|
«In
questioni teologiche difficili e non definite, occorre
dare il proprio parere con umiltà e pace, conformandosi
alla istruzione e capacità degli ascoltatori,
insistendo maggiormente sulla pratica della Chiesa,
esortando a seguire i buoni costumi; invece di lasciarsi
coinvolgere da controversie che non hanno una conclusione
certa e che sono quindi pericolose sia per chi le
spiega [abuso di potere, orgoglio spirituale e
intellettuale] e sia per chi le ascolta [se non ha
la capacità e la preparazione per comprenderle e metterle
in pratica correttamente]» (s.
Ignazio da Loyola, Obras Completas, Madrid,
BAC, 1982, pp. 289-290).

San Vincenzo da
Lerino nel Commonitorium (cap. III) insegna che in
tempi di crisi, quando l’errore si espande talmente da
invadere quasi tutta la Chiesa (la quale resta pur
sempre “Chiesa fondata su Pietro” come Cristo l’ha voluta,
e ciò è reputato possibile dal santo, senza dover parlare
necessariamente di “sede vacante”), occorre restare fermi
e rifarsi a ciò che la Chiesa ha sempre insegnato e
fatto, evitando ogni cambiamento e novità (sia da
“destra” e sia da “sinistra”). Il santo non incita alla
proclamazione della vacanza di autorità nella
“quasi totalità della Chiesa” e neppure all’aggiornamento;
ma semplicemente a “fare quel che si è sempre fatto”,
senza pretendere di poter capire tutto. Punto e basta.
Questo è certo. Le interpretazioni di tale crisi possono
essere molteplici e diverse, a condizione di: a)
non essere contrarie alla fede o alla retta ragione; b)
non pretendere di essere ‘infallibili’ o ‘assolutamente
certe’ e vincolanti sotto pena di peccato grave, quando
non si possiede l’autorità necessaria per poterlo fare.
A partire da
Paolo VI sino a Giovanni Paolo II (e purtroppo si continua
con Benedetto XVI, anche se “finché c’è vita c’è speranza
soprannaturale”, ma non illusione o presunzione e
tanto meno disperazione come se il “braccio di Dio si
fosse accorciato”) assistiamo al fatto (e “contro i fatti
non ci sono argomentazioni che tengano”) di ‘Governanti
spirituali’, i quali usano malamente del loro potere.
Governano de facto,
hanno il Titolo di Autorità (o
sono Governanti de jure), ma l’Esercizio
di essa lascia perplessi (come ad esempio un ingegnere
può progettare ponti de facto, in più avere il
titolo o laurea di ingegnere, ma l’esercizio della sua
ingegneria lascia insoddisfatti, se alcuni suoi ponti
crollano). Questo esercizio deficiente dell’Autorità si
già dato nel corso della storia della Chiesa, anche se
non nello stesso identico modo, ma solo
analogamente e in maniera meno grave. Infatti, oggi ci
si trova di fronte a tre Papi (entrati nella storia,
dacché il loro pontificato è “definitivamente” terminato
con la loro morte e sui quali si può dare un giudizio
storico “definitivo”; mentre su Benedetto XVI il giudizio
può essere avanzato, ma sempre lasciando aperta le porta
ad una “conversione” la quale è impossibile solo ai
dannati. Pertanto asserire che la conversione di J.
Ratzinger non è possibile, significa negare,
praticamente, l’onnipotenza divina) che hanno
insegnato (“pastoralmente”, senza aver voluto impegnare
l’infallibilità) cose contrarie alla dottrina
tradizionale della Chiesa.
In passato,
tanto per fare un esempio,
Alessandro VI (prima di essere Papa) comprò
(simoniacamente) l’elezione pontificia.
Ora il simoniaco,
come
insegna s.
Tommaso:
“vendendo o
comprando cose spirituali, manca di rispetto a Dio e
commette un peccato di irreligiosità” (S. Th.
