|
Motu Proprio e
vescovi "adulti"
Maurizio Blondet
16/09/2007

Il «Corpus Christi» durante la Santa Messa Pontificale
officiata dal Cardinale Dario Castrillon Hoyos il 14
settembre a Loreto (ringraziamo l'Ass. Leopardi per le foto)
Parecchi lettori mi segnalano
che i vescovi stanno facendo resistenza alla messa in
latino.
E vi stupite?
L'avevo previsto.
Lo so, lo so, ne hanno già scritto Antonio Socci e Andrea
Tornielli.
Quest'ultimo ha informato che il cardinale di Milano
Tettamanzi ha detto (o meglio fatto dire) di non sentirsi
tenuto a obbedire, perchè il Motu Proprio del Papa parla del
rito romano, e non del rito ambrosiano.
Tettamanzi è di un'altra parrocchia.
E' quel che succede per aver consentito che, sulla cattedra
del cardinale Federigo Borromeo salisse don Abbondio: il che
non sarebbe stato possibile senza il «clima» conciliare.
Il cardinal Abbondio difende dunque il suo posto, in fondo.
Come i burocrati quando fanno resistenza passiva, il
cardinal Abbondio si trincera dietro le «procedure», le
«norme» per disobbedire untuosamente.
Aggiunge Tornielli che costui ha detto (fatto dire) che
«sarà vagliata l'applicazione del Motu Proprio anche in
quelle zone della diocesi dove si usa il rito romano per
verificare che esistano gruppi stabili»che vogliono la messa
in latino.
Ciò, inutile dire, è esattamente il contrario di quanto
dispone il Papa: che ha voluto proprio sottrarre i fedeli,
su questo punto, alla «autorizzazione» dei vescovi.
Naturalmente i vescovi fingono di non capire.
Sono stato una sera con un giovane
sacerdote che, presso Prato, sta cominciando a celebrare la
messa su richiesta di fedeli.
Anche il suo vescovo ha sospirato: «Spero
che almeno mi chiederà il permesso».
Ecco cosa temono: una diminuzione del loro potere.
Come don Abbondio, zitti davanti ai preti protervi e magari
omosex, ma occhiuti se uno prova a dir la Messa di San Pio
V.
Lì vedono un pericolo.
Uno dei giovani che hanno chiesto la messa in latino a Prato
mi ha raccontato di avere, con dei ragazzi più giovani,
composto un film di 15 minuti.
La trama, come l'ha raccontata lui: un quindicenne fugge dal
manicomio.
Vi è stato rinchiuso perchè gli è apparsa la Madonna, e
l'ha detto in giro.
Con l'assenso del parroco: prima una bella cura
psichiatrica, e poi - dice - si potrà «accompagnare
il giovane in un percorso adulto di fede».
Impossibile non ridere: quante volte abbiamo sentito questa
frase?
Anche Prodi s'è dichiarato «un cristiano adulto».
«Percorso adulto di fede» è una fede che esclude le
apparizioni e per principio non crede ai miracoli, non ne ha
bisogno per credere.
C'è qui tutto il «clima» conciliare, è tutto quel che ne
resta.
Il bello è che Gesù addita proprio il «percorso» contrario:
«Chi non accoglie il
Regno come un fanciullo, non vi entrerà».
Al sapiente fariseo che lo va a trovare di notte,
sapendo che è il Messia (un cristiano, ma adulto e dunque
prudente) insiste sul concetto, tanto che quello si perde
d'animo: dovrò tornare nell'utero di mia madre?
Il bambino crede che suo papà possa tutto, che lo sappia
difendere, proteggere e provvedere
a lui (1).
E si affida a lui in tutto.
Crede che suo papà possa fare miracoli.
Il percorso bambino di fede
è il più sicuro: ad un bambino si perdonano mancanze e
ribellioni e ostinazioni.
Un bambino può dire: «Padre,
ho paura».
Un bambino non solo crede ai miracoli, ma li pretende, se li
aspetta: fida nella Provvidenza.
E non smette mai di chiederli, fino a scocciare.
Un bambino esercita piccole superstizioni.
Madre Teresa distribuiva la medaglietta miracolosa a
chiunque (in alluminio, una povera cosa), facesse «novene
rapide»per ottenere aiuti urgenti.
