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Anno II, Comunicato n. 101 (italiano), del 4 settembre 2007

 

 

Nota introduttiva di Redazione

È difficile a volte riuscire a parlare di Terra Santa, e delle realtà di Palestina, senza inevitabilmente mettere il dito sui nervi scoperti che le contraddistinguono.
Se le sue radici spirituali, affondando nel mistero divino, ce ne narrano la storia più intima, attraverso il racconto dei protagonisti che Egli si è voluto scegliere, altrettanto possiamo dire per i rami e le foglie di questo albero genealogico spirituale della famiglia umana, che si proiettano nei cieli e che ci conducono attraverso i secoli sino ad oggi ed ancora più in là, nella cronaca dei testimoni che Egli ha voluto risparmiare all'oblio dei tempi moderni.
Capita perciò che mentre ci si trovi con il cuore assorto in preghiera e nella contemplazione della Rivelazione, si venga distratti dai crepitii degli spari o dai lamenti di dolore delle donne, così come un tempo le orazioni vennero interrotte dal fragore della folla inferocita, dal sibilio delle frustate, dallo strazio degli innocenti.
Non pensiate quindi che quando si scriva del dramma del conflitto israelo-palestinese non si sia sensibili ai temi di spiritualità, legati alla memoria evangelica, ma semplicemente risulta difficile a volte gioire serenamente, per esempio nel contemplare le bellezze di un santuario, mentre giungono indistintamente all'orecchio dell'anima i colpi delle stilettate, che riecheggiano sin nel profondo delle viscere di questa terra, benedetta e martoriata allo stesso modo.
L'intento del narratore e del compositore di redazione non è di conquistarvi ad una causa o di convincervi della bontà di una ragione politica, etica, ideale o spirituale. Anche se è innegabile che la fede che ci contraddistingue non è sopibile. Parlare della realtà, così come non ce la si vorrebbe far conoscere, fotografare momenti e storie irripetibili, amplificare il suono del battito impazzito del cuore di popoli al limite del collasso, impedire che ce ne si dimentichi, che si possa dire che non se ne sapeva nulla, sono le semplici ragioni di esistere di questo spazio, a vantaggio di tutti, contro nessuno. Non sono gli uomini i nostri nemici, ma quelle idee nemiche di Dio e dell'uomo, che vorrebbero uccidere il Primo nel cuore degli uomini, allontanandoli da Lui, se fosse possibile.
Niente paura: "Non praevalebunt".
Nota di Redazione
 

 
La pace, se veramente la si vuole,
si fa con i nemici
 
 
Chi si rifiuta di parlare e trattare con coloro che considera i propri nemici, anche quando essi sono ormai accerchiati ed allo stremo delle forze, qualsiasi siano le questioni sul tavolo, non vuole la pace, ma annientarli a tutti i costi, anche al prezzo di camminare sopra i cadaveri di un'intera popolazione, affamata, ferita nel profondo ed inerme, anche sapendo così di non garantire affatto sicurezza e stabilità ai propri figli nel futuro. Guai ai vinti.
Non c'è l'onore del guerriero, nè alcuno spirito cavalleresco nei cuori e nelle menti dei dirigenti delle milizie israelite. Solo un barbarico e vandalico desiderio di sterminio.
Forse retaggio della discendenza carnale kazara.
Per loro alcuni passi biblici vanno presi alla lettera e vanno rievocati tutt'ora, con la stessa determinazione e ferocia d'altri tempi.
 
Ai filistei bisogna dare il colpo di grazia e terminarli una volta per tutte. Il loro signore degli eserciti, il principe di questo mondo lo vuole.
Non hanno ancora saputo cogliere il messaggio portato dal Figlio dell'uomo, venuto a perfezionare la legge, nato povero e morto nel modo più infamante.
Non c'è perdono, nessuna pietà, misericordia zero, orgoglio smisurato, egoismo sfrenato, amore solo per se stessi e le pietre morte.
Delle pietre vive che popolano la Terra Santa da duemila anni, dell'amore verso il Creatore e le sue creature, nessuna traccia.
Come si fa, con perfida ipocrisia, a battersi il petto, dir di amare Dio e odiare al contempo le sue opere.
Come si può dire di apprezzare e stimare un'artista, un pittore, se ne si distruggono le tele e se ne cancellano gli schizzi.
 
