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Anno II, S.Stefano 2007, Comunicato
n. 123-1
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Alla fine la povera Paola Binetti, senatrice cattolica
del PD, ha scomodato lo Spirito Santo per ringraziarLo
del fatto che il decreto sulle espulsioni dei cittadini
neocomunitari, contenente l’emendamento anti-omofobia,
voluto dai ministri Ferrero e Pollastrini per
accontentare la comunità omosessuale e la sinistra
radicale, è stato lasciato decadere.
In realtà senza scomodare domeneddio nella terza persona
della Santissima Trinità, la senatrice avrebbe potuto
tranquillamente ringraziare la manina velenosa di
qualche funzionario amico o l’incompetenza dei suoi
colleghi di coalizione.
Che è successo?
La legge 13 ottobre 1975, numero 654
(ratifica ed esecuzione della convenzione internazionale
sull’eliminazione di tutte le forme di discriminazione
razziale, aperta alla firma a New York il 7 marzo 1966)
all’articolo 3 comma 1 stabilisce che «Salvo che il
fatto costituisca più grave reato, anche ai fini
dell’attuazione della disposizione dell’articolo 4 della
convenzione, è punito:
a) con la reclusione sino a tre anni chi diffonde in
qualsiasi modo idee fondate sulla superiorità o
sull’odio razziale o etnico, ovvero incita a commettere
o commette atti di discriminazione per motivi razziali,
etnici, nazionali o religiosi;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni chi, in
qualsiasi modo, incita a commettere o commette violenza
o atti di provocazione alla violenza per motivi
razziali, etnici, nazionali o religiosi».
L’articolo 1-bis del decaduto Disegno di Legge 1872
voleva sostituire la norma sopracitata con quella che
segue: «Salvo che il fatto costituisca più grave
reato, anche ai fini dell’attuazione dell’articolo 4
della convenzione è punito:
a) con la reclusione fino a tre anni chiunque, incita a
commettere o commette atti di discriminazione di cui
all’articolo 13, numero 1 del Trattato di Amsterdam;
b) con la reclusione da sei mesi a quattro anni
chiunque, in qualsiasi modo incita a commettere o
commette violenza o atti di provocazione alla violenza
per i motivi di cui alla lettera precedente».
Attraverso il riferimento all’articolo 13 del Trattato
di Amsterdam, nell’intendimento dei ministri Ferrero e
Pollastrini e della sinistra radicale, si voleva fare sì
che sostenere, ad esempio, che ai gay non compete
diventare genitori o affermare che alle loro unioni
saffiche o sodomite non va riconosciuta la dignità di
famiglia, poteva significare tre anni di galera: un
piccolo, sottile, velenoso micidiale marchingegno per
tappare la bocca a chiunque in ambito culturale o
educativo volesse sostenere la non equiparabilità tra
unioni eterosessuali ed omosessuali.
Obiettivo primo - ovviamente - il magistero della Chiesa
e tutte le agenzie di comunicazione e cultura (anche
siti come il nostro, ovviamente!) che non vogliono
saperne di piegare il capo davanti alla perversione
della Verità, iscritta da Dio nel codice stesso della
Vita.
Fatto sta che il riferimento all’articolo 13
del Trattato di Amsterdam, citato nel disegno di legge
decaduto, è sbagliato, perché in esso si dice
semplicemente che «il presente trattato è concluso
per un periodo illimitato».
Come si vede in quella norma del trattato non vi è
nessun riferimento a comportamenti razzisti od omofobi.
Si parla d’altro. (1)
Insomma un errore marchiano.
In effetti, se si voleva utilizzare lo strumento del
rimando normativo, il riferimento doveva essere fatto
non al Trattato di Amsterdam, ma alla «Versione
consolidata del trattato che istituisce la Comunità
Europea», la quale all’articolo 13 stabilisce
quanto segue: «Fatte salve le altre disposizioni del
presente trattato e nell’ambito delle competenze da esso
conferite alla Comunità, il Consiglio (che è
costituito dai ministri degli Stati membri competenti
per materia, nda), deliberando all’unanimità su
proposta della Commissione (composta dai tecnocrati
avente funzioni esecutive nda) e previa
consultazione del Parlamento europeo (l’inutile e
costosissimo carrozzone che noi eleggiamo e che non ha
di fatto alcun potere reale, nda), può prendere i
provvedimenti opportuni per combattere le
discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine
etnica, la religione o le convinzioni personali, gli
handicap, l’età o le tendenze sessuali».
