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«Scriva
che vogliamo stare tra la nostra gente di Betlemme,
specialmente tra le mamme e i bambini, come la Vergine
Maria, con il suo stesso cuore». Suor Ileana Benetello,
delle terziarie francescane elisabettine di Padova, mi
raggiunge al telefono per apporre questa postilla alla
nostra conversazione di un paio di giorni prima.
L'ho incontrata in casa di amici suoi, alle porte di
Milano, dove transitava durante un soggiorno di riposo
in Italia, trascorso in parte andando a far visita ai
numerosi sostenitori e simpatizzanti del Baby Caritas
Hospital di Betlemme, luogo in cui la religiosa
opera da ormai 26 anni.
Padovana di stirpe ma toscana quanto a nascita, la
giovane Ileana cresce in una famiglia contadina di
impronta patriarcale, prima di quattro fratelli e
sorelle. Impossibilitata ad andare oltre la scuola
dell'obbligo in quanto femmina (il nonno, capo-famiglia,
tramandava la consuetudine: studiano, se vogliono, solo
i maschi), impara presto a fare la sarta e trova lavoro
a Roma, come guardarobiera in un istituto dei Fratelli
delle scuole cristiane. È lì che, a 14 anni, fa
conoscenza con le suore elisabettine. A 17 entra in
congregazione a Padova, a 20 emette i primi voti e
riprende gli studi, diventando infermiera. Per qualche
anno lavora come caposala nell'ospedale pubblico di
Pordenone fino a quando, nel 1981, le chiedono di
partire per Betlemme, dove sei anni prima la sua
congregazione ha già mandato tre suore. Le religiose
lavorano nell'ospedale pediatrico fondato dallo svizzero
padre Ernst Schnydrig e sostenuto da un comitato
elvetico-tedesco denominato Kinderhilfe Bethlehem.
Partita con il vivo desiderio di andare in Terra Santa,
ma piena di dubbi circa la propria capacità di
adattamento a una realtà straniera, suor Ileana è oggi,
a sessant'anni d'età, la veterana tra le sei suore
(quattro italiane, una tedesca e un'ecuadoregna) del
Baby Caritas Hospital ed è perciò testimone di un
lungo fiume di sofferenze del popolo palestinese, in
mezzo a cui vive e con il quale si immedesima.
Conversando abbiamo ripercorso il suo itinerario in
Terra Santa. Racconta: «All'inizio, tra il 1981-82, ho
frequentato un corso di ostetricia a Gerusalemme. Allora
tutto era più facile. I palestinesi potevano muoversi
liberamente in ogni parte della Terra Santa, anche se
talvolta c'era il coprifuoco nei campi profughi. La
gente poteva andare a lavorare e non c'erano kamikaze.
Passata la luna di miele, dopo l'arrivo, ho cominciato
ad avvertire le difficoltà. Con l'inglese appreso in un
corso di alcuni mesi a Londra ho dovuto cimentarmi con
lo studio della lingua araba. Ora sono in grado di
utilizzarla nelle relazioni con la gente ma non la so
scrivere. Confesso che il primo periodo è stato duro, ma
mi ha aperto la mente e il cuore, rendendomi capace di
incontrare le persone. Fino al 1989 ho sempre lavorato,
da mattina a pomeriggio, fuori dall'ospedale, in
villaggi distanti tra i 10 e i 15 chilometri da
Betlemme, dove organizzavamo cliniche prenatali diurne
con squadre composte da medico, infermiera, ostetrica e
operatore sanitario. Quell'esperienza ha avuto successo
e continua ancora in uno dei tre villaggi che seguivamo,
Nahhalin, un agglomerato di duemila abitanti in cui
abbiamo studiato la situazione di tutte le famiglie.
Tuttora a Nahhalin conserviamo un centro sanitario
rurale, anche se, con il peggiorare della situazione,
non è stato possibile raggiungere l'obiettivo di rendere
indipendente il villaggio dal punto di vista
socio-sanitario».
La
situazione a Betlemme e nei Territori Palestinesi è
andata via via peggiorando dopo lo scoppio della prima
(1987) e seconda intifada e la conseguente
costruzione del «muro di sicurezza» dentro il quale, dal
2004, gli israeliani stanno isolando la città natale di
Gesù e i suoi dintorni.
Vivere in Terra Santa e non guardare la guerra negli
occhi è stato impossibile. Nella mente di suor Ileana si
succedono i ricordi: «A volte i militari israeliani,
alla caccia di qualche ricercato, lanciavano bombe
lacrimogene. Un giorno mi trovavo in una stanza con una
donna incinta al nono mese. Fuori il gas impregnava
l'aria e io non avevo ossigeno né altro. Mi prese il
terrore che potessero morire la donna o il bambino.
