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Cattolici stupefacenti: Gil Grissom e la «scuola bolognese»
di
Domenico Savino
per
www.effedieffe.com
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2564¶metro=religione
14/01/2008

Papa Benedetto XVI durante la celebrazione
dell'Epifania
Bastonati e mortificati,
non si danno per vinti, ma continuano a tessere le loro
trame e a spandere i loro veleni per la Chiesa: ora che il
bubbone è stato inciso, viene a suppurazione tutto il carico
di iniquità, errori dottrinali, menzogne con cui hanno
ammorbato il Corpo mistico di Cristo nel corso degli ultimi
quarant'anni.
Stiamo parlando di quella sulfurea corrente che all'interno
della Chiesa ha in eminenti porporati gerosolimitani, in
vescovi prudentemente dissidenti, nella maggioranza dei
teologi e in un gran numero di intellettuali più o meno di
lungo corso il proprio cast, il plotone di scena con cui
riescono sempre e comunque a guadagnare la ribalta e a
«spacciare» se stessi, «cattolici stupefacenti», come
interpreti della Chiesa «autentica».
Sono in realtà una setta, una ristretta, intellettualistica,
potentissima e velenosa lobby che ha «trafficato» con ogni
forma ereticale antica e moderna ed ha occupato la Chiesa:
sono un'avanguardia «teologicamente leninista», che pensa di
dover condurre la Chiesa-popolo di Dio, intesa come massa
ignorante di gente ingannata da un dogma costruito a fini di
potere, verso la vera comprensione dell'autentico messaggio
evangelico, fin qui celato in forme devozionali, a causa di
un millenario peccato contro lo Spirito.
Sono coloro che pensano che attraverso lo sforzo maieutico
che lo spirito e la storia avrebbero loro affidato, i
credenti in Cristo debbano essere indirizzati verso
l'incontro con una più alta consapevolezza di sé, che li
liberi dal dogma, per renderli lievito tra le nazioni, in
grado di rivelare il Cristo presente in ognuno, a
prescindere dall'«appartenenza» alla struttura ecclesiale:
ciò al fine di costruire l'autentica cattolicità della
Chiesa, proiettata verso un avvenire di «progresso», che la
affranchi per sempre dai propri «cascami oscurantisti»,
permettendo in tal modo che si dispieghi pienamente al suo
interno l'illuminazione di un messaggio cristico, depurato
dalla superstizione della propria tradizione storica e
contingentemente incarnazionista.
Sono i figli delle antiche eresie, che si sono rapprese
nella multiforme idea modernista e che hanno usato il
Concilio Vaticano II come grimaldello per scardinare il
«depositum fidei» e contaminarlo con i propri irredimibili
errori.
Non deve stupire:
è il frutto di un'Opera malvagia che viene da lontano.
Hanno lavorato nell'ombra, hanno ostentato umiltà,
esercitato pazienza, raffinato il sapere, ammaestrato la
coscienza, simulato obbedienza, riscosso fiducia, acquisito
il potere: da lì hanno occupato posti, cattedre, cattedrali,
giornali, riviste, diocesi, parrocchie, case editrici,
scuole, università, partiti, sindacati, scranni, sedie,
strapuntini, schermi televisivi, onde radio e modulazioni di
frequenza senza trovare argine alcuno, disegnando contro il
«mistero» della Chiesa, trasmesso dalla tradizione, un'altra
Chiesa, la chiesa rinnovata, la chiesa come assemblea
comunitaria, la chiesa del Terzo Millennio: particolarmente
negli ultimi trent'anni, mentre il «Papa volante» girava il
mondo a riempire le piazze, loro si incaricavano di svuotare
le anime e quindi le chiese, anzi la Chiesa.
Ma di una cosa essi non hanno tenuto conto, giacché a questo
non si rassegnano: la Chiesa non sono loro.
La Chiesa, societas perfecta, nella sua essenza non è
neppure il popolo di Dio, con cui l' hanno sociologicamente
e riduttivamente identificata, popolo che, anzi, sovente
essi hanno portato verso l'errore e la perdizione.
La Chiesa è - anche solo da questo limitato punto di vista -
molto di più: come insegna l'insuperato Catechismo di San
Pio X la Chiesa «è la società o congregazione di tutti i
battezzati che, vivendo sulla terra, professano la stessa
fede e legge di Cristo, partecipano agli stessi sacramenti,
e obbediscono ai legittimi Pastori, principalmente al Romano
Pontefice» (1).
