NOTA DI
REDAZIONE.
Il movimento
cattolico di Comunione e Liberazione, prima di essere al
seguito dei vari Magdi Allam e Marcello Pera, su posizioni
da "scontro di civiltà", era molto attento alle questioni
del Medio Oriente, sia con la rivista
"Il Sabato",
sia con
"30 Giorni", un
mensile che rimane ancora oggi molto interessante e
coraggioso. Il Sabato, negli anni novanta, riportava
interviste a Naom Chomsky, e metteva spesso in luce,
tramite articoli di Renato Farina, Luigi Amicone, Rocco
Tolfa e altri, le ingiustizie dello stato di Israele nei
confronti dei palestinesi. Oggi motivi oscuri impediscono
di essere altrettanto liberi nel giudizio. E' venuta a
mancare, come avrebbe detto don Giussani, la libertà di
giudizio, soppiantata dal pregiudizio politicante.
Vi
sottoponiamo di seguito una breve rassegna stampa
d'archivio della rivista 30 Giorni.
Vi
preghiamo di leggerla (per qualcuno ri-leggerla) con molta
attenzione.
Non sarà
tempo sprecato
PALESTINA.
Lo Stato che ancora non c’è.
Cronache dalla prigione
Settembre 2006 -
30 Giorni
nella Chiesa e nel mondo
«Qui cristiani e musulmani sono un solo popolo». Incontro
con padre Manuel Musallam, l’unico sacerdote cattolico di
rito latino a Gaza
di padre Manuel Musallam
È
lì con le Rosary Sisters, le Piccole Sorelle di Gesù, le
suorine di Madre Teresa, e basta. Di sacerdote cattolico,
di rito latino, a Gaza c’è solo lui, padre Manuel
Musallam. Nato a Birzeit nel 1938, vicino a Gerusalemme,
lo hanno visto crescere al seminario di Beit Jalla e
diventare sacerdote nel 1963. È stato in parrocchia in
Giordania, poi a Jenin e infine, dal 1993, a Gaza - dove
c’è una parrocchia, l’unica, appunto, che risale al 1747,
la Sacra Famiglia, The Holy Family Church. Padre Manuel
gira armato solo della sua energia di prete di frontiera,
diremmo qui, e della sua pazienza molto attiva. Ma dopo la
chiusura delle frontiere con Israele e ancor più dopo la
guerra in Libano e le azioni militari - mai terminate -
nei Territori occupati, non si sbaglia a dire che chi vive
a Gaza, innocente o colpevole, è già vicino
all’inferno, dove si muore alla giornata.
Padre Musallam combatte la sua battaglia
descrivendo ogni volta a migliaia di persone per posta
elettronica quello che sta succedendo, senza censure.
Quello che segue è invece quanto ha consegnato a noi, dopo
un lungo colloquio.
È un punto di vista
autenticamente palestinese, espresso con spontaneità, che
serve a capire meglio.
Giovanni Cubeddu
La disperazione dei familiari di un palestinese ucciso
dalle forze israeliane a Gaza, il 30 agosto 2006
Noi tutti abitiamo in una
grande prigione, Gaza. Potete immaginare lo stato d’animo
di una nazione tenuta in catene. E non solo in senso
figurato: circa la metà della popolazione palestinese è
passata per le carceri israeliane. Le frontiere sono
chiuse da tantissimo. E ancora, in qualunque momento
l’arrivo di cibo può essere bloccato al check point, e si
vive in perenne compagnia della penosa sensazione di
potersi ritrovare, un giorno o l’altro, senza più nulla da
mangiare. Ci manca l’energia elettrica. Vivere un giorno
senza elettricità è già un problema, immaginate per mesi e
mesi, giorno e notte, case, scuole, negozi, ospedali… In
una vita normale, alla fine di una giornata di lavoro, una
famiglia può ritrovarsi, mangiare insieme, magari ricevere
gli amici. Qui no. I bambini, ad esempio, che come sapete
temono il buio, non si muovono più liberamente da una
stanza all’altra, e a ogni rumore dall’esterno si mettono
a correre, e possono urtare un muro nell’oscurità, farsi
male. È successo e succede che si rompano anche un braccio
o una gamba. Di tanto in tanto, nelle case di Gaza si
sentono bimbi urlare e piangere, senza un motivo
apparente, e senza che noi possiamo capire veramente cosa
succede dentro di loro.
