Genesi del Talmùd
Eugenio Zolli,
ex rabbino capo di Roma convertito al cattolicesimo scrive che
il Talmùd è: “Il grande corpus delle tradizioni
rabbiniche, costituito da Misnah… e Gemarà (…). Si hanno due
redazioni del Talmùd, il Talmùd di Gerusalemme…, redatto in
Palestina verso il 425; il Talmùd babilonese, redatto in
Babilonia nel V secolo (…). Nel contenuto del Talmùd bisogna
distinguere la parte normativa o Halakà, dalla parte narrativa
o Haggadà. (…) Secondo l’opinione dei rabbini, Mosè ricevette
la Torà sul Sinai, la trasmise a Giosuè, Giosuè ai Giudici, i
Giudici ai Profeti ed i Profeti agli uomini della Grande
Sinagoga (…) La legge ricevuta da Mosè non sarebbe solo il
Pentateuco… ma anche… la Misnà e il Talmùd…”.
Riccardo Calimani
spiega, agevolmente, che con “la distruzione del Tempio nel 70
e.[ra] v.[olgare] e l’inizio dell’esilio favorirono la
crescita di una vasta Diaspora, vale a dire una dispersione
degli ebrei nell’intero bacino del Mediterraneo. Per questo
motivo, nelle scuole dei tannaim (uomini semplici e
virtuosi) si dedicava estrema attenzione alle regole contenute
nella Bibbia e alla necessità che venissero convenientemente
commentate. Il numero e la complessità di questi commenti…
crebbero a tal punto che divenne fondamentale una loro
classificazione in una sorta di protocollo; di qui ebbero
origine le mishnayot. La tradizione attribuisce
all’Accademia di Tiberiade la formalizzazione che
successivamente ebbe maggior seguito e superò le altre per
importanza: la Mishnah, la cui redazione si concluse
nel 200 e.v. (…). Una credenza rabbinica, che nel tempo si
diffuse sempre più e divenne autorevole, arrivò a sostenere
che Mosè aveva ricevuto la Torah totale sul monte Sinai
sia nella forma scritta, Torah o Pentateuco, sia nella
forma orale, Mishnah. Trasmessa a Giosuè e da questi
agli anziani e poi, via via…, fu affidata alla memoria degli
uomini che la redassero materialmente. Sotto questa nuova luce
la Mishnah …, acquista, come Legge orale trascritta
dopo la Rivelazione sul Sinai, un’importanza enorme (…). Non
c’è da stupirsi, per tanto, che ne siano scaturiti
innumerevoli commentari (…). Gli amoraim
(letteralmente: relatori) furono quei maestri che, fra il III
e il V secolo circa, succedettero ai tannaim
(ripetitori, insegnanti, dal I al III secolo) e diedero vita a
un grande commentario detto Ghemaràh il quale aggiunto
alla Mishnah, prese il nome di Talmùd. La scuola
palestinese produsse il Talmùd di Gerusalemme, e quella
di Babilonia il Talmùd Babli, considerato il più
importante e concluso nel VI secolo e.v.”.
Riassumendo:
Il Talmùd si compone di Misnà, (la spiegazione
orale della Torà o Legge scritta), messa per iscritto nel 190
d.C., consegnata oralmente a Mosè sul Sinai assieme alla Torà
scritta (nel 1280 a.C.) e di Gemarà (commenti alla spiegazione
della Torà, ossia alla Misnà, messi per iscritto nel IV secolo
d.C. a Gerusalemme, e nel VI secolo a Babilonia).
Elio Toaff,
rabbino capo di Roma (all’epoca in cui scriveva) nel suo libro
Essere ebreo, spiega che “il Talmùd si comincia a
studiare a dieci anni. Possibilmente con un maestro o con un
compagno. Questo studio dura fintanto che si vive. Nel
Talmùd si trovano le origini di quello che è l’ebraismo
attuale. Studiando il Talmùd si scoprono le origini
dell’ebraismo moderno”.