II-II, q. 100, a. 1, in corpore). “L’irreligiosità
è una protesta di incredulità, ecco perché la
simonia viene considerata un’eresia” (ad 1um). Il
Savonarola, nella sua polemica con Alessandro VI, sembra
aver estremizzato il pensiero dell’Angelico facendogli
dire che il simoniaco, dacché compra cose sacre, non crede
al sacro in quanto sacro, è ateo e non cristiano.
Quindi non potrebbe essere il capo del
cristianesimo.
Invece s.
Tommaso, con molto equilibrio e senso delle distinzioni,
scrive che: «Il Papa può incorrere nel peccato di
simonia, come qualsiasi altro uomo» (ad 7um). Si
noti bene che non è una questione di vita morale privata,
ma di pubblica ‘mancanza di fede’ o incredulità, ossia
volontà pubblica e oggettiva (finis operantis) di
non curare il ‘bene–fine’ spirituale della Chiesa, anzi
addirittura di eresia (“la simonia viene considerata
un’eresia”, S. Th., II-II, q. 100, a. 1, ad 1um). Però,
nonostante ciò, san Tommaso e la Chiesa considerano il
simoniaco Papa in potenza e in atto, non lo dichiarano
“occupante abusivo” (oggi si direbbe “squatter”)
del Soglio pontificio. I Domenicani italiani commentano
così il passaggio della Somma Teologica: “Sarebbe
storicamente impossibile difendere certi Sommi Pontefici
da una tale accusa [di simonia]” (La Somma Teologica,
Firenze, Salani, 1967, vol. XVIII, p. 397, nota 1). Anzi
s. Pio X nella Costituzione apostolica “Vacante Sede
Apostolica” del 25 dicembre 1904, al n° 79,
dispone che ‘la eventuale pattuizione simoniaca la quale
venisse fatta intorno all’elezione del Papa non comporta
la sua nullità’ (cfr.
F Roberti-P.
Palazzini, Dizionario di Teologia Morale,
Roma, Studium, 4a ed., 1968, 1 vol., p. 361). È possibile,
mi domando e dico, che oltre san Tommaso d’Aquino anche
san Pio X abbia errato? Forse non era Papa neanche il
Sarto? Infatti la “Costituzione apostolica” è una Lettera
inviata dal Papa di propria iniziativa, in materia
dogmatica o disciplinare; essa, normalmente, se vincola
dommaticamente o ha valore giuridico universale
(come in questo caso), è assistita
dall’infallibilità (cfr.
F. Roberti-P.
Palazzini, Dizionario di Teologia Morale,
Roma, Studium, 4a ed., 1968, 1° vol., p. 146). Anche la
prestigiosa
enciclopedia cattolica (Città del Vaticano, 1950,
vol. IV, coll. 779-780) conferma il valore infallibile di
una Costituzione pontificia o apostolica disciplinare di
carattere universale, scrivendo che le Costituzioni
apostoliche o pontificie:«Sono atti solenni del
Romano Pontefice nei quali vengono trattati gravi problemi
riguardanti la dottrina e la disciplina (…). Esse sono
gli atti legislativi più solenni nella forma e più
importanti nel contenuto, che il Sommo Pontefice emana
motu prorio e direttamente, con efficacia di
leggi generali (…). Normalmente riguardano definizioni
e decisioni circa la fede o la disciplina generale
della Chiesa (…). Si distinguono nettamente dagli altri
atti legislativi pontifici che si riferiscono a
provvedimenti di minore importanza e di carattere
particolare (Motu proprio, chirografi, ecc.)».