Nella nostra mentalità il
buio è il luogo del demonio, dei fantasmi, delle paure.
E quando l’elettricità
arriva, magari per tre o quattro ore, ci sorvolano questi
aeroplani israeliani pilotati automaticamente, che tra
l’altro disturbano le trasmissioni televisive, e con esse
la possibilità almeno di “evadere” un po’. È una continua
esasperazione, che provoca un malumore costante, profondo.
A Gaza si avverte che tutti sono arrabbiati, spesso urlano
invece di parlare, diventano facilmente violenti tra loro.
C’è mancanza d’acqua
corrente. Noi siamo abituati ad attingere l’acqua dai
pozzi, per bere, lavarci, per quanto è possibile…
E ora anche gli scioperi.
Tutti gli impiegati pubblici da sei mesi non ricevono
stipendi, solo piccoli acconti, e non ce la fanno più a
vivere. Abbiamo così avuto lo sciopero degli insegnanti, e
così i ragazzi non vanno a scuola. E poi, quando anche un
alunno può frequentare, normalmente non ha i soldi
necessari per comprarsi i libri, pagare i mezzi di
trasporto, e così è costretto a camminare per tre o
quattro chilometri prima di raggiungere la classe. E di
certo non ha nemmeno i soldi per comprarsi una merendina a
scuola, un dolcetto. Come si può insegnare a un bambino
con queste difficoltà?
Nei Territori occupati siamo di fronte a un crimine
storico contro un intero popolo, la maggior parte sono
bambini, donne, anziani, tutti innocenti e puniti perché
vivono a Gaza
E come è possibile parlare
a una famiglia senza cibo, elettricità, acqua, stipendio?
Oggi le famiglie di Gaza sono costrette a mendicare. Ma
mendicare da chi? Non ci sono persone in grado di dare
qualcosa. Nei negozi si acquista cibo a credito. E il
negoziante può anche accettare di riavere il suo denaro
tra qualche giorno, anche qualche settimana, ma non può
aspettare sei mesi…
Questo dramma a Gaza è
generale.
Oltre a tutto ciò, abbiamo
una minaccia dal cielo, i bombardamenti. Uno qui, un altro
là, oggi hanno ucciso uno, ieri un altro. Immaginatevi
come tante famiglie si ritrovino insieme ormai solo nei
cimiteri, e molto spesso… perché ogni famiglia ha un
martire. Come può una nazione vivere a lungo in una
situazione del genere? Un certo momento esploderà, e
sentiamo avvicinarsi questo momento. La violenza ha
raggiunto perfino l’animo dei bambini, ha già invaso
quello delle famiglie ed è presente nei libri di scuola.
Oggi, quando un bambino
legge qualcosa, prima di tutto cerca di trovare i passaggi
dove si raccontano sfide, combattimenti, uccisioni. Pochi
giorni fa un alunno della mia scuola è venuto da me
portando alcune poesie che aveva scritto in arabo e in
inglese. Me le ha regalate: «Padre, per piacere le legga».
Mi sta molto a cuore seguire questo ragazzino a scuola, è
simpatico, intelligente, è in terza media. Ma tutto ciò
che ha scritto è pessimismo, paura e desiderio di morte,
di farla finita con questa vita. Morire finalmente… per
lui non c’è più amore, bellezza, la vita non ha più senso.
Non sono riuscito a trovare una sola parola felice in
quelle pagine. Le ho passate agli insegnanti perché le
fotocopiassero. Vogliono che richiami il ragazzo per
parlargli.
Lui non è l’unico, tutti i
suoi coetanei attraversano tali difficoltà. Sono solo dei
ragazzini, dei bambini… perché dobbiamo assistere a questo
dramma, all’occupazione, ancora? Il mondo non è abbastanza
convinto che ridurre una nazione alla fame, alla violenza,
alla prigionia sia un crimine di guerra? Non lo comprende?
Lo capiranno quando riesploderà una guerra, che i
palestinesi non vogliono (anche quando vanno incontro alla
morte lo fanno per liberare sé stessi).
