| Come nasce
www.infopal.it ? Perché quest'agenzia?
«L'idea è nata alle comunità
palestinesi arabo-islamiche italiane. Già da tempo ci
stavano pensando vista soprattutto la qualità e la
scarsezza di notizie nei nostri quotidiani e nelle
nostre tv sulla Palestina. Questo sogno di creare una
agenzia stampa che diffondesse notizie veritiere sulla
Palestina in Italia, un anno e mezzo fa circa è
diventato realtà: nel novembre 2005, visto che sono
una giornalista e visto che sono anche una
orientalista che vent'anni fa avevo fatto una tesi di
laurea sulla Palestina, hanno affidato a me il compito
di dirigere questa agenzia. Abbiamo cominciato dal
niente: non c'erano traduttori, non c'erano
giornalisti, non c'era nulla. Sostanzialmente solo un
PC e l'ufficio di casa mia. Sono poi stati stipulati
contratti di collaborazione con corrispondenti e
giornalisti che vivono direttamente in Palestina, a
Gaza e nei territori: tutti i giorni e più volte al
giorno ci mandano notizie di cronaca, commenti e tutto
ciò che attiene alla Palestina ed ai palestinesi che
sono in Iraq. Il materiale che ci arriva è in arabo e
noi lo traduciamo il più velocemente possibile con
l'aiuto sia di volontari che anche di due traduttori.
La redazione vera e propria è on-line. Il nostro
personale è sparso per tutta Italia: a Genova, Milano,
Firenze e Torino. Ci sentiamo regolarmente tra noi e
con i corrispondenti in medioriente facilitati anche
grazie alla tecnologia: con la mail, le telefonate con
Skype ecc… Facciamo riunioni di redazione on-line,
decidiamo cosa tradurre e cosa lanciare nel sito, ci
accordiamo e sentiamo frequentemente. E man mano
arricchiamo il nostro sito».
Il flusso di notizie che
arriva a voi è diverso da quello che leggiamo sui
giornali, da quelle notizie che arrivano alle varie
altre agenzie come l'ANSA ?
«Ci sono delle notizie che riporta,
per esempio, anche la Reuters, soprattutto quando ci
sono scontri inter-palestinesi: queste notizia vanno
subito pubblicate quasi contemporaneamente nei siti di
Ansa e le altre agenzie, ma anche nel nostro. Perché
sono queste le notizie che interessano i media
classici. Sembra esserci interesse solo quando i
palestinesi si mazzolano tra di loro e puntualmente
anche i tg li raccontano.
Le notizie non pubblicate sugli
altri media che invece noi pubblichiamo riguardano, ad
esempio, se è Israele a bombardare. Gli altri media
danno la notizia solo se sono bombardamenti talmente
eclatanti come è successo la scorsa estate o a
novembre quando hanno tirato giù un palazzo con venti
persone morte. Una cosa talmente grossa che era quasi
inevitabile dare la notizia anche sugli altri media.
Ma la nostra diversità è che noi non registriamo il
punto di vista dell'esercito israeliano, come fanno
tutti gli altri giornali e testate che ricevono e
danno direttamente la velina dell'esercito israeliano:
noi raccontiamo il punto di vista delle persone che ti
dicono che in quel tal palazzo, di cui dicevo prima,
non c'erano i terroristi ma solo donne e bambini.
Raccontiamo quindi il punto di vista palestinese.
Inoltre noi facciamo sapere chi c'è dietro questi
scontri inter-palestinesi.
Per esempio in questi giorni
abbiamo messo tre notizie eclatanti. Una di queste
parlava dell'arrivo via mare di navi israeliane con
armi da dare a Fathah. La seconda diceva che via terra
(via Gaza) stavano arrivando camion da destinare alla
presidente dell'Anp (cioè ad Abbas) ma in tv è stato
detto che erano carichi umanitari, medicine ecc… e ciò
non è vero. La testimonianza dei presenti della nostra
agenzia, quindi testimoni oculari, ci hanno detto che
erano una serie di armi. Nessun tg o giornale
nazionale o agenzia aveva la stessa nostra notizia. Ma
anche se l'avessero avuta l'avrebbero evidentemente
buttata».
Quanti vi leggono? Avete
dei clienti che si abbonano al vostro servizio così
come succede in qualsiasi agenzia di stampa come ad
esempio l'ANSA? Oppure è un servizio libero in
copyleft?
«Questo mese abbiamo raggiunto 90
mila visite al sito. Parecchio. Tra le agenzie
italiane riporta i nostri lanci abbastanza spesso
l'Adnkronos, qualche volta ci ha riportati l'Ansa,
mentre c'è invece chi ci frega le notizie e non ci
citano: Ci sarebbe da arrabbiarsi ogni volta!
Noi vogliamo divulgare queste
notizie il più possibile a chiunque, non solo agli
addetti ai lavori, cioè ai giornalisti. Se infatti noi
mettessimo un servizio di agenzia a pagamento
limiteremmo molto gli accessi ai non giornalisti. Così
invece c'è tanta gente comune, volontari ecc. che ci
leggono. Al fondo di ogni articolo abbiamo messo il
copywright, ma si sa come funzionano le cose…»
Le voci maligne dicono che
dietro a voi ci sarebbero quelli di Hamas. E' così?