Oggi vediamo i dirigenti (1) dell'entità sionista, che occupa militarmente la Palestina, aggirarsi per l'Europa in cerca di consenso e complicità, prima dell'affondo finale che permetterà loro di eliminare fisicamente ogni ulteriore ostacolo al progetto di colonizzazione in corso. Considerano chi si trova al di là della barricata come carne già morta. Inutile parlargli.
E con un servilismo cieco e vergognoso (per un uomo, ma non per esseri viscidi e senza onore come i nostri politici di carriera) la nostra classe dirigente si fa in quattro per dimostrare di essere al loro fianco nella ricerca della "pace". La vergogna è composta di tutti i colori della politica. Si va dal nero al rosso più acceso, passando per gradazioni di rosa, verde e bianco.
Ci sono i compagni di vecchia data, i camerati di una volta, radicchi e rosapugnini, cristianisti e liberisti, tutti finalmente uniti sotto un'unica bandiera, a forma di foglia di fico, per nascondere la misera virilità che li accomuna.
Si finge di non accorgersi che sia solo un teatrino, montato sù per compiacere la platea, vistosamente distratta da venditori di caramelle e saltinbanco, per raccogliere poi gli applausi finali.
Nessuno vorrà sapere, quando si chiuderà il sipario, se il sangue di scena fosse vero oppure no. E non hanno capito ancora di essere non più degli spettatori, ma oramai delle comparse, che possono divenare carne da macello in qualsiasi momento.
 
Perchè sia chiaro a tutti che non abbiamo ancora visto il peggio.
Il progetto è ormai ad un punto avanzato e gode di appoggi non solo internazionali, ma anche da parte di quei dirigenti arabi che ritengono più opportuno ingrassare i loro conti nelle banche dei paradisi fiscali piuttosto che continuare una causa persa e che non lucrerebbe nulla.
Ci viene infatti ripetuto che mai come in questo momento la pace tra Israele ed i suoi vicini arabi è stata così vicina.
Fandonie. Non è con loro che urge trovare intese di pace.
Sono i figli arabi del popolo palestinese che vengono quotidianamente uccisi, segregati, derubati, umiliati e portati all'estrema disperazione.
Ma con loro non c'è bisogno di fare la pace. Devono morire e basta. Riconoscere l'autorità israeliana e accettare di rinunciare alla propria.
Gli unici con i quali si può parlare, purchè stiano zitti e ascoltino, senza campare troppe pretese, sono quei dirigenti arabo-palestinesi che abbiano dato ampia dimostrazione di saper stare fedelmente al guinzaglio, meglio se si sono formati nelle università americane ed acquisito esperienza lavorativa presso i circoli di potere d'oltre oceano.
 
La tanto decantata ricerca per una soluzione di pace tra i due Stati, Israele e Palestina, è solo una patetica farsa.
Chi si è aggirato per la Palestina sa bene che non esiste una Palestina come entità indipendente o come Stato.
Esiste un popolo palestinese, che si incontra un po' ovunque, chiuso nelle sue città prigioni, isolato in quartieri recintati da muri e reti, ostacolato nei movimenti, impedito di far fronte anche ai più elementari bisogni di comunicazione e socializzazione, umiliato in infiniti posti di blocco.
Non esiste un'Autorità Palestinese, così come ce la vogliono presentare e far credere i ruffiani del giornalismo "accreditato" (dove di accreditati ci sono solo i lauti compensi, sui loro conti correnti, per le frottole con cui riescono a rincitrullire l'elettorato italiano, di destra e di sinistra). Esistono solo alcune cittadine palestinesi, circondate da un cordone di milizie israeliane che ne garantiscono l'isolamento.
Essi, i soldati di Tsahal, le milizie israeliane, entrano ed escono a loro piacimento dalle enclavi arabe, arrestano ed uccidono, mentre le "milizie" palestinesi stanno a guardare e, nel migliore dei casi, al massimo possono regolare il traffico e garantire la viabilità.
 
La Palestina come Stato, come ci vogliono far credere che sia in corso di stabilizzazione e definizione, a fianco dello Stato ebraico israeliano, non esiste.
Tutta l'area è sotto il completo controllo dell'intelligence e dell'esercito di Tel Aviv. Non c'è un luogo in tutta la Palestina dove le milizie di Davide non possano scorrazzare a loro piacimento, entrando ed uscendo, facendo i loro comodi, impuniti, da villaggi, case, ospedali, prigioni, con licenza di far tutto quel che credono.
 
