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Croce Rossa. Rapporto dicembre 2007:
DIGNITA' NEGATA NEI TERRITORI
PALESTINESI OCCUPATI

La Croce rossa come organizzazione neutrale, difficilmente
fa ricorso ad appelli “politici”, limitandosi ai resoconti
sulle zone di conflitto in cui opera. A motivare il cambio
di rotta – come spiegano gli stessi responsabili – sarebbe
la situazione stessa di Gaza e Cisgiordania, divenuta
talmente spaventosa da richiedere interventi che vanno al di
là dell’aiuto umanitario. Ecco la loro denuncia precisa e
autorevole.
Essere
palestinesi significa affrontare una miriade di limiti
ad ogni momento della vita quotidiana.
Ci ostacolano il cammino in qualsiasi campo:
perdiamo il lavoro, non possiamo viaggiare liberamente,
siamo divisi dalle nostre famiglie.
Essere palestinesi significa non avere il diritto a tante
cose
che per chiunque altro nel mondo sono cose del tutto
semplici.
Mohammed di Gerusalemme
In tutti i Territori Occupati, sia nella striscia di Gaza
che in Cisgiordania, i palestinesi quotidianamente debbono
lottare semplicemente per vivere: sono impediti a fare ciò
che costituisce la trama del vissuto quotidiano e normale
della maggior parte della gente. Sul piano umano i territori
palestinesi sono inabissati in una crisi profonda. Milioni
di persone si trovano prive della loro dignità. Non ogni
tanto ma ogni giorno.
Per i palestinesi nulla è prevedibile. Le regole possono
cambiare da un giorno all’altro senza preavviso né
spiegazione. Vivono in un clima arbitrario adattandosi
costantemente a delle circostanze sulle quali non possono
agire e che riducono sempre di più la sfera delle loro
possibilità.
Nel 2006 il muro in Cisgiordania divideva il villaggio di
Abu Dis, dove vivono 30.000 persone, in due parti, separando
le famiglie fra di loro e i contadini dei loro campi. Abu
Dis una volta era un villaggio prospero essendo sulla strada
fra Gerusalemme Est e Gerico. Da quando la strada è stata
chiusa il 50% dei 187 commercianti hanno dovuto chiudere la
loro attività.
Intrappolati nella striscia di Gaza

“Anche
dopo il ritiro non ci hanno lasciati in pace,
tornano spesso a radere le nostre terre,
strappare i nostri alberi o a distruggere le nostre case.
Inoltre è solo quando ti hanno sparato che capisci che sei
nella zona cuscinetto”
Saleh, agricoltore di Gaza
Mentre
la striscia di Gaza rimane chiusa, il conflitto fra i
militanti palestinesi ed Israele prosegue inesorabilmente. I
primi lanciano quasi tutti i giorni dei missili verso
Israele, l’esercito israeliano esegue profonde incursioni,
raid aeri e attacchi dal mare sulla Striscia di Gaza. La
popolazione civile è presa in trappola senza possibilità di
scampo. Essa subisce anche le conseguenze degli scontri
costanti fra gli stessi palestinesi.Da quando sono
cominciati i violenti scontri fra Hamas e le milizie
affiliate a Fatah in seguito alla presa del potere dalla
parte di Hamas, a giugno scorso, i punti di passaggio sono
chiusi alla maggior parte degli abitanti di Gaza. È
diventato praticamente impossibile andare a studiare o a
farsi curare in Cisgiordania a Gerusalemme Est, in Israele o
all’estero, tranne per i malati che hanno bisogno di
interventi critici. Ma a volte anche essi non sono
autorizzati a partire.Da quando Israele si è unilateralmente
ritirata nel 2005 dalla Striscia di Gaza, ha però
progressivamente stabilito delle zone cuscinetto lungo la
recinzione che circonda Gaza, zone che sconfinano sul
territorio della Striscia, gia di suo esiguo e
sovrappopolato, provocando delle pesanti conseguenze sulla
popolazione. L’estensione per niente definita di queste zone
cuscinetto provoca sempre di più la perdita delle terre
agricole e mette in pericolo di vita chiunque ci si avvicini
troppo. In effetti, accade spesso che gli abitanti di Gaza
rimangono uccisi, feriti o vengono arrestati quando si
trovano nelle vicinanze della recinzione. L’equipe della
CICR attraversa a piedi il valico di Erez per evacuare dalla
Striscia di Gaza verso Israele, dove l’aspetta un’ambulanza,
un palestinese rimasto ferito. Giugno 2007.