La Chiesa-popolo di Dio non può mai essere disgiunta dalla
Chiesa-corpo di Cristo, dalla Chiesa-sposa di Cristo e dalla
Chiesa-Tempio dello Spirito Santo.
Anche il nuovo Catechismo della Chiesa
cattolica rammenta infatti che «il paragone della Chiesa
con il corpo illumina l'intimo legame tra la Chiesa e
Cristo. Essa non è soltanto radunata attorno a lui; è
unificata in lui, nel suo corpo. (2)
L'immutabile insegnamento della Chiesa promana infatti dalla
medesima immutabilità di Gesù Cristo che 'è lo stesso ieri,
oggi e nei secoli!' (Eb 13, 8), rendendo ciò che è
esterno conforme alla sua dimensione spirituale interna. In
questo senso il Catechismo di San Pio X ricordava che 'il
corpo della Chiesa consiste in ciò che essa ha di visibile e
di esterno, sia nella associazione dei congregati, sia nel
culto e nel ministero d'insegnamento, sia nel suo esterno
ordine e governo» (3).
Analogamente va inteso ciò che afferma il Catechismo della
Chiesa cattolica, quando rammenta che «tre aspetti della
Chiesa-corpo di Cristo vanno sottolineati in modo
particolare: l'unità di tutte le membra tra di loro in forza
della loro unione a Cristo; Cristo, Capo del corpo; la
Chiesa, Sposa di Cristo» (4).
Il vecchio Catechismo di San Pio X
insegnava a tal fine che «l'anima della Chiesa consiste
in ciò che essa ha d'interno e spirituale, cioè la fede, la
speranza, la carità, i doni della grazia e dello Spirito
Santo e tutti i celesti tesori che le sono derivati pei
meriti di Cristo Redentore e dei Santi» (5).
E' ciò che il nuovo Catechismo con altro linguaggio vuole
ricordare, citando Sant'Agostino: «Quod est spiritus
noster, id est anima nostra, ad membra nostra, hoc est
Spiritus Sanctus ad membra Christi, ad corpus Christi, quod
est Ecclesia - Quello che il nostro spirito, ossia la nostra
anima, è per le nostre membra, lo stesso è lo Spirito Santo
per le membra di Cristo, per il corpo di Cristo, che è la
Chiesa».
Bisogna attribuire allo Spirito di Cristo, come ad un
principio nascosto, il fatto che tutte le parti del corpo
siano unite tanto fra loro quanto col loro sommo Capo,
poiché egli risiede tutto intero nel Capo, tutto intero nel
corpo, tutto intero in ciascuna delle sue membra. Lo Spirito
Santo fa della Chiesa «il tempio del Dio vivente» (2 Cor
6,16) (6).
Il tema di Cristo-Sposo della Chiesa è infine «preparato
dai profeti e annunziato da Giovanni Battista. Il Signore
stesso si è definito come lo 'Sposo' (Marco 2,19).
L'Apostolo presenta la Chiesa e ogni fedele, membro del suo
corpo, come una Sposa 'fidanzata' a Cristo Signore, per
formare con lui un solo Spirito. Essa è la Sposa senza
macchia dell'Agnello immacolato, che Cristo ha amato e per
la quale ha dato se stesso, 'per renderla santa' (Ef
5,26), che ha unito a sé con una Alleanza eterna e di cui
non cessa di prendersi cura come del suo proprio corpo. Che
cosa, infatti, sta scritto? 'Saranno due in una carne sola.
Questo mistero è grande; lo dico in riferimento a Cristo e
alla Chiesa' (Ef 5,31-32)» (7).
Questa dimensione «misterica», cioè sacramentale della
Chiesa viene continuamente occultata dai moderni e
modernisti «pastori», ma essa permane come un Mistero che li
sovrasta e sopra la quale vigila terribile una promessa: non
prevalebunt.
L'oblio doloso delle verità essenziali
della nostra fede è drammaticamente divenuto pratica
costante della «pastorale» post-conciliare: nel corso degli
ultimi quarant'anni lentamente, inesorabilmente, come è nei
processi tumorali, ove la degenerazione avviene per un
piccolo errore di «copiatura» del patrimonio genetico, il
dogma della nostra fede è stato trasformato tramite piccoli
sistematici incessanti aggiornamenti, continui, minimali, ma
implacabili.