Ero passato da Jerico qualche anno fa, ed entrando nell'enclave da sud, era visibile, con tutto il suo apparato militare di sorveglianza arabo, la prigione "governativa" palestinese.
Ci sono ripassato davanti l'anno scorso e della roccaforte di detenzione non erano rimaste che le macerie. Semplicemente Tsahal era entrato nel territorio palestinese di Jerico, non troppo lontano dal Mar Morto, con buldozers, autoblindo e carri armati, aveva bombardato e distrutto il complesso penitenziario, rapito i detenuti che intendeva interrogare e traurre nelle proprie carceri (troppo tenere quelle arabe, non torturavano neppure i detenuti a sufficienza), abbattuto chi si era permesso di opporre resistenza, e se ne era tornato al di là del posto di blocco, lasciando sangue e macerie alle proprie spalle. Semplicemente.
 
I villaggi arabi sono solo delle riserve per loro, dove poter andare a caccia quando lo si voglia.
Solo a Gaza Strip c'è ancora chi osa opporsi all'annientamento totale, alla capitolazione definitiva di un'ipotesi di Stato autonomo ed indipendente arabo-palestinese.
C'è ancora chi crede nelle cause perse.
 
Chi legge non creda che io sia un sostenitore di Hamas, o che ne voglia giustificare e coprire così alcuni aspetti negativi, tipici dell'intolleranza islamica e di un certo fanatismo che accompagna i gruppi di minoranza che gli ruotano intorno. Ma non si può non riconoscere che quest'organizzazione sia agli occhi dei palestinesi l'unica opposizione vera allo strapotere sionista che invade i loro legittimi territori, e l'unica forza politica che provi a difendere ancora la loro identità, etnica, confessionale e nazionale.
Ne hanno diritto. È un diritto naturale che nessuno e nessuna potenza e legge potrà mai togliere. È il diritto naturale alla sopravvivenza ed alla libertà di ogni popolo e di ogni individuo.
I palestinesi non fanno eccezione. E nonostante da sessant'anni subiscano una mattanza spietata ed una persecuzione inesorabile, umiliati e divisi, molti di loro ancora credono ai sogni.
 
Quello che è inaccettabile è l'abbandono totale del popolo palestinese, nelle mani dei suoi carnefici sionisti, da parte della comunità internazionale.
Perchè così facendo, cioè non facendo nulla, non si dà altra possibilità di riscatto alle genti di Palestina, recluse nel lager di Gaza Strip, che quella offerta da Hamas.
Perchè l'alternativa, per la loro dignità ed indipendenza, lo sa la maggioranza del popolo palestinese, non saranno Abbas o Fayyad, compromessi smaccatamente con l'occupante.
 
Nonostante i massacri, ben conosciuti e documentati, che sin dalla metà del secolo scorso hanno accompagnato l'estendersi dell'egemonia territoriale sionista, a discapito dell'etnia autoctona araba, le nazioni occidentali non hanno alzato nè un dito nè la voce in difesa di palestinesi.
Gli esodi erano evidenti a tutti, ma nessuno osò sfidare a fondo il sionismo. E così oggi. La giustificazione olocaustica permise loro di continuare la mattanza araba indisturbati.
Nella gran confusione si iniziarono a creare gruppi terroristi arabi, che riuscirono a trovare un ampio consenso, dato il disinteresse totale della comunità internazionale.
Tra questi si mischiarono interessi e servizi stranieri. Molte azioni furono organiche ad operazioni di insediamento coloniale e di repressione dell'opposizione popolare.
Poche risoluzioni delle Nazioni Unite, pezze per coprire complicità d'alto calibro, non servirono evidentemente a fermare l'olocausto del popolo palestinese, che venne frantumato e recluso in piccoli agglomerati isolati e scollegati tra loro: un classico da manuale coloniale. Bisogna essere accecati per non riuscire a vederlo.
Intanto operazioni da parte di false flags si miscelarono ad arte con atti di pura manipolazione della disperazione.
 
