NOTA DI
REDAZIONE.
Il movimento
cattolico di Comunione e Liberazione, prima di essere al
seguito dei vari Magdi Allam e Marcello Pera, su posizioni
da "scontro di civiltà", era molto attento alle questioni
del Medio Oriente, sia con la rivista
"Il Sabato",
sia con
"30 Giorni", un
mensile che rimane ancora oggi molto interessante e
coraggioso. Il Sabato, negli anni novanta, riportava
interviste a Naom Chomsky, e metteva spesso in luce,
tramite articoli di Renato Farina, Luigi Amicone, Rocco
Tolfa e altri, le ingiustizie dello stato di Israele nei
confronti dei palestinesi. Oggi motivi oscuri impediscono
di essere altrettanto liberi nel giudizio. E' venuta a
mancare, come avrebbe detto don Giussani, la libertà di
giudizio, soppiantata dal pregiudizio politicante.
Vi
sottoponiamo di seguito una breve rassegna stampa
d'archivio della rivista 30 Giorni.
Vi
preghiamo di leggerla (per qualcuno ri-leggerla) con molta
attenzione.
Non sarà
tempo sprecato
LA
POLITICA MEDIORIENTALE DELLA SANTA SEDE
La Terra Santa tra paure e speranze
Gennaio/ Febbraio 2006 -
30 Giorni
nella Chiesa e nel mondo
Il Medio Oriente, al crocevia di tre continenti, è la
culla delle tre religioni monoteistiche. È la più
importante fonte di approvvigionamento di idrocarburi, ma
è
anche
vittima della situazione creata dal non risolto conflitto
israelo-palestinese. È la zona del mondo in cui si spende
di più in armi, nonostante le gigantesche sacche di
povertà. Le riflessioni del cardinale francese che per
trent’anni ha lavorato nella diplomazia vaticana
del cardinale Jean-Louis Tauran
Mentre
mi preparavo per l’incontro di questo pomeriggio, pensavo
che sarei stato contento se, una volta terminato, i miei
ascoltatori avessero potuto percepire la libertà con cui i
papi e i loro collaboratori affrontano, in una prospettiva
squisitamente etica, situazioni così complesse come quella
del Medio Oriente. In fondo le parole dei papi o l’azione
discreta dei diplomatici pontifici sono la voce della
coscienza, che di fronte a una regione dove ogni
situazione può cambiare dalla sera all’indomani, dice: non
possiamo accettare la banalizzazione delle piccole e
grandi guerre che perpetuano l’ingiustizia e affliggono
popolazioni intere, che non sanno se avranno un futuro. La
Santa Sede non cessa mai di incoraggiare un ritorno
alla legalità internazionale: cioè rifiuto di riconoscere
l’acquisizione di territori per mezzo della forza,
diritto dei popoli ad autodeterminarsi, rispetto della
Carta e delle Risoluzioni dell’Onu, per essere molto
sintetici. Libertà, verità e dialogo: così potrebbe
riassumersi la diplomazia pontificia!
Ma prima di entrare nel
merito del tema che mi è stato assegnato, vorrei fare
alcune brevi precisazioni: cosa si intende con “Medio
Oriente”, cosa indica l’espressione “Santa Sede”?
Il Medio Oriente
La nozione moderna di Medio
Oriente è attestata per la prima volta nel 1902, in un
articolo di Alfred Mahan, che apparve sulla National
Review di Londra. Si tratta di una zona che si estende
dall’est del Mediterraneo fino al Pakistan e che comprende
popoli arabi e non arabi. Dal 1948 comprende anche lo
Stato d’Israele. Le crisi politiche che lo scuotono e le
guerre che lo dilaniano nonché le sue proprie risorse
energetiche gli conferiscono una centralità economica e
strategica sempre rinnovata, come avrò modo di illustrare
fra poco.
Ogni popolo ha diritto alla propria terra nella sovranità
e nella libertà. Questo i papi l’hanno sempre detto e
l’hanno detto a tutti e per tutti. Non si possono
difendere i propri legittimi diritti calpestando quelli
altrui. Ecco perché i papi si sono pronunciati a favore
dell’esistenza di due Stati - israeliano e palestinese -,
che godano della stessa libertà, sovranità, dignità e
sicurezza
La Santa Sede
Non è l’equivalente della
Chiesa cattolica. Non è la stessa cosa dello Stato della
Città del Vaticano. Si tratta di questo centro unico di
comunione universale rappresentato dal papa e dalla sua
Curia al servizio della Chiesa cattolica, la quale è per
natura una realtà universale. Almeno fin dall’alto
Medioevo, gli Stati hanno riconosciuto a tale centro una
soggettività e una indipendenza che gli consentono di
essere un vero “partner” degli attori della comunità
internazionale, quale persona giuridica di diritto
internazionale pubblico che persegue finalità religiose e
morali, di cui tutti i popoli possono beneficiare. In una
parola, la Santa Sede non è altro che il papato. Una
potenza morale.
