NOTA DI
REDAZIONE.
Il movimento
cattolico di Comunione e Liberazione, prima di essere al
seguito dei vari Magdi Allam e Marcello Pera, su posizioni
da "scontro di civiltà", era molto attento alle questioni
del Medio Oriente, sia con la rivista
"Il Sabato",
sia con
"30 Giorni", un
mensile che rimane ancora oggi molto interessante e
coraggioso. Il Sabato, negli anni novanta, riportava
interviste a Naom Chomsky, e metteva spesso in luce,
tramite articoli di Renato Farina, Luigi Amicone, Rocco
Tolfa e altri, le ingiustizie dello stato di Israele nei
confronti dei palestinesi. Oggi motivi oscuri impediscono
di essere altrettanto liberi nel giudizio. E' venuta a
mancare, come avrebbe detto don Giussani, la libertà di
giudizio, soppiantata dal pregiudizio politicante.
Vi
sottoponiamo di seguito una breve rassegna stampa
d'archivio della rivista 30 Giorni.
Vi
preghiamo di leggerla (per qualcuno ri-leggerla) con molta
attenzione.
Non sarà
tempo sprecato
Il cielo sopra Betlemme
Aprile/ Maggio 2001 -
30 Giorni
nella Chiesa e nel mondo
La
vita quotidiana nelle zone abitate dai cristiani arabi,
che subiscono la guerra “a bassa intensità” imposta
dall’esercito israeliano, con bombardamenti e reazioni
spropositate all’intifada. Le attività lavorative sono
bloccate, cibo e medicinali scarseggiano
di Gianni Valente
Qualche manifesto scolorito con la faccia del Papa si
intuisce ancora, sui muri sforacchiati e divelti delle
case di Beit Jala. Le scritte in arabo salutano il vescovo
di Roma, il successore di Pietro, venuto da pellegrino a
pregare qui vicino, a Betlemme, nell’angolo di mondo dove
è nato Gesù.
Quello fu un giorno di festa da
queste parti. Sulla piazza di Betlemme, davanti alla
basilica della Natività, anche Arafat era raggiante, dopo
che il Papa aveva riaffermato il diritto del suo popolo ad
avere una patria vera.
È passato, da allora, solo un
anno e qualche mese. Adesso per queste strade deserte
passa uno degli invisibili fronti della "zuta", come la
chiamano in aramaico i consiglieri militari di Sharon: la
guerra "a bassa intensità" che l’esercito israeliano
conduce contro le postazioni dei Tanzim, le milizie
palestinesi. Offensive preventive o azioni di rappresaglia
per prevenire o punire i colpi di mortaio palestinesi
diretti contro il sottostante insediamento ebraico di
Gilo. Una reazione spesso sproporzionata, strabordante,
con cui l’artiglieria israeliana sbriciola i muri, apre
falle nelle cisterne d’acqua sui tetti, riduce le case dei
civili a cumuli di macerie. E che domenica 6 maggio è
diventata una vera e propria offensiva terrestre, coi parà
israeliani che setacciavano una ad una le strade deserte.
Chi ha potuto, da qui è scappato.
In questo che una volta, come tutta l’area intorno a
Betlemme, era una roccaforte della minoranza
arabo-cristiana, dall’inizio della nuova intifada e della
sua repressione decine di famiglie cristiane hanno
intrapreso il lungo viaggio, trovando accoglienza dai
propri parenti all’estero. Gli altri, chi non trova
soluzioni migliori, continua a vivere come può. Quasi ogni
giorno, nel primo pomeriggio, lasciano le proprie case e
cercano rifugio da parenti e amici che abitano sull’altro
versante della collina, fuori dal tiro dei missili e dei
tank israeliani. Tornano a notte inoltrata, quando la
cadenza quotidiana degli scambi di colpi vive il suo
momento di pausa. Anche Toine, il giovane professore
olandese di Betlemme, ne ha passate tante di queste notti
bianche di guerra, insieme alla moglie palestinese e la
figlia Jara, ospite nella casupola della suocera. Ore
interminabili scandite dalle esplosioni ora lontane, ora
vicine, e a ogni colpo la suocera che invoca i suoi
protettori: "Ya Adra! Ya Khader!". "Santa Vergine! San
Giorgio!". Durante i bombardamenti più massicci, si scappa
tutti al convento del Patriarcato latino. Le chiese
ridiventano rifugi di guerra dove attendere, tra
chiacchiere e silenzi carichi di tensione, che la pioggia
di missili e colpi di mortaio finisca. Come nel ’48. Come
nel ’67. Così, la follia della guerra si fonde e confonde
coi ritmi e il respiro della vita quotidiana. Infiltra
come una pianta cattiva le fatiche e i riposi di due
popoli interi.