Abbastanza per sopravvivere ma non abbastanza per vivere
“È molto difficile trovare alcuni tipi di medicine, come, ad
esempio, gli antibiotici.
I cereali sono esauriti del tutto dal mercato,
mentre il latte in polvere per i bambini è difficile
trovarlo
e anche quando si trova, costa troppo
perché le famiglie possano acquistarlo.”
Dottor Salah,farmacista a Gaza.
Le
preoccupazioni della popolazione crescono man mano che gli
scaffali dei commercianti si svuotano a causa dell’embargo.
I prezzi sono saliti alle stelle e quel poco di merce che
entra a Gaza è inabbordabile. I prezzi dei generi
alimentari, tipo il pollo sono raddoppiati in questi ultimi
4 mesi perché gli stock diminuiscono e i negozi non vengono
mai riforniti.
Secondo il Programma Alimentare Mondiale circa 80.000
palestinesi hanno perso il lavoro dal giugno 2007 facendo
crescere una percentuale di disoccupazione già alto: circa
il 40% della popolazione attiva è attualmente senza
occupazione.
Molte industrie locali hanno dovuto chiudere e licenziare il
loro personale perché il 95% della produzione locale dipende
dall’importazione delle materie prime provenienti da
Israele: Israele ha limitato le importazioni a ciò che
considera “beni esenziali” -fondamentalmente generi
alimentari di base - mentre altri articoli indispensabili al
funzionamento dell’industria o alla manutenzione delle
infrastrutture non possono entrare nella Striscia di Gaza.
Diminuzione della produzione agricola
“All’inizio mi hanno espropriato alcuni terreni per
costruire la strada,
dopo ne hanno presi altri per fare una zona di sicurezza
lungo la strada che hanno costruito.
Alla fine hanno distrutto la mia casa perché dicevano
che era troppo vicina alla zona di sicurezza.
Ed oggi sono tornati per radere al suolo tutto,
non mi rimane nulla”
Abdul.
Gaza.Gli agricoltori di Gaza si ricordano ancora che in un
passato recente le loro terre erano verdi e fertili. Le
abbondanti raccolte d’agrumi e d’olivi erano destinate
all’esportazione verso Cisgiordania e Israele. Ora, dopo le
ultime incursioni israeliane, la maggior parte delle loro
terre sono state rase e gli alberi sradicati.
Circa 5000 produttori agricoli che campavano con le loro
famiglie grazie all’esportazione di pomodori, fragole e
garofani, hanno visto le vendite crollare - una perdita del
100% .
La raccolta di queste colture importanti è incominciata a
giugno, ma a causa dell’embargo sulle esportazioni, i
prodotti marciscono nei container bloccati nei punti di
passaggio. Donna cerca i suoi effetti personali fra le
macerie della sua casa distrutta dall’esercito israeliano in
seguito ad un’incursione a Gaza. Settembre 2007.
“Non sappiamo come andrà a finire.
Gli ospedali combattono per avere delle riserve sufficienti
in materia di combustibile,
se questi mancano si comincerà a risparmiare
sulla biancheria degli ospedali
poi dopo sulla apparecchiatura medica,
e questo non sarà che l’inizio di una terribile fine”
Abu Hassan, Gaza.
Le infrastrutture nella striscia di Gaza sono in uno stato
precario. Circa 8 mesi fa, nel nord di Gaza le dighe di un
bacino contenente centinaia di migliaia di litri di acqua
non trattata delle fogne si sono rotte inondando un
villaggio di beduini, provocando la morte di 5 persone,
ferendo altre 16 e distruggendo centinaia di case. Ancora
nessuna ristrutturazione importante è stato possibile
effettuare a causa della scarsità dei fondi e delle
restrizioni imposte da Israele sulle importazioni dei pezzi
di ricambio.