Il tema scelto per questo
nostro incontro è particolarmente indicato per mettere in
luce come la Santa Sede, potenza morale, attenta a
rimanere super partes, contribuisca a una certa
“moralizzazione” della vita internazionale facendo sentire
la propria voce in difesa dei diritti della persona umana
e delle nazioni, per il rispetto del diritto
internazionale e per la promozione della cooperazione e
della pace.
Come si presenta oggi il
Medio Oriente?
Ovviamente vi farò
partecipi di opinioni personali, frutto di una mia certa
familiarità con quella parte del mondo. E mi spiego. Sono
stato segretario della Nunziatura apostolica a Beirut dal
1979 al 1983, in piena guerra civile. Poi, dal 1990,
allorquando il papa Giovanni Paolo II mi nominò segretario
per i Rapporti con gli Stati, mi sono occupato della
normalizzazione delle relazioni tra Santa Sede e Stato
d’Israele (le relazioni diplomatiche furono allacciate nel
1994). Inoltre, dalla prima guerra del Golfo fino alla
crisi irachena, il tema mediorientale è stato uno di
quelli che più ha mobilitato le mie energie, fino al mese
di ottobre 2003, quando fui aggregato al Collegio
cardinalizio. Numerose missioni in Medio Oriente mi hanno
dato pure una certa conoscenza degli uomini e dei problemi
della regione. Tutto ciò per dire che la mia relazione
sarà anche, in un certo senso, una testimonianza.
Il Medio Oriente oggi fa
paura. E con ragione. Si trova al crocevia di tre
continenti. È la culla delle tre religioni monoteistiche.
È diventato la più importante fonte di approvvigionamento
di idrocarburi. Ma è anche vittima della situazione creata
dal non-risolto conflitto israelo-palestinese. Le
conseguenze dell’operazione americana in Iraq non sono
ancora tutte identificate. A questo si devono aggiungere
la minaccia nucleare e il terrorismo che trova in un tale
contesto tutti gli ingredienti per il proprio sviluppo.
Il Medio Oriente è la
regione del mondo che investe più denaro in armamenti. Le
correnti islamiche estremiste sono presenti ovunque.
L’assenza di alternanza politica, la povertà delle classi
sociali più umili, l’urbanizzazione non controllata, la
disoccupazione nonché la pressione demografica favoriscono
una minoranza di privilegiati e la pratica della
corruzione.
La cupola della moschea di Omar a Gerusalemme

È
vero che esiste qualche barlume di speranza: è stato
possibile organizzare delle elezioni nei territori
palestinesi; il ritiro (almeno visibile) delle truppe
siriane dal Libano; elezioni municipali sono state
organizzate in Arabia Saudita; l’Iraq si è dotato di una
Costituzione; in molti Paesi si avverte la richiesta di
una vera partecipazione alla vita politica.
Ma ci si potrebbe anche
chiedere: la democrazia non potrebbe far precipitare la
regione nell’anarchia? Non potrebbe portare al
potere movimenti o partiti di stampo islamista? La
prolungata presenza americana in Iraq non va a esacerbare
la xenofobia o l’odio delle locali popolazioni contro
l’Occidente? Possiamo intuire la complessità della
situazione in quella parte del mondo presa tra paure e
speranze. Ne emerge un sentimento di insicurezza, che il
successo di Hamas nei Territori palestinesi nonché le
condizioni di salute di Ariel Sharon contribuiscono ad
aggravare. È probabile dunque che, per molti anni ancora,
il Medio Oriente sarà una zona di turbolenze: l’influenza
dei movimenti islamici perdurerà, il sentimento
antiamericano e antioccidentale rimarrà alto; il rischio
terrorista all’interno e all’esterno della regione peserà
sulla sicurezza; l’evoluzione del mercato petrolifero
dipenderà molto da una tale instabilità. «L’expérience
prouve qu’au Moyen Orient seul l’imprévu est prévisible et
le pire n’est jamais sûr!».
Di fronte a tale situazione quale è stata la linea seguita
dalla Santa Sede?
