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Anno III,  Comunicato   65, del 6  SETTEMBRE   2008

 

 

 

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Colto da una cinepresa

Gideon Levy, Haaretz

 

28 agosto 2008


Questa, in parole povere, è la giustizia israeliana: il Ten. Col. Omri Burberg, il comandante di battaglione sospettato di aver impartito l'ordine, assolutamente illegale, di sparare a un palestinese legato, gira libero; si valuta se assegnargli una posizione nell'addestramento superiore delle Forze di Difesa di Israele (IDF). Intanto Jamal Amira, il padre di Salam, l'operatrice di telecamera dilettante che ha filmato lo sparo, ha trascorso 26 giorni in un carcere israeliano, fino a che un giudice militare, la scorsa settimana, non ha avuto la cortesia di rilasciarlo su cauzione.

"Benché l'affermazione che l'IDF abbia cercato vendetta poggi su basi fragili", ha scritto il Ten. Col. Yoram Haniel, il giudice militare, "non può sfuggire che, di tutti coloro che protestavano, solo il querelante è stato arrestato".

Certo, non può sfuggire. Jamal Amira è stato arrestato subito dopo la diffusione, da parte di B'Tselem, del video, ripreso da sua figlia, con l'orribile sparo al palestinese legato. Racconta che, quando gli agenti della Polizia di Frontiera l'hanno arrestato, si chiamavano fra loro a gran voce: "Abbiamo preso il padre di Salam!". Amira, che ha 53 anni e nove figli, ha molti amici israeliani, fra cui un ufficiale superiore di riserva dell'IDF. L'hanno gettato nella Prigione di Ofer, ciò che si può solo interpretare come un atto di vendetta compiuto da coloro che si presentavano come "amici di Omri".

A Na'alin, il villaggio attualmente coinvolto in una lotta civile, risoluta e coraggiosa, per quel che resta dei suoi terreni, su cui Israele cerca di costruire la barriera di separazione, questa settimana si è celebrata la liberazione di Amira. Ma questi è recato direttamente dal carcere alle tombe di due uomini del villaggio, morti nella lotta per la propria terra: Ahmed Moussa, di 11 anni, e Yussef Amira, di 22. Soltanto dopo è stato disponibile ad unirsi alla festa ed a incontrare decine di visitatori, fra cui i suoi amici israeliani, del vicino Moshav Shilat.

Durante il fine settimana, gli abitanti di Na'alin hanno di nuovo portato di corsa uno dei loro amici all'ospedale di Ramallah: hanno sparato alla testa di Hitham Alian, di 21 anni, mentre andava a trovare il nonno. A Na'alin, l'immagine di questa ferita sanguinante adorna quasi ogni telefonino.

"Questa è una zona militare chiusa", hanno sbraitato i teppisti della Polizia di Frontiera, porgendoci il loro benvenuto al posto di blocco che isola Na'alin e ci impedisce di entrare nel villaggio. Pochi minuti dopo, gli agenti sono scomparsi, e la zona militare chiusa si è improvvisamente trasformata in una zona civile aperta, anche se solo per un momento. Il gracchiare di un altoparlante ha chiamato i bambini del villaggio ad una festa per la riapertura della scuola; la strada di ghiaia per l'antico oliveto -- quello di cui Israele progetta l'esproprio e lo sradicamento -- era coperta di pietre, a ricordo della lotta quotidiana di questo posto. Si costruisce la barriera ad est della Linea Verde, al solo scopo di espandere i confini di Kiryat Sefer e Hashmonaim, le due grandi colonie già costruite su terra rubata a Bi'lin e Na'alin. Come si sentono gli abitanti ultraortodossi di Kiryat Sefer, e coloro che cercano una "elevata qualità di vita" a Hashmonaim, sapendo che il terreno sotto le loro case è stato rapinato ad altri? Probabilmente non per questo questo soffrono d'insonnia, ma quando stanno di fronte alla spettacolare valle di olivi, e vedono come il percorso della barriera strappa i contadini di Na'alin dai loro oliveti, il cuore non può fare a meno di accorgersene. Circa 57.000 dunam (13.500 acri, approssimativamente) prima del 1948 sono diventati 33.000, prima del 1967. Ora, ai 5.000 abitanti del villaggio, ne stanno per essere lasciati solo 7.000: la barriera ne trancerà via altri 2.500.