Il funzionamento dei servizi di base come gli ospedali e le
infrastrutture d’approvvigionamento d’acqua o di depurazione
delle acque usate dipendono nel loro funzionamento dal
collegamento alle centrali elettriche se quest’ultimi non
riescono a fornire energia, tutti i servizi essenziali ne
saranno colpiti.
Da quando la centrale elettrica di Gaza è stata largamente
distrutta dai raid israeliani nel giugno del 2006, essa non
funziona che a metà rispetto alla sua reale capacità.
L’approvvigionamento di elettricità nella Striscia di Gaza è
molto precario nonché debole e dipendente da risorse
esterne. Nel suo stato attuale è insufficiente per
soddisfare i bisogni della popolazione.
Perciò, le infrastrutture essenziali come gli ospedali o i
sistemi d’approvvigionamento d’acqua o di depurazioni sono
costretti ad usare dei generatori di sicurezza. Il fatto di
dover contare su dei generatori di sicurezza è molto
rischioso e crea anch’esso delle dipendenze riguardo al
carburante e ai pezzi di ricambio, oltre all’aumento delle
spese del loro utilizzo. Le restrizioni attuali sulle
importazioni impediscono la consegna di carburante e dei
pezzi di ricambio. Il funzionamento dei servizi vitali
rischia di crollare completamente.
Una
vita di restrizioni in Cisgiordania

“Prima lavoravo al mercato di Nablus.
Ma dal 2002 a causa della chiusura completa della città,
sono dovuto andare ad installare il mio chiosco a Beita,
a 12 chilometri da casa mia.
Con i check point ci mettevo due ore per arrivare al lavoro
quindi sono dovuto andare ad abitare a Beita
e torno a trovare la mia famiglia solo il mercoledì
quando il mercato è chiuso. I miei figli mi mancano.”
Murad, distretto di Nablus
“Siamo
stati svegliati dalle fiamme, siamo corsi fuori
e abbiamo visto bruciare i nostri olivi.
I vigili del fuoco non potevano arrivare nei campi
perché i check point erano chiusi.
I nostri campi sono dietro al muro di Cisgiordania
e noi non possiamo accederci tutti i giorni per curarli
meglio.
Quella mattina non potevamo spegnere le fiamme
perché i punti di passaggio erano sbarrati.”
Agricoltore di Beitunia, Distretto di Ramallah.
In Cisgiordania la situazione peggiora sempre, sul piano
umanitario i palestinesi assistono impotenti alla confisca
delle loro terre. Lungo gli anni le colonie e le strade
israeliane si sono estese, invadendo sempre di più terre che
erano coltivate da generazioni dalle stesse famiglie.
Da quando è stato costruito il muro di Cisgiordania, muro
che penetra profondamente nel territorio palestinese, delle
grandi distese di terre coltivabili sono diventate
inaccessibile ai loro coltivatori. Il muro separa molti
villaggi dalle loro terre. L’estate scorsa gli agricoltori
hanno assistito impotenti, mentre i loro olivi, da cui erano
separati dal muro, bruciavano. I contadini non potevano
accedere a quella zona perché in quel momento non era
previsto l’apertura dei punti di passaggio o perché non
avevano i permessi richiesti. Alcuni di questi olivi avevano
impegnato più di 50 anni per raggiungere la dimensione del
momento in cui bruciavano. Due generazioni di fatica e di
sudore perse in una sola notte.
Per ottenere i permessi che gli consentono ad accedere alle
sue terre, un agricoltore deve perdersi nei labirinti di una
burocrazia assurda dove gli si chiede di presentare tutta
una serie di documenti attestando la sua residenza e il
fatto che sia proprietario di quei terreni ai quali chiede
l’accesso.
La maggior parte degli agricoltori passano interminabili ore
negli uffici dell’amministrazione civile israeliana per
cercare di ottenere quei permessi. Tante domande sono poi
rifiutate per motivi di sicurezza, per esempio basterebbe
che un membro della famiglia del richiedente fosse stato
nelle prigioni israeliane per vedersi negare il permesso.
Divieto
di accesso.