San
Giovanni Bosco,
(Storia sacra, Torino, SEI, IX ediz., 1950), scrive
che: “Il Talmùd, è il corpo della dottrina ebraica, che
abbraccia la religione, le leggi e i costumi degli ebrei. Ve
ne sono due: quello di Gerusalemme, composto dai rabbini di
questa città verso l’anno 200 d.C., in favore dei giudei che
dimoravano nella Giudea; e quello di Babilonia, composto in
questa città circa 200 anni dopo il primo, per uso dei giudei
che abitavano al di là dell’Eufrate. Sono ripieni di
stravaganze e di asurdità. Si compongono
A)
di Misnà: il codice di diritto ecclesiastico e
civile dei giudei. Questa parola significa ‘ripetizione della
legge’ o ‘seconda legge’. I giudei credono che oltre la legge
scritta, Mosè abbia ricevuto sul monte Sinai altre leggi che
comunicò a viva voce e che si sono conservate tra i dottori
sella Sinagoga, sino al tempo del famoso rabbino Giuda il
Santo, che scrisse la Misnà verso l’anno 180 d.C. Esso non è
altro che la raccolta dei riti e delle leggi orali dei giudei.
B) di Gemarà:
‘complemento’ o ‘perfezione’. E’ il nome della seconda parte
del Talmùd, la prima della quale si chiama Misnà. La Gemarà è
riguardata dai giudei come il ‘compimento o perfezione della
legge’ (Misnà) e una spiegazione di essa” (p. 234, 241,
253).
Piano e contenuto
del Talmùd
a)
Piano
“I due Talmùd (di
Gerusalemme e di Babilonia) si presentano come un commento
della Misnah e quindi bisogna riferirli ad essa (…) Essa si
divide in sei sezioni, ogni sezione comprende diversi
trattati, che sono divisi in capitoli e versetti”.
La sezione IV è la più interessante (riguardo ai rapporti
giudaismo-cristianesimo), essa si intitola Neziqim
(danni), riguarda il diritto civile e penale, è composto di
dieci trattati: Baba qamma (‘prima porta’, riguarda i
danni in genere e le riparazioni), Baba mesia (‘porta
intermedia’, danni mobiliari e immobiliari, usura e affitto),
Baba batra (‘ultima porta’, compra-vendite e
successioni), Sanhedrin (tribunali e pene capitali),
Makkot (fustigazone), Chebuot (giuramenti),
Eduyot (testimonianze rabbiniche), Aboda Zara
(idolatria), Pirqé Abot (sentenze morali), Horayot
(decisioni erronee).
Padre
Joseph Bonsirven s.j.
ci spiega che la dialettica talmudica, non si accorda
con la mentalità che gli europei hanno contratto dalla logica
aristotelica, fatta di sillogismi e deduzioni rigorose, il
Talmùd è impregnato di spirito ermetico, usa una terminologia
particolare, ha uno stile impenetrabile, usa delle espressioni
convenzionali e conclude che “il solo metodo per diventare
maestri [di talmudismo] è di mettersi – sin da bambini – alla
scuola di un dottore versato nella lingua e terminologia
[talmudica], che conosce i segreti della legislazione
[ebraica], di leggere e rileggere il testo con il maestro,
ripetere e imparare a memoria ed empiricamente, numerose
nozioni che non si trovano nelle opere scientifiche e
critiche, come i dizionari, le grammatiche e le terminologie”.
Onde non si può presumere di conoscere il Talmùd dopo aver
studiato i primi rudimenti di lingua ebraica o aramaica; ma
per i non ebrei si deve ricorrere ai riassunti fatti da ebrei
convertiti, come Donin e alle antologie divulgative come
quelle di A. Rohling
(Der Talmudjude, 1878, tr. fr. aumentata, Parigi, 1889)
e di G.B. Prainatis
(Christianus in Talmude Judaeorum, Petropoli, 1892, tr.