(2)
Lo strumento del rimando normativo al Trattato
era volpino e si fondava su di un meccanismo divenuto
oramai automatico: come una sorta di riflesso
condizionato, infatti, citare anche solo per relationem
qualcosa che proviene dall’Unione Europea ha la stessa
forza evocativa di una nuova Rivelazione.
L’Unione Europea è il nuovo Verbo, il rimando
imprescindibile, trascendente, cui non ci si può
opporre.
Chi lo fa, rischia grosso: è una specie di reato di lesa
maestà.
Il meccanismo - dicevamo - è automatico
e, se non fosse stato per un errore materiale, sarebbe
divenuto inesorabile: ammantandosi di un riferimento
astratto ai poteri delle istituzioni europee,
si sarebbe fatta passare una norma che «a cascata» ci
avrebbe vietato di dire no a matrimoni e adozioni per
gli omosessuali o impedito di combattere l’equiparazione
tra famiglia naturale
e unioni gay.
«Zapaterizzare» la nostra vita: ecco cosa serve l’Unione
Europea: ipsa dixit.
Così funziona questo potere invisibile che ci sovrasta
con il suo gergo di legno, i suoi trattati, le sue
direttive, mediante le quali ci obbligano ad accettare,
nella logica del positivismo giuridico, tutto ciò che le
loro lobby decidono.
L’Europa - ci spiegano - ce lo impone.
Ma nessuno ci spiega come ciò sia possibile, visto che
nessuno ci ha interpellato e dove lo hanno fatto, come
in Francia, la gente ha detto no.
Da noi si sono accordati tra loro, nelle loro
segreterie, nelle loro logge segrete, nei loro
Bilderberg e poi ce l’hanno fatta ingoiare.
Sentite coma suona bene: Acquis comunitario.
Non vi sentite già amnioticamente avvolti da questo
grande utero europeo?
Nemmeno ve ne accorgete, ma siete lì, immersi nelle sue
acque, galleggiate, ciucciate il suo nutrimento, state
diventando neo-cittadini europei.
Acquis comunitario non è un termine che ci inventiamo
noi.
Lo trovate nel sito dell’Unione Europea
ed è un termine francese che significa, sostanzialmente,
«l’UE così com’è»: comprende tutti i trattati,
le leggi, le dichiarazioni, le risoluzioni, gli accordi
internazionali in materie di competenza dell’UE e le
sentenze pronunciate dalla Corte di Giustizia. Insomma
l’Acquis sono le norme con cui stanno cambiando la
nostra vita e la nostra identità.
Fanno così questi poteri anonimi ed occulti.
Dapprima vi strisciano a fianco, poi implacabili come
anaconde vi avvolgono nelle loro spire, finchè non vi
potrete più muovere.
Poi vi soffocano e sarete il loro nutrimento, come lo
sono i debitori per tutti gli usurai.
Lo fanno piano, dolcemente, senza che ve ne accorgiate.
Usano termini tranquillizzanti.
Tutto ciò che viene dall’Unione Europea è rassicurante,
allarga i diritti, allarga i mercati, allarga le
opportunità allarga i confini: sono in pochi ad
accorgersi che allarga le fauci.
E’ tutto così, fateci caso: dopo allargamento, in ordine
alfabetico, troverete armonizzazione, poi capacità di
assorbimento, coesione, comunitarizzazione, cooperazione
rafforzata, dialogo, Erasmus («Mio figlio ha fatto
Erasmus» - si sussurrano le mamma progressiste,
compiacendosi degli studi dei loro marmocchi… anche
quelli di Perugia); poi c’è Eurolandia, metodo
comunitario aperto, mercato comune, miglior prassi,
passerella comunitaria, pilastri dell’Unione, quattro
libertà (cittadini, beni servizi, capitale), SEE (spazio
economico europeo), sovranazionale, sussidiarietà,
transnazionale, trasparenza, unanimità!