La Chiesa ha
constatato che de facto Alessandro VI dopo
l’elezione ha governato (pur se poco dignitosamente quanto
all’esercizio, pensando molto agli affari
temporali della sua casata e poco al bene
spirituale della Chiesa ed anche questo non è un fatto
di vita privata, ma indice oggettivo della volontà di
negligenza nel procurare il bene soprannaturale
delle anime, “suprema lex Ecclesiae”). La
Chiesa lo ha riconosciuto come legittimo pastore, anche se
ben quattro cardinali e tre re (di Francia, Spagna e
Germania) chiesero di riunire un Concilio (imperfetto) che
deponesse Alessandro VI in quanto (ante
electionem) simoniaco e non cristiano, quindi
incapace di essere il capo del cristianesimo
e (post electionem) non governante
spirituale,
ma solo
temporale,
della
Chiesa.
Era lecito porsi il problema teorico sulla
legittimità del Borgia, ma la loro richiesta fu scartata
praticamente da tutti gli altri cardinali e vescovi
(e poi teoreticamente da s. Pio X con una legge o
Costituzione apostolica universale), poiché uno scisma e
vari antipapi avrebbero causato più danni del Borgia. Così
potrebbe essere (analogamente) quanto al NOM di Paolo VI,
esso è nocivo e da abrogare o correggere sostanzialmente
(come hanno spiegato e chiesto i cardinali Ottaviani e
Bacci allo stesso Paolo VI nel 1970), ma la Chiesa
(Ottaviani e Bacci compresi e persino mons. Lefebvre e De
Castro Mayer, i due vescovi con giurisdizione che hanno
combattuto sino in ultimo le novità del “Concilio
pastorale”) si accontenta di constatare che de facto
Paolo VI ha governato, gli spetta il
Titolo di Autorità (o è Papa
de jure), anche se l’Esercizio
pratico di essa è stato catastrofico e cerca di porre
rimedio “coprendo le vergogne del padre”. Quando p. Saenz
y Arriaga alla fine del Concilio espresse la sua opinione
“sedevacantista” e chiese ai cardinali Ottaviani, Bacci,
Parente, Siri, Palazzini – riuniti in un congresso di “Chiesa
Viva” a Brescia - di dichiarare che Paolo VI non era
Papa, essi risposero unanimemente di no, pur disapprovando
il comportamento e le idee montiniane. Pensare che quattro
preti e un centinaio di fedeli possano riuscire senza
produrre sconquassi ove si astennero i succitati cardinali
e vescovi (e san Pio X), mi sembra un’illusione. Se –
ammesso e non concesso – papa Borgia (/Montini), fosse
stato deposto da un Concilio imperfetto o dai cardinali,
chi avrebbe potuto provare, con certezza assoluta, davanti
alla Chiesa e ai fedeli, che Alessandro (/Paolo) VI era
stato realmente deposto, non era più realmente
Papa? Quante perplessità, confusioni e scismi, ne
sarebbero nati? Quanti “papi” avrebbero preteso di essere
il vero unico Papa? Alcuni cardinali e vescovi si
sarebbero schierati con Tizio, altri con Caio, altri
ancora (e sarebbero stati la maggioranza) sarebbero
restati con Alessandro (/Paolo) VI. Sarebbe ricominciato
un altro grande scisma (come l’avignonese), peggiore del
simoniaco pontificato del Borgia (è quel che è successo
poi nel 1969-70, con la nomina ‘sedevacantista’ di un
anti-papa a Palmar de Troya in Spagna, in maniera meno
grave e più ridicola). L’unica certezza è che la
situazione posteriore a papa Borgia (/Montini)
sarebbe stata peggiore del pontificato simoniacamente
comprato, ma poi realmente esercitato, anche se
spiritualmente non bene, di Alessandro VI e quindi
secondo l’insegnamento di s. Tommaso, ci si doveva
accontentare del (presunto e inizialmente)
“tiranno” o cattivo governante (spirituale) piuttosto che
deporlo per star peggio ancora. Alessandro VI è annoverato
dalla Chiesa gerarchica, storicamente, tra i Papi. Egli,
pur avendo (almeno prima dell’elezione) peccato di
“irreligiosità” (in quanto realmente e veramente
simoniaco) e non avendo voluto agire nel modo migliore
(dopo l’elezione) per il bene spirituale della
Chiesa come società soprannaturale, tuttavia ha
governato de facto, è stato il
suo capo visibile de jure (Titolo),
anche se maggiormente come principe temporale
che come pontefice spirituale (Esercizio).