Aveva fatto un patto con Dio: per ogni foto che mi fanno,
libera un'anima del Purgatorio.
E oggi scrivono che aveva perso la fede: era tornata solo
bambina.
Giovanni l'Evangelista, quello che scrive il Vangelo più
complesso e profondo («adulto», ma non abbastanza per
Martini: Sua Vanità lo trova un po' «antisemita»), è lo
stesso che scrive tre epistole a gente che chiama
«figliolini miei».
Naturalmente i cristiani adulti pongono il dubbio: la Bibbia
CEI parla del «Vangelo che la tradizione attribuisce a
Giovanni», e delle epistole «tramandateci col nome di
Giovanni», sottintendendo che si tratta di leggende.
Eppure non è difficile vedere lui, l'adolescente che posò il
capo sul petto di Cristo, ora nell'esilio a Patmos, un
vecchione centenario, con la gran barba bianca e gli occhi
acquosi, mentre scrive «Figliolini
miei», e scrive cose semplicissime: «Figliolini,
vi scrivo queste cose perchè non pecchiate. Ma se qualcuno
pecca, noi abbiamo come intercessore presso il Padre Gesù
Cristo, che è giusto».
Scrive per bambini che cadono e ricadono - sono bambini - e
lui stesso è diventato bambino.
Non c'è santo che, da ultimo, non sia divenuto bambino.
E quando i cristiani adulti dubitavano di padre Pio e delle
sue stimmate (mandarono padre Gemelli a investigare), il
popolo meridionale già aveva capito, e lo andava a trovare e
a chiedere: miracoli, guarigioni, grazie, chiedeva il
popolo-bambino, a cui non pareva vero che Dio avesse mandato
uno così familiare, a cui poter chiedere in dialetto, farsi
sgridare e cacciare, ma ritornare testardi, perchè che Dio è
se non fa miracoli?
E noi di miracoli abbiamo bisogno.
Bambini che capiscono le cose nascoste ai sapienti.
Parlo del vecchione Giovanni,
perchè c'entra con il ricordo personale che ho dell'antica
Messa.
Una Messa feriale, con pochi o nessun fedele.
Il chierichetto era, spesso, un vecchio pensionato con il
campanellino.
Quando il prete esordiva: «Salirò
all'altare di Dio», il vecchio pensionato
rispondeva: «Il Dio
che allieta la mia giovinezza».
Ciò non pareva incongruo e men che meno ridicolo, anzi al
contrario: era un mistero che si rivelava.
Tutti noi presenti, di colpo, qualunque fosse la nostra età
nella vita comune, eravamo ragazzini, perchè con Dio c'è
solo giovinezza, e lieta.
Pronti ad assistere un'altra volta al miracolo, la
Transustanziazione.
E perchè quelle parole erano così potenti, da trasformare
in giovinetti anche il pensionato e le tre vecchiette che
assistevano biascicando il Rosario?
Perchè non erano inventate da teologi.
Erano le parole di un salmo.
Tutta la Messa di allora era così: nessuna intrusione
verbale «personale», nessuna aggiunta arbitraria; tutto ciò
che il sacerdote diceva, e che dicevano i fedeli, era tratto
di peso dalle Scritture.
Ne varietur, come annotavano nei loro spartiti certi grandi
musicisti.
Il bello della liturgia stava in questo: ne varietur.
Si stava tranquilli, non si doveva per forza avere «delle
idee» proprie, anzi ci si spogliava già del proprio «io» fin
troppo tumescente di opinioni personali.
Non occorreva cercare le parole: a Dio ci si rivolgeva con
parole antiche, potenti, consacrate dalla Scrittura.
Come bambini, si potevano dire parole grosse, grandiose, che
ci stavano larghe come le scarpe di papà: «Sancte,
sancte, sancte Dominus Deus Sabaoth...».
Non sapevamo che Sabaoth era un genitivo ebraico, ma
sapevamo il senso: «Signore
degli Eserciti».
Ora non si dice più, ed abbiamo perso quella immagine che ci
si presentava allora alla fantasia, biblica, del Padre e
delle sue innumerevoli armate corrusche d'acciaio e d'oro, i
vessilli, armate che si lanciavano ad aiutarci contro
Lucifero, il generale Michele con la spada sguainata...
perchè nella liturgia c'era la spada, anche.