Sbarrai porte e finestre e chiesi al Signore di
salvarci. Quella volta andò bene. Penso anche al periodo
della prima Guerra del Golfo (1991) con Israele in clima
d'assedio sotto la minaccia dei missili iracheni. Rivedo
i carri armati che vanno e vengono rombando notte e
giorno intorno all'ospedale senza lasciarti riposare e
spaventando i bambini che cercano riparo sotto il letto
e riempiono i loro disegni di scene di guerra. Come
dimenticare, poi i giorni tesi dell'assedio alla
basilica della Natività nel 2002? O quando abbiamo
dovuto ricoverare i bambini nel rifugio sotterraneo
anche per lunghi periodi (fino a 40 giorni)?».
«Anni fa - prosegue suor Ileana - in ospedale trattavamo
soprattutto bambini denutriti che necessitavano di un
mese e oltre di degenza. Poi, mutando le patologie, si
sono accorciate le degenze e, anno dopo anno, è
aumentato il numero dei pazienti. Da 1.500 siamo
arrivati progressivamente fino ai 4 mila ricoveri dello
scorso anno. Il nostro è un ospedale di medicina
pediatrica articolato in tre reparti. I primi due sono
per pazienti da un mese ai 10-11 anni d'età affetti da
malattie dell'apparato respiratorio e gastrointestinale,
patologie cardiache o vizi cardiaci a volte anche
inoperabili ed, infine, malattie genetiche ereditarie.
Non abbiamo un reparto di chirurgia, ma disponiamo di
una neonatologia con incubatrici per bambini prematuri.
Nel 2000 siamo riusciti a dotarci di ventilatori
polmonari e quindi i neonati possono anche essere
intubati. In pratica possiamo parlare di una terapia
semi-intensiva che deve fare i conti molte volte con la
totale impossibilità di trasferire i piccoli pazienti in
Israele, presso centri specializzati. Da quando è stata
istituita nel 1993, è l'Autorità nazionale palestinese
(Anp) la titolare di ogni competenza nei campi
dell'istruzione e della sanità. Così i palestinesi hanno
perso ogni diritto all'assicurazione sanitaria negli
ospedali israeliani. Il che implica che se è necessario
essere ricoverati in Israele bisogna pagare anche cifre
esorbitanti. Vi sono interventi che costano dai 10 ai 30
mila dollari. Sono spese ingenti che talvolta, se non vi
sono alternative e la famiglia è povera, copriamo noi
come ospedale. Fino a qualche anno fa avevamo ottimi
rapporti di collaborazione con vari ospedali israeliani.
Dal 2000, però, una legge vieta ai cittadini di Israele
di entrare a Betlemme e quindi anche i medici non
possono più venire. Bisogna dire che l'Autorità
palestinese non ha saputo organizzare una buona
assistenza sanitaria pubblica. La corruzione diffusa ha
impedito un utile impiego dei fondi versati, ad esempio,
dall'Unione Europea. Gli ospedali governativi sono
andati avanti in qualche modo. Il nostro ospedale
pediatrico ha potuto contare sugli aiuti dall'estero».
Un cruccio grande angustia suor Ileana e le sue
compagne: vedere Betlemme immiserirsi (la disoccupazione
raggiunge il 40-50 per cento) e languire ingabbiata da
quel mostro grigio che è il muro iniziato nel 2004.
«Alto fino a 9 metri - spiega la suora - il muro
impedisce ogni forma di vita normale, nell'intento di
annullare l'identità di un popolo. Il muro avanza,
sradica ulivi a migliaia e sottrae sorgenti alla
popolazione palestinese. Ormai il nostro territorio è
una grande prigione e chi vive a ridosso della barriera
dice: "Non credevamo che oltre che toglierci la terra
potessero privarci anche dell'aria e del cielo". C'è
gente nata a Gerusalemme che oggi da Betlemme non può
più mettervi piede se non con permessi speciali ottenuti
con grandi difficoltà e lunghe attese. Il passaggio da
Betlemme a Gerusalemme per chi
non
ha, come noi suore, un passaporto straniero, è
difficile. Vado di frequente a Gerusalemme e mi metto in
coda con gli altri al valico pedonale. Alle 6 del
mattino ci sono già 200-300 persone in fila davanti agli
accessi dei percorsi obbligati che avviano ai posti di
controllo. All'andata ci ritroviamo in 4-5 donne e gli
uomini, che magari si sono alzati alle 3 o alle 4 del
mattino, ci lasciano passare avanti. Si devono valicare
cinque porte girevoli con vari controlli. Gli uomini
palestinesi si ritrovano in camicia e pantaloni e senza
scarpe. All'ultimo controllo, ogni volta, vengono
rilevate elettronicamente le loro impronte digitali.