La Chiesa ha tenuto in considerazione (almeno sino al
1904) solo la realtà dei fatti e poi con s.
Pio X anche la possibilità teorica dell’elezione
pontificia comprata simoniacamente (equiparata all’eresia,
da san Tommaso) ed ha legiferato, in una
Costituzione apostolica per la Chiesa universale e quindi
infallibile, che essa sarebbe valida comunque. Così, nel
secolo di ferro (X sec.) o nella Rinascenza, quanti Papi
non hanno voluto, principalmente ed oggettivamente
a giudicare dagli atti posti (finis operis), il
bene spirituale della Chiesa ma hanno desiderato,
soprattutto, il proprio profitto temporale e
quello della propria fazione o famiglia? Questi Papi,
de facto hanno (mal)-governato spiritualmente
la Chiesa (è una certezza storica e un fatto dogmatico),
ma praticamente hanno esercitato o avuto il governo e il
potere pontificio (de facto et de jure),
canonicamente riconosciuto con s. Pio X.
Alcuni
esempi tratti dalla storia della Chiesa
Il potere civile
è intervenuto più volte nell’elezione dei Papi (sino a s.
Pio X, con il veto dell’Austria contro il cardinal Mariano
Rampolla), non sempre per il fine-bene della Chiesa (o
salus animarum), ma spesso per imporre i suoi
candidati, i quali nonostante ciò sono considerati - se
vi è stata elezione canonica legittima -
veri Papi (cfr.
Enciclopedia Cattolica, vol. IX, col. 754, voce
“Papa”).
● L’imperatore
Costanzo, ha mandato in esilio papa
Liberio (+
24. IX. 366) ed ha nominato l’antipapa Felice II nel 355,
ma quando Liberio tornò dall’esilio a Roma il popolo e il
clero romano cacciarono Felice II (365), che, non
essendo stato eletto canonicamente, non è
annoverato dalla Chiesa nel catalogo ufficiale dei Papi.
● L’imperatore
Teodorico, nel 526, benché moribondo, designò come Papa
Felice iv
(12. VII. 526 - 22. IX. 530). Il clero e popolo romano,
nonostante l’elezione a-canonica e quindi
(probabilmente, per quei tempi) invalida di
Felice IV, a causa delle sue virtù (è ascritto tra i
Santi) lo riconobbero e l’elezione
divenne, solo allora, canonicamente legittima
e Felice veramente Papa.
● Il generale
bizantino Belisario, durante la campagna in Italia contro
i Goti, entrato a Roma, depose a nome dell’imperatore
Giustiniano, in modo anti-canonico,
papa Silverio
(1. VII. 526 - 11. XI. 537). Teodora, moglie di
Giustiniano, accusò falsamente Silverio di alto tradimento
(contro Bisanzio) a favore dei Goti. Belisario convocò
papa Silverio e lo degradò delle insegne pontificali, lo
depose dal trono e lo esiliò in Licia. Belisario fece
eleggere in maniera non canonicamente legittima
Vigilio (29.
III. 537) che è considerato (per otto mesi, dal marzo al
novembre del 537) papa illegittimo, sino a quando
divenne vero Papa solo grazie alla rinunzia di Silverio
(11. XI. 537) e al riconoscimento, o elezione
canonica legittima, da parte del clero e popolo
romano.
● Infine
l’imperatore Ottone I radunò un concilio imperfetto nella
basilica di s. Pietro e depose papa
Giovanni xii
(16. XII. 955 – 14. V. 964), che era stato eletto a soli
18 anni ma in maniera canonicamente legittima
e gli sostituì, anti-canonicamente e
senza l’accettazione del clero romano, Leone III (4. XII.
963), che è considerato perciò dalla Chiesa antipapa.
