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Notizie dalla Terra Santa
Anno II, Comunicato n. 61 (italiano), del 3/5/2007
7˚ NON RUBARE
di Filippo Fortunato Pilato
Alcuni
amici ci hanno inviato in questi giorni articoli
ripresi da varie testate nazionali e internazionali,
riguardanti in vario modo lo stato delle cose rispetto al
fantomatico "processo di pace", in cui si vedrebbe con
favore un coinvolgimento dello Stato di Israele.
È in effetti una cosa che
tutti gli uomini di buona volontà e dotati di buon senso
auspicherebbero.
Ma, sognare qualcosa, è un
conto, prendere atto della realtà, un altro. La
realtà, nella maggior parte dei casi, è ben diversa
dall'idilliaco sogno, che tuttavia anche a occhi aperti si
continua talvolta a vagheggiare.
Perchè credere che i
dirigenti sionisti dello Stato etnocentrico d'Israele
abbiano serie intenzioni di pace e di giustizia, per porre
le basi di una pacifica convivenza tra le diverse etnie e
confessioni dell'area, con parità di diritti e di doveri, di
libertà e di spazi, è una pia illusione.
Far immaginare, ai
creduloni occidentali, che nei cuori di Lieberman,
Livni ed Olmert alberghino sentimenti di pietà nei confronti
delle popolazioni arabe palestinesi perseguitate, è pura
demagogia e/o malafede. In realtà pare che neppure della
popolazione di etnia giudaica interessi granchè ai
tecnocrati della politica colonialista israeliana. E la
storia ci insegna che è sempre stato così. Si può
sacrificare tutto in nome delle proprie mire di potere ed
elucubrazioni criptomessianiche talmudiche. Tutto è permesso
a chi interpreta i testi sacri a proprio esclusivo uso e
consumo. Quasi che il resto delle creature al mondo fossero
solo bestiame del quale servirsi alla bisogna. Chi conosca
un po' il Talmud sa il perchè.
Ci sono
poi editorialisti che non si capisce bene sino a che punto
"ci facciano" o "ci siano". Eppure le notizie ormai
circolano a velocità supersonica, ed è difficile tenere
nascosta a lungo la verità o far finta di non conoscerla.
Tanto più per chi è del mestiere e dell'informazione ha
fatto il suo pane quotidiano.
Per esempio, le
apparenti buone intenzioni di Amos Oz, che sul Corriere
della Sera ci descrive la paura che le parole "diritto al
ritorno" possono evocare nella mente degli israeliani,
riconoscendone al contempo la necessità per raggiungere
condizioni di pace e serenità, vengono però contraddette da
diverse affermazioni.
Quali sarebbero i
confini dello Stato Palestinese, entro il quale i
profughi dovrebbero accamparsi, se Israele ha costruito e
continua a costruire insediamenti di coloni ben oltre entro
i territori demarcati come palestinesi?
Ma lo sa Amos Oz che il Muro
di segregazione è stato costruito ed è in costruzione
tutt'ora su terra palestinese, rubando ettari ed ettari di
giardini, coltivazioni e pascolo ai legittimi proprietari
arabi?
E quando i coloni sionisti
ebraici non riescono ad espropriarli subito con la forza, ne
avvelenano i pozzi d'acqua, spargono cibo letale per il
bestiame, distruggono i generatori di corrente dei villaggi,
ne bloccano le vie d'accesso per rendere difficile, quando
non impossibile, il commercio, gli scambi, o anche solo
semplici movimenti terrestri tra le varie enclavi, create ad
arte, come a macchia di leopardo, in territori
tradizionalmente arabi-palestinesiche. Il Sud Africa ha
fatto scuola.
