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In Cisgiordania, i coloni israeliani radicali ripartono alla
conquista di nuove colline
di Michel Bôle-Richard
Le Monde, 1 ottobre 2007

Efrat (Cisgiordania) – Di passare non se ne parla. Né in
macchina, né a piedi. Un numero considerevole di forze di
polizia hanno preso posizione, domenica 30 settembre,
all’ingresso e in diversi punti di passaggio della colonia di
Efrat, a est del "blocco" di Etzion, posto a una ventina
di chilometri a sud di Gerusalemme. Un dispiegamento di forze
che mira a fermare le centinaia di manifestanti che avevano
deciso di fare di questa giornata quella della conquista di
nuove terre. Due anni dopo il loro ritiro dalla striscia di
Gaza, durante l’estate 2005, i coloni radicali hanno deciso di
ripartire all’attacco in occasione della festa ebraica di
Sukkot (Festa delle capanne). Hanno fissato cinque obiettivi
per creare delle nuove colonie illegali, che si andrebbero ad
aggiungere alle 101 già registrate ora dal movimento La Pace.
Due sono poste al Nord, nella regione di Nablus, una nei
pressi di Ramallah, al centro della Cisgiordania, e due al
Sud.
L’esercito ha dichiarato questi settori "zone militari
chiuse", ma i coloni, giunti con bambini e attrezzatura da
pic-nic, hanno superato senza difficoltà gli sbarramenti per
andare a mettersi sulla sommità delle colline desiderate. A
Efrat, hanno marciato per circa tre chilometri per
posizionarsi sulle alture di Eitam e di Zait, nomi delle due
montagnette sulle quali intendono stabilirsi. Entrambe sono
poste al di là dello spazio spianato sul quale, presto,
sorgerà la "barriera di sicurezza" che circonda questa colonia
di 7mila abitanti, che domina i villaggi palestinesi sulle cui
terre è stata costruita.
"Ci siamo già stabiliti su cinque colline. Efrat, sono sette
colline che corrispondono alle
sette spezie. Noi ci batteremo per farle nostre. La terra
ebraica appartiene agli ebrei. Ci troviamo qui da cinquemila
anni. Il mondo intero sta contro di noi, ma Dio è con noi. Ci
riusciremo, perché è così che lo Stato ebraico è stato
costruito, poco a poco...": Eli Sheva Atlow ha indossato la
maglietta arancione, colore dell’unione dei coloni della
striscia di Gaza in lotta contro la loro espulsione da questo
territorio decisa da Ariel Sharon. Ha già passato 25 anni a
Efrat, dice di voler fare tanti figli quanti gliene concederà
Dio e non ha intenzione di lasciar perdere. "Mio padre è stato
espulso dall’Algeria, mia madre dalla Polonia: non me ne andrò
mai di qui. Gli ebrei nella terra degli ebrei, gli arabi nella
terra degli arabi", è lo slogan di questa donna minuta,
sostenuta nelle sue convinzioni da tutti coloro che la
circondano.
"Guardate le nostre case. Sono tutte ammucchiate l’una
sull’altra. Gli arabi, loro hanno spazio", aggiunge un vicino.
Nadia Matar, capofila delle Donne in verde, un movimento
radicale di lotta a favore delle colonie, è venuta a portare
il suo sostegno, accompagnata da Arye Yitzhaki, pure una
veterana delle
Goush Katif, le colonie smantellate nella striscia di
Gaza. "Noi continueremo a costruire delle comunità e a
riconvertire il territorio del paese dei patriarchi", afferma.
Un po’ più a sud, in prossimità di Hebron, dove si trova con
esattezza la Tomba dei Patriarchi, un luogo santo venerato sia
dagli ebrei che dai musulmani, altri coloni hanno aggirato
facilmente i militari e la barriera gialla appena realizzata
per salire sulla collina 1013, in cima alla quale sventola la
bandiera israeliana. Questo promontorio, posto al bivio di
Halhul che conduce a Hebron, domina la strada 60, che
attraversa la Cisgiordania da nord a sud. Si tratta di un
punto strategico, controllato dall’esercito, in cui coloni
vorrebbero investire. Alcuni hanno previsto di passare la
notte sui terreni appena conquistati. Le forze dell’ordine
interverranno? E quando? Lunedì, era prevista una nuova marcia
in direzione della colonia di Homesh, nel nord della
Cisgiordania, evacuata nell’estate 2005 e divenuta simbolo di
una conquista desiderata. I coloni non abbandonano la armi.
(Traduzione di Carlo M. Miele:
Carlo M. Miele - Osservatorio Iraq) |