La dottrina e la
pratica della Chiesa cattolica è chiara a questo riguardo:
solo dopo l’elezione canonica, se l’eletto accetta viene
subito investito di tutto il potere pontificio (cfr.
Hugo Aemilius
Lattanzi, De Ecclesia Societate atque Mysterio,
Roma, Pontificia Università Lateranense, (1956) 1969,
p. 245: «Per il fatto stesso che è legittimamente eletto
ed accetta la sua elezione, in locum Petri succedit».
Cfr. anche P.
Palazzini [a cura di], Dictionarium morale et
canonicum, Roma, Officium Libri Catholici, 1966, I
vol. , voce “Conclave” e III vol., voce “Papa
seu Romanus Pontifex”).
L’Autorità è
l’essenza della società e quindi della Chiesa. Il Papa non
è accidentale ma essenziale per la sussistenza della
Chiesa
(cfr. san
Tommaso d’Aquino,
C. Gent., IV, c. 76). Senza un Papa che
regni in atto non sussiste il Corpo Mistico.
Asserire (come fanno i “tesisti”) che i cardinali
“conciliari” eleggono soltanto e
realmente, ma non legiferano, dacché far leggi è la natura
dell’Autorità, onde i cardinali “conciliari”, pur
non avendo autorità formale, possono
validamente scegliere un Papa, il quale è eletto
validamente ma non legifera ossia non è l’Autorità in atto
o formalmente; significa rinviare ma non risolvere il
problema, dacché l’Autorità è l’essenza della Chiesa. Onde
la Chiesa sarebbe ancora Chiesa ma senza avere
l’essenza o natura di Chiesa, il che ripugna
assolutamente essendo contraddittorio; come se il legno
fosse - nello stesso tempo e sotto lo stesso rapporto -
legno e non legno. I cardinali eleggono validamente
qualcuno che non è l’Autorità, ma ciò sarebbe anarchia
pratica e vissuta. Infatti cosa lo eleggono a fare?
Agiscono forse a vuoto? Senza alcun fine?
Ora omne agens agit propter finem e natura
abhorret a vacuo. Tutto ciò sarebbe peggio persino
della democrazia moderna, ove i cittadini sono chiamati a
votare qualcuno che poi, una volta eletto, governerà con
autorità e non per esercitare l’anarchia pratica.
Immaginatevi se si dicesse ai cittadini (i quali
certamente non sono all’altezza dei cardinali, con tutti i
difetti che possono avere i cardinali conciliari e non)
prima dell’elezioni, che i deputati eligendi non avranno
alcun potere di governare e legiferare, loro stessi (non
avendo studiato, Deo gratias, la “Tesi” ed essendo
ancora perciò ancorati alla realtà) capirebbero
l’assurdità, la contraddittorietà di tale teoria e
l’inutilità del loro poter votare validamente un
deputato inabile a governare (contraddictio in
terminis), il che equivarrebbe farli agire a vuoto e
senza un fine, quod repugnat.
Se sino al 2005
si poteva rispondere che i cardinali eleggevano un “papa”
solo in potenza o materialiter, aspettando che
passasse all’atto e diventasse Papa formaliter;
dopo l’elezione di Benedetto XVI non è più così, è cessata
anche la potenza e si è precipitati nel nulla. Ora ex
nihilo nihil fit. Quindi dal 2005 l’Antitesi di Verrua
si è auto-“annichilita”, è un “nulla” e perciò omnimodo
repugnat.
