Palestina. È democrazia?
di Giorgio Bernardelli
per
TerraSanta.net (Porta di Jaffa)
Continuano
nel mondo palestinese le analisi sulla nuova situazione venutasi a creare
dopo il predominio di Hamas a
Gaza.
Movimento che ieri, con la liberazione
del
giornalista inglese della Bbc Alan Johnston, ha fatto segnare un altro
punto a suo favore, mostrando di avere ora davvero il controllo delle
milizie sul campo.
Ma Hamas
e Fatah rappresentano davvero la popolazione palestinese? È la domanda che Salim
Nazzal. intellettuale palestinese della diaspora (vive in Norvegia), propone in
un articolo pubblicato su Arabic Media Internet Network (Amin), un altro sito
interessante da tener d'occhio per capire gli umori della società civile
palestinese. Nazzal pensa che sia arrivato il momento di analisi coraggiose sul
tema della democrazia all'interno delle istituzioni palestinesi. «Durante tutto
il processo di
Oslo
- sostiene - la leadership palestinese è andata a negoziare il futuro di questa
di terra senza alcun mandato del Parlamento palestinese. Si sono comportati come
se la Palestina fosse la loro proprietà privata e quindi sapevano loro che cosa
era meglio per i palestinesi».
Il risultato - continua Nazzal - è stato che in 14 anni l'Autorità Nazionale
Palestinese, da progetto di uno Stato civile, si è trasformata in una specie di
Somalia
sfigurata dai conflitti tra clan. Lo stesso accordo che aveva portato pochi mesi
fa al governo di unità nazionale tra Hamas e Fatah, è fallito perché si è
trattato di un'operazione costruita a tavolino. «La domanda è: che cosa ci sta a
fare un parlamento eletto se non ha voce in capitolo su nessuna delle questioni
importanti per la nazione?».
Domanda interessante e da tenere ben presente soprattutto guardando a ciò che
sta succedendo a Ramallah. Dove c'è un nuovo governo che risponde al presidente
Abu Mazen ed è appoggiato dagli Stati Uniti, da Israele e dalla comunità
internazionale. Dopo 17 mesi, grazie alla fine dell'embargo economico, ha
ricominciato a pagare gli stipendi ai dipendenti pubblici. Però oggi non
risponde a un parlamento democraticamente eletto. E, almeno fin ora, Abu Mazen
non ha espresso nemmeno l'intenzione di indire nuove elezioni in Cisgiordania.
Il tutto in un contesto contrassegnato dalla sfiducia generale in una leadership
giudicata come corrotta e «collaborazionista». Come scrive Salim Nazzal, senza
scelte coraggiose il pericolo di sbagliare ancora è davvero dietro l'angolo.
Sondaggi palestinesi
di Giorgio Bernardelli per TerraSanta.net (Porta di
Jaffa)
Che cosa pensa la piazza palestinese di tutto quello che
sta succedendo tra Gaza e la Cisgiordania? Nei servizi
televisivi di questi giorni abbiamo sentito parlare più
volte l'«uomo della strada». Ora il sito palestinese
Miftah rilancia un sondaggio effettuato con criteri
scientifici tra il 21 e il 22 giugno dall'Università
nazionale An-Najah. Premessa: anche i Territori
palestinesi sono un posto dove si fanno i sondaggi.
Varrebbe la pena ricordarlo a qualche cronista o
commentatore che quando parla di questa regione del mondo
ha il tono dell'hic sunt leones. Si fanno i
sondaggi e si dicono cose interessanti.
L'83,9 per cento degli interessati confessa di non
sentirsi sicuro né per se stesso, né per le proprie
famiglie, né per le sue proprietà. Quanto alle priorità
indicate per il governo di emergenza l'85,5 per cento
risponde indicando il pagamento dei salari agli impiegati
e l'82,8 per cento parla del miglioramento delle
condizioni economiche. A riprendere il controllo della
Striscia di Gaza pensa solo il 61,1 per cento degli
intervistati. Solo il 29,8 per cento crede che il governo
di emergenza di Salam Fayyad sarà in grado di porre fine
al caos nella Cisgiordania. È con questi numeri che oggi
bisogna fare i conti. Il 68,8 per cento dei palestinesi
oggi è pessimista sul futuro. È ora di dargli motivi seri
per cambiare idea.