Direi che si è sviluppata
intorno a cinque convinzioni:
1. i papi hanno avuto la
preoccupazione di rimanere “super partes”, come ultima
istanza per tutte le parti;
2. la Santa Sede, quale
soggetto di diritto internazionale a carattere religioso,
non ha proposto soluzioni tecniche, ma ha cercato di
facilitarle, ricordando in primo luogo quanto stipulato
dal diritto internazionale;
3. non ha mai dimenticato
la presenza delle comunità cristiane e ha difeso i loro
diritti specifici, in particolare il diritto alla libertà
di coscienza e di religione;
4. ha incoraggiato il dialogo
interreligioso giudaismo-cristianesimo-islam;
5. ha perorato uno statuto
speciale, internazionalmente garantito, per i Luoghi Santi
delle tre religioni.
Vorrei adesso illustrare
queste cinque convinzioni che soggiacciono all’azione
della diplomazia pontificia in Medio Oriente.
1. Per la Santa Sede,
libertà, sicurezza e giustizia sono i fattori principali
sui quali riposa una pace giusta. Una pace che non fosse
percepita dalle parti interessate come equanime, non
sarebbe durevole; anzi, farebbe germogliare sentimenti di
frustrazione sempre suscettibili di degenerare. Per la
Chiesa cattolica, ogni persona ha la stessa dignità e gli
stessi diritti fondamentali.
Di conseguenza, ogni popolo
ha diritto alla propria terra nella sovranità e nella
libertà. Questo i papi l’hanno sempre detto e l’hanno
detto a tutti e per tutti. Non si possono difendere i
propri legittimi diritti calpestando quelli altrui. Ecco
perché i papi si sono pronunciati a favore dell’esistenza
di due Stati - israeliano e palestinese -, che godano
della stessa libertà, sovranità, dignità e sicurezza,
secondo i dettami del diritto internazionale.
2. La Santa Sede ha
ricordato a tutti i principi del diritto internazionale
che devono essere applicati in maniera univoca per evitare
la logica dei “due pesi e due misure”. Il dialogo, il
negoziato, la mediazione della comunità internazionale se
necessari, sono i soli mezzi degni dell’uomo per pervenire
alla pacifica composizione delle inevitabili controversie
tra Stati.
Due ragazzine palestinesi all’uscita di scuola rientrano
nel campo profughi di Ain Al Hilhew in Libano
La pace è anche il
risultato del rispetto degli strumenti tecnici propri
della collaborazione internazionale. Il diritto
internazionale garantisce la libertà delle persone e dei
popoli. Il rispetto degli impegni assunti, secondo
l’adagio antico “pacta sunt servanda”, la fedeltà ai testi
elaborati, spesso al prezzo di grandi sacrifici, la
priorità data al dialogo, sono mezzi capaci di evitare ai
più deboli di essere le vittime della forza dei più forti
e di ricordare ai più potenti che dovranno rendere ragione
delle loro azioni davanti alla comunità delle nazioni.
Ecco perché, per esempio, nel caso della crisi irachena,
la Santa Sede ha ricordato che tutto doveva essere
intrapreso e deciso nel contesto dell’Onu, in particolare
del capitolo VII della Carta, che prevede che solo il
Consiglio di sicurezza può, a motivo di circostanze
particolari, decidere se un Paese membro rappresenta una
minaccia contro la pace. Ma questo non significa che il
ricorso alla forza sia, per lo stesso Consiglio di
sicurezza, la sola risposta adeguata. Il diritto
internazionale ha messo fuori legge la guerra, in
particolare grazie alla Carta dell’Onu: mi riferisco
all’art. 2 § 4, che afferma che gli Stati membri
rinunceranno alla guerra per risolvere i loro conflitti.
3. La sua dimensione
squisitamente religiosa ha spinto la Santa Sede a cercare
di tutelare la libertà di coscienza e di religione in una
regione a maggioranza musulmana. Durante i due ultimi
secoli, la sorte dei cristiani è stata legata agli
interessi delle potenze europee. I cristiani del Medio
Oriente, in occasione del processo di decolonizzazione del
XX secolo, si sono sovente sentiti abbandonati di fronte a
un islam maggioritario, a un nuovo Stato creato per
accogliere gli ebrei, ai palestinesi alla ricerca di una
terra. Si sono sentiti tre volte minoritari!
Detto questo, non vorrei
che si pensasse che la Santa Sede abbia in mente di
proteggere i cristiani del Medio Oriente raccogliendoli in
un ghetto o in piccole “enclaves” religiosamente pure! Per
i cristiani - specialmente per i cattolici - i ponti sono
da preferirsi ai muri. La Chiesa è cattolica, universale
per essenza. La sopravvivenza dei cristiani in quella
parte del mondo non può concepirsi se non in simbiosi col
giudaismo e l’islam. Ecco perché la Santa Sede ha firmato
un Accordo fondamentale con lo Stato di Israele (30
dicembre 1993) e un Accordo base con l’Autorità
palestinese (15 febbraio 2000): per tutelare i diritti dei
cattolici, mettendoli al riparo dalle crisi e dai
cambiamenti della vita politica delle due società.