Ed ancora oggi non si vuol capire che tagliando fuori Gaza ed i suoi abitanti da qualsiasi trattativa, nelle persone di coloro che li rappresentano, non si fa altro che aggravare la situazione umanitaria, esasperare gli animi degli assediati spingendoli a compiere azioni ancor più disperate, consegnandoli nelle mani delle multinazionali del "terrore", ed infine dare buon gioco a coloro i quali sono interessati solo a portare a termine l'operazione di pulizia etnica già iniziata e di esproprio totale degli ultimi fazzoletti di territorio palestinese rimasto.
Affermare ciò non significa stare dalla parte di Hamas, ma solo usare un po più di quel buon senso che potrebbe far risparmiare tanti lutti, donando più serenità a tutti.
 
L'isolamento dell'unica area indipendente palestinese con uno sbocco sul mare è un altro classico delle strategie militari geopolitiche. Lo sbocco al mare è vitale per ogni Nazione, per le sue relazioni internazionali, per il commercio, per gli approvvigionamenti energetici. Bisogna quindi piegare l'ultimo baluardo dell'illusione indipendentista palestinese che si affaccia sul mare.
Già ne si è annichilita completamente la capacità comunicativa marittima e quello straccio di autonomia navale posseduta.
La Marina Militare israeliana ha già infatti colato a picco tutte le imbarcazioni della Capitaneria palestinese, le motovedette che proteggevano le coste e garantivano l'incolumità ai pescatori, addirittura una nave per la ricerca sottomarina, equipaggiata di moderni macchinari scientifici e finanziata da capitali europei.
Sono rimaste in mano palestinese solo più alcune piccole imbarcazioni in legno da pesca, e anche queste sono oggetto di continue intimidazioni e limitazioni. Le acque costiere ridotte al di sotto della misura minima per garantire pesca e sopravvivenza, ritagliate in aree marine poco interessanti e fuori dai percorsi più pescosi.
I pescatori vengono mitragliati se si azzardano anche solo a gettare le reti poche miglia più al largo. I lutti tra le famiglie dei pescatori sono frequenti. Gli arresti e ferimenti, come la distruzione delle poche barche loro rimaste, ancor di più. Perchè si rischia anche la vita per sfamare i propri figli.
Links che testimoniano l'accanimento contro i pescatori palestinesi:
 
 
Il controllo della costa e del mare deve essere incontrastato. È una delle regole base delle strategie geopolitiche. Tanto più se al largo di quella costa ci sono importanti giacimenti di gas, importantissimi per l'approvvigionamento energetico, civile e militare.
Gaza deve essere spazzata via insieme ai pochi maschi che ancora oppongono resistenza al completamento dell'operazione di colonizzazione della Palestina.
Dopodichè, quando anche l'ultimo focolaio di resistenza ed intralcio ai piani coloniali sionisti sarà stato stroncato, le eventuali residue velleità di qualche palestinese dei Territori Occupati, West Bank o Cisgiordania, saranno vanificate e non resterà altro da fare che accontentarsi di sopravvivere nelle riserve destinate. Almeno per poter vedere crescere i propri figli.
 
Avete figli? Quanto li amate? Tanto, vero? Li vorreste solo vedere crescere sani e felici. Sopportereste tutto pur di non vederveli rovinare. È umano. È naturale.
Quando mi ritrovai nella sala da pranzo del mio amico Fadi, che a denti stretti mi confessava la volontà di resistere in silenzio, con la serenità degli umili e dei miti, profondamente prostrato e ferito nell'animo, umiliato senza ragione, ma determinato a restare al suo posto, nella sua terra, per sopravvivere del suo lavoro artigiano, compresi che stavamo condividento lo stesso sentimento che ci dava la forza e la prudenza per non mollare: l'amore verso i propri cari, verso i propri figli. In quel momento entrò nella stanza il suo figlio più piccolo, Asad, di 17 anni, che stava terminando gli studi delle secondarie, per comunicarci che il caffè era pronto. Fadi lo guardò con una tenerezza negli occhi che solo un padre che ama profondamente il proprio figlio può far trasparire. Ma con una dignità ed una fermezza nel comportamento, anche in mezzo a tremende difficoltà, che dovevano essere d'esempio.
Perchè un uomo, anche se umiliato, anche se incatenato, deve saper resistere moralmente e non cedere. Si muore in piedi.
Era la fine dello scorso inverno, ed eravamo a Betlemme: nel ghetto di Betlemme.
Quando il giorno dopo attraversai il "muro" per ritornare a Gerusalemme e mi lasciai alle spalle il grande portone d'acciaio, sentii come se stessi lasciando un mio fratello in carcere, da innocente, e consapevole che lo fosse. Sentii su di me la responsabilità di non doverlo abbandonare a se stesso.
Perchè una volta che diventiamo consapevoli di qualcosa d'importante, nella nostra vita, poi non possiamo più vivere come se niente fosse.
Io sono italiano e lui è palestinese, ma certi sentimenti e stati d'animo non possono appartenere solo ad un'etnia. Sono umani.
 