Quanti villaggi
ed abitazioni sono state letteralmente rubate ai residenti
palestinesi, manu militari, da coloni ebraici provenienti
dall'Europa, dalla Russia e dall'America? Per quale motivo i
profughi palestinesi non potrebbero tornare alle proprie
abitazioni? Per quale motivo non dovrebbero reclamarne a
gran voce la restituzione? Perchè esse si trovano in
territori fraudolentemente annessi e dichiarati univocamente
israeliani? Quale popolo non reagirebbe e si alzerebbe con
fierezza, sfidando morte e persecuzioni, armato anche solo
di semplici pietre, per riscattare l'onore della propria
famiglia massacrata, per mantenere alto l'onore della
propria Nazione e della propria etnia schiacciata nel
sangue? Tutti i popoli europei l'hanno fatto, quando si
trovarono invasi e oppressi sulla propria terra. E sono
stati dichiarati eroici. Alcuni di quegli "eroi", che si
sono macchiati anche di sangue innocente, siedono o si sono
seduti per anni sulle poltrone più illustri dei parlamenti
europei. Qualcuno è diventato Presidente della Repubblica.
Perchè tale diritto
all'autodeterminazione dovrebbe essere invece
negato al popolo arabo palestinese? Perchè interferisce con
gli interessi dell'usurocrazia internazionale, della quale
siamo
succubi e schiavi?
Sintantoché le rivendicazioni
di un popolo sono organiche agli interessi delle oligarchie
finanziarie, esse sono definite eroiche e legittime,
sponsorizzate e armate.
Quando invece tali
rivendicazioni vanno contro gli interessi ed i
progetti di tali oligarchie, esse diventano una minaccia
alla civile convivenza e quel popolo viene criminalizzato
senza appello. L'uccisione dei suoi membri è tollerata e per
lo più neppure presa in considerazione, quasi si fosse
trattato dell'abbattimento di qualche animale malato, mentre
si da gran risalto ad ogni più piccola reazione di
quell'animale, braccato e reso feroce proprio perchè chiuso
in un angolo, senza possibilità di fuga. Provate voi a
prendere a bastonate anche il più piccolo animale,
stringetelo in una morsa tra due muri, senza dargli
possibilità alcuna per la propria salvezza che quella di
attaccare a sua volta. Vedrete quella bestiola diventare un
feroce e pericolosissimo oppositore, del quale dovrete
temere come mai avreste immaginato. È la forza della
disperazione e del non vedere altra possibilità di salvezza
che vendere la pelle a caro prezzo. È una legge naturale. E
gli strateghi e psicanalisti militari di Tsahal lo sanno
bene. Sanno come creare in laboratorio i loro animali
impazziti. Ed il loro laboratorio è Gaza, Betlemme, Hebron,
Nablus, i West Bank, tutti i villaggi prigionieri dei muri,
dei check-points, dei roadblocks, del filo spinato innalzato
abusivamente dai coloni giudei sionisti, spavaldamente
coperti dai loro M16 nuovi fiammanti, fronteggiati da
pastori e contadini arabi disarmati ed increduli che tutto
ciò sia potuto accadere proprio a loro.
Si cerca di
bilanciare colpe e responsabilità, dimenticando o non
volendo dire che:
"Prima
della fine del mandato e, dunque, prima di ogni possibile
intervento da parte degli stati arabi, i sionisti, grazie
alla superiorita' militare accordatagli dalla potenza
mandataria, avevano occupato molte citta' palestinesi prima
del 15 maggio 1948. Tiberiade fu occupata il 19 aprile del
1948, Haifa il 22 aprile, Jaffa il 28 aprile, alcuni
quartieri della citta' nuova di Gerusalemme il 30 aprile,
Baisan l'8 maggio, Safad il 10 maggio e Akka il 14 maggio.
Scrittore britannico Henry Cattan,
"Palestina,Gli arabi e Israele."
"Menahem Begin, leader dell'Irgun, racconta che "a Gerusalemme, come altrove, fummo i primi a passare dalla difensiva all'offensiva ... L'Hagana porto' a compimento con successo diversi attacchi, mentre l'esercito regolare avanzava su Haifa come un coltello nel burro". Gli israeliani ora sostengono che la prima guerra scoppio' con l'ingresso degli eserciti arabi in Palestina dopo il 15 maggio 1948. Ma questa fu la seconda fase della guerra; essi tacciono sui massacri, le espropriazioni e le pulizie etniche precedenti a quella data, i quali necessitavano di un piu' ben deciso intervento da parte degli stati arabi". Sami Hadawi, "Il raccolto piu' amaro""Nel 1948, i sionisti non solo erano gia' perfettamente in grado di "difendersi", ma anche di commettere atrocita' di massa contro i civili. Secondo l'ex direttore degli archivi dell'esercito israeliano, "in quasi tutti i villaggi da noi occupati durante la Guerra d'indipendenza, furono commessi atti che possono essere definiti crimini di guerra, come omicidi, massacri e stupri" ... Uri Milstein, autorevole storico militare israeliano della guerra del 1948, va oltre, affermando che "ogni scaramuccia si risolveva in un massacro di arabi". Norman Finkelstein, "Miti e realta' del conflitto arabo-israeliano."