4. Del resto, comunità
cristiane che si sentono rispettate saranno più portate a
collaborare alla vita della società dove vivono e quindi
alla costruzione della pace. E uno dei mezzi più efficaci
per riuscire in tale compito è il dialogo interreligioso.
Ricordiamo tutti la visita di Giovanni Paolo II alla
Sinagoga di Roma, la sua sosta davanti al Muro del pianto
e il suo incontro con i rabbini a Gerusalemme, la sua
visita a Bethlehem, l’incontro con il rettore
dell’Università Al-Azhar del Cairo, la sua visita in
Libano o ancora la sosta alla storica moschea di Damasco.
Per la Santa Sede, il dialogo tra credenti è il miglior
antidoto per sconfiggere il terrorismo islamico che è una
perversione dell’islam. Nel suo messaggio in occasione
della Giornata di preghiera per la pace, del 1° gennaio
2002, Giovanni Paolo II affermava che uccidere nel nome di
Dio non è altro che una perversione della religione: «La
violenza terrorista è contraria alla fede in Dio Creatore
dell’uomo, in Dio, che si prende cura dell’uomo e lo ama».
Si spiega così la
sollecitudine della Santa Sede per il Libano, dove
religioni e culture si sono fecondate a vicenda e hanno
plasmato il Paese più tollerante e democratico del Medio
Oriente. Un Paese dove tutte le comunità vivono alla pari.
Un Paese che costituisce un messaggio per l’intera
regione.
Non vorrei che si pensasse che la Santa Sede abbia in
mente di proteggere i cristiani del Medio Oriente
raccogliendoli in un ghetto o in piccole “enclaves”
religiosamente pure! Per i cristiani - specialmente per i
cattolici - i ponti sono da preferirsi ai muri. La
sopravvivenza dei cristiani in quella parte del mondo non
può che concepirsi se non in simbiosi col giudaismo e
l’islam
Le religioni non dovrebbero
essere fonti di divisioni o fare paura. Dovrebbero
costituire al contrario un potente fattore d’umanizzazione
e di unità dell’umana società. Louis Massignon, esimio
cultore dell’Oriente, ha osato dire un giorno che, secondo
lui, ciascuna delle tre religioni monoteistiche illustrava
una delle virtù teologali: Israele, la speranza; l’islam,
la fede; il cristianesimo, la carità!
5. Chi ha una certa
familiarità con i testi dei papi e della Santa Sede
riguardanti il Medio Oriente osserverà che usano poco
l’espressione Medio Oriente, preferendo parlare di “Terra
Santa”. La ragione è ovvia: si tratta di una regione che
ha una relazione speciale con la fede. È “santa”: per gli
ebrei, poiché è la terra dei loro antenati, la terra del
Libro; per i cristiani, perché è la terra dove Gesù è
vissuto, dove hanno avuto luogo i grandi eventi della
Redenzione e dove le comunità cristiane hanno la loro
origine; per i musulmani, perché è la terra dove la loro
religione è nata e dove sono presenti da più di mille
anni.
Inoltre, al centro, quale
fonte e sintesi della sacralità di questa terra, si trova
Gerusalemme, patria ideale di tutti i discendenti
spirituali di Abramo. Gerusalemme, oggi divisa, ma la cui
vocazione è di essere simbolo di unione e di pace per
tutta la famiglia umana. Così si spiegano la perseveranza
e l’intensità con cui i papi, fin dal 1947, si sono fatti
difensori del carattere unico e sacro di quella città.
Già, il 29 novembre 1947, la Risoluzione 181 dell’Onu
propose un regime speciale, sotto l’egida della comunità
internazionale: un “corpus separatum”. Dopo l’annessione
con la forza da parte d’Israele della zona “est” della
città, la medesima comunità internazionale ha perorato
l’adozione di “uno statuto internazionalmente garantito”
per le parti più sacre della città, care alle tre
religioni monoteistiche. La Santa Sede ha sempre sostenuto
tale visuale, avendo cura, tuttavia, di distinguere
l’aspetto territoriale di Gerusalemme (capitale di due
Stati?) - che dovrà essere oggetto di un negoziato
bilaterale tra israeliani e palestinesi - dall’aspetto
multilaterale, conseguenza della dimensione religiosa e
universale dei Luoghi Santi delle tre religioni, i cui
fedeli sono sparsi nel mondo intero. Si tratterebbe
insomma, per la comunità internazionale, di farsi garante
del carattere unico e sacro della parte di Gerusalemme
“intra muros”, che ospita i Luoghi Santi attorniati da
comunità umane con le loro lingue, tradizioni culturali,
scuole, ospedali, negozi… La Santa Sede è del parere che
uno statuto speciale, garantito dalla comunità
internazionale, sia l’unico mezzo efficace per evitare
che, nel futuro, sotto la pressione di avvenimenti o di
cambiamenti politici, una delle due parti rivendichi per
sé il controllo dei santuari e delle realtà umane che li
circondano.
