Testimonianze dal Caritas Baby Hospital
PREAMBOLO STORICO:
Betlemme: vigilia di
Natale 1952. Padre Ernst Schydrig sta andando alla
Messa nella Basilica della Natività, quando, nei pressi
di un campo profughi palestinese, scorge un uomo. E' un
padre, disperato, che sta seppellendo il proprio figlio
nella palude. Come festeggiare la nascita di Gesù mentre
nel luogo in cui è nato ci sono bambini che soffrono? Al
quesito risponde fondando il Caritas Baby Hospital. Il
suo testamento è ancor oggi molto vivo: aiutare i più
poveri, sempre e dove possibile, senza mai chiedere
nazionalità o religione.
Filippo Fortunato Pilato, da Bethlehem il 12
ottobre 2007
Se non ti volti
per guardare cosa c'è alle tue spalle, se guardi
diritto, ti sembrerà di essere arrivato alla
reception di una moderna clinica privata europea.
Tutto pulitissimo ed in ordine, con
persone che tranquillamente siedono in un salottino
allestito all'ingresso, attendendo di essere visitate.
Se non ti volti
per guardare cosa c'è alle tue spalle.
Perchè
se ti volti, il tuo sguardo sbatte contro quel
muro grigio di cemento armato alto otto metri, con in
mezzo la torretta di controllo, con in cima guardie
armate, monitor e fari di profondità.
Sei entrato in quella galera che si
chiama Betlemme, con le sue mura, i suoi secondini, il
filo spinato, ed hai varcato la soglia dell'unico
ospedale attrezzato per curare i bambini di tutta
la Cisgiordania e Striscia di Gaza.
Benvenuto nella Palestina libera.
Una giornata tranquilla oggi, con
poco traffico sulla strada che da Gerusalemme conduce a
Betlemme.
È finito il Ramadan ieri
sera e la maggioranza della popolazione di
confessione islamica se ne sta in famiglia a
festeggiare.
Poche formalità al check-point ed
al portale d'ingresso per varcare il Muro ed entrare
nella cittadina palestinese: sono in compagnia del frate
guardiano della Natività, che i militari israeliani di
presidio conoscono bene, e mi basta alzare e mostrare il
mio passaporto della Comunità Europea per ottenere il
nulla osta.
Poche centinaia di metri e ci
troviamo nel piazzale di fronte al Caritas Baby
Hospital. I frati, che mi hanno gentilmente dato un
passaggio da Gerusalemme, continuano verso le loro
occupazioni, ed io mi incammino verso la guardiola della
security, preposta al cancello d'ingresso.
Sono solo, in quei
pochi metri compresi tra il Muro ed il cancello
dell'ospedale, ma sento di portare con me tutti quelli
che tra voi hanno manifestato solidarietà e vicinanza
con quest'istituzione di carità nei confronti dei
bambini e di molte famiglie di Palestina. I vostri
pensieri gentili, le vostre preghiere, le vostre
offerte, sono con me ed io ne sento il peso della
responsabilità. Lo confesso, sono emozionato, e
percepisco ora più che mai il vostro incoraggiamento, la
vostra fiducia, la vostra speranza che io possa rendervi
partecipi, perchè impossibilitati al momento, di
quest'atto d'amore e di testimonianza di fraternità e
carità cristiane.
È questa una consapevolezza che mi
onora e mi imbarazza allo stesso tempo: mi sento così
piccolo ed inadeguato di fronte a tutto ciò.
Oltrepasso
con un "sciùcran", "grazie", la security al
cancello ed entro nel recinto dell'ospedale.
A metà strada, nel
mezzo del cortile, mi fermo per osservare meglio: alle
spalle il Muro; di fronte, oltre l'edificio, un po'
verso destra, sulla collina di fronte e a ridosso,
l'insediamento dei coloni costruito negli anni più
recenti su terreni espropriati (sarebbe più semplice
dire "rubati") alla cristianità. Terreni sui quali era
già stato progettato di costruire case per le
famiglie più in difficoltà ed a maggior rischio d'esodo.
Esodo che invece si cerca di sollecitare in ogni modo.
Non è un segreto che sia pratica ordinaria per
l'autorità israeliana cercare di costruire gli
insediamenti di coloni ebraici a ridosso dei villaggi
arabi, soffocandone ed impedendone così l'espansione. È
così ovunque, da Nazareth in giù. Betlemme non fa
eccezione.
