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La preghiera per
gli Ebrei: “un tentativo completamente nelle mani di Dio”
VATICANO - LE PAROLE DELLA DOTTRINA a cura di don Nicola
Bux e don Salvatore Vitiello

Città del Vaticano
(Agenzia Fides) -
Alcuni circoli ebraici ed alcuni organi di stampa hanno
fatto rumore in occasione della promulgazione del Motu
proprio di Benedetto XVI sulla Messa antica, paventando la
reintroduzione della preghiera per gli Ebrei, quella da cui
Papa Giovanni tolse l’aggettivo ‘perfidi’.
Forse pochi sanno che la orazione
solenne per gli Ebrei del Venerdì Santo ha una
corrispondente nella birkat ha-minim (benedizione contro gli
eretici) della liturgia giudaica, che è la seguente: “Che
per gli apostati non ci sia speranza; sradica prontamente ai
nostri giorni il regno dell’orgoglio; e periscano in un
istante i nazareni (ndr. i giudeo-cristiani) e gli
eretici: siano cancellati dal libro dei viventi e con i
giusti non siano iscritti. Benedetto sei tu Yahweh che
pieghi i superbi”.
Così recita la XII benedizione della liturgia sinagogale
nella forma primitiva. Mentre in quella del Talmud
babilonese più diffusa oggi: “Per i
calunniatori e gli eretici non vi sia speranza, e tutti in
un istante periscano; tutti i Tuoi nemici prontamente siano
distrutti, e Tu umiliali prontamente ai nostri giorni.
Benedetto Tu, Signore, che spezzi i nemici e umili i
superbi”.
Quanto all’Orazione solenne del Venerdì Santo, la versione
italiana del Messale Romano del 1962 dice: “Preghiamo anche
per gli Ebrei, affinché il Signore Dio nostro tolga il velo
dai loro cuori, in modo che essi pure con noi riconoscano
Gesù Cristo Signor Nostro. Preghiamo. O Dio onnipotente ed
eterno, che non rigetti dalla tua misericordia neppure gli
Ebrei, esaudisci le suppliche che ti rivolgiamo per questo
popolo accecato, affinché ammetta che il Cristo è la luce
della tua verità, ed esca così dalle tenebre”.
In quella del Messale Romano del 1970 è stata così
modificata: “Preghiamo per gli ebrei: il Signore Dio nostro,
che li scelse primi fra tutti gli uomini ad accogliere la
sua parola, li aiuti a progredire sempre nell’amore del suo
nome e nella fedeltà alla sua alleanza”. Preghiera in
silenzio. “Dio onnipotente ed eterno, che hai fatto le tue
promesse ad Abramo e alla sua discendenza, ascolta benigno
la preghiera della tua Chiesa, perché il popolo primogenito
della tua alleanza possa giungere alla pienezza della
redenzione”.
Osservando comparativamente le formule, si nota che quella
giudaica si serve delle invettive proprie di taluni salmi e
testi profetici (per esempio il Salmo 58), non estranee
nemmeno al Nuovo Testamento; quella cristiana dell’antico
Messale riecheggia l’invito di San Paolo alla comunità
cristiana, a pregare per tutti gli uomini (cfr. 1 Timoteo
2,1), quindi per i giudei, quando le rammenta
l’irrevocabilità dell’elezione divina d’Israele (cfr. Romani
11,29) ed il mistero della sua conversione alla fine dei
tempi (cfr. Romani 11,25-26). Secondo De Clerk, questa
preghiera potrebbe essere “segno di grande antichità delle
orationes sollemnes, oppure potrebbe risalire a un periodo
in cui i giudei erano molto numerosi a Roma. Quanto
all’orazione del nuovo Messale, il tema è il popolo di
Abramo, depositario delle ‘irrevocabili’ promesse divine e
chiamato comunque “alla pienezza della redenzione”. Questa è
stata sempre la coscienza della Chiesa che nell’orazione
domanda a Dio che si affretti la realizzazione di quella
promessa.
Dunque, non è il caso che i nostri
‘fratelli maggiori’ continuino a scandalizzarsi della
preghiera che i cristiani innalzano a Dio per loro, quando
dovrebbero agire a modificare la loro, visto che nella prima
forma e anche in quella del Talmud babilonese, non è stata
tolta la maledizione di Dio che non si concilia col suo
amore universale.