Padre Manuel Musallam
mentre celebra la santa messa nella parrocchia della Sacra
Famiglia a Gaza
Vi racconto una storia vera
accaduta a Gaza, non lontano dalla mia parrocchia. Un
ragazzo di sedici anni, che viveva in una famiglia
numerosa senza lavoro, un giorno, uscendo di casa, aveva
visto sua sorella chiedere l’elemosina all’entrata di una
moschea. È tornato a casa, ha scritto una breve lettera al
padre e alla madre, poi è andato ad attaccare una
postazione di soldati israeliani al confine. È andato
incontro alla morte. Tre ore dopo è stato riportato su una
barella, morto. Allora hanno scoperto la lettera che lui
aveva scritto: «Padre, madre, vi voglio bene. Volevo
vivere per la Palestina, ma vi ho vendicato. Ho esposto al
pericolo la mia vita, mi sono ucciso per farvi risparmiare
un pezzo di pane per uno dei miei fratelli. Ora non siete
più dieci, siete nove. Ora potete dar da mangiare a tutti
in famiglia». Questa non è la storia di uno solo, ce ne
sono altre, ogni giorno.
Quel giovane ha fatto del
terrorismo? Nei Territori occupati siamo di fronte a un
crimine storico contro un intero popolo, la maggior parte
sono bambini, donne, anziani, tutti innocenti e puniti
perché vivono a Gaza. Chi ha la responsabilità di
proteggerli, di fronte a una reclusione imposta oggi dallo
Stato d’Israele? Tanti palestinesi ormai non percepiscono
più altra alternativa che quella tra la schiavitù e la
morte.
Io sono stato educato alla
pace, vivo per la pace, predico la pace, e mai posso
essere violento, per quanto di bello ho ricevuto dalla mia
famiglia e dalla mia fede. Ma quando ho davanti la
mia gente, i miei fedeli in chiesa, che cosa posso dire
loro? Continuo a chiedere di sopportare. La sofferenza noi
cristiani la possiamo accettare con l’aiuto del Signore.
Ma se questa sofferenza supera il limite, in una
situazione come questa… anche a un sacerdote talvolta
mancano le parole. Pazienza, accettazione… tutta la
comunità, anche le suore presenti, mi chiede: «Fino a
quando?». Non abbiamo davanti a noi una luce, seppure
lontanissima, che ci faccia dire: «Lì c’è la terra ferma
per essere salvi».
I palestinesi vedono che la
comunità internazionale si rifiuta di parlare con loro.
Non noi abbiamo minacciato Israele, anzi. Oggi c’è
purtroppo un soldato israeliano, Gilad Shalit, tenuto in
ostaggio, prigioniero, mentre Israele detiene diecimila
palestinesi, tra cui ministri, parlamentari... In Israele
c’è chi parla di Shalit come se dovesse scoppiare una
guerra mondiale. Questo è quello che hanno fatto in
Libano. Per due soldati hanno distrutto il Libano. Se due
soldati sono così cari al popolo d’Israele, perché non
dovrebbero esserlo tutte queste persone per i palestinesi?
Tutti noi siamo persone come quei soldati.
Ho paura che in Israele non
stiano preparando un periodo di pace. Non la si prepara
con questi mezzi, ma con lo sviluppo, la beneficenza, il
lavoro, il benessere. La guerra invece la si può decidere
sulla carta: basta chiudere le frontiere, mandare gli
aeroplani. Per la guerra basta un attimo. La pace è
come un bambino che prima deve essere concepito nel grembo
della madre, nel cuore di una nazione, poi deve essere
messo al mondo e seguito ogni momento, altrimenti muore.
Sono nato in Palestina nel
1938, e da allora non ho mai visto qui un giorno di pace,
uno solo.
Qui i cristiani sono arabi,
e fanno parte della nazione palestinese. E non ci sono
differenze tra cristiani e musulmani: viviamo insieme,
mangiamo insieme, lavoriamo insieme. Nelle due scuole
cattoliche di Gaza, di cui sono il direttore, ci sono
milleduecento studenti e più di ottanta insegnanti. Sono
scuole miste, con cristiani e musulmani, maschi e femmine.