it., Roma, Tumminelli, 1939, rist., Milano, Effedieffe, 2005),
per citare i più noti, le quali pur avendo i loro limiti (non
esprimono tutta la teologia talmudica) hanno anche una loro
utilità (fanno conoscere il pensiero del giudaismo
post-biblico su Cristo e i cristiani), facendo attenzione a
non lasciarsi coinvolgere emotivamente in uno spirito di
rivalsa che potrebbe portare all’odio, ma senza neppure
proibire l’uso per non cadere nell’abuso (abusus non tollit
usum).
b)
Contenuto
Padre Joseph
Bonsirven, nel Dictionnaire de Théologie Catholique
fa un sunto estremamente preciso e profondo della teologia
talmudica, egli era un rabbino (versato e profondo conoscitore
del Talmùd) convertitosi al cattolicesimo sino a diventare
gesuita e professore universitario di teologia a Lionee di
esegesi al ‘Biblicum’ di Roma (quindi molto ferrato anche
nella dottrina cattolica), onde le sue opere sono assai
scientifiche e precise,
per nulla animate da pregiudizi antisemiti o filosemiti (vi
sono anche questi ultimi e non solo i primi, come ci si
vorrebbe far credere oggi). Il gesuita nel D.Th.C. scrive che
nel Talmùd: “Vi sono delle deviazioni (…) che orientano verso
una forma di religione naturalista e razionalista. Ciò è
dovuto ad un’accentuazione di due dogmi: l’elezione di Israele
e l’autorità della Torà. La preoccupazione di salvaguardare la
nazione santa, conduce ad un separatismo e particolarismo
soffocanti, ad un orgoglio etnico inevitabile, che facilmente
diventa razzismo, nell’odio per lo straniero, nel culto del
popolo. In secondo luogo la quasi adorazione della lettera
della Scrittura sacra conduce ad una tal’esaltazione della
libertà umana, da renderla impenetrabile al volere di Dio e
all’azione della sua grazia; ad una ripugnanza per l’ordine
soprannaturale in senso stretto; all’eccesso dello spirito
legalista e giuridico…, aprendo la porta al formalismo e
all’ipocrisia. Inoltre l’autorità esorbitante del
rabbinismo, lega persino la volontà di Dio e pone in scacco i
suoi comandamenti (…), quindi lo spirito del giudaismo
[talmudico] (…) chiude le anime al messaggio cristiano,
totalmente soprannaturale”.
Indi padre Bonsirven cita “il grande storico del popolo
ebraico Henri Graetz (Histoire des Juifs, tr. fr., tomo
V, p. 154) che scrive: ‘I difetti dell’insegnamento
rabbinico-talmudico, le sottigliezze, l’abitudine di
discettare, la furbizia, penetrarono nella vita pratica del
giudaismo e degenerarono in duplicità, slealtà e spirito
complicato. Era difficile per gli ebrei ingannarsi tra loro,
poiché avevano tutti ricevuto la stessa educazione [talmudica]
e quindi combattevano ad armi pari. Ma spesso usavano
l’inganno e i mezzi illeciti riguardo ai non-ebrei’. (…) Più
che il Talmùd stesso – conclude il Bonsirven – è lo spirito o
l’educazione e l’insegnamento talmudico, che hanno nuociuto
tanto agli ebrei”.
Onde per i non-ebrei è del tutto ìmpari cercare di studiare il
nudo Talmùd, senza aver ricevuto un’educazione rabbinica, per
poterne conoscere lo spirito, occorre fidarsi di esperti come
il Bonsirven o lo Zolli, che ne conoscono il vero significato,
non lo esagerano (per odio razziale), né lo diminuiscono (per
pregiudizi di dialogo ecumenico inter-religioso, tanto di moda
adesso specialmente in ambiente ecclesiale). Onde si può
tranquillamente concludere che: “Il Talmùd è l’unica fonte
dalla quale deriva il giudaismo [post-biblico],… il giudaismo
è totalmente un prodotto dell’insegnamento talmudico”.
Il professor
Félix Vernet,
nel Dictionnaire Apologétique de la Foi Catholique
riassume: “Se il Talmùd si esprime in termini offensivi nel
confronto dei cristiani e del cristianesimo, abbiamo il
diritto di considerare questi passaggi come l’espressione del
pensiero ebraico o, come minimo, avendolo influenzato”.