Gradualmente, in modo quasi subliminale, hanno fatto in modo
che ci abituassimo, senza quasi che ce ne accorgessimo,
alterando, a partire dai riti e dalle formule di preghiera,
i processi di trasmissione del codice della fede, che
avevamo ricevuto dalla tradizione, sicchè essa appare oggi
metastatizzata dalla cancrena modernista.
Ecco dunque oggi il Corpo mistico di Cristo, cioè la Chiesa,
gravemente malata e le sue membra via via intaccate,
infiacchite, indebolite da qualcosa che le trasforma e le
deforma, in modo che esse non possano più assolvere la
funzione per cui esistono.
Così è ridotta oggi la Chiesa,
resa sofferente e impotente dai propri peccati, dai propri
errori e dai propri vizi: cristiani teologicamente
modificati e pastoralmente sterilizzati, inadatti oramai
antropologicamente a resistere alle «potenze» del mondo.
Solo dall'alto può venire la salvezza.
L'elezione a Papa del più «reazionario» tra i protagonisti
del Vaticano II è il massimo che lo Spirito Santo ha potuto
destare in Essa, ma è forse l'unica medicina che questo
organismo infiacchito riesce oggi a sopportare.
Bisogna farsene una ragione: allo stato delle cose cure più
drastiche potrebbero forse uccidere il «malato».
Ecco perché in aggiunta una solo cosa noi tutti possiamo,
anzi dobbiamo fare: pregare di più, offrire digiuni e
penitenze, essere assidui nell'Eucaristia e generosi nella
carità.
Insomma essere santi, come il Signore ci vuole.
In fondo se la Chiesa è così, la colpa è anche nostra: nella
nostra battaglia, non dobbiamo dimenticare l'umiltà.
Deve valere anche per noi ciò che dice San Giacomo: «Non
avete perché non chiedete; chiedete e non ottenete perché
chiedete male […] forse pensate che la Scrittura
dichiari invano: fino alla gelosia ci ama lo Spirito che
egli ha fatto abitare in noi? Ci dà anzi una grazia più
grande; per questo dice: Dio resiste ai superbi; agli umili
invece dà la sua grazia».
Occorre dunque guardare con gratitudine a ciò che per ora il
Signore ci mostra, attraverso Colui che Egli ha posto a capo
della Chiesa.
Non so se si tratta di qualcosa di decisivo, ma la «cura»
Ratzinger qualche segno lo dà, anche se, com'era
prevedibile, il Male non si lascia sconfiggere facilmente.
Penso sinceramente che l'atto più importante
del Pontificato di Benedetto XVI e più in generale dei
Pontificati degli ultimi quarant'anni sia stato il Motu
Proprio con cui egli ha liberalizzato la celebrazione della
Santa Messa con il Vetus Ordo.
Occorre su questo chiarirsi: se la crisi che ha travolto la
cattolicità è frutto non solo e non tanto degli errori e dei
peccati degli uomini di Chiesa, ma molto più dell'apertura
all'irruzione di potenze infere al suo interno, se cioè
davvero - come ebbe a dire Paolo VI - il fumo di Satana è
entrato in Essa, non vi è arma più efficace che la
celebrazione del Santo Sacrificio della Messa per averne
ragione.
E - per ciò che ci riguarda - senza negare la validità della
Santa Messa celebrata con il Novus Ordo, è certo che quella
celebrata con il Vetus Ordo consente di sperimentare anche
fisicamente l'efficacia e la potenza redentrice che da Essa
promana.
Insomma - seppure per ora in forma «extra-ordinaria» - la
Chiesa ha ripreso in mano l'arma più efficace che il Signore
Gesù Cristo Le ha donato.
Ora tocca a noi:
occorre che in ogni diocesi e se fosse possibile in ogni
parrocchia coloro che hanno ricevuto il dono di comprendere
quale straordinaria efficacia di salvezza possiamo ottenere
dalla Santa Eucaristia degnamente celebrata, si muovano
subito a richiedere al proprio parroco o al proprio vescovo,
attraverso una raccolta di firme, la celebrazione di quel
rito, con la chiara consapevolezza che non si tratta di
un'operazione magica, ma di un abbandono totale ed intimo a
Colui che tutto può: imparare di nuovo a pregare, per
imparare di nuovo a credere e a testimoniare.