Ogni giorno la macabra
contabilità di questa "guerricciola" ritocca le sue
tabelle. Alla fine di maggio, i dati forniti dal
Palestinian Central Bureau of Statistics segnalavano 516
palestinesi morti (di cui 126 sotto i 18 anni), 14.152
feriti, circa 1500 disabili permanenti (di cui 437
bambini), quasi diecimila abitazioni palestinesi abbattute
o danneggiate, mentre dalla parte israeliana, dopo
l’attentato alla discoteca di Tel Aviv del 1� giugno, i
morti erano 110 e i feriti più di 900. Il media system
concentra i riflettori sui fatti di sangue più clamorosi
ed efferati. Ma sfuggono alla registrazione mediatica gli
effetti devastanti subiti dal tessuto della vita
quotidiana di due interi popoli. Quando, per mesi ed anni
interi, le cose più ordinarie - lavorare, mangiare,
dormire, spostarsi, andare a scuola, curarsi - diventano
per tutti una fonte quotidiana di frustrazione, angoscia e
senso di fallimento.
Effetti collaterali
Quando Israele chiude i suoi
checkpoint, la striscia di Gaza e la West Bank si
trasformano in una specie di prigione a cielo aperto, con
una densità abitativa che a tratti è la più alta del
mondo, dopo Hong Kong e Singapore. Il controllo delle
strade, in mano ai soldati israeliani, frantuma i
territori palestinesi in tanti piccoli ghetti da cui non
si può uscire senza difficoltà.
Il primo effetto di questo
strangolamento è la paralisi delle attività lavorative. In
Cisgiordania, che pure costituisce la parte economicamente
meno depressa dei territori palestinesi, dall’inizio
dell’intifada quasi il 50% della popolazione attiva, con
punte del 70%, si trova di fatto disoccupata. Le più
colpite sono le decine di migliaia di pendolari che prima
guadagnavano un salario fornendo manodopera alle imprese
israeliane. E anche le rappresaglie militari infieriscono
con precisione sospetta contro il già malridotto tessuto
economico palestinese, come hanno fatto i colpi che
all’inizio di maggio hanno devastato a Betlemme un albergo
a quattro stelle vicino alle piscine di Salomone e una
fabbrica di materiali da costruzione.
Nei brevi mesi delle belle
speranze, quando c’era ancora Rabin, ci si dilungava a
fantasticare sugli effetti di distensione che sarebbero
scaturiti dalla partnership economica tra Israele e
Palestina. "Dobbiamo fare uno sforzo supremo per
permettere all’Autorità palestinese di raggiungere una
sussistenza ragionevole, altrimenti perderà il sostegno
popolare", invocava nel novembre ’94 Shimon Peres, allora
come oggi ministro degli Esteri. Oggi la linea sembra
un’altra. Coi duecentomila lavoratori stranieri
stagionali, arruolati in buona parte tra filippini e
rumeni, Israele mira a sostituire i 125mila pendolari
palestinesi messi al bando dall’economia israeliana. Una
politica del mercato lavorativo che spinge la maggioranza
della popolazione della West Bank e soprattutto di Gaza
sotto la soglia di povertà.