Polemica tra cristiani ed ebrei sul talmudismo
Già
l’imperatore Costantino il grande (+ 337), figlio di s. Elena
ebbe “un atteggiamento di fonte agli ebrei [che] non rimase
senza influenze sul giure canonico (…). Vietava agli ebrei di
possedere degli schiavi cristiani”.
Egli, inoltre, definisce gli ebrei “una setta dannosa, ferale”.
Lo stesso
Zolli cita s. Girolamo (+ 420) che accusa ebrei e pagani di
“ingordigia di ricchezze”.
Inoltre “asserisce che gli ebrei oltraggiano nelle sinagoghe
il nome di Cristo”;
e “difende i distruttori della sinagoga di Callimaco nella
Siria, verso il 388”.
S. Agostino (+ 430) nel Tractatus Adversus Judaeos
“prevede la posizione sociale che attende gli ebrei: una casta
posta fuori dell’ordinamento civile e sociale”.
S. Efrem il Siro (+ 373) scrive che: “Chi si siede al desco
con i maghi (gli ebrei) non deve consumare il Corpo di Nostro
Signore”.
Dionigi il
Piccolo (+ 526) “ammonisce i cristiani di festeggiare la
domenica e non il sabato”.
Il vescovo di Verona, Raterio (+ 974) insegnava che: “L’amare
un ebreo… equivale alla negazione di Dio”.
Origene (+ 253) afferma che: “Gli ebrei non insorgono contro i
pagani, ma contro i cristiani e che oltraggiano giornalmente
il nome di Cristo”.
Socrate di Costantinopoli (+ 440) “riferisce che gli ebrei
avrebbero crocifisso un bambino cristiano”.
Questo sarebbe il primo accenno scritto all’omicidio rituale.
Anche Massimo l’Omologeta (+ 662) “sostiene che gli ebrei
considerano opera gradita a Dio l’uccidere gli altri”.
Amulo (+ 852), successore di s. Agobardo vescovo di Lione, nel
suo contra Judaeos (846) scrive che: “La convivenza
pacifica tra ebrei e cristiani torna…, a tutto danno della
vita religiosa dei cristiani”.
Nel XV secolo S. Giovanni da Capestrano, s. Bernardino da
Siena, il Beato Bernardino da Feltre, condannao l’usura
ebraica. Verso la metà del XVI secolo s. Ignazio da Loyola si
interessa di una missione fra gli ebrei, per la loro
conversione; così pure s. Carlo Borromeo (+1584)
Nel XVI secolo
Francisco Suarez scrive che gli ebrei “possono restare in
possesso delle sinagoghe esistenti, ma non devono costruirne
delle nuove; non devono costruirle nella vicinanza delle
chiese. Non devono farsi vedere durante il Venerdì Santo.
Devono portare un segno di riconoscimento”.
Lo Zolli conclude: “L’antisemitismo come tale, essendo
manifestazione d’odio [razziale] è estraneo alla Chiesa
cattolica”.
Ben presto i
cristiani hanno accusato pesantemente il Talmùd. “Di fatto –
scrive il rabbino convertito al cattolicesimo e divenuto
gesuita Joseph
Bonsirven – il Talmùd contiene il nòcciolo delle
storie, raccolte e sviluppate sotto il titolo Toledot Jesu,
un infame libello pubblicato in Germania verso il IX
secolo (…). Isidoro Loeb [ebreo e grande esperto di giudaismo]
riconosce che ‘ non vi è nulla di stupefacente che il Talmùd
contenga attacchi contro Gesù. Sarebbe strano se non ve ne
fossero’ (Revue des études juives, t. I, p. 256).
Un'altra accusa era quella dell’inimicizia
talmudica irreconciliabile verso i cristiani (…). Troviamo nel
Talmùd la condanna severa dei minim, molti vi vedono
una designazione dei cristiani. (…) I cristiani reagirono e
contrattaccarono, nel 548 con Giustiniano, poi quando alcuni
ebrei convertiti precisarono le accuse, ad esempio Nicola
Donin che sottomise a papa Gregorio IX (1238) trentacinque
articoli, riproducenti la dottrina talmudica, le cose
peggiorarono (…) A Parigi nel 1242 san Luigi IX re di Francia
fece bruciare alcune copie del Talmùd, dopo una disputa
pubblica tra Donin e il rabbino Yehiel”.
