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Fraternità San
Pio X:
timori e
speranze
Domenico Savino,
8
aprile 2009,
effedieffe.com
su
Segnalazione del Canonico Francesco Peggi

E’ passato sufficiente tempo perché si possa cominciare a
parlarne. Ciò che è accaduto dopo
la revoca della scomunica ai 4 vescovi lefebvriani è stato variamente
commentato, anche
troppo e spesso a sproposito. La notizia è stata tenuta artificialmente
viva per diversi giorni:
gli starnuti di monsignor Williamson hanno rischiato di divenire
«crimini contro l’umanità»,
mentre non è bastato a don Floriano Abrahamovicz ricordare le sue
origini ebraiche per
sottrarsi alla gogna mediatica e all’infamante insulto di
«negazionista». Ad entrambi non si può
non rimproverare una certa mancanza di prudenza, ma è certo che la
notizia sarebbe stata
comunque fabbricata. Peccato talvolta aver fornito agli avversari un
assist a porta vuota.
Valga per la prossima: nessuna dichiarazione che non sia eventualmente
quella ufficiale,
silenzio e preghiera, le uniche due cose che non possono essere
manipolate, le uniche che
consentono di limitare i danni ed ottenere aiuto da Dio. Penso che su
questa questione
dovremo più volte ritornare, perché presenta aspetti molto complessi.
Partiamo dal primo: oramai è chiaro a tutti che la battaglia è
stata tutta interna, interna alla
Chiesa. Le comunità ebraiche hanno speculato su tutto lo speculabile, ma
nulla avrebbero
potuto, se non avessero quinte colonne dentro la Chiesa: a loro non
rimprovero nulla, hanno
fatto il loro mestiere. Sapevano di potere contare su chi, da dentro la
Chiesa, ha scatenato
contro Ratzinger una battaglia senza precedenti. Il motivo è semplice,
ontologico: il ritorno
della Messa Antica prima e della Fraternità San Pio X poi significano
re-innestare
efficacemente nel corpo Mistico di Cristo, che è la Chiesa, malato e
debilitato dall’errore,
l’efficace medicina del Sacrificio eucaristico e la cura amorevole
dell’autentico ministero
sacerdotale.
Che l’imboscata fosse portata contro il Papa e il Suo magistero,
è stato lo stesso Ratzinger
ad ammetterlo nella lettera del 10 marzo 2009 ai vescovi della Chiesa
cattolica, in risposta alle
molte proteste pervenute contro la sua decisione di revocare la
scomunica dei quattro vescovi
consacrati dall’arcivescovo Lefebvre: « Sono
rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici,
che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano
pensato di
dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco ».
Nella lettera indirizzata ai vescovi ci sono
tutte le difficoltà e le speranze che la revoca di questa scomunica
porta con sé.
Parto dalle difficoltà: il Papa chiarisce che « finché
la Fraternità non ha una posizione
canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri
legittimi nella Chiesa.
- finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la
Fraternità non ha alcuno
stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati
liberati dalla punizione
ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella
Chiesa ».
In secondo luogo le posizioni della Fraternità appaiono talvolta agli
occhi del Papa
inaccettabili: « Certamente, da
molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta
abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate
- superbia e
saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc ».
In terzo luogo nessuno può umanamente immaginare come realistica
un’auto da fe’ pontificia,
che immagini di cancellare con una pubblica abiura o con un tratto di
penna quarant’anni di vita
ecclesiale. Scrive il Papa: «Non
si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno
1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità».
Infine - e questa è l’espressione forse più dura - la vocazione
sacerdotale di molti membri
della Fraternità sarebbe, secondo Ratzinger, caratterizzata da «diversi
elementi distorti e
malati, ma (-) non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche
generosa nella
consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza
della promessa che
le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche
di non badare a
diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze?
E non dobbiamo
forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche
stonatura?».