Oh, che meraviglia questa Europa, che paradiso, altro
che la Gerusalemme celeste!
In effetti è altro!
Purtroppo molto più simile alla Gerusalemme terrestre…
Quando sentite parlare di Unione Europea, o di ONU, o di
UNICEF, o di diritti civili per prima cosa dubitate; poi
continuate a dubitare; prima o poi la fregatura la
scoprirete.
In ogni caso, tornando alla norma
che volevano imporre a casa nostra, ci domandiamo perché
tutti coloro che in Europa sono così sensibili alle
discriminazioni fondate sul sesso, la razza o l’origine
etnica, la religione o le convinzioni personali,
tacciono quando queste cose accadono in Israele?
Vorremmo sapere come mai l’UE, per essere coerente con
se stessa, dopo avere deplorato le presunte violazioni
dei diritti civili in Iran o negli altri «Stati
canaglia», dopo aver fatto imprigionare David Irving,
avere messo in mora l’Austria dal far entrare al governo
l’estrema destra di Jorge Heider, guardato con
apprensione alla crescita della Lega in Italia, urlato
la propria costernazione quando Jean Marie Le Pen andò
al ballottaggio per la presidenza francese, avere
approvato una «Risoluzione sulla protezione delle
minoranze e le politiche contro la discriminazione», in
cui sotto accusa rischia di finire la Chiesa cattolica,
avere condannato ripetutamente l’autocrazia di Putin, le
violenze di Hamas, l’intolleranza islamista, non chiede
che anche gli ebrei, come tutti i popoli europei sono
stati costretti a fare, si aprano al cosmopolitismo.
Vorremmo sapere perché mentre tutti gli altri popoli
devono dimenticare di essere italiani, francesi,
tedeschi, bulgari, russi, iraniani in nome della
fratellanza universale, pena la taccia di razzismo,
Israele possa pretendere di vedersi riconosciuta la
qualifica di Stato ebraico, pur se una consistente parte
della popolazione, che senza la pulizia etnica in atto
diventerebbe in poco tempo maggioranza, non è ebrea.
Io vorrei che nella discussione sulla riforma elettorale
ci fosse uno straccio di deputato che avesse
provocatoriamente il coraggio di presentare al
Parlamento italiano una legge che vieti ad individui o
gruppi di presentarsi in parlamento, se respingono
l’identità dell’Italia come Stato cattolico, invocando
come precedente la «Basic Law, the Knesset, section
7°», approvata dalla Knesset
(il Parlamento israeliano) il 15 maggio 2002, che
autorizza appunto il comitato centrale delle elezioni a
vietare a individui e a partiti politici di candidarsi
per la Knesset nel caso che respingano l’identità di
Israele come «Stato ebraico e democratico».
Siccome la Legge poi richiede ai candidati di fare una
dichiarazione formale coerente con queste clausole e
tutti i candidati devono dichiarare «Giuro lealtà
allo Stato di Israele e di astenermi da azioni contrarie
ai principi della sezione 7° della Basic Law: la Knesset»,
mi chiedo perché non proporlo anche in Italia ed andare
poi a discuterne da Gad Lerner all’Infedele.
Inoltre ad imitazione della Legge
sui Matrimoni che vige sempre in Israele, rinnovata ed
estesa dal Parlamento israeliano se non ricordiamo male
nel 2005, in base a cui non sono riconosciuti dallo
Stato di Israele i matrimoni fra palestinesi israeliani
e palestinesi che vivono nei territori occupati,
chiederemmo a quello stesso deputato, magari della Lega,
di proporre di vietare i matrimoni tra extracomunitari
che vivono fuori dello Stato italiano ed extracomunitari
divenuti cittadini italiani, per vedere la reazione
dell’UCEI (Unione delle Comunità ebraiche in Italia).