Félix Vernet
aggiunge che: “La parola minim (…), servì a designare i
cristiani, lo stesso vale per la parola goyim, essi –
maledetti dal Talmùd – anticamente rappresentavano i greci
d’Antioco o i romani di Tito e d’Adriano (…). Ora, è pacifico
che, in seguito, allontanatisi i greci, i romani…, e soffrendo
la presenza dei cristiani, gli ebrei presero l’abitudine di
applicare loro le sentenze contro i goyim. (…)
L’attitudine del Talmùd verso Gesù Cristo è
cattiva. Vi si ritrovano bestemmie e volgarità contro Gesù: la
sua nascita illegittima, insulti alla Madonna (…). Si possono
leggere tutti i testi talmudici relativi a Gesù, non in
un’edizione purgata di esso, ma nelle edizioni complete, o
nelle antologie compilate da
G. Dalman, in
H. Laible,
Jesus Christus in Talmud, Berlino, 1891 (…). Tuttavia –
ammonisce il professor Vernet – è successo che, nella foga
della polemica anti-ebraica, furono allegati dei testi
inautentici o mal compresi. Si è voluto dire che tutto il
Talmùd è totalmente cattivo. Questo è inesatto; i testi
riprovevoli, nell’insieme, sono relativamente rari, ma se il
Talmùd non è solo odio contro Cristo e i cristiani, vi è anche
dell’odio”
. Attenzione quindi ad evitare i due errori per eccesso (odio
razziale, errore e male ‘assoluto’) e per difetto (filo
giudaismo e ‘fratello maggiore’). La verità si trova nel
giusto mezzo di profondità e non di mediocrità, dunque è
lecita la polemica dottrinale e teologica anti-ebraica, vi
sono errori reali nel talmudismo, l’Antica Alleanza è stata
revocata e il giudaismo talmudico è mortuus et mortiferus.
Né giudaizzanti, né antisemiti biologici.
Infatti, continua il Vernet, la Chiesa quando
cominciò a conoscere approfonditamente la dottrina talmudica,
tra il 1238 e il 1240, grazie a “un ebreo convertito Nicola
Donin, di La Rochelle, che presentò nel 1238 al papa Gregorio
IX trentacinque articoli che riproducevano la dottrina dal
Talmùd e che, di fatto, ne sono estratti esattamente. (…)
Gregorio IX ordinò di aprire un’inchiesta (…), il Talmùd fu
condannato e degli esemplari furono bruciati pubblicamente a
Parigi, attorno al 1242”
.
Altri Papi condannarono il talmudismo:
Clemente IV (1267), Onorio IV (1285), Giovanni XXII (1320),
Benedetto XIII (1415), Giulio III (1554), Paolo IV (1564),
Gregorio XIII (1581), Clemente VIII (1593),Benedetto XIV
(1751), Pio VI (1775).
Infine quasi tutti i Padri ecclesiastici, i
Dottori della Chiesa e i Santi canonizzati hanno polemizzato,
pacatamente e teologicamente, con il giudaismo post-cristiano:
lo pseudo Barnaba, s. Giustino, Tertulliano, s. Cipriano,
Novaziano, Commodiano,
s. Melitone, s. Ireneo, s. Apollinare, s. Serafione, Eusebio
da Cesarea, s. Gregorio da Nissa, s. Giovanni Crisostomo, s.
Isidoro, s. Basilio, s. Cirillo d’Alessandria, s. Girolamo, s.
Agostino, s. Massimo da Torino, s. Isidoro da Siviglia, s.
Giuliano da Toledo, s. Agobardo da Lione, s. Pier Damiani, s.