Abbiamo solo 143 cristiani, tutti gli altri sono
musulmani. Ieri ho assistito a un matrimonio tra musulmani
vicino alla nostra scuola, ho offerto loro la nostra
elettricità per la festa, in cui erano presenti anche
alcuni cristiani. Così pure i musulmani vengono ai nostri
matrimoni, ai nostri battesimi, vengono in chiesa nelle
occasioni particolari. Quando sua beatitudine il patriarca
di Gerusalemme, Michel Sabbah, è venuto a Gaza, i
musulmani gli hanno riservato la loro sincera accoglienza
e abbiamo pranzato tutti insieme. Quando il delegato
apostolico monsignor Antonio Franco è venuto a Gaza - come
delegato speciale di Sua Santità - per portare sostegno e
far saper che il Papa ci è vicino e prega per noi, il 20
agosto scorso, è stato accolto da tutti, c’erano pure
ministri del governo di Hamas, parlamentari, musulmani e
cristiani. Alcuni di loro sono venuti anche in chiesa,
come il governatore di Gaza. Il delegato monsignor Franco
è stato ricevuto dai capi religiosi musulmani e ha potuto
visitare la grande moschea di Gaza, che in origine era una
chiesa.
Qui a Gaza ci rifiutiamo di distinguere tra musulmani e
cristiani. Oggi tutti soffrono insieme... I cristiani a
Gaza sono il popolo della Palestina. E non temono di
essere aggrediti dai musulmani, la cui maggioranza è del
tutto contraria ad azioni contro i cristiani
Qui a Gaza ci rifiutiamo di
distinguere tra musulmani e cristiani. Oggi, l’intera
nazione e il popolo della Palestina, tutti soffrono
insieme, condividono le medesime paure.
Lasciatemi dire qualcosa
della vita di fede, la cosa che più conta.
Ci sono stati quest’anno
incontri speciali di preghiera: durante l’estate,
dall’inizio di maggio fino a metà agosto, per tre mesi e
mezzo, ogni giorno abbiamo celebrato la messa alla
presenza di circa cinquanta persone e abbiamo spiegato
ogni volta un salmo, fino al Salmo 74. I cristiani non
sono molti, circa duecento sono i cattolici, tremila gli
ortodossi, più una piccola rappresentanza di battisti.
È una piccola comunità, ma
siamo rispettati, amati dai vicini musulmani, benvenuti
nelle loro case. Non ci sono mai state minacce contro di
noi, siamo amici, io lo sono pure del primo ministro. Non
chiediamo alcun aiuto esterno per essere protetti, siamo
protetti dal nostro stesso popolo, che è uno solo. Questa
è la situazione. Se abbiamo paura, come tutti gli altri, è
perché la polizia non riesce ancora a gestire la
situazione. Noi viviamo tutti insieme a Gaza come in una
prigione, come se fossimo in punizione, ma finora non
abbiamo perso la nostra fede, la nostra speranza, la
nostra carità.
La domenica la chiesa è piena:
alla nostra gente piace pregare, piace ascoltare la Parola
di Dio, ne è desiderosa. Ai cristiani basta sentir
dire che c’è un incontro alla chiesa ortodossa, o che
altrove un sacerdote cattolico predicherà, e tutti vanno.
Ci seguono.
Sono stato designato dal
presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud
Abbas, a capo del Dipartimento per i cristiani del
Ministero degli Esteri - dove esistono pure i dipartimenti
per gli ebrei e per i musulmani. Così ogni due settimane
scrivo una breve nota, e la spedisco per posta elettronica
a circa diecimila indirizzi di persone, parrocchie, ecc.,
in tutto il mondo. Chi la riceve può usare i testi e
tutto ciò che invio, e se vi sono domande, rispondiamo.
Possono aiutarci in moltissimi modi: parlando di noi,
pregando per noi, contribuendo a costruire scuole, a
organizzare corsi per gli studenti, adottando uno studente
o una famiglia: se tre o quattro persone all’estero si
mettono insieme e donano magari un centinaio di dollari al
mese, cioè ottanta euro, una famiglia a Gaza avrà di che
vivere. Anche con soli dieci dollari si può far cambiare
volto per un giorno a una classe di bambini, farli felici,
seminare gioia, incoraggiare ragazzi e famiglie a vivere.
