra il conscio e l’inconscio, tra
repressione e riconoscimento. Preferiamo non ricordare
...”.
Recensioni:
Da
"L'Osservatore Romano" di domenica 11 novembre 2007
Un saggio di Anita
Shapira. I tortuosi percorsi della memoria
di
Anna Foa
Quando nel 1988 Benny Morris, il capofila della nuova
storiografia israeliana, pubblicò in inglese il suo
libro sul problema dei profughi palestinesi - apparso in
ebraico solo nel 1991 e in italiano, sia pur in una
nuova edizione completamente rivista, con il titolo di
Esilio, solo nel 1995 da Rizzoli - il dibattito sulle
sue tesi fu subito accesissimo. Morris sosteneva
infatti, sulla base di approfondite ricerche negli
archivi israeliani da poco resi accessibili - non
altrettanto poteva dirsi di quelli palestinesi, per
quell'epoca inesistenti, o di quelli degli Stati arabi,
chiusi agli studiosi israeliani ? che una grossa parte
dei profughi palestinesi che lasciarono Israele durante
la guerra del 1948 lo fecero perché espulsi con la forza
dall'esercito di Israele. La sua versione, che non
coincideva con la vulgata palestinese secondo cui questa
espulsione sarebbe stata il risultato di una volontà
prederminata del governo di Israele, smontava però anche
radicalmente la versione israeliana, secondo cui i
palestinesi se ne erano andati spontaneamente o spinti
dai loro stessi dirigenti.
Lo stupore con cui le tesi di Morris furono accolte in
Israele, la durezza delle polemiche suscitate dal suo
libro, ci fanno pensare che si trattasse di una
conoscenza storica nuova, che si affacciava per la prima
volta. Eppure, non era così. Che l'esilio dei
palestinesi fosse stato in molta parte tutt'altro che
spontaneo era cosa di cui la generazione del 1948, che
di quei fatti era stata protagonista, era stata ben
consapevole. E anche più tardi, quando la memoria si era
offuscata e la consapevolezza diluita, la rimozione era
stata solo parziale.
Il dibattito sul 1948
A ricordarcelo viene ora un libricino di grande
interesse, "Brutti ricordi. Il dibattito in Israele
sulle espulsioni di palestinesi nel 1948-1949" con saggi
di Ephraim Kleiman e Anita Shapira, appena pubblicato
dalle edizioni Una città, con una prefazione di Pierre
Vidal-Naquet, ultimo scritto del grande studioso, datato
due settimane prima della sua morte, nel 2006, e scritto
con una viva partecipazione alla questione palestinese e
ai percorsi della società israeliana.
Storico da sempre affascinato dalla storia della
memoria, Vidal-Naquet ha ritrovato in questo libro un
discorso che non tocca tanto i fatti quanto il loro
immaginario. Ed effettivamente di questo si tratta: del
come, del quanto e del perché Israele ha ricordato.
È un volumetto composito, che parte da un testo - e che
dobbiamo, se vogliamo leggerlo, cercare nelle edizioni
Einaudi - che non è presente nel libro: un lungo
racconto pubblicato nel 1949 da un importante narratore
israeliano, Samekh Yizhar, "La storia di Khirbet Khiza"
- ma il titolo italiano, del 2005, è "La rabbia del
vento" - considerato un classico della letteratura,
entrato dal 1964 a far parte dei programmi scolastici di
letteratura ebraica nelle scuole.
In "Brutti ricordi", lungo saggio di una dei maggiori
studiosi israeliani del sionismo, Anita Shapira analizza
nel tempo, attraverso la fortuna di questo testo, le
vicissitudini della memoria del 1948 in Israele. Al suo
saggio è accostata una riflessione-testimonianza,
scritta nel 1980 da Ephraim Kleinman, un importante
economista che da giovane partecipò ad operazioni
analoghe a quella descritta da Yizhar in maniera
romanzata (Khirbet Khiza, infatti, non esiste, e lo
stesso autore è incerto se presentarlo come un caso
isolato oppure un simbolo): l'espulsione degli abitanti
di un villaggio palestinese e la distruzione delle loro
case, e al tempo stesso le diverse reazioni dei soldati,
che vanno dall'indifferenza, se non dal sadismo, al
dubbio e alla rivolta interiore.