Un po’ di storia.
In realtà la querelle cesserebbe se si inquadrasse nel
rapporto tra liturgia cristiana e liturgia giudaica, da cui
anche l’orazione di lode e di intercessione ha la sua
origine, come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica
(1096). Infatti, il corrispondente giudaico dell’Oratio
fidelium - anche dell’anafora secondo taluni studiosi come
Adrien Nocent - è la preghiera Shemonèh Esréh (la Tefillah
delle diciotto benedizioni). Com’è noto, il cristianesimo
delle origini, e quindi la liturgia, si è posto in rapporto
di continuità e nel contempo di novità rispetto al
giudaismo. I nazareni o cristiani avevano frequentato il
Tempio (cfr. Atti 2,46), come pure le sinagoghe, finché, due
decenni dopo la sua distruzione nel 70, i giudei non
introdussero nella Tefillah la XII “benedizione”, appunto la
birkat ha-minim (diventarono così diciannove ma il nome di
Shemonèh Esréh non fu cambiato), ovvero una maledizione
contro la setta considerata eretica, dei giudeo-cristiani
(cfr. Atti 24,14) sia per tenerli lontani dalla sinagoga,
sia per proclamare formalmente la rottura definitiva tra le
due religioni.
Accanto ai minim (dissidenti) si
menzionavano i nozrim, i nazareni, cioè i seguaci di Gesù di
Nazareth, perché “spariscano all’istante, cancellati dal
libro della vita e non scritti con i giusti. Benedetto sei
tu che umili i superbi” (cfr. G. De Rosa, Gesù di Nazareth e
l’Ebraismo di ieri e di oggi. Dal rifiuto all’appropriazione
esclusiva. “La Civiltà Cattolica”, 15 (2000), n 12).
Nel medesimo periodo venne comminata infatti la scomunica
contro i giudeo-cristiani, i quali pur pretendendo di
rimanere dentro la sinagoga, la dividevano nella fede,
proteggevano i “gentili”, soprattutto i romani, e
distruggevano il principio dommatico della habdàlàh ossia la
separazione tra circoncisi e non (cfr. H.Herts, Daily Prayer
Book with commentary. Introductions and notes, New York
1971, p 142 s.). Così nel Medioevo la pensava Maimonide e ai
nostri giorni il rabbino americano J.Petuchowski (cfr. S.Ben
Chorin, Il giudaismo in preghiera. La liturgia della
sinagoga, Cinisello B.1988, p 80). Tuttavia oggi non tutti
gli ebrei nominano i nazareni e i dissidenti, ma si limitano
ai calunniatori, i cattivi e i nemici.
Quanto alle Orazioni solenni del Venerdì Santo e alla
Orazione universale o dei fedeli nella Messa, si
riallacciano alla tradizione apostolica di pregare per
tutti: in particolare perché trascorrano una vita calma e
tranquilla con tutta pietà e dignità, quale “cosa bella e
gradita al cospetto di Dio, nostro salvatore, il quale vuole
che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla
conoscenza della verità” (cfr. 1 Timoteo 2,1-3). Tracce di
tale preghiera si ritrovano in Clemente di Roma, Policarpo
di Smirne, Giustino, Tertulliano e Cipriano, che
sottolineano la richiesta a Dio di giungere alla conoscenza
della verità e alla salvezza eterna. Sarà Prospero
d’Aquitania (390-455), autore del celebre “ut legem credendi
lex statuat supplicandi” a riferirvisi con più evidenza.
L’autore non intendeva istituire un automatismo, quasi che
dalla preghiera derivi la norma della fede, ma dire che
diventa norma di fede quella preghiera connessa con la
dottrina cattolica conclusa con la morte dell’ultimo
apostolo. In certo senso la liturgia deve esprimere la fede
cattolica e apostolica, oltre che l’unità e la santità della
Chiesa.
