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Introduzione storica alla questione palestinese.
Enrico Galoppini
per www.effedieffe.com
13/01/2008
Tra
i molti trabocchetti disseminati
lungo il percorso di chi aspira a comprendere il senso di
una tragedia come quella che investe da più di un secolo la
Palestina ce n'è uno che riguarda il modo stesso di
definirla: la «questione palestinese».
Quanti libri, saggi e articoli sono dedicati alla «questione
palestinese»?
Eppure, a ben considerare, la questione è davvero poco «palestinese»,
poiché - a parte l'insipienza, la corruzione e la collusione
col nemico dimostrate da parte delle «élite»
palestinesi - la pianificazione e l'organizzazione di quel
che si è finora tradotto in distruzioni, esodi e massacri ai
danni dei palestinesi (1)
avviene anche perché esiste un'altra «questione»
irrisolta, da ben più antica data rispetto a quella «palestinese».
E' la «questione ebraica», di cui si sono occupati in
ogni tempo e luogo capi di Stato, ideologi, religiosi,
filosofi e letterati…
Una «questione» che sembrava avviata a risolversi con
la «emancipazione» assicurata in Europa dalle «rivoluzioni
borghesi» della metà dell'Ottocento, e che invece il
sionismo, giustificatosi proprio in quel torno di tempo come
«soluzione» alla «questione ebraica», ha
contribuito a portare nuovamente alla ribalta e a rendere,
apparentemente, irrisolvibile
(2).
Il problema - è inutile girarci attorno - è di convivenza
all'interno del genere umano.
Sì, perché una volta assunto il paradigma per cui esistono «loro»,
«gli eletti», «i prescelti dal Signore» (nel
bene e nel male) tra i quali vige l'imperativo di «far
quadrato», ed esistono «gli altri», i «gentili»
che sono odiati, e verso i quali è incoraggiata
l'applicazione di una doppia morale discriminatoria, viene
innescato il germe del razzismo, di cui oggi tanto si parla
a sproposito e per partito preso.
Una
volta capito questo,
si capisce anche che il problema non è nemmeno il giudaismo
in sé, quanto un paradigma molto semplice tanto spietato
suscettibile d'innumerevoli configurazioni, se solo si pensa
al fanatismo esclusivista delle ideologie
otto-novecentesche.
E l'aver affermato ciò è il primo merito di un libro di
Dagoberto Bellucci, "Introduzione storica alla questione
palestinese", Noctua edizioni
(3).
Il secondo aspetto è l'aver fatto piazza pulita
sull'equivoco - diffuso «a sinistra» - per cui il
sionismo non avrebbe alcun rapporto con la religione del
giudaismo; ma se solo si riflette sul fatto che i primi
ideologi del sionismo furono dei rabbini, si ridimensiona il
peso delle componenti «laiche» e «socialiste»
sopravvalutato per confondere le acque e tirare dalla
propria parte un certo pubblico «occidentale».
L'obiettivo del sionismo, invece, è sempre stato Gerusalemme
(4).
E che poi esistano dei rabbini anti-sionisti è un altro paio
di maniche, ma è un problema tutto interno al giudaismo o,
se vogliamo, ai monoteismi.
Su questo non vogliamo rovinare la sorpresa al lettore e
rimandiamo al libro di Bellucci nel quale si evince la
capitale importanza dell'elemento messianico nel sionismo.
Tutte
queste cose le aveva comprese
Giovanni Preziosi (1881-1945), direttore de «La vita
italiana» (un mensile che Vilfredo Pareto in una lettera
a Maffeo Pantaloni definì come fondamentale per capire la
storia politica italiana dell'anteguerra e del periodo
bellico), il quale incessantemente denunciò, sin dagli
esordi, i pericoli per la pace mondiale insiti nella
costituzione del «mandato» speciale britannico sulla
Palestina e del «focolare nazionale ebraico», e che
per viltà ed opportunismo la maggioranza dei grandi «intellettuali»
si è sempre guardata dal citare senza dipingerlo come un
pazzo invasato (5).
Bellucci, citando alcuni passi «profetici» dello
stesso Preziosi (6),
mostra giustamente d'infischiarsene della canea che, per
molto meno, viene scatenata contro tutti quelli che non si
genuflettono di fronte all'odierno vitello d'oro della
politica internazionale ed interna a ciascuno Stato «occidentale».
Quello che esige continue, rinnovate e mai bastevoli «scuse»,
«dichiarazioni d'amicizia» e via
ruffianeggiando (7).
Mandare il cervello all'ammasso (o far finta di mandarlo) è
la regola aurea di tutti coloro che tengono così tanto alla
loro poltrona dall'ignorare l'insanabile contraddizione
insita nel loro ostentato «stare con Israele»
(8) e l'antirazzismo
da essi stessi predicato ed eretto a dogma del galateo
politico-sociale del cosiddetto «Occidente», la cui
intima ideologia - l'ho già affermato altrove - è oramai il
sionismo (9).
Che è aspetto - va sottolineato - più complesso del «complotto
ebraico», perché ogni attento osservatore sa che se la
Palestina è ridotta a «questione» lo si deve
all'interesse convergente delle superpotenze di ieri e
dell'aspirante «potenza unipolare» di oggi e del suo
codazzo, mentre è altrettanto evidente che se un domani più
o meno prossimo sorgerà un mondo multipolare, o,
addirittura, il baricentro si sposterà verso Russia, India e
Cina, quello che a tutti gli effetti è un agente
perturbatore del vicino oriente arabo-islamico andrà
inevitabilmente ai saldi di fine stagione, senza nemmeno
quell'immane bagno di sangue («ebrei a mare», ecc.)
che i pappagalli della propaganda sionista - forti del «ricatto
olocaustico» - agitano come ricatto morale contro ogni
ipotesi di naturale revisione dell'attuale assetto
vicino-orientale (10).