Anche per quel che riguarda il mito degli ebrei
rifugiati da paesi arabi, ci sono molte voci che
smentiscono tali affermazioni, come quella
dell'americano
Dr. Elias Akleh
nel suo
"The Myth Of Jewish Refugees From Arab
Land",
sicuramente più esplicativo e soddisfacente che le poche
battute ad effetto di Amos Oz. Sappiamo poi per certo che
anche nel demonizzato Iran la comunità ebrea non soffre di
alcuna vessazione.
Perchè il problema non sono le comunità di confessione
ebraica residenti entro i confini delle nazioni arabe, ma
l'aggressività sionista ed i suoi progetti espansionistici e
coloniali.
Bisogna tuttavia prendere atto dello sforzo
compiuto dal giornalista del Corriere per voler andare
incontro alle esigenze di milioni di esseri umani che
vivono confinati ai margini della propria terra, senza
alcuna colpa che quella di essere nati arabi e palestinesi.
Sforzo comunque condizionato soprattutto, come dichiarato
dall'Amos Oz stesso nel titolo e nell'introduzione del suo
articolo, dall'interesse vitale di Israele.
Precetto talmudico pure questo, che condiziona i
comportamenti giudaici etnocentrici più intransigenti, in
favore di posizioni di compromesso, quando la vita o
l'esistenza degli ebrei viene messa in serio pericolo.
Chissà se, diventando non più così "vitale" tale
interesse, ancora tale stimolo alla giustizia
sussisterebbe.
Almeno però il giornalista israelita del Corriere da' ampia
ammissione delle colpe e dei massacri che hanno accompagnato
la formazione dello Stato etnico d'Israele e della
riunificazione di Gerusalemme.
Mentre bisogna prendere atto che invece altri
giornalisti, anche cattolici, non solo non
menzionano la scia di sangue e sopprusi sofferte dalla
popolazione civile araba palestinese, cristiana e
musulmana, che ha accompagnato tale evento, ma addirittura
enfatizzano l'occasione per festeggiare Gerusalemme come
capitale dello Stato di Israele, dimenticando che la
capitale d'Israele è Tel Aviv e di come Gerusalemme bisogna
battersi perchè rimanga invece una città indipendente dalle
politiche nazionali, internazionalmente riconosciuta come
aperta a tutte le etnie e confessioni che da sempre ne hanno
fatto tradizionalmente uno dei loro centri spirituali, con
uno statuto a parte e sottoposto alla supervisione delle
Nazioni.
Non a caso tutte le rappresentanze diplomatiche
si trovano a Tel Aviv e non a Gerusalemme.
Non posso credere che i nostri articolisti cattolici,
galvanizzati da filosionismo mal celato e fuori luogo, non
conoscano tali fatti. Stento anche a credere che non
sappiano delle restrizioni, disagi e maltrattamenti subiti
dalla popolazione civile arabo-palestinese in concomitanza
di tali "festeggiamenti".
Cosa c'è da festeggiare? Un'occupazione
militare lastricata d'oro e dollari a discapito della vita
rubata a milioni di uomini e donne, di allevatori e
agricoltori con le loro famiglie? Chi sottoterra, chi
straniero in Patria, chi costretto all'esodo per salvare i
propri cari da morte certa.
Non è neppure piacevole, vi assicuro,
essere cacciati a malo modo da agenti israeliani in divisa,
mentre ci si è fermati a pregare per pochissimi minuti sulla
tomba vuota di Nostro Signore, con la scusa che il Santo
Sepolcro deve chiudere per la sera. Ogni scusa è buona per
maltrattare un cristiano.
Neppure è piacevole vedere rifiutare le cure mediche a
domicilio alla propria moglie malata, perchè residenti in un
quartiere cristiano della Gerusalemme Vecchia.