Accanto alle difficoltà, ci sono poi i rischi: in alcuni passi
della lettera che il Papa rivolge ai
vescovi c’è quasi una rassicurazione verso costoro, invitati a desistere
dall’ostilità verso il
ritorno dei «lefebvriani», nella consapevolezza che lentamente la loro
posizione si andrà
normalizzando entro la Chiesa. Si domanda Ratzinger: «Può
essere totalmente errato
l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti,
così da far spazio a ciò
che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho
visto, negli anni dopo il
1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia
cambiato il loro
clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia
fatto superare
posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono
emerse forze positive per
l’insieme». Ovvio che il
rischio di essere riassorbiti e metabolizzati nel grande ventre molle
dell’ecclesiologia post-conciliare è reale.
Oltre alle difficoltà c’è un a questione metodologica: per una
curiosa ironia della sorte, il Papa
ammette di avere applicato ai «lefebvriani» due strumenti tipicamente
conciliari: la «medicina
della misericordia» e l’ecumenismo.
Sul primo punto scrive infatti: «Un’ordinazione
episcopale senza il mandato pontificio
significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità
del collegio episcopale
con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la
scomunica, al fine
di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al
ritorno all’unità. A
vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato
ancora raggiunto. La
remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la
punizione: invitare i
quattro vescovi ancora una volta al ritorno». Ed in un altro punto,
parlando delle priorità
dell’agire del Pontefice egli scrive che «lo sforzo per la comune
testimonianza di fede dei
cristiani - per l’ecumenismo - è incluso nella priorità suprema».
Metodologicamente che i «lefebvriani» vengano «riammessi» in nome
dell’ecumenismo
mediante la «medicina della misericordia» può suonare loro persino come
una beffa: i pochi,
se non gli unici, che non hanno mai deflettuto dalla Verità si
troverebbero ad essere
«riammessi» per misericordia in una Chiesa in cui l’ambiguità dottrinale
dilaga? Che poi la
moneta che ha pagato, quella cioè che ha indotto Roma ad una revoca
unilaterale della
scomunica, sia stata - per ammissione papale - la fermezza dimostrata
dalla Fraternità ed il
fatto che costoro, pur nella sofferenza, non abbiano considerato quella
scomunica più
importante della Verità, potrebbe favorire posizioni certo meno
dialoganti, rispetto a quelle di
monsignor Fellay.
Se davvero - come credo - l’intenzione vera del Pontefice è
quella di una riconciliazione nella
Verità, allora bisogna che qualcuno informi il Papa che la «base» dei
sacerdoti e dei fedeli
tradizionalisti non è così pacificamente allineata al suo Superiore
Generale e che teme
qualche «trappola»: è normale in una Comunità, come quella lefebvriana,
che ha patito
ingiustizie e che per amore della Verità ha vissuto per trent’anni come
«bandita» dalla/nella
Chiesa. I fedeli non potrebbero accettare che la Tradizione sia
accettata da Roma con
qualche decennio di ritardo alla stregua di una delle molte «correnti
ecclesiali», con un proprio
«folkloristico» e fascinoso Rito Antico. La Tradizione non è una
corrente ecclesiale, è la linfa
vitale della Chiesa stessa.
Proprio da qui cominciano le speranze, perché queste sono le
parole del Papa: «Ad alcuni di
coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere
pure richiamato alla
memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della
Chiesa. Chi vuole essere
obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei
secoli e non può
tagliare le radici di cui l’albero vive».
La «scuola bolognese» è di nuovo servita. L’ermeneutica della continuità
è uno dei leiv-motiv di
questo Pontificato: smentendo tutti i saccenti vaticanisti, che avevano
preconizzato un
Benedetto XVI ben diverso dal cardinale Ratzinger, possiamo affermare
che nulla del
Pontificato di Ratzinger è invece improvvisato, ma tutto costituisce
l’applicazione sistematica
delle sue riflessioni di vescovo, cardinale e prefetto della
Congregazione della Dottrina per la
Fede.
