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Anno II, Comunicato n. 108-2
(italiano), del settembre 2007
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Mentre i
Frati francescani della Custodia, a gran fatica e con
notevoli sacrifici, costruiscono quante più case possibile
per i palestinesi a rischio d'esodo, il governo israeliano
invece ne demolisce in gran numero, prostrando sempre più
una popolazione già duramente provata (nota di redazione)
Miftah, 24 Settembre 2007
Il
10 Giugno 1967 il governo israeliano distrusse il
quartiere marocchino nella Città Vecchia di Gerusalemme
Est per rendere più facile l'accesso al Muro Occidentale.
Dopo che l'esercito israeliano emise l'ordine di
evacuazione per gli abitanti del quartiere due ore prima
dell'inizio della demolizione, un ordine che non arrivò a
tutti, 135 case furono demolite insieme a due moschee e ad
altri siti. 650 residenti rimasero senza casa, e molti
altri morirono sotto il crollo della propria casa. Questa
demolizione non fu la prima nei Territori occupati, ma fu
quella che segnò l'inizio di una lunga lotta contro la
demolizione illegale di case da parte delle forze di
occupazione israeliane.
Dal 1967 nei territori occupati palestinesi sono
state demolite 18.000 case per tre principali ragioni: la
punizione collettiva, e le ragioni cosiddette operative o
amministrative.
La demolizione ebbe inizio prima del 1967 da parte del
mandato Britannico per espellere i Palestinesi dalle
loro case. Segue una breve storia della demolizione di
case in Palestina:
Anni 30: L'amministrazione britannica in Palestina
usa la demolizione di case come mezzo punitivo contro le
proteste indigene verso il dominio britannico.
1936-1939: le autorità britanniche demoliscono più
di 5.000 case palestinesi
1948: il nuovo stato d'Israele inizia a demolire le
case dei rifugiati palestinesi per impedire il loro
ritorno. Più di 125.000 case, alcune delle quali
danneggiate durante la guerra, vennero sistematicamente
distrutte in un processo a cui ci si riferiva come
"cleaning up the national views" ["repulisti delle
opinioni nazionali" -- ndt].
Anni 50: Israele espelle in Palestinesi dalle aree
di frontiera e dai villaggi dove parte della popolazione
palestinese era rimasta dopo la guerra, e demolisce le
case palestinesi.
1967: la distruzione di blocchi abitativi durante la
guerra incluse 373 case a Imwas, 535 a Yalu, 550 case a
Beit Nuba, circa 135 case nel quartiere marocchino della
Città Vecchia di Gerusalemme, 1000 case a Qalqilya, in
aggiunta a migliaia di case a Beit Marsam, Beit Awa,
Jiftlik, e al-Burj, come anche campi profughi nell'area di
Gerico e nella Striscia di Gaza.
Anni 70 e 80: Israele demolisce più di 10.000 rifugi
per i profughi della Striscia di Gaza per creare il
cosiddetto corridoio di sicurezza tra il sud della
Striscia di Gaza e il Sinai, e per ampliare le strade
usate dalle pattuglie dell'esercito israeliano nei campi
profughi. Le demolizioni erano anche parte di una campagna
per mandare via dai campi con la forza i rifugiati.
1993-2000: Israele demolisce più di 1000 case nei
territori occupati palestinesi.
2003: Israele continua a demolire case palestinesi
all'interno d'Israele. Le demolizioni delle case dei
Beduini nel Naqab (Negev) aumentano di otto volte. Più di
100 case vengono demolite. Altre 280 case vengono
distrutte nella Galilea e nel Triangolo. In totale vengono
distrutte più di 500 case. Gli ordini di demolizione
finora sono stati di 12.000 in Galilea e circa 30.000 nel
Negev.
La demolizione di case procede.
Pretesti con cui viene giustificata la demolizione di
case:
Punizione collettiva:
Il governo israeliano usa la demolizione di case come
punizione collettiva in risposta ad attacchi ad Israele;
le famiglie degli attaccanti o le persone sospettate di
aver condotto attacchi, come anche i loro vicini, o in
qualche caso l'intero quartiere, sono soggetti a questa
violazione dei diritti umani. In base alla Quarta
Convenzione di Ginevra alla potenza occupante è proibito
ditruggere proprietà o ricorrere alle punizioni
collettive. L'Articolo 53 prevede: "Ogni distruzione da
parte della potenza occupante di proprietà appartententi a
gruppi o persone è proibita". Secondo l'organizzazione per
i diritti umani israeliana B'Tselem il 47% delle case
demolite come punizione collettiva non appartenevano agli
attentatori o ai sospetti attentatori, ma erano solo case
adiacenti alle loro. Inoltre, solo il 3% di tutti gli
occupanti delle case demolite erano stati preventivamente
avvertiti che le loro case e quelle adiacenti sarebbero
state abbattute.
Prima che la politica di punizione collettiva per mezzo
della demolizione di case venisse ripresa durante la
seconda Intifada (al-Aqsa), le demolizioni venivano
compiute solo dopo l'emissione di un ordine militare. In
base alla legge israeliana l'ordine di demolizione va
notificato alla famiglia e la famiglia può fare appello al
comando militare entro 48 ore. Anche se l'appello è
respinto, alla famiglia deve essere permesso di rivolgersi
all'Alta Corte prima che la casa sia demolita. In realtà,
questo non accade quasi mai. Durante l'attuale Intifada,
Israele ha considerato la demolizione di case come un
imperativo militare, per cui la maggior parte delle
demolizioni di case hanno avuto luogo di notte, senza
alcun avviso preventivo o ordine di demolizione.