Ma come mai, se un testo forte e duro come quello di
Yizhar non solo aveva suscitato polemiche e dibattiti,
ma era addirittura entrato fra i testi scolastici, gli
israeliani possono essersi stupiti delle conclusioni,
basate su fonti documentarie e non su un racconto, ma
sostanzialmente concordanti, di Morris e della
storiografia cosiddetta post-sionista? Come mai, pur
avendo letto il libro a scuola, gli studenti di Anita
Shapira restano attoniti rileggendolo nelle aule
universitarie? Che percorso ha avuto questa memoria?
Il saggio di Shapira ci conduce per mano, attraverso le
varie fasi della ricezione di questo piccolo testo, nel
fondamentale percorso lungo il quale la società
israeliana ha dimenticato il suo peccato d'origine, ha
rimosso l'espulsione di centinaia di migliaia di
palestinesi. Non di tutti quelli che se ne sono andati,
certo, ma di molti di essi. Molti fuggirono per la paura
della guerra, una guerra scatenata e voluta dai paesi
arabi, ricordiamolo. Altri, come ad Haifa, lasciarono le
loro case perché lo vollero i loro capi. Ma altri ancora
andarono in esilio perché furono espulsi dall'esercito
di Israele, sia nel corso delle operazioni militari che
successivamente. Le loro terre e le loro case furono
occupate dai nuovi immigranti, dai profughi ebrei della
Shoah, da quelli dei paesi arabi.
La memoria di questi fatti fu ondivaga. In una prima
fase, quando la conoscenza di quello che era successo
era ancora viva nella generazione della guerra del 1948,
il dibattito si riferì non ai fatti, ma alla loro
necessità storica. Era il discorso del "noi o loro",
accompagnato però da intense riflessioni sul cinismo
delle giovani generazioni, sulla perdita dei valori dei
soldati nel corso della guerra.
Più tardi, nel 1978, in una seconda fase del dibattito,
che accompagnò l'uscita televisiva di un film tratto dal
libro di Yizhar, il dibattito si spostò sull'opportunità
politica di raccontare questa storia. Nel frattempo,
anche la memoria dei fatti era svanita, o perlomeno si
era diluita, nelle nuove generazioni che crescevano, che
non avevano partecipato a quegli eventi, con gli ebrei
dei paesi arabi che avevano a loro volta conosciuto
un'analoga espulsione, con il problema dei territori
occupati nel 1967.
Reimparare a ricordare
Fu così che la società israeliana, ci racconta Shapira,
ha potuto ricordare e dimenticare, ricordare e
dimenticare di nuovo, e ancora di seguito: "L'espulsione
non è mai stata un segreto. Ci sono stati momenti in cui
se ne dibatteva più apertamente, ed altri in cui
emergeva una posizione più compiacente e farisaica.
Preferiamo non ricordare, così come scartiamo quei
controversi frammenti di realtà che ci opprimono o
scuotono la nostra auto-immagine. Khirbet Khiza è
rimasto come 'un ricordo sgradevole' persistente".
Per questo, anche se generazioni di studenti hanno letto
in classe le parole con cui Yizhar racconta l'espulsione
del 1948, ci si può ancora stupire leggendone in un
libro di storia. Che Khirbet Khiza sia stato adottato
nelle scuole è certamente un grande esempio di apertura.
Ma i tortuosi percorsi della memoria offuscano con i
veli della rimozione e dell'oblio anche i momenti di
coraggio e di sincerità. Ed ogni volta, sembra dirci
questo libro, bisogna reimparare a ricordare.
Da
“L’indice dei libri del mese”, gennaio 2008
"Passato non spendibile"
di
Giuseppe Sergi
Nel 2005, cinquantasei anni dopo la pubblicazione nel
1949, con il titolo La rabbia del vento, è stato
tradotto in Italia il libro, firmato S. Yizhar
(pseudonimo di Yizhar Smilansky), Khirbet Khiza (le
rovine di Khiza, nome di fantasia di un villaggio
realmente esistito). Vi si raccontano la distruzione di
un insediamento palestinese e l'espulsione degli
abitanti da parte di truppe israeliane: chi narra è un
protagonista che, fra rimorso e sforzo di spiegazione,
si interroga sulle efferatezze della guerra. Ebbene,
Papafava, il postfatore di questi Ricordi di guerra,
informa che i diritti per l'Italia sono stati concessi a
patto che l'editore Einaudi si impegnasse a non farne
alcuna pubblicità. Evidentemente l'autocoscienza
israeliana sul tema dell'espulsione è ancora
travagliata, non priva di atteggiamenti censori. In
questo libro lodevolmente 'montato' da "Una Città" uno
dei due saggi, di Anita Shapira, ricostruisce
storicamente il dibattito su Khirbet Khiza dalla sua
pubblicazione al 1978; l'altro, di Ephraim Kleiman,
dello stesso 1978, racconta l'esperienza personale di un
soldato israeliano che in un "luogo recondito della
propria memoria" ha "ricordi sgradevoli" paragonabili a
quelli di chi aveva compiuto l'espulsione da Khiza.
