
Lasciamo il check point alle
nostre spalle e dopo i saluti di rito, Masjdi (la
nostra guida) ci infila in un taxi alla volta della old
city. Siamo a Nablus e non serve una lunga esperienza
nei territori occupati per capire che l`aria di qui e` pesante. Cerchiamo negli
occhi della gente i sorrisi di Ramallah, Betlemme e
Aboud, trovando soprattutto severita` e rabbia, riflesso
di questa citta` assediata e stretta nella morsa
militare israeliana, che vorrebbe cosi`
schiacciare
la Testa del Serpente. E` in questo modo che i giornali
di Tel Aviv definiscono Nablus, ex capitale economica
della Cisgiordania, importante centro culturale,
divenuta gioco forza la culla della resistenza
palestinese.
Scendiamo dal taxi che si e`
gia` fatto buio, pochi passi nel suq e saliamo
sull`ambulanza del Medical Relief, guidata da Firas,
giungendo in pochi minuti in prossimita` del nostro
alloggio, al decimo piano di una grigia palazzina
arrocata lungo i fianchi della collina, a debita
distanza dai vicoli del centro e dai tre campi profughi:
Balata, Askar e Alian. Qui i militari israeliani
giungono quasi ogni notte con i loro mezzi corazzati,
per arrestare o uccidere dei combattenti palestinesi, o
presunti tali. Masjdi sembra un po` teso: Nandino e`
dovuto tornare al Check Point per spostare l`auto con la
quale siamo arrivati - da noi ingenuamente parcheggiata
a pochi metri dal posto di controllo -, in quanto dopo
24 ore i militari l`avrebbero fatta saltare in aria per
sicurezza, e` la prassi per prevenire qualche autobomba!
Dopo cena usciamo sul terrazzo
e la nostra attenzione scende subito a valle, tra gli
edifici fatiscenti del centro, illuminati dalla luce
giallognola delle strade, dove regna una calma
apparente. E` in questi istanti che Nablus ritrova la
propria vita, l`energia che le ha permesso di resistere
a centinaia di attacchi avvenuti negli ultimi 6 anni. A
partire dal 2002, quando fu quasi rasa al suolo nel
corso della massiccia invasione dell`esercito
israeliano, giunto con decine di carri armati, i Markava
tank, affiancati dai buldozzer necessari per squarciare
gli stretti vicoli della citta` vecchia, demolendo
interi edifici con famiglie all`interno, molte delle
quali scomparse tra le macerie. Poi i soldati e i
cecchini con i fucili di precisione, asserragliati nei
palazzi piu` alti, per vigilare sul coprifuoco totale di
quei giorni, e "sparare su ogni cosa in movimento", come
ci racconta Firas.
Oggi
come allora, Firas e` un volontario del Medical
Relief che guida l`ambulanza tra gli spari e le
esplosioni per prestare soccorso ai feriti o raccogliere
i cadaveri, spesso dopo delicate trattative con i
militari tutt'altro che disposti a consentire il
passaggio. Ci racconta come qualche settimana fa,
durante una breve occupazione militare nel campo di
Balata (25 mila persone in 1 chilometro quadrato), una
donna sia stata colpita da uno snyper (cecchino), mentre
si affacciava alla finestra. Il proiettile le ha
attraversato il torace, passando a pochi centimetri dal
cuore. Dopo il ricovero in ospedale, i militari hanno
riconosciuto il loro sbaglio concedendo fosse trasferita
in una clinica di Tel Aviv dove e` tuttora sotto
osservazione, in condizioni critiche, a spese dei
familiari. Impressionante ascoltare la descrizione delle
tecniche di incursione dei soldati, i quali, per
raggiungere il centro del campo sono soliti aprire dei
fori nei muri con il martello o usando cariche
esplosive, infilandosi poi nelle case
per uscirne dall`altra parte, giungendo ad un nuovo
muro da forare.. e cosi` via, sfasciando anche 30
abitazioni in una sola incursione.

Tattica usata per sottrarsi
alle sassaiole dei giovani, abituati a difendersi in
questo modo dalle aggressioni, spesso a costo della
vita. E` quasi un paradosso, uno dei piu` potenti
eserciti della terra, munito di armi sofisticate e mezzi
corazzati, messo in crisi da bande di ragazzi senza un
futuro, armati di sassi e fionde.
"Negli ultimi 6 anni sono morte
975 persone a Nablus - spiega il Dottor Ghassan del
Medical Relief, incontrato in mattinata -, oltre a 7000
feriti, 1000 dei quali hanno riportato disabilita`
permanenti, anche molto gravi". Ascoltiamo con
attenzione le sue parole e non possiamo che essere
sdegnati, scoprendo come la crescente pressione militare
in Nablus, sia stata accompagnata dall`uso di nuove
armi, una sorta di bombe di precisione che lasciano
ferite terribili, a causa di "particolari schegge mai
viste prima, di un materiale quasi polveroso, in grado
di spappolare gli organi interni e non rintracciabile ai
raggi x".
L
asciata
la clinica del centro entriamo a Balata, il piu`
grande campo profughi della Cisgiordania settentrionale,
dove centinaia di famiglie si ammassano in palazzi
fatiscenti, distrutti e ricostruiti piu` volte, in
seguito alle incursioni israeliane. Dopo una breve
visita al centro giovanile, ci inoltriamo nel cuore del
campo, percorrendo stretti viottoli che in alcuni casi
non superano i 50 centimetri. Qui troviamo un groviglio
di tubi, rifiuti e calcinacci, l`aria e` spesso
irrespirabile per la costante mancanza di aerazione e
sole, causa di svariate patologie che colpiscono
soprattutto chi vive al pian terreno, nella
semioscurita`.
Dopo due notti nella Testa del Serpente, ci
convinciamo che il veleno e` frutto dell`occupazione,
che stritola migliaia di esistenze, corrodendo
l`economia, ostacolando gli spostamenti e alimentando la
tensione nelle strade. Altrettanto disarmante
l`ottimismo di alcuni, se non molti, convinti che la
Palestina ce la fara`: "basta non lasciare le nostre
terre e continuare a vivere ogni giorno senza fuggire.
Questa e` la nostra resistenza!".
Parola di Majdi.
Nablus, 28 ottobre 2007