Tutta la Chiesa deve aiutare i cristiani di qui a
sopravvivere, affinché noi aiutiamo i musulmani a
costruire il nostro Stato.
Il numero dei cristiani non
cresce, nemmeno con le nuove nascite, perché molti
lasciano il Paese. I cristiani in Palestina, se non
riceveranno aiuto, si ridurranno fino a scomparire.
Prendete Gerusalemme: nel 1967 i cristiani erano circa
60mila, ora sono settemila. È cruciale. Ringrazio Dio che
mi abbiano messo a capo di questo Dipartimento per gli
affari cristiani, perché mi rende libero di parlare
ufficialmente a nome della mia gente, e invocare
giustizia, pace, cibo e libertà.
La ricerca di superstiti tra le macerie di un palazzo
bombardato dagli israeliani a Gaza, il 12 luglio 2006
Ora
c’è questa polemica contro le parole del Papa sull’islam.
I cristiani a Gaza sono il
popolo della Palestina. E non temono di essere aggrediti
dai musulmani, la cui maggioranza è del tutto contraria ad
azioni contro i cristiani. Ci conoscono molto bene, e
abbiamo amici pure in Hamas. Il 18 settembre, nel pieno
della virulenta diatriba sul discorso del Papa, ho fatto
visita al muftì di Gaza insieme a un gruppo di cristiani e
abbiamo parlato per due ore. Siamo usciti contenti, perché
lui ci ha promesso di ricondurre alla calma tutti quelli
che nelle moschee provano a dir male dei cristiani. Il
governo, il primo ministro, il partito Fatah e il
governatore di Gaza già più di una volta si sono espressi
per calmare le acque. Il governatore di Gaza, accompagnato
dai responsabili di diverse parti politiche e numerosi
membri del Parlamento palestinese, è venuto in parrocchia
a darci sostegno. Il 19 settembre abbiamo reso la visita
al governatore, lieti di ascoltarlo e di sapere quante
volte ha già scritto sui giornali in nostro favore. Lo
stesso giorno ho chiamato l’ufficio del primo ministro
Hanyieh, e mi hanno garantito appoggio. Il ministro
dell’Interno aveva già inviato dei poliziotti a tutela di
chiese e scuole fin dal primo momento, ventiquattr’ore al
giorno, ma nessuno ha provato a danneggiare la nostra
chiesa o le scuole (alcuni ragazzi hanno invece lanciato
sulla chiesa ortodossa bombe “sonore” fatte in casa, senza
conseguenze).
C’è calma. La polizia
garantisce la sorveglianza dei luoghi di culto e delle
scuole, non c’è pericolo per i cristiani, anche se
leggiamo qui e là di minacce, ma senza alcun fondamento.
Come cristiani, avvertiamo che il Santo Padre ha
affrontato un tema che ci ha esposto a dei pericoli, ma
siamo convinti che sia innocente rispetto alle accuse
mossegli, lui ha espresso un giusto punto di vista della
Chiesa, ma per i musulmani è sembrato chiaramente che
egli attaccasse il Corano e la loro fede. Come cristiani
di questo difficile Paese, noi sosteniamo la nostra gente
contro le strumentalizzazioni sul Papa, e al Papa
chiediamo di tenere accanto a sé qualcuno che lo consigli
e provenga da questo Paese, perché non basta studiare
l’islam in università, bisogna averne esperienza nella
vita quotidiana per evitare in futuro ogni tipo di
scontro. Chiediamo al Signore di aiutarci in questa
situazione, e preghiamo per il Papa.
Si dice che Benedetto XVI
potrebbe visitare Israele l’anno prossimo, nel 2007.
Ho già scritto al Papa una lettera su questo punto e l’ho
invitato a nome di musulmani e cristiani. E lui il 20
agosto scorso ha mandato, appunto, un delegato speciale a
visitare Gaza, e in questo modo ci ha incoraggiati.
Saremo molto felici di trovare qualcuno che si unisca a
noi in questo invito.
Sarebbe davvero bello avere
il Papa a Gaza.