Tutto questo avviene anche tra insulti. È doloroso. In
26 anni di vita a Betlemme non ho mai visto una
situazione peggiore».
Il diffondersi di insediamenti israeliani nei Territori
e il reticolo di strade riservate al transito dei coloni
rendono sempre più ardui i contatti tra i villaggi
rurali palestinesi e riducono le risorse dei contadini a
cui vengono confiscate terre e distrutte coltivazioni.
Vi sono ripercussioni anche sulla salute psichica e
fisica. Spiega suor Ileana che le difficoltà di
movimento inducono i villaggi a isolarsi: «In assenza di
scambi, la gente ha ripreso a contrarre nozze tra
consanguinei, con i conseguenti problemi e rischi di
tare nella prole. Il matrimonio nella cultura musulmana
è una cosa ovvia e sacra e i figli sono numerosi, anche
fino a 10-15 (nelle famiglie cristiane, invece, in
genere non superano i 3 o 4). I palestinesi musulmani
combattono l'occupazione con la demografia, ma bisogna
anche aggiungere che da quelle parti l'amore per la vita
c'è ancora. I nostri medici constatano carenze
alimentari, aumento di malattie leucemiche e
cardiocircolatorie nei bambini, oltre che di cancro e di
forme depressive. Bisognerebbe fare degli studi
approfonditi, ma dev'esserci una correlazione tra queste
patologie e lo stress causato dalla mancanza di libertà.
Andrebbero anche analizzate le conseguenze dell'impiego
di certi ordigni».
In
ospedale le terziarie francescane elisabettine non si
occupano di amministrazione, ma ricoprono il ruolo di
caposala, curano l'animazione spirituale e l'accoglienza
di numerosi gruppi di pellegrini che andando a visitare
la basilica della Natività chiedono di conoscere
direttamente anche l'esperienza del Caritas Baby
Hospital. Nella cappella, che è un sottocentro della
parrocchia francescana di Santa Caterina, ogni domenica
viene celebrata la Messa in arabo a cui intervengono
anche i fedeli dei dintorni dell'ospedale.
«Nel nostro piccolo - dice la suora - cerchiamo anche
noi di aiutare i cristiani a resistere alla tentazione
di emigrare. È uno stillicidio continuo. Solo nel 2003
ne sono partiti tremila. Prima se ne va il capofamiglia,
che non appena può chiama a sé moglie e figli. Nel 2007
abbiamo perso in questo modo già due infermiere. Si
tratta di aiutare le famiglie a inventarsi un lavoro o a
pagare le spese ordinarie. Noi eroghiamo piccoli
prestiti che tante volte non vengono nemmeno rimborsati.
I cristiani non ce la fanno. Ormai in città sono scesi a
10 mila. Non riescono a immaginare un futuro per sé
stessi e i propri figli. Il 90 per cento degli utenti
del nostro ospedale è costituito da musulmani. Loro
dimostrano maggior attaccamento alla loro terra e fanno
di tutto per rimanere. È una differenza di attitudine
che non so spiegare. Resta un punto di domanda anche per
noi. Forse la fede non è profondamente radicata e la
consapevolezza di essere "concittadini" del Salvatore
non fa presa. Quando emigrano, i cristiani che
posseggono dei terreni li mettono in vendita. I
musulmani li comprano anche a prezzi maggiorati pur di
averli. A questo scopo ricevono finanziamenti anche dai
Paesi arabi. Fino ad oggi tra cristiani e musulmani a
Betlemme c'è stata una buona convivenza. In particolare
da noi, in ospedale, c'è un clima di pace che cerchiamo
di incoraggiare in tutti i modi. Ad esempio, vietiamo ai
bambini di portare con sé armi giocattolo. Si dice che
in città stiano prendendo piede forme di persecuzione e
intolleranza verso i cristiani. Personalmente non ne ho
evidenza, ma può darsi che sia così».
«Sono contenta della vita che ho fatto - conclude la
religiosa italiana -. Pensavo di stare poco tempo in
Terra Santa e invece... Ringrazio il Signore che mi ha
allargato mente e cuore e mi ha dato una grande libertà
interiore. È bello essere laggiù, nonostante tutte le
contraddizioni e le sofferenze che abbiamo passato.
Credo che non ci farò mai l'abitudine. Ogni giorno è
nuovo e tutto diventa un dono. E noi, come comunità
elisabettina in Terra Santa, vorremmo essere una
presenza di speranza e di pace, con la serenità e la
gioia che il Signore ogni giorno ci dona nel servizio ai
più piccoli». |