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Anno IV,  Comunicato del giugno 2009

 
     
 

QUESTA Redazione, pur non condividendo sempre e necessariamente tuttE le dichiarazioni degli autori

nei testi citati, reputa che esse siano comunque UTILi fonti di informazione, testimonianza e riflessione.

Non omologati in nessuno schieramento e in rispetto di quella libertà di pensiero e d'espressione garantite costituzionalmente, riteniamo IRRINUNCIABILE E giustO dare spazio a MOLTE voci del dissenso, ALTROVE NEGATE.

 
 

 

Chas  FREEMAN  RINUNCIA  ALLA  direzione

deL  NATIONAL  INTELLIGENCE  COUNCIL

 E  ATTACCA  LA  LOBBY  ISRAELIANA :

 

 

 IL PROBLEMA EBRAICO

Milenaspigaglia.splinder.com

 

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 Chas Freeman ha ritirato oggi la sua candidatura alla direzione del National Intelligence Council (NIC), dopo settimane di calunnie ed incessanti accuse da parte della Lobby israeliana. Poche ore dopo l'annuncio dato dal direttore dell'Intelligence Nazionale, l'Ammiraglio Dennis Blair, che aveva accettato con rincrescimento la sua decisione, Freeman ha rilasciato la seguente dichiarazione, che è destinata a mettere l'AIPAC con le spalle al muro: 

"A quest'ora avrete certamente ascoltato l'annuncio del direttore del National Intelligence, Dennis Blair, in merito al passo indietro da me compiuto rispetto alla precedente accettazione della nomina a capo del Consiglio di Sicurezza Nazionale (National Intelligence Council).

Sono arrivato alla conclusione che il fuoco di sbarramento delle deformazioni calunniose del mio passato non sarebbero cessate di fronte al mio incarico. Il tentativo di infangarmi e di distruggere la mia credibilità, anche in quel caso, sarebbe continuato. Non credo che il NIC avrebbe potuto lavorare efficacemente mentre il suo presidente fosse stato bersaglio costante di persone senza scrupoli con una lealtà appassionata agli scopi della fazione politica di un Paese straniero. Ero d'accordo all'idea di presiedere il NIC per rafforzarlo e proteggerlo contro la politicizzazione, non per esporlo agli sforzi di un particolare gruppo di interesse di stabilire il controllo su di esso attraverso il protrarsi di una campagna politica.

Come sanno bene quelli che mi conoscono, mi sono davvero goduto la vita da quando sono andato in pensione.Niente era più lontano dai miei pensieri che un ritorno all'amministrazione pubblica. Quando l'Ammiraglio Blair mi ha chiesto di presiedere il NIC, io ho risposto che quello che mi stava chiedendo era in realtà di riunciare alla mia libertà d'espressione, al mio tempo libero, alla maggior parte delle mie entrate, di sottopormi ad una sorta di colonscopia mentale di un poligrafo, e di ricominciare a fare il pendolare giornaliero in nome di lunghe ore di lavoro e una razione quotidiana di maltrattamenti politici. Ho aggiunto che mi chiedevo se per caso non ci fosse un lato negativo nell'offerta. Ero consapevole che nessuno è indispensabile; e io non sono un'eccezione. Mi ci sono volute settimane di riflessione per concludere che, date le sfide impegnative e senza precedenti che ci troviamo di fronte in patria e all'estero, non avevo altra scelta che accettare il ritorno alla pubblica amministrazione. Ho dunque dato le mie dimissioni da tutti gli incarichi occupati e da tutte le attività che mi vedevano impegnato. Ora non vedo l'ora di tornare alla mia vita privata, libero da tutte le mie precedenti obbligazioni.

Non sono così immodesto da ritenere che questa controversia sia nata in relazione alla mia persona piuttosto che su tematiche di politica nazionale. Queste tematiche hanno poco a che vedere col NIC e non erano il cuore del problema di cui speravo di contribuire a migliorare l'analisi da rendere disponibile al Presidente Obama e alla sua amministrazione. Eppure, sono stato rattristato da ciò che la controversia stessa, ma soprattutto le modalità del pubblico vetriolo di quanti si sono consacrati al suo supporto, hanno rivelato dello stato della nostra società civile. E' evidente che noi Americani non possiamo più condurre un serio dibattito pubblico né esercitare indipendenza di giudizio su argomenti di importanza notevole per noi come per i nostri alleati ed amici.