Si era pronti a ricevere la spada nel cuore, sicuri
sapendoci in grazia di Dio: giovanissimi soldati, «vita est
militia super terram».
Si dirà che l'uso di quelle formule
già fatte e invariabili spersonalizzava, consentiva ai
fedeli di astrarsi e pensare ai casi loro.
Certo, possibile.
Ma a dire il vero quelle formule non diventavano mai
consunte: erano Bibbia, erano Vangelo, e per questo restano
aguzze nei millenni.
Il tempo non le leviga nè rammollisce, la ripetizione non le
rende viscide, come invece le «lettere pastorali» di
monsignor Abbondio.
Incomprensibili?
In realtà, non era necessario dirle in latino.
Già Pio XII aveva consentito che la Messa fosse anche nelle
lingue locali (fu un grande innovatore per amore di noi
fedeli: ci diede di fare la Comunione dopo una sola ora di
digiuno, per molti impiegati milanesi fu una vera festa, si
potevano comunicare ogni giorno feriale, prima di entrare in
banca o in ufficio).
Si capiva, si capiva.
L'importante era che le parole fossero la traduzione esatta
di quelle della Scrittura: «Signore degli Eserciti»,
qualunque cosa ne possano pensare i non-credenti e i
pacifisti.
Ne varietur.
Anche alla fine, era bellissimo.
Quando il sacerdote elevava l'Ostia con cui ci avrebbe poi
imboccato, dicevamo:
«Signore, non sono
degno che tu entri nella mia casa; ma di' soltanto una
parola, e il servo tuo sarà guarito».
Erano le parole del centurione famoso, lodato da Cristo per
la sua fede: di colpo eravamo tutti centurioni corazzati, e
nello stesso tempo bambini, visto che il sacerdote - noi
inginocchiati - ci imboccava del Pane («Corpus
Christi», mormorava).
Come capite, era anche una recita.
Difatti la Messa, oltre che espiazione e intercessione,
oltre che sacrificio umano, è una sacra rappresentazione.
Ciò voleva dire che ci si spogliava dei nostri abiti da
lavoro feriale, del nostro io di tutti i giorni (così poco
significativo) e vestivamo - come diceva Machiavelli - i
costumi curiali di un teatro sacro.
Si recitava il dramma millenario, senza tempo: all'inizio
eravamo Davide adolescente che sale danzando all'altare che
lo rende lieto; a metà, eravamo gli apostoli nell'Ultima
Cena; alla fine, eravamo il centurione romano.
Come Machiavelli parlava con Tito Livio e le grandi anime
romane, anche noi diventavamo parte della Storia.
Recitando parole non nostre, che solo per un sacro gioco
infantile, incantato, potevamo applicare a noi: «Non
sum dignus ut intres sub tectum meum».
Ed eravamo là, tra l'afrore della folla palestinese, odore
di lana di cammello e di capra, e la calca si allargava per
lasciar passare il messo romano che piegava il ginocchio
davanti a Lui.
Oggi si dice invece:
«Non sono degno di
partecipare alla tua mensa».
Un lettore, pur favorevole al rito tridentino che per età
non ha mai conosciuto («Sono
nato nel '62», premette), domanda: cosa c'è di
sbagliato nella messa di Paolo VI?
Perchè tanta veemenza contro la «cena», da parte vostra?
Gesù disse: «Ho
desiderato ardentemente mangiare questa Pasqua con voi»,
dunque la convivialità era già nella prima Eucarestia.
D'altra parte, aggiunge, anche la Messa tridentina è stata
«nuova», non nacque nell'Ultima Cena.
Perchè non ammettere che la liturgia possa subire evoluzioni
ulteriori?
Non vi sembra arbitrario decidere che l'evoluzione del rito
è accettabile fino al Concilio di Trento, e da quel momento
non più?
Sì, ha ragione.
Personalmente, non partecipo alla «veemenza».
La Messa «antica» ha una data di nascita e una ragione
storica ben precisa, la Controriforma.
Ha tutte le ragioni.
Però, ogni volta che sento e dico «...
di partecipare alla tua mensa», so che questa
variazione è stata introdotta non per recitare meglio la
sacra rappresentazione, ma nella speranza di concelebrare
coi protestanti, per cui la Cena è una cena, non un
sacrificio umano e divino.