Ratzinger tuttavia sembra offrire rassicurazioni sul punto,
dicendo addirittura che la fedeltà al
Concilio passa solo attraverso la fedeltà alla Tradizione. E questo - lo
dicevo già in un mio
precedente intervento - ha un significato programmatico, perché per lui
tutto quello che si è
venuto costruendo dopo il Concilio, ma senza uno sviluppo organico con
la Tradizione, può
essere rimosso. Ad esempio l’annuncio ufficiale di collegare «in
futuro la Pontificia
Commissione ‘Ecclesia Dei’ - istituzione dal 1988 competente per quelle
comunità e persone
che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti,
vogliono tornare
nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina
della Fede»,
sarebbe il preludio per arrivare ad un nuovo «Rito romano», che da un
lato superi il Messale di
Paolo VI e Giovanni Paolo II (conservando quello di San Pio V, riformato
da Giovanni XXXIII e
da ultimo dallo stesso Benedetto XVI per quei movimenti o gruppi che lo
chiedano come
dispensa) e dall’altro obbligando tutti, Fraternità San Pio X compresa,
a riconoscere come
valido quello che sarà il nuovo «Novus Ordo» riformato alla luce della
Tradizione. Se il Papa
decidesse di sacrificare «l’idolo dei progressisti», cioè il Novus Ordo
uscito dalla riforma
Bugnini, questo non potrebbe essere ignorato dai fedeli della
Fraternità.
Il Papa avverte la sofferenza e la volontà di comunione dei
seguaci di monsignor Lefebvre e
teme la deriva, inevitabile, di chi, staccatosi dalla Chiesa in nome di
una Tradizione più
autentica, è divenuto poi suo malgrado più protestante dei Protestanti:
la miserevole fine dei
cosiddetti Vecchi cattolici, che al termine del Vaticano I rifiutarono
il dogma dell’infallibilità
pontificia ne è l’esempio più lampante (costoro riconoscono il Vescovo
di Roma come
Patriarca d’Occidente, al quale appartiene solo il Primato d’Onore,
professano la fede dei
primi sette Concili Ecumenici, respingono la dichiarazione di Pio IX
dell’anno 1854
sull’Immacolato Concepimento di Maria e la sua ascensione con il corpo
al Cielo, non
condividono il concetto «filioque», cioè che lo Spirito Santo procede
anche dal Figlio,
conferiscono il sacramento del sacerdozio anche alle donne in tutti i
tre gradi (diaconatosacerdozio-
episcopato), permettono il rito della confessione collettiva e in certi
casi, in base al
permesso del vescovo, consentono di celebrare un nuovo matrimonio in
Chiesa per i
divorziati).
Così il Papa, parlando dei membri della Fraternità, confessa: «Per
amore della Verità devo
aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi
di gratitudine,
nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori (-) Può
lasciarci totalmente
indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215
seminaristi, 6 seminari,
88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di
fedeli? Dobbiamo davvero
tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso
ad esempio ai 491
sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni.
Penso tuttavia che non
si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi
distorti e malati, non ci
fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui
il Dio vivente.
Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo
marginale
radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà
poi?».
Già, che ne sarà? Rispetto ai «lefebvriani», io forse non riesco
a leggerne i problemi in
profondità, ma condivido i toni misurati di monsignor Fellay. Penso sia
stato giusto non cadere
nella trappola delle provocazioni formali, badando alla sostanza e al
fatto che questi stessi
toni hanno portato il Vaticano ad ammettere come necessaria la revoca
della scomunica:
mitezza e fermezza non sono in contraddizione. Per anni si è detto di
volere con Roma un
chiarimento dottrinale: come è possibile farlo, se non abbassando per un
attimo i toni, per
verificare davvero la buona volontà della controparte? Per fare un lungo
cammino, bisogno o
no cominciare almeno con un primo passo? E’ possibile per la Fraternità
proclamare (senza
lasciarsi intrappolare da derive storiche che non le competono) le pure
Verità della Fede con
pacatezza? E’ possibile farlo anche se è stata revocata la scomunica,
oppure la revoca della
scomunica deve essere paradossalmente interpretata come un cedimento
verso la «Roma
modernista»? E’ possibile iniziare un dialogo, tenendo conto anche delle
difficoltà della
controparte, che in questo caso è il Papa? E’ possibile farlo con
realismo e con amore verso il
Papa?