I limiti
del diritto positivo
La legge umana
(anche ecclesiastica) non può impedire tutti i
vizi, ma solo i più gravi (ossia soprattutto quelli
che minacciano la conservazione, l’ordine e la pace
della società; come pure solo quelli che la maggior
parte degli uomini riesce ad evitare). Perciò la legge
umana può permettere, tollerare o non impedire
(senza con ciò volere o approvare) un male minore, per
evitare rivolte sociali e mali maggiori. Come la
Provvidenza divina permette dei mali per trarne un bene
maggiore, così il governante saggio e prudente tollera
alcuni mali per il solo fine del supremo ordine o pace
sociale
(fine di socialità). Ad esempio s. Pio V – che non era né
‘liberale’ né ‘fanatico’ - tollerava a Roma le “case di
tolleranza” (secondo la dottrina tomista, De Regimine
Principum, IV, 14: “La donna pubblica sta alla società
come la cloaca al palazzo. Togli la cloaca e il palazzo
sarà appestato…”) per evitare un male maggiore: “adulterii
con donne non pubbliche e rovina delle famiglie,
omosessualità, scandali sulle pubbliche vie” (cfr. S. Th.
II-II, q. 10, a. 11). Onde può occorrere di doversi
accontentare del meno buono, dell’imperfetto, in mancanza
del meglio, per evitare il peggio, allorché il meglio è
nemico del buono. Il prudente legislatore (diversamente
dal fanatico, ‘fariseo/calvinista’ a “destra” o
‘liberal/giacobino’ a “sinistra”) non pretende mai di
condurre tutti gli uomini immediatamente alla
virtù, ma solo gradualmente
(natura non facit saltus. Nemo repente fit optimus vel
pessimus). Oggi, non si può pretendere che in un
giorno vengano risolti tutti i problemi che agitano la
cristianità da quarant’anni (NOM e Vaticano II). Quindi
bisogna assicurare un minimo indispensabile di
ordine, che renda possibile la
convivenza umana,
evitando il caos anarchico,
secondo il principio del minor danno da
tollerare (e non da volere e fare positivamente), per
favorire la pace (che è la “tranquillità dell’ordine”)
della maggior parte della società. La prudenza di chi
governa è l’arte del possibile (ad esempio, di ciò
che è realmente possibile oggi riguardo al caos liturgico
introdotto dal NOM) e non la tesi dell’improbabile,
se non addirittura dell’impossibile. Per amore di un
ideale attualmente
irraggiungibile,
ad esempio, la
restaurazione, odierna, perfetta e
immediata
della lex credendi et orandi, (alla quale, però,
non bisogna mai
rinunciare in linea di principio ed occorre tendervi
sempre come ideale da conseguire gradatim), si
porta la società alla catastrofe, con rivoluzioni sociali
e scismi religiosi (si pensi alla rivolta, in senso
stretto, che scoppierebbe - anche tra i fedeli, per non
parlare dei sacerdoti e degli episcopati - se fosse
imposta da un giorno all’altro la sola Messa tridentina).
Compito principale del legislatore è anche quello di
stabilire un minimo di unità o “tranquillità dell’ordine”,
e non la rivoluzione perpetua, poiché è grazie
all’amicizia che si conservano le società, “regnum
contra se divisum desolabitur”.
“Ens
et Unum convertuntur”,
quindi se manca un minimo di unità, manca
l’essere e la Chiesa non esisterebbe più. Ma
ciò è impossibile. L’unità è una nota essenziale della
Chiesa ed è (come spiega padre
Bernard Schultze
s. j., del ‘Pontificio Istituto Orientale’di Roma)
essenzialmente concentrata nell’unico Capo visibile della
Chiesa, il Pontefice Romano, al quale rimonta il principio
della successione apostolica (o apostolicità formale).
L’unità della gerarchia cattolica consiste nell’unione col
successore di Pietro (cfr.