Infine vorremmo sapere perché da noi si dovrebbe finire
in galera se si rivendica l’identità dei popoli e in
Israele Baruch Marzel, ex «Kapo» dei terroristi del
Kach, che durante la visita del Papa in Terra Santa nel
Marzo 2004 diede l’ordine di distruggere la base di
atterraggio dell’elicottero papale a Gerusalemme e che
vuole la distruzione della comunità palestinese in
Israele inneggiando all’estirpazione o allo sterminio
dei goym in Israele e nei territori occupati, di fronte
alla notizia del matrimonio tra la fotomodella e attrice
israeliana Linor Abargil, ex Miss Mondo, e il campione
lituano di basket Sarunas Jasikevicius, ha potuto
impunemente dire: «Cara Linor, per favore, pensa a
tuo nonno, pensa a tua nonna. Pensa alla tradizione
ebraica, pensa alla Legge Mosaica, pensa ai rischi che
l’assimilazione provoca al nostro popolo».
(3)
Ci chiediamo perché loro a casa loro possono
fare ciò che vogliono e noi a casa nostra dobbiamo
sopportare che loro ci facciano sempre la morale, con la
solita scusa della Shoah.
Il 22 agosto, per non smentirsi, il
sopracitato Baruch Marzel, che dal 1984 si è trasferito
ad Hebron, nel più provocatorio degli insediamenti
israeliani, ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Grazie
a Dio altre 10 famiglie ebree sono venute a vivere a
Hebron e la nostra situazione sta migliorando. Tutto sta
andando nella direzione giusta, e stimiamo che circa
40.000 arabi abbiano lasciato Hebron in Giudea e Samaria
(la Cisgiordania). Tutti sanno che non ci sarà uno
Stato palestinese, e che mezzo milione di Ebrei vivranno
qui. Il punto è se gli arabi che rimarranno accetteranno
questa situazione oppure no. Se combattono, saranno
espulsi».
Alla domanda: «Crede che i fatti del 1929
(l’uccisione di 29 ebrei da parte degli arabi) si
ripeteranno?» ha risposto: «Temiamo eventi del
genere, perciò ci prepariamo. Possediamo un sacco di
armi e facciamo esercitazioni».
A chi gli ha chiesto perché queste zone sono chiuse ai
cittadini palestinesi di Hebron, mentre i negozianti
ebrei circolano liberamente, ha risposto «Io
sostengo l’idea che tutti i posti siano aperti a tutti.
Se mi fosse stato permesso di andare in qualunque posto
a Hebron, avrei permesso ai palestinesi di andare da
qualunque parte. Comunque, se non mi permettono di
andare dall’altra parte della città, nemmeno a loro sarà
permesso entrare nella nostra zona. Lei deve capire che
noi torneremo qui, e ogni mano alzata contro di noi
verrà punita, e ogni volta che intraprenderanno un
attacco, la pagheranno».
Gli replicano: «Tuttavia, al momento non ci sono
stati attacchi contro gli ebrei».
E lui: «Ci sono stati dei tentativi di accoltellare
degli ebrei. Ci sono stati incidenti a fuoco contro
agricoltori, oltre a ordigni esplosivi. La situazione
non è tranquilla, forse a causa dell’esistenza di
organizzazioni internazionali che pagano i palestinesi
perché sporgano denuncia. Sono pronti a dire che abbiamo
ucciso le loro madri per un centinaio di dollari. Non
c’è problema, però se si permette a questi missionari
cristiani di entrare a Hebron, perché noi dovremmo
soffrire?».
Di Hamas dice: «Penso che Hamas
sia un potere controverso. Sono dei religiosi. Li
combatteremo. Comunque Abu Mazen (il presidente
Mahmoud Abbas) e i suoi seguaci potrebbero essere
corrotti con denaro, e noi sappiamo come trattare con
loro. Per quanto riguarda Abu Mazen, non mi piace, e se
fosse stato necessario l’avrei ucciso. Comunque,
oggigiorno risulta simile alle organizzazioni
internazionali, entrambi non combattono contro di noi, e
questo è il motivo per cui noi non combattiamo contro di
loro. Se dovessero riprendere le armi, li combatteremmo
come facciamo con Hamas».
