
Nello chalet di Menzingen, nel cantone svizzero
di Zug , dove ha sede la casa generalizia della
Fraternità Sacerdotale San Pio X , il plico è
arrivato già da qualche giorno. Nella busta, il
motu proprio Summorum Pontificum , la
lettera di introduzione di Benedetto XVI e un
messaggio personale del cardinal Dario Hoyos
Castrillòn. Destinatario, monsignor Bernard
Fellay, Superiore Generale di coloro che, dal loro
Fondatore, sono detti abitualmente “lefevriani“,
lo schieramento tradizionalista che contesta
pastorale e dottrina della Chiesa uscita dal
Vaticano II. Con 481 sacerdoti, 90 fratelli laici,
206 religiose, 6 seminari, 117 priorati, 82
scuole, 6 istituti universitari, 450 luoghi di
culto in 62 Paesi del mondo, almeno mezzo milione
di seguaci convinti, la Fraternità ha costituito
la maggiore spina nel fianco per Roma, che si è
vista costretta a colpire di scomunica la
gerarchia episcopale consacrata validamente ma
illegittimamente da mons. Marcel Lefebvre .
Dopo una prima lettura dei documenti giunti da
Roma, mons. Fellay ha accettato di anticipare al
Corriere le sue reazioni. Che sono, va
detto subito, ben più positive di quanto potesse
prevedere chi conosca la complessità del dossier
aperto da decenni con la Santa Sede. Certo: la
Messa non solo in latino, ma secondo l’antico
rituale, è da sempre la bandiera lefevriana più
appariscente. Ma gli stessi dissidenti hanno
sempre insistito sul fatto che la nuova liturgia
eucaristica non è che l’espressione di un
orientamento in molti punti inaccettabile assunto
dopo il Vaticano II dalla Catholica. Così,
in certi ambienti tradizionalisti, si è spesso
detto che un decreto come quello approvato ora da
papa Ratzinger non solo non sarebbe bastato ma
poteva esser in qualche modo fuorviante,
rafforzando gli equivoci.
Non è così stando a quanto ha voluto dirci
monsignor Fellay: << Questo è un giorno davvero
storico. Esprimiamo a Benedetto XVI la nostra
profonda gratitudine. Il suo documento è un dono
della Grazia . Non è un passo, è un salto nella
buona direzione>>. Per il Superiore lefevriano,
la “normalizzazione“ della messa <<non di san Pio
V>>, precisa, <<bensì della Chiesa di sempre>>, è
<< un atto di giustizia, è un aiuto
soprannaturale straordinario in un momento di
grave crisi ecclesiale>>. Ancora : << La
riaffermazione da parte del Santo Padre della
continuità del Vaticano II e della messa nuova con
la Tradizione costante della Chiesa -dunque la
negazione di una frattura che il Concilio avrebbe
introdotto con i 19 secoli precedenti- ci spinge a
continuare la discussione dottrinale. Lex
orandi, lex credendi : si crede come si prega.
Ed ora è riconosciuto che, nella messa di sempre,
si prega “giusto“>>. In ogni caso, da oggi, un
solo rito, due forme egualmente legittime (dette
di Pio V e di Paolo VI) per esprimere un’unica
fede.
Per giungere a questo risultato, la resistenza di
mons. Lefevbre e dei suoi è stata decisiva, già da
cardinale Joseph Ratzinger pensava di avere un
debito verso questi fratelli che esprimevano
disagi che, almeno in parte, egli stesso
condivideva. Mons. Fellay ammette il ruolo della
sua Fraternità ma guarda oltre: << Sì, la
Provvidenza ci ha permesso di essere strumenti per
pungolare Roma e giungere sino a questo giorno.
Ma siamo anche consapevoli di non essere che il
termometro che segnala una febbre che esige rimedi
adeguati. Questo documento è una tappa
fondamentale in un percorso che ora potrà
accelerare, speriamo con prospettive confortanti,
anche nella questione della scomunica >>.
Nessuna delusione, quindi? << Direi di no, anche
se meno soddisfacenti ci sembrano alcuni passi
della lettera di introduzione, dove si avvertono
condizionamenti di politica ecclesiale >>. In ogni
caso, il fatto è oggettivo e monsignor Fellay e i
suoi ne sono pienamente consapevoli: non sono
stati inutili, malgrado aspetti talvolta duri e
censurabili, i quarant’anni di opposizione. Nei
prossimi giorni, la Fraternità invierà una lettera
del Superiore Generale a tutti i suoi fedeli del
mondo che così inizia: << Il Motu Proprio
pontificio ristabilisce la Messa tridentina nei
suo diritti e riconosce chiaramente che non è mai
stata abrogata. Così, la fedeltà a questa messa
–per la quale molti preti e laici sono stati
perseguiti e sanzionati per molti decenni– non è
mai stata una disobbedienza >>.
La strategia del recupero della Tradizione,
iniziata da Giovanni Paolo II, pur
costretto all’obbligata scomunica, coglie con
Benedetto XVI un successo notevole, nella
prospettiva dell’ antico progetto ratzingeriano
di una “riforma della riforma“, e non soltanto
quella liturgica. Le proteste di certi
episcopati? Qualcuno fa notare che, stando a
impietose proiezioni, entro vent’anni almeno un
terzo delle diocesi dell’Occidente –compresa la
Francia, che è quella che più disapprova
l’iniziativa papale - dovrà essere addirittura
soppresso per mancanza di clero . Difficile,
dunque, per vescovi con forze ridotte al lumicino,
far la voce grossa contro quei “lefevriani“ che,
al contrario, godono di un flusso ininterrotto di
vocazioni. La stessa diocesi di Parigi ha ormai
un numero di sacerdoti diocesani (con un’età media
assai avanzata e spesso sfiduciati) di poco
superiore a quello degli invisi “tradizionalisti“,
i cui preti sono in maggioranza giovani,
fortemente determinati, forgiati allo studio e
alla disciplina da seminari di rigore
implacabile.
Vittorio Messori
Corriere della Sera,
8 LUGLIO 2007
http://www.et-et.it/articoli2007/a07g08.htm