L’ospedale dei bambini
Suor
Ignazia ha un punto di osservazione speciale da cui
registra gli effetti collaterali della guerra "a bassa
intensità" sulla vita dei più deboli. Il Caritas Baby
Hospital di Betlemme, dove lei dirige iI personale, sorge
a poche centinaia di metri dal checkpoint che oggi chiude
la strada tra Betlemme e Gerusalemme. Lo iniziò nel 1952
un prete cattolico svizzero, dopo aver visto che nei campi
profughi palestinesi i piccoli morivano come mosche per il
freddo, la fame e le infezioni, a poche centinaia di metri
dal luogo dove era nato Gesù Bambino. Lei venne qui negli
anni Settanta, insieme ad alcune consorelle della sua
congregazione padovana, le Francescane di Santa
Elisabetta, e non se n’è più andata. Oggi, la piccola
struttura sanitaria (10 medici, 200 impiegati, 82 letti,
16 incubatrici, un centro di soccorso sociale, una scuola
per infermiere, 2.200 ricoveri e 19mila visite
ambulatoriali all’anno, il tutto praticamente gratuito)
quasi interamente finanziata da benefattori stranieri, è
un’isola di efficienza con standard svizzeri in una
situazione sanitaria che mette i brividi, e rimane l’unica
struttura pediatrica attiva di tutta la West Bank, dopo
che altri ospedali hanno chiuso per le infezioni di
meningite o sono resi inaccessibili dai posti di blocco
dei miliziani israeliani. Qui si vede bene come la
repressione seguita all’intifada diventa strangolamento
indiscriminato di tutto un popolo, anche di chi non ha
nessuna forza di ribellarsi e tirar pietre. "L’85% della
popolazione della West Bank" avverte Erwin Schlacher,
austriaco, responsabile delle pubbliche relazioni
dell’ospedale "ormai riesce a tirare avanti solo grazie
agli aiuti alimentari degli enti di assistenza e dei
gruppi internazionali di volontariato caritativo. La
penuria di beni alimentari essenziali nella prima fase
dell’infanzia, come il latte, il pane e il riso, sta
conducendo gran parte dei bambini della West Bank a una
condizione
endemica
di malnutrizione. Quando le mamme li portano da noi,
arrivano quasi sempre con una temperatura corporea di
28-29 gradi, a causa della alimentazione carente. L’acqua
corrente, la cui distribuzione è tutta controllata da
Israele, arriva nelle case palestinesi solo uno o due
giorni a settimana. Tra i bambini c’è un aumento
impressionante di casi di disidratazione e di infezioni
intestinali dovute all’uso di acqua inquinata". Anche suor
Ignazia fa notare che i mesi trascorsi dall’inizio
dell’intifada hanno visto l’impennata di alcune patologie,
come dimostrano le decine di casi di meningite e il
fortissimo aumento di parti prematuri, dovuti al
logoramento psicologico che le puerpere soffrono in questa
situazione di assurda normalità, tra attentati,
bombardamenti e strangolamento economico. Sul suo lettino,
il piccolo Jehad sta trafficando coi suoi giochetti.
Racconta suor Ignazia: "La sua famiglia è di Gaza. Quando
la mamma ce lo ha portato qui, si stava spegnendo. Colpa
delle misere razioni di latte, che la madre provava ad
allungare con l’acqua. Poi, da quando hanno chiuso il
varco di Gaza, la mamma non è più potuta venire a
trovarlo. Telefona quasi tutti i giorni, per sapere come
sta…".
"Caro signor Bush…"
Michel Sabbah, patriarca latino
di Gerusalemme, nel suo messaggio per la Quaresima ha
usato espressioni forti, invitando fedeli e religiosi di
Terra Santa a aiutare con tutti i mezzi chi ha più
bisogno. "Viviamo in una guerra che ci è imposta. Bisogna
adattarvi il nostro modo di vivere e abituarsi alle
privazioni e alla generosità verso tutti i fratelli nel
bisogno. Quanto alle case che non cessano di subire i
bombardamenti israeliani, noi diciamo agli israeliani:
distruggete le nostre chiese, ma risparmiate le case dei
nostri fedeli. Se ad ogni costo dovete imporre una
punizione collettiva e se si deve pagare il riscatto per
riacquistare la tranquillità dei figli innocenti e delle
famiglie, noi offriamo le nostre chiese: distruggetele;
troveremo altri luoghi per pregare e continueremo a
pregare per noi e per voi".