E queste sono tra le cose meno traumatiche, vissute sulla
propria pelle anche da chi scrive.
Non fare poi cenno alle restrizioni di movimento imposte ai
Territori Palestinesi proprio in occasione dei
festeggiamenti dell'indipendenza, che non fanno altro che
attirare ancor più risentimento ed insofferenza nei
confronti dell'occupante israeliano, è un'altra grave
mancanza, che articolisti obiettivi, oltre che cristiani e
votati a dire la verità, non avrebbero dovuto tacere.
La verità si tradisce sia
mentendo sia tacendo.
Per fortuna , per pochi che omettono e distorcono la verità, ce ne sono tanti altri che invece non stanno zitti. Anche se sono però poco ascoltati.
Non ho problema alcuno a dichiarare che certi ghetti, come
Betlemme, Ebron, Nablus, e la Striscia di Gaza stessa, sono
concepiti con una programmazione talmente ampia da far
impallidire i proggettisti della Germania nazista del secolo
scorso. Nessun "campo" fu mai congeniato con una
pianificazione esecutiva nel tempo così organica e
genialmente malvagia. Lì si strangolano lentamente, ma
inesorabilmente, giorno dopo giorno, silenziosamente, le
aspirazioni di progresso ed espressione costruttiva dei
cittadini palestinesi sin dalla più tenera età. Si soffocano
le voci del dissenso, si affamano i bambini sin dal ventre
materno, si umiliano i padri e le madri di Palestina sino
alle estreme conseguenze.
Inevitabili poi le reazioni. Prevedibili. Calcolate. Serve
sempre un casus belli.
Provate voi ad immaginare di vedere invase
le vie della vostra città o villaggio, dal giorno alla
notte, da un esercito straniero armato sino ai denti, che vi
confisca terreni, vi uccide bestiame, figli o genitori sotto
gli occhi, si impossessa delle vostre case quando può,
umiliandovi e prostrando il vostro morale sino ai limiti
estremi.
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Chi tra voi, non dotato di una vocazione alla santità
speciale, non sentirebbe crescere dentro di sè
un'irrefrenabile rabbia, un desiderio irremovibile di
riconquista (per quel che è possibile, perchè le vite rubate
non potranno mai essere restituite) di ciò che è stato
sottratto e crudelmente calpestato? Penso proprio pochi. E
se poi, in aggiunta, il vostro desiderio di giustizia e di
vedere internazionalmente riconosciuti i vostri diritti,
viene infangato e macchiato come "terrorista", ritrovandovi
isolato e boicottato anche dai santoni della democrazia,
sino a che punto credete che la disperazione vi possa
portare?
Molti di voi, che comodamente sono seduti
in poltrona a leggere queste poche righe, scritte da un
folle innamorato della Terra Santa, credono che mai si
potrebbero porre in condizioni da contraddire i propri
principi di civile convivenza. Ed io lo auguro loro con
tutto il cuore.
Perchè ci sono certi traumi che aprono ferite come
voragini nei cuori e nelle menti degli uomini, ed
attraverso queste crepe può entrare di tutto, anche i
peggiori sentimenti, quelli che mai in condizioni normali
avreste pensato di riuscire a nutrire nei confronti dei
vostri simili.
Qui è anche uno dei punti fondamentali da sviscerare.
Noi consideriamo i nostri vicini di casa, o di territorio, o
di nazione, come nostri simili. La nostra cultura e le
nostre radici cristiane (che piaccia o no ai teocrati
pedo-massoni europeisti di Bruxelles) ci spingono ad amare
il nostro prossimo come noi stessi: almeno in teoria...
Non tutti lo fanno però, o sono educati a farlo. Molti
scritti di ministri sionisti inneggiano alla separazione
razziale, considerando di gran lunga più importante e
necessaria la vita di un colono venuto da lontano che quella
dei nativi arabi.
Molti scrittori ebrei onesti e sinceri (tra
cui Uri Avneri, Idan Landau, Yossi Alpher e altri di
prossima pubblicazione) denunciano invece con amarezza e
decisione questa cultura razziale, inculcata sin dalla
tenera infanzia nei bambini giudei.
E la separazione totale delle etnie non farà che
accentuare tale abisso culturale.