"Ora possiamo solo fissare il soffitto", riferisce Jamal Amira, che sta per perdere 138 dunam, a maggior gloria della barriera di separazione e di Hashmonaim.

"Ci saranno contadini a cui verranno attacchi di cuore, ne sono certo, quando arriverà la stagione di raccogliere le olive, e non potranno raggiungere gli alberi", sostiene Mohammed, suo figlio, che definisce quanto avviene "la nuova occupazione di Na'alin", e la barriera di separazione, "la barriera del furto".

Jamal, che porta una galabya1 bianca e parla un ottimo ebraico, ci offre dei fichi, "i miei ultimi". A distanza, si ode il rumore dei bulldozer; ad Amira è stato imposto un ordine restrittivo, per cui ha il divieto di avvicinarsi al proprio terreno. Dopo il suo arresto, 70 degli olivi sono stati tagliati, e due pozzi, sulla sua proprietà, sono stati distrutti. Mohamed è convinto che anche questo sia avvenuto come vendetta per la documentazione, da parte di sua sorella, dello sparo: gli avevano promesso che non si sarebbero toccati i pozzi.

Domenica 20 luglio, Salam aveva ripreso lo sparo contro Ashraf Abu Rahma, che in quel momento era legato. Il filmato era stato reso pubblico il giorno successivo da B'Tselem, che aveva fornito a Salam la videocamera.

"All'inizio non potevamo crederci", rammenta Mohammed, che era in piedi vicino a Salam mentre questa filmava. "Eravamo sicuri che l'agente avrebbe fatto entrare Ashram nella jeep. Alla sera, quando abbiamo visto il video, eravamo contenti: contenti di aver diffuso una notizia di questo genere nel mondo. Volevamo mostrare a tutti, e soprattutto al Ministro israeliano della Difesa, cosa ci fanno i soldati dell'IDF. Venite a vedere le azioni del comandante di battaglione, un tenente colonnello con due 'falafel' [decorazioni a forma di foglia di quercia], il comandante di Na'alin! Prima ci ha imposto un coprifuoco totale, una chiusura a 5.000 persone, per presidiare un paio di trattori, e ora questo sparo".

A Na'alin si è sparlato a lungo di "Omri", dopo i cinque giorni di coprifuoco, e il suo comportamento insolente verso gli abitanti. "Metti un ufficiale di quel genere in Libano, ma perché a Na'alin?" domanda Jamal.

Mohammed sostiene che avevano paura, all'inizio, a rendere pubblico il video. "Temevamo che l'esercito ci facesse qualcosa. Quelli di B'Tselem ci hanno promesso che non ci sarebbe avvenuto del male, ma i nostri timori si sono avverati. C'è stata una vendetta: dopo due giorni, hanno arrestato mio padre; dopo tre, mi hanno sparato a una gamba con un proiettile (rivestito) di gomma, mentre uscivo di casa. Non abbiamo una finestra che sia rimasta intera. A volte, i soldati mi chiedono: "Ci hai filmato, oggi?". Da allora, è così tutti i giorni.