Un piccolo, ma significativo indicatore del nuovo corso
vaticano è stata in questa medesima direzione la
sostituzione come cerimoniere pontifico di Piero Marini
(seguace di monsignor Bugnini, anima della riforma liturgica
postconciliare e assolutamente contrario alla
liberalizzazione del Vetus Ordo) con il suo quasi omonimo
Guido Marini, genovese e discepolo del cardinale Siri.
Non appena sostituito, il «Marini rimosso» s'è precipitato a
Londra. per presentare il suo libro, edito solo in lingua
inglese, dal titolo «A challenging Reform» («Una
riforma che pone sfide»), edito dalla Liturgical Press,
volutamente indirizzato innanzitutto al pubblico della
protestante Inghilterra, terra dove le sperimentazioni e gli
abusi in campo liturgico hanno spesso contaminato anche le
celebrazioni cattoliche: «La riforma liturgica (del
Vaticano II) - ha spiegato l'ex cerimoniere - non era
intesa o applicata solo come riforma di alcuni riti», ma
avrebbe dovuto essere «la base e l'ispirazione degli
obiettivi per cui il Concilio era stato convocato».
Proprio così: «L'obiettivo della liturgia non era altro
che l'obiettivo della Chiesa e il futuro della liturgia è il
futuro della Chiesa».
Ora capite perché Ratzinger
lo ha spedito via senza pensarci su nemmeno un attimo.
E forse è vero che il Papa si sta preparando ad un «riforma
della riforma liturgica», che renderebbe il rito riformato
di Paolo VI (al contrario di quello attuale) accettabile,
anche se non praticabile, ai seguaci del Vetus Ordo, con il
ripristino di una autentica dimensione sacrificale e di
forme esteriori più confacenti alla tradizione: ciò che si è
visto domenica 13 gennaio sull'antico altare della Cappella
Sistina e cioè il Papa che, sguardo alzato verso il
crocefisso, celebra - pur con il Messale di Paolo VI -
rivolto insieme con i fedeli coram Deo, potrebbe divenire,
insieme ad altre sostanziali correzioni, immagine di un
nuovo rito riformato, assai più conforme a quello trasmesso
dalla tradizione.
Un altro piccolissimo segnale in tal senso era già venuto il
17 ottobre 2006 da una Circolare della Congregazione per il
Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, inviata a tutti
i presidenti delle Conferenze Episcopali Nazionali sulla
traduzione in volgare dell'espressione «pro multis»,
contenuta nella formula della Consacrazione del Sangue nel
Canone della Santa Messa.
In questo documento si invitavano le conferenze episcopali a
preparare i fedeli all'introduzione di una precisa
traduzione in lingua volgare della formula pro multis (e
cioè «per molti») nella prossima edizione del Messale Romano
che i vescovi e la Santa Sede approveranno per i loro Paesi,
in luogo di quella fin qui utilizzata che recita «per
molti».
Nella stessa direzione
di un costante tentativo di ritorno almeno in parte alla
tradizione va visto un altro fatto, anch'esso estremamente
importante. Stiamo parlando delle Risposte a quesiti
riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa,
firmate il 29 giugno (ma rese note il 10 luglio, tre giorni
dopo il Motu proprio) dalla Congregazione per la dottrina
della fede, in cui si chiariscono alcuni concetti che
definiscono la Chiesa.
In particolare si spiega come deve essere rettamente
interpretata nella Costituzione Conciliare Lumen Gentium
l'espressione «la Chiesa di Cristo sussiste nella Chiesa
cattolica»: da molto tempo gli ambienti tradizionalisti
contestano quella espressione, ritenendo che si sarebbe
dovuto scrivere invece che «la Chiesa di Cristo è la chiesa
Cattolica».
Il documento della Congregazione per la Dottrina della Fede
afferma che l'uso dell'espressione «sussiste» in
luogo di «la Chiesa di Cristo è la chiesa Cattolica»
sta ad indicare «la piena identità della Chiesa di Cristo
con la Chiesa cattolica» e che essa «non cambia la
dottrina sulla Chiesa, ma trova, tuttavia, la sua vera
motivazione nel fatto che esprime più chiaramente come al di
fuori della sua compagine si trovino 'numerosi elementi di
santificazione e di verità', che in quanto doni propri della
Chiesa di Cristo spingono all'unità cattolica».