Incredibilmente, sono poi gli stessi fautori della
separazione razziale, che soffiano in Europa per la
costruzione della società multirazziale e che si stracciano
le vesti ad ogni sospetto comportamento discriminatorio in
difesa della propria tradizione e cultura da parte di
popolazioni native residenti. Come mai si vogliono imporre
agli altri popoli strategie che ci si guarda bene
dall'adottare a casa propria per primi? Uno studio più
attento degli scritti rabbinici elaborati nel Talmud ci
potrebbe forse aiutare nella comprensione di questa
dicotomia di pensiero e azione giudaica. Dicotomia
che non si riscontra per esempio in quegli ebrei che
ritengono solo i primi cinque libri dell'Antico Testamento
quali fondanti per la religione ebraica (www.jewsnotzionists.org,
www.nkusa.org,
www.jewsagainstzionism.com,
per dirne alcuni) e che considerano il sionismo come una
bestemmia e la più grande iattura per i giudei.
Non ci sarebbe quindi un problema di convivenza
tra diverse confessioni od etnie, come si cerca a
tutti i costi voler far credere, ma escusivamente un
problema politico, o meglio ancora geo-teo-politico
israelo-americano.
E noi, grazie alla politica servile ed ipocrita dei nostri
politicanti di tutti i colori, camerieri delle banche e
dell'usurocrazia internazionale, ci poniamo pericolosamente
e strumentalmente al guinzaglio di chi fomenta e provoca il
vero terrorismo internazionale a discapito delle popolazioni
dell'intero pianeta.
Il più bieco terrorismo islamico si vede allora come sia
organico alla geopolitica dei teocon giudeo-cristiani
sionisti, che tra l'America e Israele, passando per
l'Europa, hanno contagiato e deviato il pensiero forte
occidentale, spingendolo ad abbracciare la causa dello
scontro tra civiltà, guerre preventive, omicidi mirati,
rinnovando di tanto in tanto passioni ed emozioni con
dolorose rievocazioni di memorie passate: sempre le stesse,
come se anche i dolori e le sofferenze degli altri popoli
del pianeta, a cominciare da quello arabo-palestinese, non
esistessero e non fossero da ricordare.
Che senso ha tenere viva la memoria sul passato se non si
riescono a vedere, riflesse nella realtà del presente, le
stesse ingiustizie ripetute a danno altrui?
Se non si fanno i conti subito con questa contraddizione
enorme, non solo i giudei d'Israele, ma tutti noi pagheremo
caro quest'errore di valutazione, questo appiattimento di
giudizio critico, questa nostra accidia intellettuale.
Concludo solo dicendo che i segnali che
provengono dalla Terra Santa in questo momento non sono dei
più invitanti a pensieri di pace e distensione. Amici e
amiche che vivono o sitrovano nell'area mi riferiscono tutti
i giorni di continue incursioni, umiliazioni, violenze e
provocazioni da parte delle milizie sioniste. Le case
continuano ad essere abbattute ed i muri edificati. Gli
insediamenti di colonie nei territori espropriati ai
palestinesi non si arrestano e l'economia nei Territori
Occupati, West Bank e Cisgiordania è soffocata.
Ed i bambini, con le loro famiglie, non riescono ad
intravedere un futuro di serenità.
Basterebbero pochi gesti di buona volontà
da parte di chi ha il potere e la forza per poterlo fare.
Ma i dirigenti sionisti, che conducono questa campagna in
pieno stile di genocidio ed insediamento coloniale, non
hanno nessuna intenzione di restituire il maltolto,
risarcire i danni ai civili, permettere il ritorno alle
proprie case da parte dei legittimi proprietari. Sono una
classe dirigente palesemente in malafede, in cerca solo di
provocare l'occasione buona per usare ancor più brutalità e
discriminazione nei confronti della popolazione indigena, al
fine di depredarla ancor più di terra e libertà.
Nel frattempo un esercito di storici,
educatori ed imbonitori, addestrati nei centri di pensiero
sionisti, istruiscono la popolazione ignara, ribaltano fatti
e misfatti, intervengono persino nella canonizzazione dei
Santi, accompagnano addirittura gruppi di pellegrini
cristiani per fornire la loro versione della storia e della
teologia in formato noachide.