Infine qualora la Corte Israeliana decidesse di evacuare
gli ebrei da Hebron, Baruch Marzel avverte: «Il
ritiro da Gush Qatif (gli insediamenti di Gaza
‘evacuati’ nel 2005) è stato iniziato da Ariel
Sharon. Ha provato a seccare o soffocare la Striscia di
Gaza, e sapeva che aveva bisogno di evacuare gli ebrei.
Oggi sappiamo dai sondaggi che anche il 40-50% degli
arabi vorrebbero evacuare la Striscia di Gaza. Anche gli
arabi qui a Hebron vorrebbero andarsene. Torneremo a
Gush Qatif, malgrado tutto non ci saranno più arabi in
quel momento, perché tutti se ne saranno andati, quasi
perché noi ce ne siamo andati. Ma a Hebron, noi non ce
ne andiamo, e credo che gli arabi preghino perché noi
restiamo, e lei ha visto cosa è successo loro nelle zone
che noi abbiamo evacuato. Da quando siamo arrivati a
Hebron, benedizioni e prosperità hanno prevalso, e lei
può chiederlo ai commercianti» (4).
Cosa è successo l’ abbiamo visto: il
genocidio di un popolo, la Shoah dei palestinesi.
Alla UE, evidentemente, conoscono chi ha potere di «dare
prosperità e benedizione» ed hanno imparato la
lezione: silenzio sui delitti di Israele, cui viene
lasciato potere di vita e di morte sui suoi schiavi
palestinesi e politica di sangue e suolo per il solo
Reich ebraico.
A noi, invece, mentre in silenzio le nostre tasche
vengono svuotate da politiche monetarie suicide, è
riservata - naturalmente grazie all’allargamento dei
diritti e delle opportunità - la perdita di identità, un
futuro da rumeni, la pelle un po’ più scura, l’Islam a
contenderci le chiese, la dissoluzione dei nostri
costumi, la tutela di Sodoma.
«I re di Tarsis e delle isole porteranno offerte, i
re degli arabi e di Saba offriranno tributi e a lui
tutti i re si prostreranno, lo serviranno tutte le
nazioni».
Così Israele interpreta se stesso, Messia di se stesso e
signore sulle genti.
Dice il salmo 2: «Annunzierò il decreto del Signore.
Egli mi ha detto: ‘Tu sei mio figlio, io oggi ti ho
generato. Chiedi a me, ti darò in possesso le genti e in
dominio i confini della terra. Le spezzerai con scettro
di ferro, come vasi di argilla le frantumerai’ ».
Sì, il suo è scettro di ferro, sotto il quale gemono le
nazioni.
Ma badi Israele di non stancare la
pazienza degli uomini e di non sfidare la potenza di
Dio.
E’ un altro Colui al quale tutti i re si dovranno
prostrare e non già per il possesso dei beni di questo
mondo, ma dell’Eternità.
Badi Israele di non volerne usurpare il trono, badi a
non sottrarre a Lui le genti, che Egli ha acquistato a
prezzo del Suo sangue preziosissimo.
Guai a coloro contro i quali le Scritture si compiono,
proprio mentre credono di possederle.
Guai a chi legge le profezie che si sono compiute nel
Santo Natale come riferite a se stesso, perché egli non
può essere che l’Anticristo.
Domenico Savino
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2519¶metro=esteri
(foto di
www.TerraSanta.org)
Note
1)
http://www.europarl.europa.eu/topics/treaty/pdf/amst-it.pdf
2)
http://www.rete.toscana.it/sett/pmi/trattato_ce.pdf
3)
http://www.corriere.it/Primo_Piano/Esteri/2006/03_Marzo/03/nozze.shtml
4)
http://www.maannews.net/en/index.php?opr=ShowDetails&ID=24905
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