Le calunnie contro di me, e le loro tracce su internet facilmente ricostruibili, mostrano senza ombra di dubbio che c'è una potente lobby, determinata ad impedire che si diffonda qualsiasi interpretazione diversa dalla sua, ancora meno se si tratta della comprensione, da parte degli Americani, di tendenze ed eventi in Medio Oriente. Le tattiche della Lobby Israeliana pescano nelle profondità del disonore e dell'indecenza, ed includono la distruzione della credibilità, la citazione erronea selettiva, la volontaria alterazione del passato, la fabbricazione di menzogne, ed un totale disprezzo della verità. Lo scopo di questa Lobby è il controllo del processo politico attraverso l'esercizio di un veto sulla nomina di persone che mettono in discussione la saggezza delle loro prospettive, la sostituzione della capacità di analisi col "politicamente corretto", e l'esclusione di tutte le scelte in potere degli Americani e del loro governo che non siano quelle di cui essa stessa è fautrice.

C'è una particolare ironia nell'essere ingiustamente accusato di inopportuna attenzione alle opinioni di governi e società straniere da un gruppo così chiaramente intento a rafforzare l'adesione alle politiche di un governo straniero, il governo di Israele in questo caso. Io credo che l'impossibilità per l'opinione pubblica americana di discutere, o del governo stesso di considerare, qualunque opzione politica nel Medio Oriente osteggiata dalle forze politiche al governo in Israele, ha consentito a quelle stesse forze di adottare e sostenere politiche che, in definitiva, minacciano l'esistenza di quello Stato. Ma a nessuno all'interno degli Stati Uniti è permesso dirlo. Questa non è soltanto una tragedia per gli Israeliani e i loro vicini mediorientali; questo sta procurando danni sempre crescenti alla sicurezza nazionale americana.

La furiosa agitazione che ha seguito la fuga di notizie sulla mia possibile nomina farà sì che molti si interrogheranno seriamente in merito alla possibilità per l'amministrazione Obama di prendere proprie decisioni sul Medio Oriente e le questioni relative. Mi rincresce che la mia buona volontà di servire la nuova amministrazione si sia infranta sul dubbio riguardo alla sua capacità anche solo di considerare, non di dico di decidere quali decisioni politiche possano meglio servire gli interessi degli Stati Uniti piuttosto che quelli di una Lobby dedita al rafforzamento dei desiderata e degli interessi di un governo straniero.

Alla corte della pubblica opinione, a differenza della corte di un tribunale, uno è colpevole sino a prova di innocenza. Gli interventi dai quali sono stati estrapolate le citazioni, privandole del loro contesto, sono disponibili per chiunque sia sinceramente interessato a leggere la verità. L'ingiustizia delle accuse che mi sono state rivolte diverranno ovvie alle menti aperte. Quelli che invece hanno cercato di mistificare la mia persona non hanno alcun interesse in alcuna confutazione io o chiunque altro possa fare.

In ogni caso, per la cronaca: non ho mai cercato di essere ricompensato né ho accettato ricompense da alcun governo straniero, inclusi quelli di Arabia Saudita e Cina, per alcun tipo di servizio, né tantomeno ho mai parlato a nome di un governo straniero, dei suoi interessi o delle sue politiche. Non ho mai compiuto azione di lobbying in alcun ramo del governo per alcuna causa, interna o straniera. Io sto per me stesso, e per nessun altro, e col ritorno alla mia vita privata, ancora una volta servirò nessun altro padrone che me medesimo. Continuerò a decidere quando parlare su questioni che riguardano me e gli altri Americani.

Confermo il mio rispetto e la mia fiducia al Presidente Obama e al direttore del National Intelligence Ammiraglio Blair. Il nostro Paese oggi affronta sfide temibili all'estero come in patria. Come tutti gli Americani patrioti, continuo a pregare che il nostro Presidente possa condurci con successo al loro superamento".

 Charles Freeman,

former US Ambassador to Saudi Arabia,

President of the Middle East Policy Council

 

Dunque Charles Freeman, chiamato a guidare il National Intelligence Council, ha rassegnato le sue dimissioni, sommerso dalle bordate della Lobby Ebraica, che lotta accanitamente e scorrettamente affinché non emergano nel panorama politico - non solo americano - opzioni diverse da quelle da lei sostenute. Vale la pena osservare che il ruolo per il quale Freeman (nomen omen) era stato scelto è di assoluto rilievo nell'ambito degli incarichi dell'amministrazione. Il capo del NIC, infatti, ha il compito di redigere il prospetto di sintesi dei rapporti delle sedici agenzie di intelligence americane, consegnando perciò nelle mani del Presidente l'interpretazione decisiva sul quadro delle emergenze nazionali.

 "Fintanto che gli Stati Uniti continuano a procurare aiuti e protezione politica incondizionati che rendono possibili l'occupazione israeliana e le drastiche operazioni di "autodifesa" da essa generate, c'è poca o nessuna speranza che si possa riesumare qualcosa di simile ad un processo di pace. L'occupazione e la colonizzazione delle terre arabe sono violente per natura".