Chi scrive non è poi nessuno per poter
giudicare il comportamento di certi uomini di Chiesa. E non
lo farà. Tuttavia una maggiore fermezza nello scacciare i
mercanti dal tempio sarebbe auspicabile, urgente e
necessaria, impedendo quella giudaizzazione della
cristianità, che finirà per annacquarne la fede, rendendola
insipida e svuotata dei suoi contenuti più profondi.
E del sale insipido e di involucri vuoti cosa ce ne possiamo
fare?
No, non mi aspetto nulla di buono sinchè
non sarà fatta giustizia in Terra Santa. Ed al momento,
coloro che sono i maggiori artefici delle ingiustizie
commesse in Terra Santa, pare non abbiano alcuna intenzione
di riparare alle offese inferte.
Dio
abbia pietà di loro, perchè non sanno quello che fanno.
Da parte nostra, come
uomini e donne che sinceramente desiderano la pacificazione
dei popoli che vivono in quelle aree mediorientali,
non possiamo esimerci
dal raccontare quel che realmente accade in Terra Santa,
senza veli od ipocrisie. Speriamo che poi voi passiate
parola.
Ci sono, è vero,
alcuni casi di comunità miste che affrontano il problema
dell'educazione come problema primario per la costruzione
della mentalità delle future generazioni. Scuole miste di
cristiani, ebrei, musulmani, che abituino i giovani a non
considerare il proprio vicino come un nemico da abbattere,
ma qualcuno con cui condividere vita ed esperienze. Quella
della Terra Santa è una situazione tutta diversa da quella
europea, con parametri diversi e diverse problematiche da
risolvere. E le persone che si occupano di queste attività
sono mosche bianche. Ma con una forza d'animo enorme,
sorretta dalla consapevolezza di essere nel giusto.
Una forza che alla
fine abbatterà i muri e sbriciolerà i cuori di pietra più
duri.
La Verità è l'arma più
forte. La Verità ci rende liberi.
Filippo Fortunato Pilato
Nathan Chofshi -
"Solo una rivoluzione interiore puo' riuscire a guarire il
nostro popolo dalla malattia omicida dell'odio
ingiustificato ... Esso ci condurra' alla completa rovina.
Solo allora i vecchi ed i giovani capiranno quanto grande e'
stata la nostra responsabilita' verso quei profughi nelle
cui citta' abbiamo insediato ebrei provenienti dall'estero,
le cui case abbiamo confiscato, i cui campi ariamo e
coltiviamo, i frutti dei cui giardini, orti e vigne
raccogliamo, nella cui terra abbiamo creato scuole di
carita' e di preghiera, blaterando e vantandoci di essere il
"popolo del Libro" e "luce delle nazioni"...
Menahem Begin -
"Amico
mio, sta' calmo. Se riconosci il concetto di "Palestina",
demolisci il tuo diritto a vivere ad Ein Hahoresh. Se questa
e' la Palestina e non la terra d'Israele, allora sei un
conquistatore e non hai diritto alla terra. Sei un invasore.
Se questa e' la Palestina, allora appartiene al popolo che
ci viveva prima che tu venissi qui. Solo se questa e'
Israele allora hai il diritto di vivere ad Ein Hahoresh e a
Deganiyah B. Se non e' la tua terra, la terra dei tuoi
antenati e quella di tuo figlio, che ci fai qui? Sei venuto
nel paese di un altro popolo, come dicono, lo hai espulso ed
hai preso la sua terra".
citato in Noam Chomsky's "Peace in the Middle East?