Che la variazione è stata introdotta, insomma, per sbiadire,
annacquare la Transustanziazione: la sola cosa intoccabile,
senza la quale saremmo «cristiani adulti» come quelli che
non credono ad alcun miracolo, nè a Maria nè alla sua
verginità «post
partum», scientificamente impossibile.
E' stata una variazione burocratica.
Una piccola deviazione che poi si allarga.
Fino ad arrivare al distinguo del cardinal Abbondio
Tettamanzi: non si parla di rito ambrosiano, dunque il Papa
per me può dir quello che vuole...
Quanto ai protestanti invitati a cena, non sono poi venuti.
Resta lo sbiadimento, la Messa in sordina.
E' quello che i vescovi difendono.
Ci credono ancora?
Forse sì, sbiaditamente.

Don Abbondio Dionigi Tettamanzi
Questi vescovi progressisti
che ripetono le untuose formule della «fede» con unzione
professionale, danno l'impressione di voler dire altro.
Per esempio: da una parte dicono che bisogna «difendere la
vita», dall'altra dicono che «l'evoluzione
(nel senso darwiniano)
è un fatto».
Ma se sono evoluzionisti, che senso ha la difesa della vita
fin dal primo istante?
L'evoluzionismo non contempla un particolare rispetto per la
vita; la Natura secondo Darwin non fa che sterminare vite, e
quella umana non ha diritto ad alcun occhio di riguardo.
E' solo un'altra specie zoologica, con un destino zoologico.
Essendo addomesticato, può anche essere soppresso quando non
rende.
La cosiddetta «fede» adulta di questi prelati, quando pur
esiste, è dunque appesa ad un sistema di credenze
(«scientifiche», scientistiche, ideologiche: marxiste,
materialiste) in cui cose come «l'anima immortale» e il
sacrificio di Cristo al posto nostro non hanno alcun posto.
Non si sa dove metterle, nella visione del mondo della
modernità.
Restano lì appese nel vuoto, come corpi estranei.
Vivono dunque tra due visioni del mondo incoerenti,
filosoficamente eterogenee.
Vivono in contrasto con se stessi, se credono a Gesù
presente nel Pane.
Per quanto tempo si può vivere così, in contrasto con se
stessi?
Si può solo abbassando il gas spirituale e intellettuale,
fino al livello in cui non ci si pongono più le domande
scomode, e si accetta «quello che c'è», il sistema di
credenze «scientifico», di cui sanno ciò che leggono su
Repubblica o su l'Espresso.
Questo tipo di fede è letteralmente «superstizione»:
qualcosa che «super-est», un avanzo di un passato
incompreso, un residuo di cui non si sa rendere ragione.
Altro che progressismo, altro che «fede adulta», è il
contrario.
Superstitio.
E allora che fanno?
Innovazioni per «adattare» la fede alla modernità.
«Eventi» mediatici, kolossal con cantanti di moda
scritturati a caro prezzo, per «attrarre i giovani»: ed
esultanza perchè ci sono «tanti giovani»ad ascoltare il
Papa, ed è stato «un successo», come dicono a Mediaset.
Che infatti è il modello della nuova liturgia.
Nessuna veemenza, caro lettore che non hai conosciuto la
Messa.
So che essa sparirà, che i progressisti adulti avranno la
meglio.
Ma spero di averti fatto capire cosa mi manca di essa.
La sacra rappresentazione dove non c'è spazio per lo
scientismo: «Ad deum
qui laetificat juventutem meam», anche se sono
vecchio.
«...ut intres sub
tectum meum», che mi trasformava in centurione
fedele.
Davide, il Signore degli Eserciti, l'antichità che ci dava
forza nella modernità irridente, il vino che diventa sangue.
Mi manca l'infanzia che la liturgia ci donava, dove tutti i
miracoli sono possibili, checchè ne dicano Veronesi o
Odifreddi.
E non devo essere il solo.
Un altro lettore
mi manda l'intervista che, su «Firenze-epolis»,
ha rilasciato tal Lindo Ferretti: a me sconosciuto, ma è
stato «leader del
complesso rock CCCP, poi chiamato CSI, complesso di musica
punk, molto dura, e di ispirazione comunista».