"Le relazioni tra Stati Uniti e Arabi sono di grande importanza per il mio Paese...a differenza di molti a Washington, non credo in una politica estera senza diplomazia e nutro un sano rispetto per quella che oggi viene schernita in quanto 'analisi basata sulla realtà' ". 

"Al Qaeda ha giocato con noi come fa il matador che finisce un gigantesco toro colpendolo in polmoni malfunzionanti".

 "[L'invasione dell'Iraq] ha trasformato l'intervento in Afghanistan, a cui molti musulmani avevano offerto il loro supporto, in qualcosa che in un secondo momento gli è apparso come una più vasta guerra contro l'Islam".

 "[Gli Stati Uniti] hanno abbracciato i nemici di Israele come fossero i loro e gli Arabi hanno risposto equamente appaiando gli Americani ad Israele in quanto loro nemici". 

Questa dunque la sua colpa. Non temere il politicamente scorretto e schierarsi a difesa di una visione degli interessi americani contraria a quella che la Lobby israeliana tenta di far passare come veritiera ed univoca, tacciando di antisemitismo e di negazionismo storico chiunque si ribelli al ricatto perenne del fantasma dell'Olocausto.

 Roger Mahony, cardinale di Los Angeles, ha aspramente redarguito le dichiarazioni del vescovo Williamson, levefriano che mette in discussione modalità e soprattutto numeri della Shoah. Mahony scrive di aver proibito in maniera assoluta a monsignore l'ingresso in qualunque parrocchia appartenente alla diocesi di Los Angeles, almeno finché non pronuncerà l'opportuno mea culpa. Da parte sua Mahony, non appena vergato questo adamantino intervento su The Jewish Journal, firmato assieme ad un paio di rabbini, tra cui il direttore dell'American Jewish Congress (AJC), ha già dato la sua parola che visiterà lo Yad Vashem entro l'anno. Non risultano invece agli atti alcun altrettanto risoluto intervento del cardinale contro i preti pedofili che nel corso degli anni hanno fatto letteralmente scempio di tanti ragazzini innocenti, né promessa di visita o confronto, che anzi ha sempre cercato di rifuggire, presso le case di quelle vittime, per portare non dico le scuse, ma almeno una parola di conforto, limitandosi invece sempre a sostenere e coprire le responsabilità dei sacerdoti che a lui facevano riferimento - e forse anche le sue. Vale la pena di ricordare che la diocesi di Los Angeles è stata condannata al pagamento di 660 milioni di dollari come risarcimento extragiudiziale alle vittime (la più cospicua compensazione nella storia americana). 

Ma per un giro sul carro dell'Olocausto il tempo si trova sempre. Mahony si mette in pari con le probabili future direttive in tema di formazione clericale. Dall'ultimo incontro tra i rappresentanti della sezione Affari Interreligiosi dell' AJC e Benedetto XVI, infatti, si apprende che rabbi Cohen e rabbi Rosen hanno richiesto al Papa l'introduzione, nel curriculum degli studenti di scuole cattoliche, l'obbligo dello studio dell'importanza storica e morale dell'Olocausto, corredato dalla solenne dichiarazione che l'antisemitismo è un peccato contro Dio, affinché non abbiano a ripetersi episodi come quello che ha visto coinvolto i Lefevriani con le loro prese di posizioni sgradevolmente revisioniste.

Dal canto suo, l'Italia non va a Durban. Il Ministro degli Esteri Frattini ha orgogliosamente fatto sapere che l'Italia si rifiuta di prendere parte ad una conferenza antisemita e razzista come quella che si riunirà in Sud Africa a fine aprile proprio per stigmatizzare gli orrori del razzismo. Il problema è nella stesura del documento che la conferenza intende adottare come base del dibattito, in cui si fa riferimento esplicito alla politica israeliana come ad una politica razzista nei confronti della popolazione araba, alle operazioni di guerra israeliana come a "crimini contro l'umanità", e ad Israele come ad uno Stato che pratica una forma di apartheid nei confronti dei Palestinesi.

Uno spirito spudoratamente antisemita, che Frattini proprio non si sentiva di accreditare, soprattutto dopo aver ricevuto la comunicazione forte e chiara della sua omologa di Tel Aviv, la signora Livni, la quale ha provveduto a recapitare il messaggio con sicura efficacia, visto che appena dopo l'incontro Frattini ha precisato di aver rinviato la programmata visita in Iran a data da destinarsi. Si trattava di una visita di una certa importanza, Frattini avrebbe dovuto recarsi in Iran con il Ministro dei Beni Culturali Bondi per il raggiungimento di un'intesa sui lavori alla tomba di Ciro il Grande. Ma evidentemente Bibi il Grande non l'ha giudicata una questione urgente.  