La prefazione di Vidal-Naquet (forse l'ultimo suo
scritto prima della morte nel luglio 2006), non è
casuale né dovuta soltanto ad amicizia: perché queste
pagine costituiscono un'eccellente radiografia dei
rapporti fra storia e memoria, e fra memoria e uso
politico del passato. Al grande antichista è piaciuto di
più il saggio di Shapira che è storiograficamente
rigoroso e si muove nella prospettiva (auspicata da
Vidal-Naquet) di "inserire la dimensione del tempo
proustiana nel lavoro di ricerca"; ma impegno
metodologico troviamo anche in Kleiman (economista
dell'Università di Gerusalemme), ad esempio là dove
sviluppa il parallelo fra Emile Zola nell'affare Dreyfus
e Yizhar a proposito delle espulsioni dei Palestinesi:
entrambe prese di posizione pubbliche dall'effetto
dirompente proprio perché espresse da personalità
lontane, per appartenenza, da quelle dei perseguitati.
Anita Shapira compie un percorso, meticoloso e con
andamento spesso cronachistico, nelle sorti del libro su
Khiza e nei vari atteggiamenti di intellettuali e
politici d?Israele. In questo tessuto espositivo, talora
particolarmente affollato, l'autrice fa spazio a
considerazioni incisive sui rapporti "tra ricordo e
rimozione" e agli andamenti emblematici della politica
identitaria che si richiama al passato o, al contrario,
si sforza di rimuoverlo: insomma, illumina il tema
delicato di quello che definisce "passato spendibile".
Due tappe fondamentali della storia del libro (e della
sua efficacia come spiraglio di intellegibilità di una
società e della cultura) sono il suo inserimento come
libro facoltativo nei programmi delle scuole, nel 1964,
e la sua riduzione cinematografica nel 1977. L'apertura
governativa manifestata nella prima scelta e, invece,
l'opposizione della destra e di parti della sinistra
alla diffusione del film sono un'eccellente prova di
come un dibattito su un'opera (certo, tutt'altro che
neutra) debba essere inserito in un contesto e, al tempo
stesso, su quel contesto ci fornisca informazioni
preziose. Perché la cronologia del conflitto
arabo-israeliano, insieme con le diverse successive
maggioranze della Knesset, spiega sia orientamenti
politici ben meditati sia fasi diverse di una psiche
collettiva che risulta in Israele socialmente poco
stratificabile.
La biografia dell'autore è segnata dalla
contraddittorietà degli ambienti democratici e
pacifisti: "Yizhar era combattuto tra la giustificazione
del sionismo e l'amore per i giovani soldati da un lato,
e il risentimento nei confronti dello Stato e l'odio
della guerra dall'altro". Con qualche forzatura l'opera
può essere interpretata come denuncia del tradimento, da
parte di chi combatte e si fa trascinare dalla violenza
nei confronti di famiglie inermi, degli ideali di chi ne
aveva armato le mani. La tolleranza che conduce
all'adozione scolastica è esito infatti di un primo
lungo dibattito che "ha permesso ai critici di
confrontarsi più con il sintomo (il comportamento dei
soldati) che con l'evento principale (l'espulsione)".
La durezza della controversia successiva (1978: sul film
del regista Ram Levi), è tutta condizionata dal
possibile "danno arrecato all' 'immagine di Israele' ",
e pone il problema del disvelamento della verità: una
verità che, si dice spesso, diventa più comunicabile se
non è presente ma è storia. Ma quando presente e passato
sono ancora intrecciati, quando la storia può essere
strumento di propaganda, la manipolazione è sempre in
agguato, ad esempio con l'uso della parola
"trasferimenti" anziché "espulsioni". La manipolazione
stessa deve essere oggetto della ricerca storica, è da
studiare senza pregiudizi: l'indignazione può poi
svilupparsi sui risultati della ricerca.
Su segnalazione dell'Agenzia InfoPal :
http://www.infopal.it/testidet.php?id=8071
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