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12 gennaio 2009
Per 18 mesi l’intera popolazione di un milione e mezzo di
persone di Gaza aveva sperimentato un blocco punitivo
imposto da Israele, e una serie di sfide che erano state
traumatizzanti per la normalità della vita quotidiana. Un
barlume di speranza era emerso circa sei mesi fa, quando una
tregua concordata con l’Egitto aveva prodotto un effettivo
cessate-il-fuoco che aveva ridotto a zero le vittime
israeliane, nonostante i periodici lanci alla frontiera di
razzi fatti in casa che cadevano senza danni sul territorio
israeliano circostante, e che provocavano indubbiamente
insicurezza nella città di confine di Sderot. Durante il
cessate-il-fuoco, la leadership di Hamas a Gaza ha
ripetutamente offerto di prolungare la tregua, propondendo
anche un periodo di dieci anni e affermando la propria
disponibilità a una soluzione politica basata
sull’accettazione dei confini israeliani del 1967. Israele
ha ignorato queste iniziative diplomatiche e non ha tenuto
fede alla propria parte di impegni previsti dal
cessate-il-fuoco, che prevedevano alcuni allentamenti del
blocco, che aveva imposto a Gaza l’ingresso con il
contagocce del cibo, delle medicine, e del carburante.
Israele aveva anche impedito i permessi di uscita agli
studenti con borse di studio all’estero, nonché ai
giornalisti di Gaza e a rispettati rappresentanti di
organizzazioni non governative. Nello stesso tempo aveva
reso l’ingresso ai giornalisti sempre più difficile, e io
stesso sono stato espulso da Israele un paio di settimane
fa, quando ho cercato di entrare per eseguire, per conto
delle Nazioni Unite, il mio lavoro di monitoraggio del
rispetto dei diritti umani nella Palestina occupata, e cioè
in Cisgiordania, nella zona est di Gerusalemme, e a Gaza.
Chiaramente, prima della crisi attuale, Israele ha impiegato
la propria autorità per impedire agli osservatori credibili
di fornire resoconti esatti e veritieri della spaventosa
situazione umanitaria, di cui erano già stati documentati
gli effetti nefasti sulla salute fisica e mentale della
popolazione di Gaza, in particolare la denutrizione tra i
bambini e l’assenza di strutture di trattamento per coloro
che soffrono di una serie di malattie. Gli attacchi
israeliani sono stati diretti contro una società già in
gravi condizioni dopo un blocco mantenuto nei 18 mesi
precedenti.
E sempre in relazione al conflitto di fondo, alcuni fatti in
relazione con quest’ultima crisi sono oscuri e controversi,
sebbene l’opinione pubblica americana, in particolare,
riceva il 99% delle proprie informazioni filtrato da lenti
mediatiche estremamente filo-israeliane. Ad Hamas viene
imputata la rottura della tregua, a causa della sua presunta
indisponibilità a rinnovarla, e per il presunto aumento
degli attacchi con i razzi. Ma la realtà è più sfumata. Non
c’è stato nessun vero lancio di razzi da Gaza durante il
cessate-il-fuoco, fino a quando, lo scorso 4 Novembre,
Israele non ha lanciato un attacco diretto contro presunti
militanti palestinesi, attacco che ha ucciso numerose
persone. E’ stato a questo punto che il lancio di razzi da
Gaza è stato intensificato. Inoltre è stata Hamas che ha
chiesto in numerosi incontri pubblici di prolungare la
tregua, e le sue richieste non sono mai state prese in
considerazione – né da un punto di vista formale né, tanto
meno, sostanziale – dalla burocrazia israeliana. Oltre a
ciò, attribuire tutti i razzi a Hamas non è parimenti
credibile. A Gaza operano una varietà di gruppi militari
indipendenti e alcuni, come la Brigata dei Martiri di
al-Aqsa sostenuta da Fatah, sono anti-Hamas, e possono aver
lanciato missili per provocare o per giustificare una
rappresaglia israeliana. E’ risaputo che quando Fatah,
sostenuta dagli Stati Uniti, controllava la struttura di
governo di Gaza, non è riuscita a fermare gli attacchi con i
razzi, nonostante gli sforzi al riguardo.
Ciò che questo retroterra suggerisce decisamente è che
Israele ha intrapreso i propri attacchi devastanti, iniziati
il 27 Dicembre scorso, non semplicemente per fermare i
razzi, o per rappresaglia, ma anche per una serie di ragioni
sottaciute. Era evidente da diverse settimane, prima degli
attacchi israeliani, che i leader politici e militari
israeliani stavano preparando l’opinione pubblica a
operazioni militari su vasta scala contro Hamas. La
tempistica degli attacchi sembrava suggerita da una serie di
considerazioni: soprattutto dall'interesse dei contendenti
politici - il Ministro della Difesa Ehud Barak e il Ministro
degli Esteri Tzipi Livni - a dimostrare la propria durezza
prima delle elezioni nazionali fissate per Febbraio, ma ora
probabilmente rinviate fino alla fine delle operazioni
militari. Queste dimostrazioni di forza sono state una
caratteristica delle passate campagne elettorali israeliane
e, soprattutto in questa occasione, il governo in carica è
stato efficacemente sfidato, per i propri presunti
fallimenti nel difendere la sicurezza, da un politico
notoriamente militarista come Benjamin Netanyahu. A
rafforzare queste motivazioni elettorali c’è stata la
malcelata pressione da parte dei capi militari israeliani
per cogliere l’opportunità, con Gaza, di cancellare i
ricordi del proprio fallimento contro Hezbollah nella
devastante guerra del Libano del 2006, che aveva macchiato
la reputazione di Israele quale potenza militare, e che
aveva portato ad una vasta condanna internazionale di
Israele per i pesanti bombardamenti degli indifesi villaggi
del Libano, per l’uso sproporzionato della forza, e per
l’utilizzo estensivo di bombe a grappolo contro zone
densamente popolate.