In
Cisgiordania,
diversi strade che legano villaggi palestinesi a città
vicine sono ormai sbarrate con dei blocchi di cemento,
fosse, scavi o recinzioni metalliche. Questi ostacoli
separano i palestinesi dalle loro terre, dalle risorse
d’acqua o semplicemente dalle discariche. Erigono una
separazione fra i villaggi e le città, fra le comunità e i
distretti.
Gli abitanti di Cisgiordania, vedono dalle loro finestre gli
israeliani che possono usare delle strade perfettamente
asfaltate, costruite su terre palestinesi, collegando le
colonie fra loro e assicurando un confortevole collegamento
con Tel Aviv o Gerusalemme. Mentre i palestinesi per poter
raggiungere le loro scuole, i loro posti di lavoro, gli
ospedali e i luoghi di culto o semplicemente per andare a
visitare un amico o un parente devono utilizzare delle
strade sterrate facendo delle deviazioni assurde.
A Nablus, città nel nord della Cisgiordania, una volta
prospera, i suoi 170 000 mila abitanti, dispongono di solo
due strade per uscire della città. Non hanno il diritto di
guidare le loro auto verso sud e per poterci andare devono
per forza prendere un taxi, tutto ciò pesa sulle loro
risorse economiche gia terribilmente limitate.
Intimidazioni
dei coloni

“Ho dovuto costruire un’altissima recinzione attorno a casa
mia
per proteggere i miei bambini,
perché quando loro giocavano fuori
i coloni gli tiravano delle pietre.
Ci tirano le pietre perché continuiamo a vivere qui, sulle
nostre terre”
Anwar, di Hébron
I
palestinesi che vivono in prossimità delle colonie non solo
sono stati spossessati dalle loro terre ma sono anche spesso
aggrediti dai coloni. In Cisgiordania il numero di
aggressioni di cui è vittima la popolazione civile
palestinese è in crescendo. Le informazioni che il Comitato
Internazionale della Croce Rossa ha potuto ottenere,
indicano che il numero delle aggressioni è cresciuto più del
triplo negli ultimi cinque anni; di contro la polizia
raramente indaga seriamente su questi fatti e nella maggior
parte dei casi conclude con la consueta formula “i colpevoli
non sono stati identificati.”
Un
appello per una vita dignitosa

Giorno dopo giorno, a Gaza e in Cisgiordania, la dignità
dei palestinesi è schiacciata sotto i piedi degli
Israeliani.
Le misure di sicurezza estremamente eccessive presi da
Israele hanno un costo molto alto dal punto di vista
umanitario, lasciando a coloro che vivono sotto occupazione
solo il giusto per sopravvivere ma nulla con cui vivere una
vita normale e dignitosa.
Israele ha il diritto di proteggere la propria popolazione
civile. Nonostante ciò essa dovrebbe avere il senso della
misura fra le legittime preoccupazioni di sicurezza e la
protezione dei diritti e delle libertà dei palestinesi che
vivono sotto occupazione. Fino ad oggi Israele non ha mai
avuto questo senso della misura.
1,4 milioni di palestinesi che vivono nella striscia di Gaza
continuano a scontare sulla loro salute, sui loro mezzi di
sussistenza il prezzo del conflitto e delle restrizioni
economiche imposte loro. Interrompere la fornitura di
elettricità e di combustibile non fa che aggravare ancora di
più la loro sofferenza, tutto ciò è contrario ai principi
umanitari fondamentali.
In Cisgiordania, la presenza dei coloni influisce su tutti
gli aspetti della vita dei palestinesi e provoca la perdita
di vaste distese di terra e d’importanti rendite, senza
parlare della violenza dei coloni. Le massacranti
restrizioni alla circolazione impediscono l’accesso al
lavoro e causano dei livelli di disoccupazione e di povertà
senza precedenti.
Solo un’azione politica veloce, innovatrice e coraggiosa
potrebbe cambiare la dura realtà di questa lunga occupazione
e magari assicurare al popolo palestinese la riconquista di
una vita economica e sociale normale e consentirgli di
vivere nella dignità.
Fontehttp://www.hawiyya.org
Traduzione italiana di Rabii El gamrani
Composizione foto a cura
di
www.TerraSantaLibera.org
Da "Bocche Scucite" n. 48, del 1 gennaio 2008
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