Operazioni militari:
La seconda ragione fornita dal governo israeliano per la
demolizione di case è di tipo operativo e prese piede
durante le operazioni militari chiamate "operazioni di
pulizia". In base alle leggi umanitarie internazionali, la
distruzione di proprietà durante il combattimento non è
illegale in quanto tale. La distruzione è proibita a meno
che non vi sia una necessità assoluta. E' stato comunque
osservato che le operazioni su larga scala di demolizione
di case civili nel nome di necessità militari a seguito di
attacchi contro gli Israeliani suggeriscono qualcos'altro.
Gaza, più che qualsiasi altro posto in Palestina, è
diventata il teatro di queste azioni e false
giustificazioni. Miloon Khotari, un'osservatore speciale
delle Nazioni Unite, parlando a Diakonia in reazione
all'attacco di Israele a Beit Hanoun l'8 Novembre 2006, ha
detto: "Dal 25 Giugno 2006, data della più recente
incursione israeliana nella Striscia di Gaza", ho
continuato a ricevere rapporti allarmanti sui deliberati
attacchi da parte delle forze di Israele risultanti in
distruzione di case, proprietà civili e infrastrutture
nella Striscia di Gaza, e creato insicurezza e traumi
pricologici. Pertanto, questi sfratti ed ingiustificabili
distruzioni costituiscono violazioni del diritto
internazionale in materia di diritti umani, guerra e norme
umanitarie. Il diritto internazionale proibisce
severamente la distruzione di proprietà pubblica o privata
nel corso di operazioni militari, quando non è
assolutamente necessario". Dall'inizio della sollevazione
al 2004, 14.852 sono rimaste senza tetto per le operazioni
di Israele.
Politiche
amministrative:
La giustificazione più frequente per la demolizione di case
a Gerusalemme Est e all'interno di Israele ha a che fare
con ragioni amministrative. Il governo Israeliano
demolisce case nell'area C (Aree della Palestina sotto
controllo civile e militare israeliano) a causa della
mancanza di permessi di costruzione a Gerusalemme Est e
all'interno d'Israele è quasi impossibile ottenere
permessi di costruzione. Il colonnello Shlomo Politus,
consigliere legale dell'esercito israeliano, ha detto al
parlamento israeliano nel Giugno del 2003 che: "... non ci
sono più permessi di costruzione per i Palestinesi", e il
portavoce dell'esercito israeliano ha detto nel 1999 ai
delegati di Amnesty International: "La nostra politica è
di non rilasciare licenze per l'area C [della West Bank]".
Le case vengono demolite perché Israele vuole espandere
gli insediamenti israeliani nella West Bank, e creare
fatti permanenti sul terreno. Secondo B'Tselem le case
palestinesi vengono demolite in base a questa
giustificazione per tre esigenze:
- Costruzione di bypass stradali: servono a permettere il
movimento dei coloni e delle forze militari che proteggono
gli insediamenti. Le case vicine a un bypass stradale
esistente o da costruire sono destinate alla demolizione.
- Evacuazione dei Palestinesi dalle aree adiacenti agli
insediamenti israeliani: le autorità israeliane hanno
sempre distrutto strutture palestinesi percepite come
ostacoli allo stabilimento o all'espansione di
insediamenti israeliani. La prossimità delle case agli
insediamenti ovviamente non viene presentata come ragione
ufficiale per la loro demolizione.
- Per impedire trasferienti di terra ai Palestinesi:
Israele demolisce le case in aree su terra che vuole
riservare a se stesso negli accordi per lo status finale.
Perseguendo una simile politica, Israele sta impedendo
all'Autorità Palestinese di richiedere quelle terre in
base alla presenza di residenti palestinesi. La
demolizione di case è un comodo espediente per
l'espulsione della gente da quelle aree.
Le forze israeliane stanno ancora distruggendo case in
grande numero dietro pretesti e false giustificazioni per
servire lo scopo generale dello stato sionista di
sradicare e scacciare quanti più Palestinesi possibili
dalla loro terra, e
costruire ancor più insediamenti illegali. Secondo recenti
statistiche di
B'Tselem, negli ultimi due anni (2006-2007) solo nella
West Bank 165 case sono state demolite lasciando 724
persone senza tetto, e tra il 2004-2005 solo a Gerusalemme
Est 300 case sono state distrutte lasciando 939 persone
senza tetto. La demolizione di case ha un duro impatto sul
popolo palestinese, colpendo l'economia e l'agricoltura e
causando gravi traumi ai bambini, alle donne e agli uomini
vittime di questo crimine di guerra.
Da
http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=14882&CategoryId=4
Tradotto dall'inglese da Gianluca Bifolchi, un membro di
Tlaxcala (www.tlaxcala.es), la rete di traduttori per la
diversità linguistica. Questa traduzione è in Copyleft per
ogni uso non-commerciale : è liberamente riproducibile, a
condizione di rispettarne l'integrità e di menzionarne
l'autore e la fonte.
http://www.infopal.it/testidet.php?id=6391
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