Alcuni rispettati commentatori israeliani di orientamento
conservatore vanno oltre. Ad esempio, l’eminente storico
Benny Morris, scrivendo sul New York Times pochi giorni fa,
ha messo in relazione la campagna di Gaza con una più
profonda serie di premonizioni all’interno di Israele, che
egli paragona al fosco stato d’animo dell’opinione pubblica
che precedette la guerra del 1967, quando Israele si sentiva
profondamente minacciata dalle manovre degli arabi presso i
propri confini. Morris rimarca che nonostante la recente
prosperità israeliana degli ultimi anni, e la relativa
sicurezza, diversi fattori hanno spinto Israele ad agire
sfacciatamente a Gaza: la percezione del continuo rifiuto
del mondo arabo ad accettare l’esistenza di Israele come una
realtà irrevocabile; le minacce incendiarie espresse da
Mahmoud Ahmadinejad, insieme alla presunta iniziativa
dell’Iran di acquistare armi nucleari, la memoria declinante
dell’Olocausto unita alla crescente simpatia in Occidente
per i guai dei palestinesi, e la radicalizzazione dei
movimenti politici ai confini di Israele sotto forma di
Hezbollah e di Hamas. In effetti, Morris sostiene che
Israele sta cercando, con l’annientamento di Hamas a Gaza,
di mandare a tutta la regione il più vasto messaggio che
essa non si fermerà davanti a niente pur di difendere le
proprie rivendicazioni di sovranità e di sicurezza.
Sono due le conclusioni che emergono: la popolazione di Gaza
viene punita duramente per ragioni molto diverse dai razzi e
dalle preoccupazioni riguardanti la sicurezza dei confini,
ma a quanto pare
per migliorare le prospettive elettorali dei leader in
carica, che stanno rischiando la sconfitta, e per avvertire
gli altri attori della regione che Israele userà una forza
devastante ogni volta che saranno in gioco i propri
interessi.
Che una tale catastrofe umanitaria possa accadere con
interferenze esterne ai minimi termini mostra anche la
debolezza del diritto internazionale e delle Nazioni Unite,
come pure le priorità geopolitiche degli attori che contano.
Il sostegno passivo del governo degli Stati Uniti verso
tutto quello che Israele fa è ancora una volta il fattore
cruciale, come fu nel 2006 quando lanciò la propria guerra
di aggressione contro il Libano. Quello che è meno evidente
è che i principali vicini arabi, l’Egitto, la Giordania, e
l’Arabia Saudita, con la loro ostilità estrema verso Hamas,
che viene vista come se fosse sostenuta dall’Iran, il loro
principale rivale della regione, erano anch’essi desiderosi
di assistere mentre Gaza veniva attaccata così brutalmente,
addirittura con qualche diplomatico arabo che ha dato la
colpa degli attacchi alla mancanza di unità dei palestinesi
e al rifiuto di Hamas di accettare la leadership di Mahmoud
Abbas, il Presidente dell’Autorità Palestinese.
La popolazione di Gaza è vittima della geopolitica più
disumana, che ha prodotto quella che lo stesso Israele
chiama una "guerra totale" contro una società essenzialmente
indifesa, che manca di qualsiasi risorsa militare ed è
completamente vulnerabile agli attacchi israeliani lanciati
dai bombardieri F-16 e dagli elicotteri Apache. Questo
significa anche che la violazione flagrante del diritto
internazionale umanitario, per come è stato fissato dalla
Convenzione di Ginevra, viene tranquillamente ignorata,
mentre il massacro continua e i corpi si accumulano. Questo
significa anche che le Nazioni Unite si sono rivelate ancora
una volta impotenti quando i suoi membri principali la
privano della volontà politica di proteggere un popolo
sottoposto all’uso illegale della forza su vasta scala.
Infine, questo significa che la gente può urlare e marciare
in tutto il mondo, ma le uccisioni proseguiranno come se
niente fosse. Il quadro che giorno dopo giorno viene dipinto
a Gaza supplica per un rinnovato impegno in favore del
diritto internazionale e dell’autorità della Carta delle
Nazioni Unite, a cominciare da qui, negli Stati Uniti, con
una nuova leadership che ha promesso un cambiamento ai
propri cittadini, incluso un approccio meno militaristico
alla leadership diplomatica.
Il
testo originale è disponibile all’indirizzo:
http://www.huffingtonpost.com/richard-falk/understanding-the-gaza-ca_b_154777.html
Traduzione di Andrea Carancini:
andreacarancini.blogspot.com/2009/01/la-debolezza-del-diritto-internazionale.htm
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www.uruknet.info?p=s9077
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