Questa inaspettata presa di posizione, che peraltro
ribadisce precedenti precisazioni ispirate dallo stesso
cardinale Ratzinger, hanno obbligato Luigi Accattoli su Il
Corriere della Sera a riconoscere che «I lefebvriani il
documento non li cita, ma un loro 'studio' del 2004
intitolato 'Dall'ecumenismo all'apostasia silenziosa'
attribuiva a quella espressione del Vaticano II la
responsabilità di aver reso 'indefiniti' i 'contorni' della
Chiesa. L'impressione è dunque che il documento costituisca
una seconda mano tesa al movimento tradizionalista dopo il
Motu proprio sulla messa preconciliare pubblicato»
(8).
Analoga ammissione a denti stretti
viene dalla rivista progressista Confronti, ove si conferma
questa interpretazione, «tanto più - ammette la rivista -
che le Risposte sono venute in contemporanea (7 luglio)
con il Motu proprio Summorum pontificum con il quale
Benedetto XVI, liberalizzando la liturgia post-tridentina, e
la soggiacente teologia, cara ai lefebvriani, manomette il
Vaticano II, e insidia la visione ecclesiologica del
Concilio» (9).
Poi c'è un ulteriore aspetto importante di questo breve ed
intenso Pontificato, che va nella stessa direzione: il Papa
fa un mea-culpa, ma questa volta non per colpe passate di
altri, ma per una propria mancanza, anzi per una mancanza di
coraggio a contrastare certe tendenze progressiste della
Chiesa: ammette di sé che nel clima del postconcilio egli fu
estremamente timido nella difesa della retta dottrina,
rispetto per esempio a Leo Scheffczyk, cardinale, teologo di
fama internazionale, studioso di questioni dogmatiche e
sostenitore della sostanza della fede cattolica, secondo cui
essa aveva perso solidità e sicurezza sotto la spinta di un
pluralismo acritico e di una molteplicità variegata di nuove
interpretazioni arbitrarie.
In questo contesto - ha scritto il Papa - «io stesso ero
[…] quasi troppo timoroso rispetto a quanto avrei
dovuto osare per andare, in modo così diretto, al punto».
Ma il tentativo di Papa Benedetto XVI
per riportare la Chiesa verso la piena verità del Dogma non
si ferma qui.
Ancora il 3 dicembre 2007, memoria liturgica di San
Francesco Saverio, patrono delle missioni, la Congregazione
per la Dottrina della Fede ha emanato una nota dottrinale in
cui si ribadisce l'obbligo della evangelizzazione.
Dopo anni di ambiguità la Chiesa è tornata a parlare il
linguaggio della verità: «Si verifica oggi - è
scritto nel Documento - una crescente confusione che
induce molti a lasciare inascoltato ed inoperante il comando
missionario del Signore (confronta Matteo 28, 19).
Spesso si ritiene che ogni tentativo di convincere altri in
questioni religiose sia un limite posto alla libertà.
Sarebbe lecito solamente esporre le proprie idee ed invitare
le persone ad agire secondo coscienza, senza favorire una
loro conversione a Cristo ed alla fede cattolica: si dice
che basta aiutare gli uomini a essere più uomini o più
fedeli alla propria religione, che basta costruire comunità
capaci di operare per la giustizia, la libertà, la pace, la
solidarietà.
Inoltre, alcuni sostengono che non si dovrebbe annunciare
Cristo a chi non lo conosce, né favorire l'adesione alla
Chiesa, poiché sarebbe possibile esser salvati anche senza
una conoscenza esplicita di Cristo e senza una
incorporazione formale alla Chiesa».
Commentando alla Radio Vaticana il documento, il segretario
della congregazione, l'arcivescovo Angelo Amato ha ammesso
trattarsi di «una confusione penetrata anche negli
istituti missionari. Niente più annuncio di Cristo, niente
invito alla conversione, niente battesimo, niente Chiesa.
Solo impegno nel sociale».