Ambrogio, s. Leone Magno, s. Gregorio Magno, s. Bernardo di
Chiaravalle, s. Vincenzo Ferreri, s. Giovanni da Capistrano,
s. Bernardino da Siena, il beato Bernardino da Feltre, s.
Antonino da Firenze.
La ‘perfidia’ giudaica
α) La Chiesa ha
costantemente impiegato il termine ‘perfidia judaica’,
principalmente e in senso stretto, come sinonimo
d’infedeltà, o incredulità ostinata e volontaria nella
divinità di Cristo, da un punto di vista dogmatico. Numerose
bolle pontificie s’intitolano ‘empia perfidia giudaica’,
oppure ‘antica perversità ebraica’, ovvero ‘perfidia cieca e
indurita degli ebrei’. Tali espressioni le incontriamo assai
spesso negli scritti dei Papi e nei processi verbali dei
Concili, negli scritti dei Padri e dei Dottori della Chiesa,
infine nella liturgia. “Il giudaismo è maledetto e riprovato
da Dio, esso sussiste solo per la tolleranza e la misericordia
della Chiesa, che lo lascia vegetare affinché sia testimone
eterno della verità cristiana, nella speranza che un giorno si
convertirà a Cristo… Ma se lo si sopporta, egli non deve
dimenticare che il suo crimine [di deicidio] lo ha condannato
ad una schiavitù perpetua. La Chiesa sa bene che così facendo
alleva una serpe nel suo stesso seno, tuttavia ‘la carità di
Cristo la sospinge’ (…) gli ebrei sono creati ad immagine di
Dio e sono suscettibili di conversione, portano
inintelligemente la Legge di Dio nei Libri intelligenti”.
β) Tuttavia –
spiega Félix Vernet
– la parola ‘perfidia’ ha anche, conseguentemente e in
senso lato, un significato morale e non solo
speculativo-dottrinale o dogmatico. Perciò, dall’incredulità
dommatica nella divinità di Gesù Cristo, si passa come
conseguenza pratica alla “conversione simulata, alla falsità e
al tradimento. Vi si arriverà soprattutto quando gli ebrei
cominciarono ad allearsi con i nemici del cristianesimo”.
San Paolo ha predetto la conversione d’Israele entro la fine
del mondo (Rom. XI, 25: omnis Israel salvabitur),
‘tutto’ Israele (omnis) secondo l’opinione comune dei
Padri e degli esegeti significa la ‘maggior parte’, non
l’assoluta totalità e neppure solamente alcune conversioni
personali anche se copiose. La Chiesa quindi per ottenere tale
scopo (che è divinamente rivelato) è disposta a correre il
rischio di allevarsi una serpe in seno, cercando tuttavia –
prudentemente - di evitarne la morsicatura.
La legislazione restrittiva e
teologicamente ‘discriminatoria’ (o meglio ‘discriminante’)
della Chiesa nei confronti degli ebrei
La Chiesa ha difeso alcune libertà
fondamentali (civili e religiose) degli ebrei, ma ha pure
saputo limitarle affinché non ne venisse soffocata (e con lei
il mondo intero). La legislazione della Chiesa, comprende sia
le leggi codificate nel Corpus juris canonici, sia la
giurisprudenza e tutte le misure pratiche adottate nel corso
dei secoli dall’autorità ecclesiastica. Il principio sul quale
si fonda il diritto ecclesiastico nei confronti del giudaismo
talmudico è che gli ebrei e gli infedeli in genere, non
essendo battezzati, non sono sottomessi al diritto
ecclesiastico, a condizione di non violare il diritto
naturale, (inscritto nell’animo d’ogni uomo) e di non
offendere (o nuocere) la Chiesa (che in questo caso si appella
al diritto di legittima difesa). Quindi non ci si deve
meravigliare se essa concede loro alcune libertà e ne
restringe altre.
a)
Difesa delle libertà degli ebrei
Quanto alla
legislazione religiosa, il papa Clemente III (1190) nella
bolla Sicut Judaeis proibisce di battezzare gli ebrei
con la forza, di ferirli o ucciderli senza alcuna causa, di
turbare la celebrazione composta delle loro feste, di
impossessarsi disonestamente dei loro beni, di profanare i
loro cimiteri. Il papa Alessandro III (1180) stabilisce che
gli ebrei possono continuare a possedere le loro antiche
sinagoghe senza costruirne delle nuove.