Tuttavia, la descrizione più antica delle orationes
sollemnes è contenuta nei Capitula, un documento annesso
alla lettera di Papa Celestino I ai Vescovi della Gallia,
scritto tra il 435-442. In particolare nella preghiera pro
Judaeis dice: “ut Judaeis, ablato cordis velamine, lux
veritatis appareat”. La frase evidentemente richiama da un
lato San Paolo (2 Cor. 3,12-16) e dall’altro la orazione
che, attraverso Leone Magno e i libri liturgici romani
altomedievali noti come Ordines, giunge fino alla forma del
Messale romano del 1962. Dunque le fonti liturgiche che ci
tramandano le orationes sollemnes risalgono alle tradizioni
gelasiana, gregoriana e gallicana codificate nei
Sacramentari e negli Ordines romani.
L’Oratio pro conversione iudaeorum, la sesta delle orazioni
solenni, nel Messale del 1970 è intitolata semplicemente
“pro iudaeis”. L’appellativo ‘perfidi’ è stato tolto,
sebbene significasse semplicemente ‘increduli’, in certo
senso meglio del minim, i dissidenti della birkat giudaica.
Per l’analisi e la traduzione dell’espressione, approvata
già nel 1948 dalla Congregazione dei Riti, rimandiamo agli
studi esistenti; ma già nel 1936 il grande esegeta
protestante diventato cattolico Eric Peterson, aveva
pubblicato uno studio in cui mostrava che l’epiteto voleva
dire fedifrago, in quanto i giudei avevano stretto un patto
con Jaweh al quale erano venuti meno. Tale significato,
applicato anche ai pagani, si trova in alcune opere di
Cipriano e di Ambrogio. Sant’Agostino rifacendosi alla
giustizia della fede in San Paolo, la traduce con
ingiustizia e mancanza di fede. Sulla stessa linea anche
Gelasio e Gregorio Magno.
A questo punto si può dedurre che la Oratio pro iudaeis
appare in certo senso speculare alla birkat ha-minim
giudaica, la maledizione contro gli eretici; quasi una
‘risposta’, poiché il dato liturgico non è mai astratto, ed
entrambe risalgono allo stesso periodo, come abbiamo visto.
Alla scomunica comminata ai giudeo-cristiani e all’accusa di
“eresia” da parte dei giudei - forse durante il sinodo di
Jabne tra 90 e 100 d.C., - che volevano in tal modo sancire
la rottura definitiva del Giudaismo ufficiale con i
cristiani, questi avrebbero ‘risposto’ con l’inserzione
della “preghiera per i giudei”. Al di là di ogni polemica, è
“ragionevole ritenere che la storia di entrambe le
preghiere, il cui contenuto era certamente noto sia ad ebrei
che a cristiani alla fine del I secolo, si sia intrecciata,
dando così forma al testo liturgico così come ci è
pervenuto, salvo, ovviamente, le inevitabili modifiche che,
generalmente, i testi liturgici subiscono nel corso dei
secoli” (Annamaria Abrusci, Storia ed evoluzione delle
Orazioni solenni. Il caso della preghiera Pro Iudaeis, tesi
di magistero presso l’ISSR di Bari, anno 2000-2001, p
111-112, pro manuscripto). Ciò dimostra ancora una volta
l’influsso della liturgia ebraica e giudaica in specie su
quella cristiana. La preghiera non può essere modificata in
contraddizione con la dottrina cattolica e apostolica.
Volentieri, dunque, oggi pregheremo anche con le nuove
formule del Messale Romano di Paolo VI dove si supplica il
Signore che “il popolo primogenito della tua alleanza possa
giungere alla pienezza della redenzione”.
La Chiesa prega per la conversione di tutti gli uomini
“Forti di tale speranza, ci comportiamo con molta franchezza
e non facciamo come Mosé che poneva un velo sul suo volto,
perché i figli di Israele non vedessero la fine di ciò che
era solo effimero. Ma le loro menti furono accecate; infatti
fino ad oggi quel medesimo velo rimane, non rimosso, alla
lettura dell’Antico Testamento, perché è in Cristo che esso
viene eliminato. Fino ad oggi, quando si legge Mosè, un velo
è steso sul loro cuore; ma quando ci sarà la conversione al
Signore, quel velo sarà tolto” (2 Corinzi, 3, 12-16).
Questo testo paolino è notoriamente la fonte dell’orazione
per gli ebrei fino al Messale del 1962. Oggi non pochi
cattolici hanno timore della conversione e così pure gli
ebrei, i quali vorrebbero che la Chiesa cattolica non sia se
stessa, almeno nei loro confronti. Ora la conversione è
l’essenza del Vangelo di Gesù, e ha designato il cammino
verso di Lui di popoli e nazioni (cfr. gli studi di E.