Mi resi perciò conto che
quest'ospedale era quindi stretto tra due "muri".
Nella "Sala d'Attesa",
dopo una mia richiesta all'Accettazione, mi sedetti tra
quelle persone che aspettano, con i loro bambini, il
loro turno di visita.
I bambini ti sorridono e ti
sgranano i loro occhioni grandi e neri. Le mamme,
sommessamente, sorridono cortesemente anche loro, anche
se alcune lacrime tradiscono l'apprensione per quel che
sarà dei loro piccoli. Cerchi di confortarle, di
rassicurarle che sono nel posto giusto. Esse annuiscono
e ti ringraziano.
E tu ti senti allora ancora più
piccolo. Perchè sei tu che dovresti ringraziarle per
il loro esempio di coraggio e di fede nella grandezza e
misericordia divine.
Suor
Donatella, la responsabile per le pubbliche
relazioni, mi viene incontro dopo pochi minuti,
sorridente e spedita.
Una suorina piccola, ma con un
incedere che dimostra da subito molta forza e
determinazione.
Spiegato brevemente il motivo della
mia visita, vengo quindi condotto nei loro uffici,
attraverso i reparti dell'ospedale, dove mi viene
presentata un'altra consorella ed alcuni membri del
personale al momento in servizio.
Ovviamente consegno anche in
quest'occasione la busta contenente una parte delle
offerte raccolte recentemente e da destinarsi al Caritas
Baby Hospital, come parte è stata devoluta ad alcune
famiglie in difficoltà e parte è andata a rifinanziare
l'artigianato di Betlemme, con cui sosteniamo diverse
iniziative, oltre alle famiglie che lo producono.
Da
un lato mi sembra di disturbare, di penetrare
in situazioni intime di famiglie e di drammi che forse
sarebbe meglio lasciare in pace.
Ma per un altro verso sento il
dovere di documentare, sia queste situazioni di dolore,
che lo splendido lavoro compiuto dal personale del
Caritas Baby Hospital, religiose e laici.
Dolore, nel quale non si possono
lasciare soli i nostri amici di Palestina, prigionieri e
vittime di un'ingiustizia assurda.
Lavoro, nel quale neppure non
possiamo non far sentire il nostro sostegno, per piccolo
ed inadeguato che sia. Tanti piccoli uomini e donne
possono a volte fare molto meglio di molti "grandi e
potenti" che sprecano le loro doti ed energie solo per
azioni inique: a danno dei propri simili, a loro onta e
vergogna.
Scatto quindi le mie foto,
accompagnato da suor Donatella che mi spiega i vari
problemi di ogni bambino.
Non crediate che sia facile
mantenersi distaccati e freddi in una situazione del
genere. La mia commozione è forte. Mi accorgo della mia
debolezza e del groppo alla gola che mi toglie la
parola. Ma assolutamente non è concesso lasciarsi
andare. Bisogna stringere i denti, alzare il mento e lo
sguardo a novanta gradi, sorridere ai parenti dei
bambini nei lettini, mentre si continuano a scattare le
foto.
Perchè queste immagini devono
oltrepassare i "muri", perchè il mondo deve sapere, sia
del dramma che della speranza.
Alcuni
piccoli hanno il conforto della presenza dei
loro genitori, altri non ce l'hanno. Sono bambini i cui
genitori non possono sempre ottenere
i permessi per oltrepassare il "muro", oppure le
condizioni di lavoro non glielo concedono con frequenza,
specie quando si tratta di bambini con un genitore solo.
E sono già fortunati ad averlo. Perchè per molti altri
non c'è neppure quello. Talvolta vengono abbandonati
dove capita, o vengono portati per compassione
all'ospedale e poi lasciati con la promessa di ritornare
presto a riprenderli, campando mille scuse e facendosi
registrare con generalità false e numeri di telefono di
fantasia.
Diventano così i figli di tutti,
delle suore e delle infermiere, dei dottori e del
personale di servizio. Si cerca di rintracciarne i
genitori e se fortunati a volte ci si riesce.