Queste mie riflessioni sono
state ispirate essenzialmente dall’insegnamento e
dall’azione del papa Giovanni Paolo II, anche in
considerazione del fatto che sui miei ventotto anni di
servizio nella diplomazia pontificia, ben venticinque anni
appartengono al pontificato di quel grande Pontefice.
Ma vorrei osservare
che il suo successore ha raccolto la sua eredità anche nel
campo internazionale e, in particolare, per il Medio
Oriente.
Due sacerdoti greco-ortodossi presso la chiesa del Santo
Sepolcro a Gerusalemme
Basta leggere il primo
messaggio per la Giornata di preghiera per la pace del 1°
gennaio 2006 o il discorso di Benedetto XVI in occasione
della presentazione degli auguri del Corpo diplomatico
accreditato presso la Santa Sede per esserne convinti.
Come Giovanni Paolo II, Benedetto XVI fonda l’attività
internazionale sulla giustizia, il perdono e la
riconciliazione. Confida nella forza del diritto. A tale
riguardo il messaggio del 1° gennaio scorso contiene un
bell’omaggio al diritto umanitario. Davanti ai
diplomatici, l’attuale Papa ha pure insistito sul dialogo
tra religioni e culture, lodando la fecondità degli scambi
tra «giudaismo ed ellenismo, tra mondo romano, mondo
germanico e mondo slavo… mondo arabo e mondo europeo». Uno
dei primi gesti del nuovo Papa fu la visita a una sinagoga
a Colonia, nel mese di agosto scorso. Con lo stesso vigore
del suo predecessore ha condannato il terrorismo,
qualificandolo «attività criminale, che copre d’infamia
chi lo perpetra, rendendolo tanto più biasimevole quanto
più si ripara dietro lo scudo di una religione, abbassando
così al livello del proprio accecamento e della sua
perversione morale la pura verità di Dio». E pensando al
Medio Oriente, Benedetto XVI ha ribadito il diritto dello
Stato d’Israele a esistere in Terra Santa, «secondo le
norme del diritto internazionale» nonché il diritto «del
popolo palestinese a potervi sviluppare serenamente le
proprie istituzioni democratiche per un avvenire libero e
prospero».
Concludendo, mi sia
consentito evocare ciò che significherebbe la pace per il
Medio Oriente:
- libererebbe energie umane
e risorse economiche per lo sviluppo economico, sociale e
culturale d’interi popoli;
- consoliderebbe la società
civile e la democratizzazione;
- eliminerebbe ogni motivo
d’azione violenta agli estremisti, che si nutrono della
frustrazione dei diseredati;
- favorirebbe un dialogo
costruttivo tra religioni e culture, evitando così
l’estremismo religioso e l’emigrazione dei cristiani.
Proprio in questi giorni,
quando nuove situazioni minacciano ancora una volta i
precari equilibri raggiunti in una parte del mondo dove
tra l’altro si investe finanziariamente di più
nell’acquisto d’armamenti, è dovere di ogni uomo di buona
volontà ricordare a tutti che la guerra sarà sempre il
mezzo peggiore per assicurare la pace. I cristiani almeno
credono alla possibilità di un’altra logica che può essere
riassunta in poche parole: ogni uomo è mio fratello. Sì,
noi cristiani pensiamo che se fossimo tutti convinti che
siamo chiamati a vivere assieme, che è bello conoscersi,
stimarsi e aiutarsi, ebbene il mondo sarebbe totalmente
diverso.
Nessuno, a parte
qualche fanatico, ha interesse a vedere nuovamente
sanguinare il Medio Oriente. Ecco perché la Santa
Sede continuerà, con convinzione e perseveranza, ad
aiutare tutti i popoli di questa regione, costretti dalla
geografia, dalla storia - direi anche dalla religione - a
vivere assieme nonché a praticare il rispetto dei diritti
umani fondamentali e del diritto internazionale. E
questo avverrà soltanto se la forza della legge riuscirà a
prevalere finalmente sulla legge della forza!