Enciclopedia
Cattolica, Città del Vaticano, 1954, vol. XII, voce
“Unità”). Unità significa che la Chiesa è indivisa in sé
(se fosse divisa in se stessa sarebbe morta come quando
l’anima lascia il corpo e l’uomo si divide, decompone e
muore) e distinta da ogni altra “chiesuola”. Ora senza
Papa (come senza anima che è principio di vita, essere e
unità intrinseca) la Chiesa (e l’uomo, per analogia) sono
morti, ma la Chiesa perdurerà sino alla fine del mondo,
non un istante prima. Dunque la “Tesi” non regge. San
Tommaso d’Aquino riassume mirabilmente: «La fermezza o
unità (firmitas) della Chiesa è analoga a quella di
una casa che si dice solida se ha un buon fondamento. Ora
il fondamento principale della Chiesa è Cristo, mentre il
fondamento secondario sono gli Apostoli (con Pietro a
capo). Per questo si dice che la Chiesa è apostolica» (Exp.
in Symbol., a. 9). Togli il Papa e crolla la
Chiesa, ma rimane (apparentemente) in piedi la
“Tesi”... Sarebbe un peccato se si continuasse a non voler
prendere atto della realtà, come l’aveva descritta in
anticipo di quasi venti anni p. Guérad; con l’elezione di
Benedetto XVI la “Tesi” ha cessato di esistere (e su
questo non ci piove).
La
resistenza alle leggi ingiuste
Una legge umana
(anche ecclesiastica) positiva (ad esempio, NOM,
libertà religiosa), che si oppone a quella divina e
naturale, non è vincolante, non obbliga in coscienza, anzi
è moralmente lecita anche la resistenza (come quella di s.
Paolo a s. Pietro, Gal. II, 11-21) a condizione che
essa non travalichi i limiti della conservazione del bene
comune, il quale prevale su quello individuale. Onde
in alcuni casi particolari, quando si tratta di evitare
scandali, gravi turbamenti, o di cadere nello
spirito costante di ribellione (per principio)
e di anarchia, si può capire (senza condividere)
l’esitazione sull’opportunità e le modalità della
resistenza. (Forse questo potrebbe spiegare l’attitudine
di alcuni sacerdoti, vescovi e cardinali, che, pur
comprendendo la gravità delle deviazioni dottrinali e
liturgiche, hanno preferito non resistere esteriormente,
pur senza accettare interiormente, onde evitare il caos in
cui, poi,
sono realmente caduti alcuni tradizionalisti radicali).
Ottaviani e
Bacci, dopo aver presentato il “Breve esame critico del
NOM” a Paolo VI, hanno taciuto e atteso;
monsignor
Lefebvre e De
Castro
Mayer hanno resistito pubblicamente, ma non hanno negato
il Governo de facto, il
Titolo
autoritativo de
jure,
anche se
hanno espresso le loro perplessità sull’Esercizio
deficiente di tale Titolo. La legge ingiusta (tirannide in
esercizio) va contro l’ordine di Dio e della retta
ragione. Quindi, in caso di conflitto tra legge umana
ingiusta e legge divina, occorre “ubbidire a Dio,
piuttosto che agli uomini”, come risposero gli Apostoli al
“Sommo Sacerdote” (e non al Re temporale). Nessun
cristiano ha mai argomentato che l’occupante materiale
della “Prima Sede Sinagogale” dell’Antica Alleanza (Caifa)
non doveva essere preso in considerazione dagli Apostoli,
sotto pena di un loro “scisma capitale” da Cristo, poiché,
pur condannando il suo operato e non obbedendogli nei suoi
ingiusti ordini lo riconoscevano come Sommo Sacerdote. Lo
stesso argomento lo si potrebbe applicare a Gesù stesso,
che, pur rinfacciando pubblicamente a Caifa il suo mal
governo (durante l’interrogatorio del Venerdì Santo), lo
riconosceva come Sommo Sacerdote, e così gli Evangelisti,
ispirati dallo Spirito Santo con inerranza. Ora, secondo
l’argomentare dei “tesisti”, Gesù avrebbe fatto scisma da
se stesso e lo Spirito Santo avrebbe errato, ispirando gli
Evangelisti a scrivere nel Vangelo che Caifa era il Sommo
Sacerdote anche mentre condannava ingiustamente a morte
Cristo. Ma tutto ciò è impossibile e quindi falso. Caifa
quoad substantiam era l’Autorità de jure, la
esercitava de facto, ma malamente quoad modum.