Ecco alcune delle cose che dice l'ex CCCP:
«Parola sacra,
preghiera rivelata, perde fascino che è legame se tradotta.
La traduzione serve a
capire, fin dove si può, il testo e come tale è
indispensabile, ma manca di suoni il respiro, il soffio e
perde potenza.
E' stata la riforma
degli anni sessanta a produrre il vuoto nelle Chiese
(maiuscolo nel testo).
La liturgia deve
avere fascino misterico.
Non tutto può essere
compreso.
Altrimenti, invece
che assistere alla Sacra Messa, ci dovremmo recare in una
scuola.
La componente
religiosa ha un'aura sacrale che deve essere rispettata.
Quando questo non
accade più e i giovani vanno a ricercare il quid altrove.
Ed ecco il risultato.
La realtà è che la
pochezza dell'attuale liturgia, tutta votata alla parola e
alla comunità, produce forme di rito paraprotestanti.
Personalmente non ne
posso più.
Il latino è solo
l'aspetto più facilmente riscontrabile ma c'è tutto il
resto.
Mi riferisco ai
paramenti, alla ritualità nel suo complesso.
Perché forma è
sostanza e la liturgia funziona anche senza gente.
Non è una questione
di pubblico, mi creda.
E oggi cosa accade?
Siamo costretti a
sorbirci prediche scadenti, inquadrati in una razionalità
che ci tarpa le ali.
Per esempio, l'uso
dell'incenso è fondamentale nella liturgia.
Nel compendio della
Chiesa cattolica c'è perfino una preghiera copta che
accompagna il momento in cui il sacerdote utilizza il
turibolo.
Mettiamoci d'accordo:
lo spessore della storia non può essere diminuito,
altrimenti dovremmo pensare alla croce come a un semplice
incastro tra piani, tra orizzontale e verticale.
Quindi sono felice
che le tradizioni vengano rispettate.
L'esperimento non è
andato bene, meglio tornare all'antico...»
«Dopo il Padre Nostro
mi irrigidisco. Questa roba del segno di pace è davvero
insostenibile. Come se ci costringessero a cantare 'Il ponte
di Bassano'.
Ecco, il segno di
pace e 'Il ponte di Bassano' si equivalgono.
Ma come si fa a
ridurre la pace ad una stretta di mano?
Imbarazzante».
A questo punto, l'intervistatore politicamente ovino gli
chiede: E ai bambini alle prese col latino ci ha pensato?
«Certo.
Meglio il latino che
la stretta di mano.
Così le parrocchie
smetteranno di allevare batterie di polli che producono solo
bravi moralisti e riacquisteranno la loro funzione. Che è
quella di arricchire, di lasciarci attraversare il mistero
in punta di piedi».
Don Abbondio Tettamanzi
non sarebbe nemmeno capace di pensare cose così: ecco
perchè, al punto in cui siamo, si può imparare di più da
Blade Runner (il film dove il problema è l'anima immortale,
e il bisogno di avere l'eternità), da questo Lindo Ferretti
che chiede il mistero (era comunista ma ora, maturando, è
diventato un bambino), o persino dai musulmani che hanno
timor di Dio, e leggono le sue parole nell'arabo classico.
Più da loro che dall'astuto Abbondio Tettamanzi.
Maurizio Blondet
http://www.effedieffe.com/interventizeta.php?id=2257¶metro=religione
Note
1)
Si pensi dunque a cosa distruggono i soldati israeliani
quando umiliano i padri palestinesi davanti ai figli
piccoli, quando li legano, quando li picchiano o li
trascinano via. I bambini si scoprono di colpo indifesi, il
papà è impotente, non può far nulla per me... Non stupisce
che, da quel momento, vogliano solo morire uccidendo. Andare
subito nel paradiso di Allah, il Padre che fa i miracoli, e
che è giusto. Anche a questo speciale infanticidio
spirituale si applica la minaccia di Cristo: «Se
uno sarà di scandalo a questi piccoli, meglio per lui che
gli si attacchi al collo una macina asinaria, e sia gettato
nel fondo del mare... Guardatevi dal disprezzare uno di
questi piccoli, perchè vi dico che i loro angeli contemplano
continuamente il volto del Padre mio che è nei cieli». |