È
|
Notizie dalla Terra Santa
Anno II,
Comunicato n. 62 (italiano), del 5/5/2007
Quando la pace incomincia dalla
giustizia
Questa volta lo dicono i dati
del governo israeliano: il 32,4 per cento dei terreni su
cui sono stati costruiti gli insediamenti israeliani è
proprietà privata di palestinesi. La notizia è stata
rilanciata a metà marzo dal gruppo pacifista israeliano
Peace Now. I dati utilizzati sono quelli
ufficiali dell'amministrazione civile e confermano
quanto già Peace Now aveva pubblicato in un
rapporto del novembre scorso.
La costruzione degli insediamenti (ben 131) sulle terre
di proprietà palestinese solleva una questione di
giustizia non da poco in una regione già segnata da
pesanti disequilibri e ingiustizie.
In un primo tempo, alle rimostranze dell'associazione
nei confronti del fiorite di insediamenti e avamposti,
le autorità competenti avevano dichiarato che i terreni
edificati erano di proprietà demaniale o risultanti
senza proprietari. Di fronte ad un'azione legale
dell'organizzazione pacifista, convinta invece del
contrario, l'Amministrazione civile della Cisgiordania
ha dovuto ammettere l'illegalità di gran parte degli
insediamenti. L'Alta corte israeliana di giustizia da
lungo tempo ormai ha stabilito che non si possono
confiscare (o peggio sottrarre) terre private per la
costruzione di nuovi insediamenti.
La collocazione
degli insediamenti in violazione di un diritto altrui
non sembra essere uno strumento del tutto appropriato
per raggiungere la sicurezza. La legalità e la giustizia
possono essere viceversa la strada maestra per arrivare
ad un contesto di pacifica convivenza.
di Giorgio
Bernardelli
Milano, May 3, 2007
|
Gli
occhi del mondo in queste ore sono puntati sulle
ripercussioni in Israele della relazione stilata
dalla Commissione Winograd, l'organismo che ha messo
sotto esame l'operato del governo di Gerusalemme e
delle più alte cariche militari sdurante la guerra
in Libano dell'estate scorsa.
In
centomila ieri si sono radunati in piazza Rabin a
Tel Aviv, la piazza delle grandi manifestazioni, per
chiedere le dimissioni del premier Ehud Olmert e del
ministro della Difesa Amir Peretz. E sulle colonne
di Haaretz, ieri mattina, Ari Shavit, una
delle firme più autorevoli della stampa israeliana,
invitava la gente a riprendersi il proprio Paese,
togliendolo dalle mani di chi l'estate scorsa l'ha
trascinato in una vera e propria «marcia dei folli»
ieri, però, sul quotidiano libanese Daily Star
è uscito l'articolo che proponiamo oggi.
Presenta un altro volto della «marcia dei folli»,
che nelle anticipazioni uscite del rapporto della
Commissione Winograd per ora non appare: la
questione delle bombe a grappolo, ordigni che hanno
continuato a uccidere anche dopo la fine del
conflitto. Dal giornale libanese apprendiamo che
l'Italia ha offerto un nuovo importante stanziamento
per far sì che lo sminamento sia completato entro la
fine del 2007.
Una delle domande che la Commissione Winograd si sa
aver posto al ministro Peretz è quella su chi abbia
dato l'ordine di tempestare il Sud del Libano di
bombe a grappolo nelle ultime 72 ore del conflitto,
quando già era stata fissata la data e l'ora del
cessate-il-fuoco. E Peretz ha negato ogni
responsabilità. Come è nato, allora, quell'ordine? È
una domanda su cui - anche quando, probabilmente
presto, Olmert e Peretz non ci saranno più - sarebbe
bene che si arrivasse a una risposta. |
Hebron, pietra
d'inciampo
|
|
di Giorgio Bernardelli
|
|
|

C'è
un nuovo braccio di ferro in corso con i
coloni a Hebron. E in gioco c'è ancora una
volta quella politica del «fatto compiuto» che
ha accompagnato per quarant'anni la crescita
degli insediamenti israeliani in Cisgiordania.
Da un paio di settimane, infatti, una ventina
di famiglie di coloni abita in un edificio di
quattro piani nel mezzo di una zona
interamente araba. La palazzina (nata per
diventare un centro commerciale, idea poi
naufragata a causa delle restrizioni seguite
alla seconda intifada) è stata acquistata
attraverso un'immobiliare giordana per 700
mila dollari. I coloni l'hanno ribattezzata la
«Casa della pace» (anche i nomi contano) e
hanno intenzione di ristrutturarla per poter
ospitare anche altre venti famiglie. La
posizione è strategica: si trova, infatti,
sulla strada che congiunge Kyriat Arba
(l'insediamento subito fuori Hebron dove
vivono circa cinquemila coloni) e la zona
della Tomba dei patriarchi (dove altri 600
coloni abitano in alcune case vicine).
Tutto
questo succede a Hebron, città dove vivono 100
mila arabi palestinesi. Città che è il grande
rompicapo di qualsiasi linea di confine tra i
due Stati che dovrebbero un giorno risolvere
il conflitto tra israeliani e palestinesi:
perché un posto in cui vivono 100 mila
palestinesi non può non stare nello Stato
palestinese. Ma, nello stesso, Israele non può
rinunciare al luogo dove si venera la tomba di
Abramo (e che era la sua capitale ai tempi del
re Davide). Sono i motivi per cui da anni
Hebron è il posto dove la tensione tra
israeliani e palestinesi è più alta.
Ora i
coloni qui provano di nuovo ad allargarsi. Il
ministro israeliano della Difesa Amir Peretz
ha promesso che li farà sgombrare. Facendo
notare che la «Casa della pace» nasce in
violazione della legge: ogni insediamento nei
Territori deve avere il benestare preventivo
dell'Amministrazione civile (che, nonostante
il nome, è l'organismo militare israeliano che
governa la Cisgiordania). Del resto è
l'esercito che poi deve garantire la sicurezza
a chi abita in quelle case. La vicenda sta
facendo ovviamente discutere in Israele.
Riferiamo due prese di posizione opposte: da
una parte l'editoriale del quotidiano
Haaretz che chiede a Peretz di passare al
più presto dalle parole allo sgombero, perché
«la Cisgiordania è piena di insediamenti
provvisori che sono durati più a lungo del
ministro della Difesa»; dall'altra l'articolo
di Arutz Sheva, l'agenzia vicina al
movimento dei coloni, che spiega perché non è
affatto scontato che guesto sgombero avvenga,
elencando anche le attestazioni di solidarietà
ricevute dalle famiglie della «Casa della
pace» dall'interno del governo Olmert.
|
(La foto della
scritta spray "GAS THE ARABS", gasa gli arabi,
firmata JDL, Lega Difesa Giudea, appare su un
portone di famiglie palestinesi ed è stata
scattata poco tempo fa da
Anna Baltzer, ebrea
americana e nostra amica corrispondente. Ma non
erano i nazisti che gasavano?)
|
|
Torna ai Comunicati gia' pubblicati
|