Ci si trova così di fronte
a storie di degrado, di disagio, di forti problematiche
familiari, che le suore ed il personale medico e
paramedico cercano di risolvere ed alleviare nelle loro
angoscie, per quanto più possibile. A volte i genitori
non ci sono più, cancellati da violenze di fazione o
imprigionati.
Qualche volta si riesce
a superare ostacoli che parevano insormontabili, dando
maggiore fiducia e responsabilizzando i genitori. Sono
situazioni che vanno poi seguite anche fuori
dall'ospedale, per opera volontaria delle suore, o delle
infermiere e degli psicologi e assistenti sociali.
Altre volte non si
riesce a venirne a capo ed i bambini restano in balia di
eventi più grandi di loro.
Dopo un certo periodo trascorso in
corsia, ed una volta curate le patologie, intervengono
altre organizzazioni che lavorano in collaborazione con
il Baby Hospital e che si fanno poi carico di questi
orfanelli/e, cercando le famiglie più idonne,
possibilmente all'interno della stessa etnia, per
l'adozione.
Situazioni del genere
capitano ovunque, potrà dire qualcuno, anche nelle
nostre civilizzate democrazie. Ma quaggiù il tasso di
degrado e abbandono è altissimo: troppo alto per una
cittadina di poche decine di migliaia di abitanti, con
pochissime alternative e limitazioni fisiche enormi.
A sovrastare questi drammi
è lo stato di segregazione, di impedimento al movimento,
al lavoro, provocato dall'assedio permanente dello stato
sionista, che toglie energia e speranza ad una
popolazione allo stremo delle forze, provata da decenni
di angherie e prepotenze.
Paradossalmente
possiamo però dire che gli abitanti di Betlemme
sono fortunati, privilegiati nei confronti dei loro
fratelli di altre enclavi palestinesi quali Jenin,
Hebron, Nablus, Ramallah, per non parlare di Gaza ed
altri piccoli villaggi del West Bank e Cisgiordania,
racchiusi da filo spinato, muraglie, blocchi di cemento,
check-point, e bande di coloni che vessano in ogni modo
la popolazione araba contadina, per spingerla ad
abbandonare case e villaggi, bestiame e coltivazioni.
Ne abbiamo raccolto le
testimonianze dirette, e ne abbiamo ricevuto
anche molte altre tramite l'opera di soccorso e
solidarietà di diversi amici, laici e religiosi, dei
quali vi abbiamo già inviato e vi invieremo ancora i
resoconti. Alcuni saranno firmati, altri no, data la
delicata posizione che gli autori ricoprono in Terra
Santa. Hanno già i loro seri problemi, non
procuriamogliene altri...
Qualcun altro potrà anche
osservare che ci sono molte altre situazioni di
degrado in giro per il pianeta, in Africa, in Asia, in
Sud-America. Verissimo, sacrosanto.
Permettetemi però di puntualizzare
che il livello di conflittualità e scontro che
registriamo in Terra Santa, e Medioriente in generale, è
il più elevato in assoluto e pone l'umanità intera più a
rischio che mai. C'è chi tira in ballo fantomatici
"scontri di civiltà", chi attribuisce all'Islam
fondamentalista e terrorista, talibano e jiadista, le
colpe di tutto, chi legge tutto solo addossando le
responsabilità ai grossi interessi economici e
petroliferi in ballo nell'area, chi da tutta la colpa
alla politica imperialista americana e chi invece al
desiderio di egemonia su scala mondiale degli stati
arabi più ricchi.
Geopolitica, teocrazie, interessi
spaventosi, follie ideologiche, disperazione, fame,
bombardamenti: ce n'è per tutti i gusti.
A mio parere forse c'è
un pizzico di verità in ognuna di queste spiegazioni, ma
nessuna di queste, se non prende in considerazione il
progetto coloniale sionista, non va al cuore del
problema e non lo sviscera del tutto.
Pochi sono purtroppo coloro che
hanno chiaramente visto, in tutta la sua cruda realtà
geopolitica, le linee essenziali di tale progetto
pseudo-messianico, che si è attuato e si attua nel tempo
tramite piani a tappe troppo ben congeniate, anche se
apparentemente scollegate tra loro, godendo del pieno
appoggio e complicità dei governi che più contano sullo
scacchiere internazionale.