Gaza. E adesso?
di Giorgio Bernardelli per TerraSanta.net (Porta di
Jaffa)
Anche sui giornali arabi si guarda ovviamente con
grande preoccupazione ai fatti drammatici in corso a
Gaza. Con giudizi sempre durissimi sul comportamento
di Hamas e Fatah. Nell'editoriale che riportiamo a
mo' di esempio, il libanese The Daily Star
sostiene che «Hamas prosegue la tradizione
palestinese di sprecare ogni opportunità». «Se vuole
dimostrare davvero di meritare il mandato ricevuto
nel gennaio 2006 - continua l'articolo - deve
cominciare col rompere questa abitudine
all'autodistruzione. E il primo logico passo è
interrompere immediatamente la lotta intestina con
Fatah».
C'è, però, anche chi non addossa le colpe di questa
situazione solo su Hamas. È il caso del quotidiano
di Amman The Jordan Times, che ricorda come
nonostante la pesante sconfitta nelle elezioni di un
anno e mezzo e fa dentro Fatah non sia cambiato
assolutamente nulla. I leader intorno ad Abu Mazen
sono rimasti gli stessi che il voto popolare aveva
duramente punito accusandoli di corruzione. Può
essere questa l'alternativa ad Hamas?
Su una cosa tutti i media arabi sono ovviamente d'accordo:
nel decretare che la politica del boicottaggio del
governo Hanyeh, voluta da Israele e dagli Stati
Uniti, ha solo peggiorato le cose. Osservazione
probabilmente vera. Però bisognerebbe aggiungerne
che nemmeno gli Stati arabi sono immuni da
responsabilità. Che cosa ha fatto l'Egitto per
bloccare il massiccio ingresso di armi a Gaza?
Perché l'Arabia Saudita si è lasciata imporre dalle
fazioni i termini di un accordo nato alla Mecca già
fragilissimo? Perché non ha avuto il coraggio di
mettere tra le condizioni l'invio di una forza di
pace araba che aiutasse a riportare l'ordine a Gaza?
Per domani è convocato un vertice d'emergenza della
Lega Araba. Con una guerra civile in atto in Iraq e
due praticamente già iniziate in Palestina e Libano,
la paura che l'intera regione si infiammi è molto
alta. Almeno questa volta i Paesi arabi capiranno
che non possono continuare a sperare che siano
Washington, Mosca o Bruxelles a togliergli le
castagne dal fuoco?
Se questi
sono uomini....Il video del massacro di Imad Ghanem, giornalista gambizzato
da Israele
07-07-2007 Gaza
http://it.youtube.com/watch?v=iT6JeJrRURI
E' stato colpito mentre svolgeva con onestà il
suo lavoro, come altri colleghi che scelgono di riprendere, di persona,
conflitti, ingiustizie, massacri senza rimanere a sorseggiare caffé nelle
terrazze dei mega-hotel. Sono inviati di "guerra", testimoni delle violenze
di stati-canaglia (quelli veri) che esportano morte e distruzione in tutto
il mondo per depredare risorse naturali, terre e patrie altrui.
Sono i giornalisti, i fotografi, i cameramen che registrano fedelmente la
ferocia di eserciti-killer, bande di criminali che sparano a uomini, donne,
bambini, vecchi inermi, e che per questo rischiano la vita. Come il collega
Imad Ghanem, di Al-Aqsa Tv, gambizzato dalla ferocia inaudita di militari
israeliani simil-robot di morte, e poi ancora crivellato di colpi, mentre
era già a terra, con gli arti spappolati.
Il collega è gravissimo.
Come si può ancora tollerare una barbarie simile e giustificarla con le
parole o con il silenzio? Dove sono le associazioni giornalistiche
occidentali? Perché non protestano?
Se questi sono uomini...:
Agenzia InfoPal
Ultima ora:
al giornalista sono state amputate
entrambe le gambe.
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