Insomma non è più solo il cardinale Biffi a ricordare che
l'evangelizzazione «è un preciso ordine del Signore e non
ammette deroga alcuna. Egli non ci ha detto: predicate il
Vangelo a ogni creatura, tranne i musulmani, gli ebrei e il
Dalai Lama».
Nella sua seconda Enciclica Spe Salvi,
poi, Papa Benedetto XVI per la prima volta dopo anni di
silenzio ha trovato il coraggio di parlare contro gli errori
del cristianesimo moderno e il mito del «progresso» che ne
ha ottenebrato la luce che promana da Cristo: «E'
necessaria un'autocritica dell'età moderna in dialogo col
cristianesimo e con la sua concezione della speranza. In un
tale dialogo anche i cristiani, nel contesto delle loro
conoscenze e delle loro esperienze, devono imparare
nuovamente in che cosa consista veramente la loro speranza,
che cosa abbiano da offrire al mondo e che cosa invece non
possano offrire. Bisogna che nell'autocritica dell'età
moderna confluisca anche un'autocritica del cristianesimo
moderno, che deve sempre di nuovo imparare a comprendere se
stesso a partire dalle proprie radici. […] La scienza
può contribuire molto all'umanizzazione del mondo e
dell'umanità. Essa però può anche distruggere l'uomo e il
mondo, se non viene orientata da forze che si trovano al di
fuori di essa. D'altra parte, dobbiamo anche constatare che
il cristianesimo moderno, di fronte ai successi della
scienza nella progressiva strutturazione del mondo, si era
in gran parte concentrato soltanto sull'individuo e sulla
sua salvezza. Con ciò ha ristretto l'orizzonte della sua
speranza e non ha neppure riconosciuto sufficientemente la
grandezza del suo compito».
Non è certo una nuova Enciclica contro il Modernismo,
ma erano anni che non si sentiva un rimprovero tanto
esplicito al cristianesimo moderno, accompagnato dal fatto -
come ha sottolineato Antonio Socci - che nell'Enciclica che
parla della speranza neanche una volta e neppure nelle note
si fa menzione né del Vaticano II né di uno dei suoi
documenti più famosi: la costituzione pastorale «Gaudium
et spes».
Ad onta dei suoi detrattori interni alla Chiesa, esponenti
di quel cristianesimo intellettualistico di cui dicevamo
all'inizio, il Papa vede crescere silenziosamente ma
inesorabilmente il proprio consenso nel popolo cristiano.
Il Corriere della Sera ammette che il Papa teologo supera
Wojtyła nel gradimento dei fedeli: per incontrarlo sono
arrivati a Roma in 3 milioni, il suo Gesù di Nazareth è
stato uno straordinario successo in libreria e da quando
Joseph Ratzinger è Papa - dato significativo - le offerte
per l'obolo di Pietro, quelle cioè che i fedeli destinano
direttamente al capo della Chiesa sono passate da 59 a 102
milioni di dollari (10).
Un dettaglio, certo, ma eloquente.
Come eloquente è la cura proposta dal cardinale Hummes il 6
gennaio scorso contro il problema della pedofilia, diffusa
tra una parte, seppur minimale, di sacerdoti: preghiera e
adorazione eucaristica perpetua a livello mondiale per le
vittime di pedofilia e abusi commessi da sacerdoti, nonché
l'apertura di «cenacoli eucaristici», suscitando un grande
movimento spirituale di preghiera per tutti i sacerdoti e
per la loro santificazione.
Insomma è finito il tempo in cui si pensava di risolvere il
problema con la concessione del matrimonio ai sacerdoti o
con il supporto delle scienze psicologiche e psicanalitiche:
come insegna il Vangelo, vi sono certe razze di demoni che
non si scacciano se non con la preghiera e il digiuno
(Matteo 17,21).
A fronte di tutto ciò, l'inarrestabile marcia
dell'ex-panzercardinal, ha fatto cambiare strategia ai suoi
avversari.
Fallito il tentativo di imporgli l'agenda
su temi che avrebbero impantanato il Pontefice in banali
questioni mondane (sacerdozio uxorato, sacerdozio delle
donne, questione omosessuale, profilattico e AIDS,
ecumenismo, profilo del ministero petrino e altre amenità
martiniane), travolti dalla sua offensiva contro il
relativismo, spiazzati dalla determinazione del suo
«revisionismo» teologico e pastorale e dopo aver tentato di
fermare, attraverso le truppe cammellate dell'episcopato
francese e tedesco, la liberalizzazione del Vetus Ordo, oggi
essi giocano una carta nuova ed inaspettata: come ha scritto
Sandro Magister se lo annettono (11) e lo dimostrano
i quattro saggi di altrettanti studiosi molto
rappresentativi, pubblicati sull'ultimo numero di «Cristianesimo
nella storia», la rivista dell'Istituto per le Scienze
Religiose di Bologna (12).