b)
Limitazione di alcune di loro
Tuttavia essa ha
posto dei limiti o restrizioni (conoscendone la ‘perfidia’)
alla loro libertà religiosa, concessa non in sé ma solo in
quanto non battezzati. Gli ebrei diventati volontariamente
cristiani, se tornano al giudaismo sono da considerarsi e da
trattarsi come gli eretici. Infatti, sono ancora sotto la sua
giurisdizione e può consegnarli all’Inquisizione (Bonifacio
VIII). Gregorio XIII nella bolla Antiqua Judaeorum
improbitas (1 giugno 1581) stabilisce che si può
consegnare all’Inquisizione gli ebrei (o altri infedeli) che
violano il diritto naturale negando l’esistenza o l’unità di
Dio, invocando i demòni, o se bestemmiano Cristo alla maniera
degli eretici.
Per la legislazione
civile gli ebrei non possono sempre risiedere dappertutto
(essi furono espulsi dalla Francia, Inghilterra, Germania,
Spagna e Portogallo): i prìncipi una volta ammessa la presenza
di comunità ebraiche sul loro territorio, non potevano
scacciarli (Innocenzo IV, Sicut tua nobis, 1254) senza
una causa urgente e legittima (ad esempio se offendono e
mettono in pericolo la religione cristiana). Inoltre là ove si
trovano debbono risiedere assieme in uno stesso quartiere
(ghetto = borghetto) attorno alla loro sinagoga, tale
isolamento era, abitualmente, voluto e cercato dagli ebrei
stessi. Simon Schwarzfuchs, professore all’università
Bar-Ilan in Israele scrive che gli ebrei “Ben presto, per
proteggersi dal volgo, cinsero con un muro il loro gruppo
d’abitazioni. Così si creò un quartiere ebraico specifico”.
La coabitazione tra
ebrei e cristiani era proibita a causa del pericolo di
corruzione della fede e morale cristiana (Eugenio IV, Dudum
ad nostram, 1442).
Essi (secondo papa
Alessandro III, Decret., V, 6) non potevano andare
liberamente dappertutto (durante la Settimana Santa o la notte
dovevano restare nel ghetto), dovevano portare un segno di
distinzione, per poter essere riconosciuti e non confondersi
con i cristiani (IV Concilio del Laterano, Decret. V, 6),
i vescovi del luogo avrebbero stabilito quale sarebbe stato il
distintivo (la ‘rotella’ gialla, che simboleggiava l’ostia che
gli ebrei avrebbero potuto profanare, o la moneta d’oro che
essi prestavano ad usura, cfr.
J. Levi,
Revue des études juives, t. XXIV, 1892; in Spagna furono
sostituite da un cappello giallo; il colore giallo era
facilmente riconoscibile e simboleggiava l’invidia, la gelosia
che spinsero il Sinedrio a condannare Gesù). Tale disposizione
aveva lo scopo non di offendere e umiliare, ma di impedire la
confusione con i cristiani grazie alla quale “alcuni ebrei si
sono infiltrati nel popolo cristiano ed hanno commesso
numerosi misfatti che sarebbero stati evitati se avessero
potuto essere riconoscibili”.
Innocenzo III (Decr.
IV, 6) proibisce ai cristiani – riprendendo la tradizione
dei Padri ecclesiastici - di andare nelle sinagoghe.
Alcune professioni
pubbliche erano loro proibite dal Concilio Laterano IV
(avvocatura, magistratura, medicina: le potevano esercitare
solo tra loro e non con i cristiani, che sarebbero stati
osteggiati; la carriera militare era proibita in toto
non esistendo ancora uno Stato ebraico). Questi
provvedimenti tendevano ad isolare i cristiani dagli ebrei,
per timore che gli ebrei corrompessero la loro fede o morale
o che nuocessero alla loro vita.
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