Il
libro di Bellucci,
lungi dal voler costituire una parola definitiva
sull'argomento, ha tuttavia il pregio di focalizzare
l'attenzione sulla radice della «questione», dalla quale è
nata una mala pianta, quella della zizzania perenne nel
genere umano (11),
nel vicino oriente (vedi le guerre scatenate per ritardarne
uno sviluppo autonomo e lo Stato di polizia interno ai vari
Stati vicino-orientali giustificato dalla «guerra a
Israele»), ma anche all'interno delle varie società, se
solo si pensa all'azione corrosiva e ben reclamizzata dei
prezzolati del sionismo a caccia di «cattivi»
(politici, storici, letterati, ecc.) da additare al pubblico
ludibrio quando i popoli europei, e specialmente i loro
settori produttivi, anziché dividersi inutilmente tra
«veglie per Israele» e «presidi (pacifisti!)
filo-arabi» dovrebbero pensare a vivere in realtà
orientate secondo i loro naturali interessi geopolitici e
non ridotte a ruote di scorta di un treno impazzito lanciato
dai pupari del sionismo che più prima che poi andrà a
schiantarsi contro il muro delle menzogne storiche,
politiche e religiose da essi stessi propalate.
Se, dunque, dopo la lettura del testo di Bellucci si avrà
chiaro che non ha senso parlare di «questione palestinese»,
vorrà dire che questo libro è stato compreso.
Facciamoci caso:
tutte le denominazioni delle varie «questioni»
nascondono i loro principali responsabili.
Abbiamo una «questione irachena» che si protrae tra
embarghi ed invasioni dal 1990, ma non si afferma la cosa
più scontata: che trattasi di un aspetto della «questione
americana», a sua volta parte della più ampia «questione
occidentale».
Di quell'«Occidente» che, per secoli, differenti
orientamenti religiosi e politici anche in contrasto tra
loro hanno inteso comunque interpretare come «faro della
civiltà» e che alla fine si è ignominiosamente risolto
nell'adesione al sionismo e nella fede nei suoi dogmi.
Fatevi furbi, la «questione», oggi, è il sionismo.
Enrico Galoppini
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2562¶metro=
Note
1) Confronta E.
Galoppini, «Sul terrorismo israeliano», «Eurasia»,
1/2005, pagine 219-228 (recensione dell'omonimo libro curato
da Serge Thion, (traduzione italiana) Graphos, Genova,
2004).
2) Si tratta
della stessa idea sostenuta da Piero Sella, «Prima
d'Israele», Edizioni dell'Uomo Libero, Milano,
1996.
3) Dagoberto
Bellucci è autore, tra gli altri, di «Islam e
globalizzazione», Il Cerchio, Rimini 2003; «Conoscere
l'Islam. Le basi della dottrina sciita»,
Il Cerchio, Rimini 2005.
4) Maurizio
Blondet,
«Il tempio e i tempi ultimi»,
EFFEDIEFFE.com
5) Unica
eccezione di rilievo: Renzo De Felice, Giovanni Preziosi e
le origini del fascismo (1917-1931), in «Rivista Storica
del Socialismo», numero 17, settembre - dicembre 1962,
pagine 493-555.
6) Il quale, già
all'epoca, denunciava l'ingiustificabile
sovrarappresentazione dell'elemento ebraico in più settori,
come quelli del giornalismo e delle professioni. E', né più
né meno, quello che avviene oggi, con l'aggravante
dell'esistenza di uno Stato eretto a base territoriale del
sionismo di cui individui mimetizzati dietro un'onomastica
poco nota a più rivestono a tutti gli effetti il ruolo di
portavoce ufficiosi.
7)
Si è giunti alla tragicommedia di governanti che,
mentre l'esercito israeliano distrugge il Libano, tremano al
pensiero di sentirsi dare dell'«antisemita» e perciò
si lanciano in sperticate lodi della «democrazia
israeliana», in inviti a «moderare la forza», in
affermazioni plateali del «diritto di esistere di Israele»,
ecc., mentre l'opposizione (!) denuncia la «debolezza»
delle posizioni dei partiti di governo reclamando maggior
impegno nella «difesa d'Israele». Viene da
chiedersi se tutti costoro si rendono conto dello spettacolo
pornografico propinatoci, ma forse, troppo impegnati a
coltivare la «memoria», non hanno tempo per occuparsi
dell'attualità che offre situazioni che è saggio «dimenticare»
alla svelta.
8) E. Galoppini,
«Difendere Israele». Regola numero 1: stravolgere la
realtà, «Aljazira.it», 14 luglio 2006 (ora alla seg.
url:
http://www.aginform.org/israel10.html).
9)
E. Galoppini, «Stato d'Israele» o «Entità
Sionista?», «Eurasia», 3/2006, pagine 185-195.
10) E. Galoppini,
«La tragedia dei palestinesi: la fine della ragione e il
trionfo dell'ingiustizia», Aljazira.it, 13 giugno 2006.
11) Ogni popolo
che non fila dritto secondo i «diktat» del sionismo
diventa immediatamente «antisemita», dunque «impuro»,
per cui gli vengono scatenate contro vere e proprie campagne
d'odio e di discredito (vedi i casi degli austriaci, dei
romeni, dei polacchi, degli ungheresi, ecc.) che sconfinano
nel razzismo puro e semplice. |