ALLEGATO DI SEGUITO ARTICOLO
CONTESTATO CITATO
di AMOS OZ Ogni qualvolta noi israeliani sentiamo il termine «profughi del 1948» proviamo una stretta di paura e di rifiuto allo stomaco. Questo termine è diventato per noi sinonimo di «diritto al ritorno», e «diritto al ritorno» equivale alla fine dello Stato di Israele. Forse è arrivato il momento di rimettere ordine nei nostri pensieri e di fare un distinguo tra il problema dei rifugiati e il «diritto al ritorno». Il primo, infatti, può e deve risolversi, ma non con il rientro dei profughi palestinesi entro i confini dello Stato di Israele stabiliti da accordi di pace. Questa pretesa va respinta perché, nel caso dovesse avverarsi, vi sarebbero due Stati palestinesi e nemmeno uno per il popolo ebraico. Ma il problema dei profughi del 1948 va risolto anche perché è nell'interesse vitale di Israele. Infatti, fintanto che tale problema sussisterà, fintanto che centinaia di migliaia di profughi palestinesi marciranno in campi in condizioni di vita disumane, noi non avremo pace. Di chi è la colpa della tragedia dei rifugiati palestinesi? Secondo la versione israeliana è dei loro leader, che dichiararono guerra a Israele nel 1948, e dei profughi stessi, fuggiti in preda al panico dalle loro case. Secondo la versione araba la colpa è di Israele, che cacciò brutalmente e a forza i residenti arabi. C'è del vero in entrambe le versioni: la guerra del 1948 fu uno scontro diretto. Villaggi combattevano contro villaggi, quartieri contro quartieri e case contro case. In conflitti di questo tipo la popolazione è costretta alla fuga. Circa una dozzina di insediamenti ebraici, fra cui il quartiere della città vecchia di Gerusalemme, capitolarono alle forze arabe. La popolazione venne trucidata o espulsa a forza. D'altro canto anche centinaia di migliaia di arabi abbandonarono i loro villaggi: alcuni fuggirono, altri furono scacciati dall'esercito israeliano. È arrivato il momento di ammettere pubblicamente che noi israeliani siamo parzialmente responsabili della catastrofe dei profughi palestinesi. Malgrado la colpa e la responsabilità non siano esclusivamente nostre, le nostre mani non sono del tutto pulite. Lo Stato di Israele è abbastanza maturo e forte per ammettere questa colpevolezza parziale e accettare le conclusioni che ne conseguono: accollarsi parte degli sforzi di ricollocare altrove quei profughi nel contesto di accordi di pace ma al di fuori dei futuri confini di pace di Israele. L'ammissione di Israele di una parte della colpa, la sua disponibilità a farsi parzialmente carico di una soluzione, potrebbero rivelarsi una spinta emotiva positiva per i palestinesi. Una sorta di apertura che incoraggerebbe molto il proseguimento di un dialogo. La tragedia dei profughi del 1948 è infatti la ferita più dolorosa, la più sanguinante e purulenta aperta nella loro carne. Gli israeliani hanno un'abituale tendenza a procrastinare le «questioni cardine» del conflitto: i profughi, Gerusalemme, i limiti degli insediamenti. Questa tendenza era forse intrinseca agli accordi di Oslo ma di certo non favorisce un attuale negoziato. La propensione israeliana a evitare gli argomenti più importanti risveglia nella controparte araba il fondato sospetto che Israele voglia la pace, ma non sia pronto a una soluzione complessiva. Sarebbe quindi forse opportuno che i leader israeliani avanzassero una proposta di discussione del problema dei profughi e di una partecipazione israeliana alla sua soluzione, la quale dovrebbe essere: evacuazione dei rifugiati dai campi in cui languono, assegnamento di una casa, di un lavoro, e concessione della cittadinanza a chiunque lo desideri entro i confini del futuro Stato palestinese. È evidente che affrontare il problema alla radice comporterà l'ammissione di una responsabilità parziale della Nakba, la catastrofe, palestinese da parte di Israele, con tutto ciò che ne consegue. Ma affrontare il problema alla radice vorrà anche dire riconoscere che centinaia di migliaia di ebrei furono scacciati dalle loro case negli Stati arabi, con tutto ciò che ne consegue. Sia per ragioni morali che di sicurezza Israele deve aspirare a una soluzione del problema dei profughi del 1948. Gli Stati occidentali, Israele e i ricchi Paesi arabi dovranno accollarsene l'onere economico. La violenza si attenuerebbe e la disperazione, che genera fanatismo, comincerà a scemare nel momento in cui in quei campi di sofferenza e di aberrazione giungerà notizia che la vita nel degrado sta per terminare. E per quanto riguarda Israele, anche se dovessimo firmare accordi di pace con tutti i nostri nemici, fintanto che non daremo una risposta al disagio dei profughi, non avremo la serenità. Traduzione di Alessandra Shomroni Corriere della Sera, 29 aprile.
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