Possibile che i sionisti-israeliani non riescano a capire che ci sono degli uomini dall'altra parte dello steccato, le cui esigenze non sono poi così diverse dalle loro?
Come sono stati cresciuti nelle loro scuole talmudiche? A quale dottrina li hanno educati, che non riesca a far comprendere loro cose così semplici?
E come stanno educando e crescendo i propri figli? O meglio, come stanno lavando loro il cervello?
Non si può criticare solo le scuole islamiche che incitano all'odio verso gli ebrei, se gli ebrei stessi fanno altrettanto nei confronti, non dei musulmani soltanto, ma di tutti gli arabi in generale. Non si può esorcizzare l'odio con l'odio. Ci vogliono gesti di sincera e reale buona volontà, di disponibilità anche a trovare un'intesa col nemico. Per scoprire che poi così nemico non è. Sono più la paura e la mancanza di conoscenza reciproca che la fanno da padrone. Ed è su questi fattori che gioca il "nemico dell'uomo".
A meno che non ci sia un'ostinata, perversa, cattiva volontà, che voglia considerare la morte e l'annichilimento del prossimo come l'unica soluzione possibile, anche i giudeo-sionisti in buona fede si dovranno alla fine arrendere (sono umani anche loro in fin dei conti, mica extraterrestri) e prendere in considerazione che "l'albero si giudica dai frutti".
Ed i frutti della loro ostinata politica coloniale sono stati sin'ora solo di morte e desolazione, dal Mediterraneo sino alla Mesopotamia, con prospettive a medio-breve termine solo di altre guerre, morti e disperazione per i popoli che avranno la sventura di trovarsi sul loro percorso di conquista.
 
La responsabilità principale, come già nel passato, di questa arroganza e delirio di potere, non è tanto nel popolo incredulo, quanto nei suoi maestri e guide.
Ma ciò non fa venir meno le responsabilità individuali.
Il convincimento della propria superiorità razziale basata sul patto con Dio, è un luogo comune tra gli israeliti di Samaria, di Giudea, di Galilea, della diaspora o presunta tale, cui sono educati sin da piccoli e che diventa, man mano che crescono a contatto esclusivo con i loro rabbini askenazi, un convincimento intrinseco alla propria natura sionista.
 
Un aberrazione difficile da comprendere per l'europeo comune e che non ci viene mai posta in chiara evidenza dal popolo eletto sionista.
Il perchè è evidente: balzerebbe subito all'occhio l'incongruenza tra il proprio razzismo casalingo e le prediche antidiscriminatorie in casa altrui.
 
Le eccezioni in casa askenazi non mancano, ma sono solo appunto eccezioni, che confermano comunque la regola.
 
Peccato veramente che i fratelli maggiori abbiano perso la seconda puntata del Libro, nella quale è spiegato a chiare lettere che l'elezione è soprattutto nello spirito, e dove è svelata l'identità dell'assassino, del "mentitore ed omicida sin dall'inizio".
Difficile oltretutto comprendere, per un ebreo-sionista educato nelle scuole talmudiche, che il Messia non sarà un generale d'armata con pistola alla cintola, ma che è già stato tra noi ed è entrato trionfalmente in Gerusalemme un paio di millenni fa, ma a dorso d'asino.
Un peccato questa ostinazione a non voler prendere in considerazione almeno alcuni dei reali motivi della loro elezione: conservare e custodire la legge, per accogliere il Messia in una famiglia già pronta a riceverlo e riconoscerlo, a vantaggio e per la salvezza di tutti gli uomini di buona volontà.
Faciliterebbero la vita a tutti. Per ora la stanno rendendo impossibile a molti.
 