Tuttavia tale
principio (poter obiettare di fronte ad un ordine ingiusto
la volontà di non obbedire) si concilia con l’obbligo
di rispettare abitualmente l’ordine costituito,
infatti la resistenza attuale alla legge
ingiusta
non comporta, di per sé, la negazione abituale
dell’Esercizio dell’Autorità.
La resistenza
può essere fatta: 1°) in modo non violento: a)
non eseguendo la legge (resistenza passiva, che è sempre
lecita); b) tramite resistenza attiva legale, con
petizioni, ricorsi ai tribunali… 2°) anche in modo
violento (a mano armata, ma solo nei confronti
dell’autorità civile, non di quella religiosa
alla quale si può resistere ma non cruentamente);
in questo caso, la tirannia o le leggi ingiuste devono
essere costanti e abituali; non basta una sola legge
ingiusta per il sollevamento armato o per l’abituale
disobbedienza ai governanti e la caduta del governo
tirannico non deve creare una situazione peggiore di
quella anteriore, onde la moltitudine soffrirebbe mali più
grandi.
Il saggio
realismo del ben governare
Papa
eretico o solo materiale?
La disputa sul
“papa eretico”, o su quello solo “materialiter” (=
in potenza, ma non in atto) che non ha la volontà
oggettiva di fare il bene della Chiesa, porta solo a delle
opinioni probabili, mai alla certezza assoluta.
Tra i teologi cattolici la questione del “papa eretico” è
disputata liberamente, (cfr.
A. X. Da Silveira,
La Messe de Paul VI. Qu’en penser?, Chiré, 1978, libro
scritto assieme a monsignor
Antonio De Castro
Mayer),
mentre quella della volontà di fare il bene della Chiesa
(p. Guérard des
Lauriers), se “in teoria” e “inizialmente”
può essere presa in considerazione, “de facto” e
dopo quaranta anni di mancanza di “forma” nel Papato, ci
porta ad una “Chiesa” morta e mortifera (come lo
stesso p. Guérard aveva predetto, parlando di “comparse
di papi” – e non più di “papi in potenza”- se
fosse stato eletto come Papa un vescovo consacrato con il
nuovo Pontificale, come è avvenuto con Benedetto XVI)
quale la Sinagoga dopo il deicidio, e a una sorta
di millenarismo tendenzialmente gioachimita
(terza era dello Spirito Santo, che spinge i fedeli a
vivere in uno stato di animo simile a quello dell’anno
Mille. Infatti, alcuni pensano che forse
“oggi” [dal 1958, dal 1965 o nel 2008?] siamo giunti
alla fine del mondo, perché non può esserci
interruzione nella catena dei Papi e poiché Cristo ha
sempre protetto la Chiesa, come promesso, mentre permette
“oggi” [1958, 1965 o 2008?] al Nemico di occuparla. Ma la
fine del mondo è “un lampo”, ora un lampo non dura mezzo
secolo. Quindi la “fine” del mondo non è “senza
fine”. Inoltre i “segni prossimi” della fine del mondo
tra cui la conversione d’Israele a Cristo, non sono ancora
sotto i nostri occhi, anzi… Quindi non si può affermare
neppure che “forse” la fine del mondo
è vicina). Nel 1985, due sacerdoti
sedevacantisti totali, mi spiegarono la loro “tesi” e
all’obiezione : “Ma dov’è la Chiesa, che deve durare sino
alla fine del mondo?” Risposero: “Siamo alla fine
del mondo”. Son passati più di venti anni… e il mondo
continua. Inoltre occorre ben distinguere gli “ultimi
tempi” (che son cominciati a partire dall’Incarnazione
del Verbo) dalla “fine del mondo”.
Ridurre la
Chiesa cattolica ad un ente puramente materiale e in fine
ad una “comparsa”, per quaranta anni, significa “de
facto” ucciderla giuridicamente, storicamente e anche
speculativamente.
|