In due articoli del 2005 (13) avevo spiegato come in un
colpo solo, tra il discorso pronunciato per la festività
dell'Immacolata l'8 dicembre 2005 e quello oramai famoso
alla Curia Romana del 22 dicembre 2005, il Papa avesse
spazzato via definitivamente l'idea di quella corrente
ecclesiale, secondo la quale il Concilio doveva essere
interpretato come «evento», momento di rottura e nuova
palingenesi della Chiesa, «carta costituente della Chiesa
rinnovata»: contro questa ermeneutica della discontinuità
Benedetto XVI aveva precisato che il Concilio Vaticano II
poteva, anzi doveva essere interpretato solo in chiave di
riforma e nella continuità con la tradizione.
Nel volume XVIII/2 del maggio scorso
della rivista edita dall'Istituto per le Scienze Religiose
di Bologna lo storico e teologo Joseph A. Komonchak,
curatore dell'edizione americana della «Storia del Vaticano
II» diretta da Giuseppe Alberigo, liquida come prive di un
reale bersaglio le critiche del Papa ai teorici del Concilio
inteso come «rottura» e fa addirittura dire al Pontefice che
la discontinuità esemplificata dal Papa non è affatto
«apparente», ma reale: «Questa fu 'la svolta epocale' che
Giuseppe Alberigo ha proposto come significato storico del
Concilio Vaticano II. Lungi dall'essere ripudiata, pare a me
che essa è stata affermata e confermata da Papa Benedetto
XVI».
Ruggeri, nell'articolo «Recezione e interpretazioni del
Concilio Vaticano II. Le ragioni di un dibattito»,
minimizza le parole del Papa nel famoso discorso alla Curia
Romana del 22 dicembre 2005, affermando che dal punto di
vista «tipico del teologo», che era il suo, «non poteva
che sottoscrivere questa concezione», ma dal punto di
vista storico la «novità» del Vaticano II sarebbe un fatto
innegabile, dimostrato dal fatto che fu Ratzinger, in
qualità di esperto di fiducia del cardinale tedesco Josef
Frings, a scrivere l'esplosivo discorso che questi lesse in
aula durante la prima sessione, discorso di piena rottura
col magistero ecclesiastico degli ultimi due secoli.
Insomma, fallito il tentativo di demolire il
«deutero-Ratzinger», critico verso gli sviluppi del
Concilio, i catto-modernisti-conciliaristi non vogliono
lasciarselo scappare: a tal fine evocano il
«proto-Ratzinger» ed il fatto innegabile che egli fu uno dei
giovani protagonisti del Concilio.
Dopo aver tentato di placcare il Papa, lanciato in
contropiede sul Concilio, ora, come pugili suonati, lo
abbracciano, riproponendo in questo una tecnica già usata
contro quello che all'inizio del loro Pontificato
consideravano il «reazionario Papa polacco», divenuto alla
fine un Pontefice «illuminato»: non a caso contro un gruppo
di teologi ostili alla beatificazione di Giovanni Paolo II,
Alberto Melloni su Il Corriere del 2 dicembre 2005 con il
solito linguaggio obliquo ammoniva che «fare dell'era
wojtyliana non un coacervo di impulsi e pulsioni da
decantare, ma il nero specchio di una reazione che non ci
fu, significa aiutare coloro che ne sognano l'avvento»
(14).
Cosa c'è dietro questo improvviso cambio di strategia?
La scelta di abbandonare la contrapposizione frontale, per
rivendicare una comune derivazione conciliare, è un modo per
guadagnare tempo ed impedire che altri, più «a destra» di
Ratzinger, trovino spazio all'interno della Chiesa, specie
coloro che vorrebbero normalizzare l'evento Concilio (non
potendolo rinnegare), per ripartire dalla dottrina, depurata
degli eccessi degli ultimi quarant'anni attraverso piccole,
ma continue correzioni di rotta, che cancellino via via
perlomeno le più macroscopiche deviazioni dalla tradizione
della Chiesa.