Filippo Fortunato Pilato
 
 
(1) = Peres,  il cui vero nome è Szymon Perski , nato   a   Vishniova ,   Bielorussia  , nel  1923...alla metà degli anni 50 introdusse l'armamento nucleare in Medio Oriente... Reattore di Dimona...lo scopo esplicito di sviluppare un arsenale di bombe e testate nucleari...A seguito dell'occupazione della West Bank, Peres sostenne entusiaticamente una estremamente aggressiva campagna di colonizzatori ebraici Talmudisti, nota come Gush Emunim, per conquistare terra palestinese al fine di realizzare colonie per soli Ebrei. Lo scopo di questo esproprio di terra su larga scala era duplice: primo, costruire una colonia ebraica nei pressi di qualunque villaggio o città araba, così che i coloni messianici potessero molestare i Palestinesi nativi per costringerli a lasciare le proprie terre, e, in secondo luogo, per creare "fatti" irreversibili nella West Bank così da rendere impossibile per ogni futuro governo di Israele la ritirata dal territorio occupato...La criminalità e crudeltà di Peres  raggiunse nuovi picchi nel 1969, quando come Primo Ministro ordinò all'esercito d'Israele...di bombardare i caschi blu dell'ONU nel villaggio di Qana, dove centinaia di civili libanesi avevano cercato rifugio dal bombardamento indiscriminato da parte di Israele di villaggi libanesi nel sud del Libano. Il bombardamento, durante il quale si usò l'artiglieria pesante, uccise almeno 101 bambini e donne e ferì e mutilò molti altri. Gli  schermi TV di tutto il mondo, con la probabile eccezione dei media USA sotto controllo sionista, mostrarono raccapriccianti e fantasmagoriche immagini di bambini decapitati ed altri innocenti civili fatti a pezzi. Funzionari ONU testimoniarono all'epoca che lo spietato bombardamento era stato attuato consapevolmente e deliberatamente, dato che il sito era stato delimitato e marcato assai chiaramente. Inoltre, un più ampio rapporto rilasciato più tardi dal quartier generale dell'ONU a New York rese assai chiaro che il "bombardamento era un atto deliberato". Al solito, Israele ed il suo angelo custode, gli USA, respinsero il rapporto, insistendo che la pornografica atrocità era un "effetto collaterale" dovuta ad un "errore". E' interessante come fino ad oggi né il governo israeliano né Mister Pace (Shimon Peres)  abbiano mai chiesto scusa per il massacro di Qana. Lungi dallo scusarsi, l'esercito israeliano ha compiuto un altro massacro a  Kfar Qana lo scorso anno durante la sua campagna genocida contro il Libano, che ha visto gettare 3-4 milioni di granate da bombe a frammentazione per tutta la nazione (quasi ogni giorno un agricoltore, un bambino, o un pastore libanese rimane ucciso o mutilato dagli ordigni esplosivi)...Nelle sue frequenti apparizioni tv, Peres difendeva ogni crimine israeliano nella West Bank,  nella Striscia di Gaza e nel Sud del Libano...Peres , che condivise il Premio Nobel per la pace con Yitzhak Rabin e Yasser Arafat nel 1995, grazie alla degenerazione morale che sta erodendo il nostro mondo, ha difeso il Muro di Separazione, che serve ad acquisire terra ed è costruito su terra rubata palestinese nella West Bank. Ha difeso la politica d'Israele di esecuzioni extragiudiziali degli attivisti palestinesi e la spregevole pratica di sterminare le famiglie intere dei politici palestinesi e degli attivisti della resistenza, come le famiglie Abu Queik, Khail e Hayya...Sfortunatamente...dopo ogni atrocità su bambini palestinesi e libanesi, Peres dichiarava che "la pace è dietro l'angolo solo se e quando gli Arabi impareranno ad amare i loro bambini più di quanto odiano gli Ebrei"...Questa capziosità  è una continuazione del'infame dichiarazione di Golda Meir secondo cui noi "Ebrei possiamo perdonare gli Arabi per aver ucciso i nostri bambini, ma non li perdoneremo mai per averci costretto ad uccidere i loro"...Be', tutti i criminali e i perpetratori di omicidi di massa cercano di coprire i propri crimini...In breve, Peres...Presidente di Israele, succedendo a Moshe Katsav, è un rifinito criminale di guerra ed un assassino di bambini. Il fatto che riscuota rispetto, e probabilmente una certa ammirazione nel mondo, non cambia questo fatto. (Khalid Amayreh, 14 Giugno 2007, giornalista palestinese e commentatore indipendente che vive a Gerusalemme-Est - fonte integrale su http://www.tlaxcala.es/pp.asp?lg=it&reference=2982 )
 

 

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