All’Università di Betlemme,
quella che Paolo VI volle istituire per aiutare la
formazione della gioventù palestinese, qualche colpo era
arrivato già a ottobre e novembre, coi primi
bombardamenti. Con la nuova offensiva di aprile è stato
distrutto l’ostello femminile. Vincent Mahlam, fratello
delle scuole cristiane che dirige uno staff anch’esso
stressato per le notti in bianco sotto le bombe e che fa
salti mortali per portare avanti i programmi didattici, ha
tirato fuori la bandiera vaticana e l’ha issata sul
pennone: "Per quel po’ di protezione che può offrire…".
Tutta l’imponente e preziosa
opera svolta dalle istituzioni cattoliche in Cisgiordania,
che offrono lavoro a quasi la metà della popolazione
cristiana della regione, soffre anch’essa i pesanti
contraccolpi del conflitto. L’inaridirsi del flusso di
pellegrini si tramuta subito in disoccupazione e disastro
economico per le famiglie di qui. Mentre l’impoverimento
di tutta la popolazione palestinese falcidia le già
modeste rette richieste dalle scuole del Patriarcato
latino (11mila studenti) e dei Francescani della Custodia
di Terra Santa. I deficit di bilancio diventano enormi
(solo per le scuole del Patriarcato si parla di 5-6
milioni di dollari) e la fatica per non chiudere, per
continuare senza licenziare nessuno, diventa un altro
fronte della battaglia di ogni giorno.
Nell’ottobre dell’89, ai tempi
della prima intifada, i leader cristiani delle varie
Chiese presero qui vicino un’iniziativa clamorosa.
Provarono a raggiungere in corteo il villaggio cristiano
di Beit Sahour, che era tenuto sotto assedio dall’esercito
israeliano, scortando con le loro auto di rappresentanza
con targa diplomatica un camion di viveri e medicine per
la popolazione stremata. Oggi, non sembra tempo di gesti
spettacolari. Le energie sono tutte prese dalla silenziosa
lotta per resistere ai tempi difficili. Manca anche la
spontanea convergenza che si verificò allora tra i capi
delle diverse comunità: le gerarchie ortodosse, ad
esempio, sono totalmente assorbite dallo scontro sulla
nomina del nuovo patriarca, in cui ha voce in capitolo
anche il governo israeliano. Ma non mancano singole figure
che intervengono senza remore sui contenuti politici del
conflitto. Come suor Mary, che nel suo diario pubblicato
via internet documenta ogni settimana gli effetti dei
bombardamenti israeliani e denuncia i nuovi casi di
confisca di terre e di insediamento di nuove colonie "da
parte di quella che in America chiamano l’unica democrazia
del Medio Oriente". O come padre Ibrahim, 92 anni,
sacerdote del Patriarcato latino. Lo scorso 13 aprile il
vecchio militante in tonaca (è stato anche membro del
Consiglio centrale nazionale palestinese) ha preso carta e
penna e ha scritto direttamente al capo dei capi, il
presidente americano George W. Bush. A un inizio
ossequioso ("Il popolo arabo applaude la sua vittoria alle
elezioni presidenziali, alla quale hanno contribuito molti
arabi e musulmani degli Stati Uniti, e si aspetta di
trovare nell’amministrazione repubblicana più comprensione
e giustizia per il nostro popolo palestinese, che sta
ancora soffrendo il calvario per le atrocità israeliane")
segue una lista di accuse esplicite lanciate senza timori
("Omicidi, distruzione e usurpazione di terre, demolizione
di case e di proprietà. Sfortunatamente tutto questo
accade con la connivenza e il supporto americano").
Infine, padre Ibrahim conclude la sua lunga missiva con
dei consigli niente affatto trascurabili: "Mi permetta di
chiederle, implorandola con insistenza come presidente
della nazione più grande del mondo, di prendere
l’iniziativa di risolvere con giustizia questo problema
secolare, secondo i principi della giustizia e del
diritto, approfittando dei consigli di esperti giusti e
capaci come mister James Baker e il rappresentante
repubblicano George Salem, di Washington D. C.".