Peterson sull’interpretazione di Romani 9-11 e il
significato della conversione). Facendo la verità nella
carità e nel rispetto della libertà, la Chiesa ha come
priorità l’annuncio del Vangelo che è la verità piena e
definitiva sull’uomo e alla quale l’uomo è chiamato a
convertirsi. E’ Cristo che ha dichiarato: “Il tempo è
compiuto…convertitevi e credete al vangelo” (Marco 1,15),
non ‘dialogate e mettetevi d’accordo’. San Pietro ha
descritto la conversione come un percorso irreversibile:
dalla parola dei profeti, lampada che brilla in luogo oscuro
fino allo spuntare della stella del mattino (cf. 2 Pietro
1,19); i Magi avevano cercato la verità al seguito della
stella, finché trovarono la luce vera (cfr. Matteo 2,2); san
Paolo, dopo essere andato a tastoni come in un luogo buio
(cf. Atti 17,27) fino ad essere investito da Cristo verità
incarnata e convertirsi a Lui.
La Chiesa, come ha detto il Concilio, è sacramento anche in
rapporto alle religioni, cioè non solo segno ma strumento di
salvezza per tutti. Si comprende così che il cristianesimo è
una religione universale che fa conoscere il vero Dio
d’Israele (cfr. Giovanni Paolo II, “Varcare la soglia della
speranza”, Milano 1994, p.112).
Il tema della salvezza in Gesù Cristo necessaria per ogni
uomo è stato riaffermato nella Dichiarazione Dominus Iesus.
Il dialogo con gli ebrei nasce dalla “coscienza del dono di
salvezza unico e universale offerto dal Padre per mezzo di
Gesù Cristo nello Spirito” (n. 13). Proprio mostrando in
Cristo il compimento del Giudaismo, la Chiesa è passata ad
affrontare il mondo pagano “che aspirava alla salvezza
attraverso una pluralità di dèi salvatori” (ivi).
Il dialogo è parte integrante della coscienza missionaria
della Chiesa; fondato sulla consapevolezza della pari
dignità di tutti gli uomini, a qualsiasi religione
appartengano, e nello stesso tempo sul primato di Gesù
Cristo e della sua dottrina “in confronto con i fondatori
delle altre religioni” (Dominus Iesus, n. 22 ).
La Chiesa propone il regno di Dio come signoria universale
di Gesù Cristo (cfr J.Ratzinger -Benedetto XVI, “Gesù di
Nazaret”, Città del Vaticano 2007, cap III); Benedetto XVI
cita nel suo libro l’erudito rabbino Jacob Neusner che in un
saggio del 1993 aveva evidenziato tutta la differenza tra la
Torah e Gesù. Se e quando tutti gli uomini entreranno nella
Nuova Alleanza della Chiesa, compresi gli ebrei, è questione
da lasciare allo Spirito Santo (cfr. Varcare…, p. 112). La
preghiera per gli ebrei esprime la convinzione che
l’incontro e il dialogo è “un tentativo che sta
completamente nelle mani di Dio”(Gesù di Nazaret, p 248),
con un messaggio: “Allora non abbandoneranno la loro
obbedienza - (alla Torah che permette di vedere Dio “di
spalle”, Ivi, p 310-311), - ma essa verrà da fonti più
profonde e perciò sarà più grande, più sincera e pura, ma
soprattutto anche più umile”(Ivi, p 249).
Così si capiscono di più le richieste di perdono e il gesto
di Giovanni Paolo II al ‘muro del pianto’ e ancora prima
l’intervento del Cardinale Joseph Ratzinger alla Conferenza
internazionale ebraico-cristiana di Gerusalemme nel 1994,
dove svolse la tesi della riconciliazione, essenza di due
fedi, ricordando che il sangue versato da Cristo non grida
vendetta ma appunto riconciliazione. Nessuna intenzione da
parte cattolica, dunque, di incentivare l’antigiudaismo - e
speriamo da parte ebraica nemmeno l’anticristianesimo - ma
conoscenza e rispetto reciproco, anche delle espressioni
della propria fede, pregando gli uni per gli altri.

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