Tre giorni dopo la diffusione del video, il 23 luglio, c'è stata una dimostrazione di donne nell'oliveto; Jamal si è unito a loro. Gli abitanti del villaggio si assicurano sempre che uno dei proprietari a cui stanno per prendere un terreno accompagni ogni protesta. Jamal ha iniziato a discutere con agenti della Polizia di Frontiera, uno dei quali gli ha ribattuto che il terreno non gli appartiene. Jamal, furioso, ha iniziato a divorare zolle di terra. Suo figlio Ghaleb vedeva da lontano che gli agenti picchiavano e prendevano a calci il padre; la famiglia ha un video che lo dimostra. Jamal è stato caricato sulla jeep, con le manette e gli occhi bendati. Ha sentito un agente dire all'altro: "Abbiamo preso il padre di Salam, il padre dell'operatrice della videocamera".

L'hanno trasportato a Hashmonaim, dove, sostiene, l'hanno lasciato seduto a terra per tre ore, circa. Ha chiesto dell'acqua, e gliel'hanno rifiutata. Dopo diverse ore, degli agenti gliel'hanno versata in faccia. Jamal racconta che uno dei poliziotti gli ha comunicato: "Omri è mio amico". Alla fine, l'hanno accompagnato ad una base della Polizia di Frontiera vicina a Maccabim, lasciandolo in manette nella jeep per altre tre-quattro ore, sempre senz'acqua. Racconta che molti agenti della Polizia di Frontiera sono andati a vedere "il padre di Salam". Quando ha di nuovo chiesto dell'acqua, spiega, uno di loro gli ha risposto "mangiati la telecamera". Un'altra frase di un agente, che Jamal esita a citare, è "ti fotterò".

Dopo il tramonto, Jamal è stato accompagnato, per l'interrogatorio, a Beit El; l'accusa è stata di aver assalito agenti della Polizia di Frontiera. Alla fine l'hanno trasportato alla Prigione di Ofer. La prima notte ha sofferto di dolore alle costole, che attribuisce ai colpi ricevuti durante la dimostrazione. La mattina seguente è stato visto da un medico.

Dopo otto giorni in carcere, l'hanno portato in tribunale. Ha una lode calorosa per Gaby Lasky, l'avvocato per i diritti umani chiamata a difenderlo, ma questa non è stata in grado di ottenere il suo rilascio alla prima udienza della corte militare. I termini della detenzione provvisoria sono stati estesi fino al termine delle procedure legali: Jamal è restato in carcere per più di due settimane, prima dell'udienza di appello.

Alcuni dei suoi amici israeliani si sono recati alle udienze. Chiede che siano nominati: il col. (della riserva) Ami Arazi, Shlomo Rav-On, Rafi Reuveni e Ilan Kuperstein, di Shilat. Il Primo Ministro palestinese Salam Fayyad e il parlamentare Mustafa Barghouti sono andati a trovare i suoi, mentre era in prigione. La famiglia ha una foto di Fayyad con Salam, l'operatrice di videocamera e l'eroina della famiglia.

La Polizia di Frontiera e l'IDF non hanno emesso una risposta prima della conferenza stampa. Jamal può certo essere considerato un "arabo buono". Nella prima udienza, ha detto al pubblico ministero di aver fatto molto per Israele. "Spostate solo la barriera allo uadi, e vi berrò il caffé con qualunque israeliano", torna a ripetere. Tutti i suoi figli parlano bene l'ebraico. La loro casa è la prima dopo il posto di blocco dell'IDF all'ingresso di Na'alin, e qui accolgono molti ospiti israeliani. Teme di non poter più offrire fichi e olive delle sue piante. Dopo che è stato rilasciato dal carcere, passata una serie di ritardi e di umiliazioni, metà del villaggio era ad attenderlo al posto di blocco. Il processo di Jamal si terrà presto. È accusato di aver disturbato la pace, di aver assalito un soldato e di essere entrato in una zona militare chiusa: la sua proprietà privata. Il giudice del tribunale militare, Ten. Colonnello Yoram Haniel, ha scritto: "È dubbio che le prove, in questo caso, inducano ad una condanna". Testo inglese: http://www.haaretz.com/hasen/spages/1016196.html (traduzione di Paola Canarutto)

Link: www.infopal.it/testidet.php?id=9190