«Ovviamente non è così. Mi sembra
che cerchiamo di essere equilibrati. E' chiaro che
siamo dalla parte dei palestinesi. Il governo attuale
lì è Hamas e quindi, come in Italia, diamo leggermente
più spazio al governo invece che all'opposizione. Però
noi non siamo assolutamente finanziati da Hamas: i
soldi per proseguire nel progetto arrivano da una
serie di donazioni interne delle comunità arabe e
palestinesi italiane. L'obiettivo è riuscire a fare un
progetto che sia finanziato, che so, dalla Comunità
europea piuttosto che dagli Stati ecc… Hamas non ha
soldi per pagare i suoi dipendenti, figuriamoci se può
venire a pagare noi!»
Vi avvalete anche di
esperti del mondo arabo e israeliano?
«Sì, noi riportiamo anche articoli
di intellettuali, arabi, ebrei pacifisti o altri nomi
eccellenti, quali per esempio Noam Chomsky, altri del
Global Researche. Con noi collaborano anche storici e
orientalisti italiani: ormai si è attivato un
meccanismo di persone che ci mandano articoli che però
non devono essere denigratori o razzistici».
C'è un comitato di
redazione di esperti ed illustri firme che vi aiutano
nella selezione di articoli e notizie?
«Lo stiamo formando con alcuni
esperti quali docenti universitari, cristiani, ebrei,
musulmani che abbiano voglia di confrontarsi. Stiamo
avviando una specie di comitato scientifico di cui
presto pubblicheremo i nomi».
Il vostro scopo è quello di
essere corretti, equilibrati nel vostro lavoro, oppure
di essere schierati? Siete per così dire “politycally
correct”? Oppure seguite un certo modello di denuncia?
«Se si tratta di seguire il
modello, per esempio, di Stefano Chiarini (giornalista
de “Il manifesto” recentemente scomparso ndr) che
poteva essere tacciato di essere scorretto, allora
dico subito di sì: quello per noi è il modello. Così
come lo è Giulietto Chiesa. Sono persone schierate che
denunciano certe situazioni senza mezzi termini. Se
moderazione vuol dire quel tentativo italiano di dare
un colpo al cerchio ed uno alla botte e di essere
“così vicini” come dice D'Alema, noi non lo siamo. Il
nostro modello non è neanche lanciare slogan
guerrafondai. Vogliamo solo informare nel modo più
corretto e scientifico senza insultare nessuno e senza
usare terminologie da parata militare».
Il vostro è un compito
delicatissimo, dato il “surriscaldamento” delle zone
mediorientali. Avete paura? Siete mai stati minacciati
con lettere o con altri avvertimenti?
«Per il momento no. Diciamo che gli
attacchi paradossalmente ci sono arrivati dall'interno
della comunità palestinese stessa. Per esempio a
Torino ci hanno accusato di essere pagati da Hamas, in
cattiva fede perché, come già detto, Hamas non ha i
soldi per pagare i suoi uomini, figurati se li manda a
noi; a Roma sempre persone interne alla comunità
palestinese ci hanno attaccato probabilmente per
invidia, forse perché per molti anni loro più che una
mailing list non hanno messo in piedi».
Tu hai una esperienza
giornalistica molto variegata, ma il filo conduttore
del tuo lavoro è sempre stato il mondo arabo, anche
dovuto ai tuoi studi universitari. Ti chiedo: non sei
un po' stanca di vedere stragi, sentire di attentati e
morti le più crudeli, vedere foto terribili che metti
regolarmente sul sito da te diretto? Non ti sembra di
fare una lotta contro i mulini a vento? Cosa speri di
cambiare con questo lavoro?
«Che bella domanda! L'estate
passata, quando erano in corso i bombardamenti contro
Gaza passati un po' in silenzio per via di quelli
contro il Libano, sono arrivata ad una sorta di
burn-out come dicono gli psicologi: ero proprio fuori
di me, non ce la facevo più! Sono andata via tre
giorni perché mi pigliava l'angoscia.
Anche se cerchi di essere
professionale e distaccato come fa il medico, non
puoi! Quando vedi i bambini… ci sono arrivate delle
foto allucinanti!
E lì non hai più strumenti, non hai
più parole…
Da una parte c'è l'interesse
professionale, dall'altra c'è l'interesse umano in una
lotta contro i mulini a vento. D'altronde il buon
Stefano Chiarini è stato definito colui che lottava
per le cause perse».
Dal tuo particolare
osservatorio come vedi il futuro, tra dieci-quindici
anni, del medioriente? Secondo te come si evolverà?
«Credo si evolverà in peggio, sì,
sì…Se scoppierà la guerra contro l'Iran…
Da quello che dice
Michel Chossudovsky nel suo bel sito Global
Research tutto fa pensare a questo! Anche perché nel
Mediterraneo ci sono movimenti di truppe molto forti,
navi americane ecc… che fanno presagire una escalation
del medioriente. Ciò infiammerà tutta la regione e
quindi sarà un disastro. Io purtroppo non sono
ottimista. Mi sembra che Israele non accetterà mai di
creare uno Stato con confini onesti e corretti per i
palestinesi, mentre dall'altra parte c'è la volontà di
muovere guerra all'Iran. I palestinesi non so….un
disastro! La vedo brutta la faccenda!»
di Davide Pelanda - Megachip
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