Gli
enormi mezzi a disposizione, il quasi assoluto
controllo della propaganda
mediatica internazionale,
l'assenza di una reale
coscienza a livello mondiale di quel che sta realmente
accadendo, lo scollegamento e talvolta l'inimicizia tra
le varie forze antagoniste che si oppongono allo scempio
in atto nell'area mediorientale, il fanatismo religioso
portato alle estreme conseguenze, tanto quello islamico
quanto quello giudaico, e peggio ancora quello
cristiano-sionista, permettono alla macchina bellica di
continuare nel suo piano omicida ed egemone, senza
trovare grandi opposizioni ed ostacoli. Uno stuolo di
penne, in buona come, soprattutto, in cattiva fede,
riescono a distorcere la verità e a ribaltare i termini
del confronto e dell'analisi.
Perchè si può dire tutto ed
il contrario di tutto, ma quando provate ad
accostarvi al nocciolo della questione, quando toccate
il nervo scoperto del vero problema che impedisce un
progresso per la risoluzione seria dei problemi sul
campo, quando tirate in ballo il colonialismo sionista,
allora vedrete tutte le vespe del favo saltarvi addosso
per impedirvi di mettere a nudo la verità.
E la verità è che sin quando ci
sarà uno stato esclusivista, colonialista e razzista
come quello sionista, non ci potrà essere giustizia e
pace, ma solo disperazione, morte e conflittualità. Se
Israele non comprende che deve modificare i termini di
governo, tutti i negoziati di pace saranno destinati al
fallimento.
O
si permette una seria costituzione di uno stato
palestinese indipendente, con tutte le
frontiere antecedenti al '67, l'abbattimento dei muri,
la redislocazione degli insediamenti coloniali giudaici
su territorio israeliano, il permesso al ritorno dei
profughi, la liberazione dei prigionieri politici che
non si siano macchiati di atti di terrorismo,
l'indennizzo dei danni subiti ingiustamente dai
contadini, o si modifica radicalmente la
struttura politica dello Stato d'Israele,
trasformandolo da totalitarista ebraico in una più
moderna ed accettabile democrazia multietnica, dove ogni
componente veda rispettate le proprie necessità ed
esigenze di lavoro, di abitazione, di movimento, di
culto, politiche e civili. Quando c'è la buona volontà, i
dettagli tecnici si risolvono. Ma la buona volontà
dov'è?
Unica eccezione, e
salvezza dallo sterminio, è quel forte senso identitario
arabo-palestinese, perlopiù inconscio, che nel bel mezzo
di una campagna genocida, benedetta da tutte le
superpotenze mondiali e nazioni assservite, trova il
modo di continuare a riprodursi, a fare figli.
Perchè al di là
delle battaglie portate avanti dal popolo palestinese,
per rivendicare i suoi diritti alla vita ed alla terra,
violente o non-violente, giuste o sbagliate che
siano,
la cosa più eroica, più forte, giusta ed inarrestabile,
è quella di continuare a procreare, a sperare, a credere
che la vita trionferà sulla morte.
E anche la vita dell'ultimo
dei suoi figli è importante per dare un senso
maggiore alla speranza di tutti, per rafforzare i legami
d'amicizia e responsabile collaborazione tra le diverse
famiglie, confessioni ed etnie, per coltivare e
conservare quella memoria della vita, che ha sconfitto
morte e malattia. Memoria che resterà impressa
fortemente nella mente di chi ha visto i propri figli
salvati da piccole suorine con piccole croci sul petto:
petto nel quale alberga però una gran fede ed un grande
amore per il prossimo.
Questi ed altri pensieri
mi passavano per la testa mentre continuavo a
fotografare e stringere mani.
Pensavo che questa opera,
unitamente alle scuole francescane, nelle quali si offre
una buona educazione ed istruzione a tutti, dovrebbe
aiutare a svelenire gli animi, ad abituarli alla
convivenza al di là dell'appartenenza confessionale e
culturale. Almeno tra cristiani e musulmani che
patiscono le stesse ingiustizie. Ed in parte è così.
Ma sapevo anche che l'ingiustizia fomenta l'odio,
il quale apre varchi a rivalità inesistenti. E poi c'è
sempre chi soffia sul fuoco, per invidia, per interessi
personali e di fazione, o per ignoranza. La fame e la
mancanza di libertà e di spazio creano poi l'humus per
miscele esplosive. Facile immaginare chi ne possa trarre
vantaggio.