Inoltre l'«abbraccio mortale» a Ratzinger
da parte dei conciliaristi vuole indurre alla prudenza il
Pontefice e rallentare al massimo nuove prese di posizione
«revisioniste» da parte del Papa: in particolare il rischio
di una riconciliazione tra Roma e i lefebvriani viene
considerato altissimo e da sventare ad ogni costo.
Sanno bene, infatti, che ove ciò avvenisse, sarebbe per loro
la catastrofe, perché contro di essi vi è un solo letale
antidoto: la tradizione e la fermissima lotta
antimodernista.
Pare che questa riconciliazione con i lefebvriani guadagni
consenso in Curia e contro di essa gli ambienti progressisti
cercherebbero alleanze anche in taluni ambienti ecclesiali
apparentemente moderati, ma velatamente modernisti.
Mentre Martini disegna sempre più il profilo teologico di
una Contro-chiesa e interpreta il ruolo di Shadow-pope, i
suoi seguaci sembrano muoversi seguendo come tecnica quella
di dissimulare il conflitto, attraverso una riappropriazione
delle esperienze giovanili di Benedetto XVI (sul modello di
«Perché non possiamo non dirci ratzingeriani») e
tessendo ogni sorta di alleanza organica con ognuno che non
guardi in maniera critica al Vaticano II: si sussurra di un
tentativo di alleanza trasversale anche con Comunione e
Lioberazione, di una strategia di appoggio al cardinale di
Venezia Angelo Scola, in quota ciellina e intellettuale
raffinato, affascinato da Marx; si parla di un legame sempre
più intenso con monsignor Bruno Forte e con il cardinale
Lehman.
Per ciò che riguarda casa nostra, mentre a livello di
pastorale di base si prosegue con una prassi di resistenza
passiva verso ogni forma di ripristino seppur minimo di
forme della tradizione e si erige un vero e proprio muro
contro l'attuazione concreta del Motu proprio nelle diocesi,
si cova per un futuro più lontano, magari con un nuovo «Papa
di transizione», un cardinalato per Luciano Monari, giovane
ex-vescovo di Piacenza ed oggi di Brescia, da lanciare in un
futuro conclave come candidato italiano, erede di Martini e
Dossetti.
Fantascienza, anzi fantachiesa?
Nient'affatto, specie per chi sembra adottare come tecnica
quella di Gil Grissom, il colto detective di «CSI - Scena
Del Crimine»: «Se non puoi distruggere il tuo nemico,
allora abbraccialo!».
Domenico Savino
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2564¶metro=religione
Note
1)
Catechismo Maggiore di San Pio X, numero 150.
2) Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 789.
3) Catechismo Maggiore di San Pio X, numero 165.
4) Catechismo della Chiesa Cattolica, numero 789.
5) Catechismo Maggiore di San Pio X, numero 164.
6) Catechismo della Chiesa cattolica, numero 797.
7) Catechismo della Chiesa cattolica, numero 796.
8) Il Corriere della Sera, 11 luglio 2007, «Il
Papa: i protestanti non sono una chiesa 'Piena identità in
Cristo solo nel cattolicesimo'. Bufera su un documento
approvato da Benedetto XVI».
9)
www.confronti.net/EDITORIALI/
10) Il Corriere della Sera, 3 gennaio 2008,
«Vaticano, effetto Ratzinger», di Bruno Bartoloni.
11)
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/181668
12) Joseph A. Komonchak, «Benedict XVI and the
Interpretation of Vatican II», pagine 323-338; Peter
Hünermann, «Der 'Text'. Eine Ergänzung zur Hermeneutik
des II. Vatikanischen Konzils», pagine 339-358;
Christoph Theobald, «Enjeux herméneutiques des débats sur
l'histoire du Concile Vatican II», pagine 359-380;
Giuseppe Ruggieri, «Recezione e interpretazione del
Vaticano II. Le ragioni di un dibattito», pagine
381-406.
13) Confronta «Ermeneutiche»
«Ermeneutiche» e
«Il Concilio di Ratzinger»
14) Il Corriere della Sera, 6 dicembre 2005, «Un
grande repressore? No, un grande abbaglio», di Alberto
Melloni.
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