Naturalmente gli esponenti del governo israeliano a Gerusalemme si sono subito rallegrati della decisione del governo italiano. Il World Jewish Congress e l'Anti Defamation League, note punte di diamante della Lobby, hanno parlato di "mirabile leadership" e di "esempio italiano". Per essere un esempio, lo è stato eccome.

 Del resto la Lobby è in grande spolvero, di questi tempi, e di esempi ne sta impartendo in numero cospicuo, tanto più che con l'amministrazione Obama sembrano essere necessarie le maniere forti. Il Jerusalem Post ha espresso tutta la sua sconcertata preoccupazione dopo che, in un solo mese, ben tre mesi del Congresso americano hanno visitato Gaza, per la prima volta dal 2003. I tre temerari, John Kerry, Keith Ellison e Brian Baird, sono per la Lobby "la sinistra al potere", che consentirà "spazi maggiori per prospettive differenti nei confronti di Israele, per iniziative che non sono originate dalle lobby israeliane di maggioranza". Praticamente il dilagare dell'antisemitismo.  

Ma non è tutto. Dianne Feinstein, senatrice democratica californiana, ebrea, ha scritto al Segretario di Stato Hillary Clinton esortandola a non abbandonare il suo impegno per la pace ed il ristabilimento di una forte leadership americana, non condizionata dunque dai diktat di Tel Aviv. Clinton ha recentemente criticato la pianificata demolizione di altre 88 case palestinesi nell'area est di Gerusalemme, definendola una grave violazione della road map e del processo di pace, ben sapendo che la demolizione non è dettata da esigenze ambientaliste (la creazione di un parco) né dalla mancanza di permessi, quanto da una decisione ispirata alla pulizia etnica e al rafforzamento di quella colonizzazione decisamente impennatasi nel corso degli ultimi due anni. Hillary è stata ovviamente subissata di critiche dalla Lobby, imbufalita per un cambio di rotta giudicato repentino ed incoerente. Loro di tradimenti se ne intendono parecchio. Gary Ackerman, deputato ebreo di New York, ha denunciato chiaramente il paradosso per cui agli Americani è richiesto (ma serebbe più esatto dire imposto) di non avere contatti con Hamas, mentre Israele li coltiva sottobanco da anni. Ben due deputati ebrei critici nei confronti di Israele. Antisemiti pure loro? No, ma per la Lobby sono "ebrei che odiano se stessi", come confida Amitay Morris, in quota AIPAC, sempre al Jerusalem Post.  

Si capisce allora che c'era bisogno di un segnale forte. Così si è scatenata la bufera su Chas Freeman, che ha fatto un passo indietro anche perchè a sua difesa si è apertamente pronunciato soltanto l'Ammiraglio Denis Blair, il direttore del National Intelligence, colui che, dati alla mano, ha appena fatto sapere in un rapporto dettagliato che l'Iran non rappresenta una minaccia nucleare, e che gli stessi dati sono stati letti da Israele secondo "la peggiore delle interpretazioni possibili".  

A parte la considerazione sul silenzio di Obama, che ha pesato ma peserà di più in futuro per le conseguenze che porta con sè, è interessante osservare come la relazione speciale che lega Stati Uniti e Israele consente la condivisione di dati sensibili, e di fondamentali rapporti di politica internazionale. Non è un mistero, del resto, che gran parte delle telecomunicazioni americane siano gestite da ditte israeliane. La novità è che, tra non molto, quelle europee verranno a loro volta gestite dagli Americani. Entro il 2009, infatti, entrerà in vigore l'accordo secondo cui i governi europei accettano di fornire alle autorità americane tutti i dati privati e personali di cittadini europei di cui esse facciano richiesta. L'accordo, patrocinato dall'Homeland Security americano e da un non troppo noto COREPER eurocratico, mira alla costituzione di uno "spazio comune di libertà, sicurezza e giustizia". Stanno lavorando per noi, insomma. Questo spazio comune di dati ed informazioni non è che l'antipasto della grande fusione prevista per il 2015, con la prevista creazione di un unico "grande mercato transatlantico" che cementi le sorti economiche dell'Occidente. 

Solo il 3 marzo scorso, nel corso di un convegno universitario, l'ingegner Fabienne Keller, in quota UMP, ex sindaco di Strasburgo, ebrea, ha dichiarato che, a causa della presente crisi economica, teme "di vedere gli elettori ripiegarsi sui problemi nazionali".  

Non accadrà, signora Keller. Non lo permetteranno. E lei e la Lobby lo sapete bene.

13 marzo 2009

pubblicato su www.larouchepac.com

original : http://milenaspigaglia.splinder.com/tag/israele

 

Link a questa pagina:

http://www.terrasantalibera.org/ChasFreeman_problema_ebraico.htm

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