Sono domande legittime, perché la dolorosa frattura manifestatasi
talvolta all’interno dei gruppi
tradizionalisti non giova a salvare la Fede e può anzi rafforzare i
nemici della Fede. La lunga
battaglia di monsignor Lefebvre non avrebbe mai potuto avere come fine
quello di mantenere
la Verità, ma in una Chiesa parallela, né di uscire dalla Chiesa come i
primi cristiani uscirono
dalla Sinagoga, autoproclamandosi Chiesa: ciò paradossalmente
rafforzerebbe l’idea di chi
sostiene che la Chiesa di Cristo esiste anche fuori della Chiesa
cattolica. Tutta l’azione di
monsignor Lefebvre era ispirata dalla volontà e dalla preghiera a Dio,
affinché la Chiesa
potesse un giorno ritrovare se stessa.
Io capisco l’angoscia di molti fedeli circa il rischio di essere
riassorbiti dall’eresia modernista.
Tuttavia dovrebbero costoro ricordare che il Pastore, quello buono, non
si affanna per le 99
pecorelle che sono nell’ovile, ma per quella smarrita. Figuriamoci oggi,
che le pecore smarrite
sono 99G Diciamo la verità: ho avuto la sensazione che molti tra i
tradizionalisti, mentre
magari obtorto collo plaudivano al Motu proprio ed al ritiro della
scomunica, ne abbiano in
realtà avuto paura.
Per una sottile ironia della storia, mentre con argomenti e
metodi infami venivano accusati di
antisemitismo, molti tra i tradizionalisti avevano verso l’ipotesi di
riconciliazione con Roma
analogo atteggiamento che i rabbini del XVIII secolo ebbero nei
confronti dell’Haskalà, e
dell’emancipazione: timorosi di perdere i propri correligionari, essi
rimpiangevano i tempi in cui
l’identità ebraica era garantita dall’emarginazione del ghetto.
Io capisco appieno le preoccupazioni di vedere dissolta in un
facile irenismo l’ascesi di chi ha
patito ingiuste persecuzioni per amore della Fede e tuttavia ad ognuno
deve essere chiaro
che, se il Papa ha deciso una revoca unilaterale della scomunica, ciò è
derivato dalla
consapevolezza che quella scomunica era lo stigma più evidente che la
Chiesa aveva
sbagliato, scomunicando se stessa. Ratzinger lo aveva sempre saputo, da
quando era
cardinale: i tradizionalisti erano e sono la cattiva coscienza della
Chiesa post-conciliare.
Ora non si può pretendere che il Papa faccia di più di quello che
ha fin qui fatto, non gli si può
chiedere una sorta di umiliazione pubblica: basti per ora il fatto che
unilateralmente ed
assumendosi il peso di questa decisione, egli ha tolto la scomunica. Di
qui rallegrati si inizino le
necessarie discussioni dottrinali, ove la Fraternità non rappresenterà
se stessa, ma tutti noi.
Il senso vero, misterico, per cui il Signore ha voluto e benedetto la
Fraternità San Pio X non
era quello di farne un’enclave di «Catari della Tradizione», ma di
offrire rifugio al «seme
buono» perché potesse un giorno di nuovo essere seminato. Occorrerà
avere la pazienza di
vederlo crescere, occorrerà ricordarsi che il seme non è stato affidato
per sé: «Se il chicco di
grano caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto
frutto. Chi ama
la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo, la
conserverà per la vita eterna.
Se uno mi vuol servire mi segua e dove sono io, là sarà anche il mio
servo. Se uno mi
serve, il Padre lo onorerà. Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire?
Padre, salvami da
quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! Padre, glorifica il
tuo nome». Venne allora
una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».
Questo brano del Vangelo
segue quello dell’entrata trionfale a Gerusalemme, quando la folla
sembra riconoscere in
Gesù il Messia atteso. E’allora che il Cristo rifiuta il giudizio del
tribunale della Storia (che, a
fronte delle trionfali apparenze di quei giorni, è ingannevole) per
preparare il Giudizio che
passerà attraverso la Croce: «Se
il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo;
se invece muore, porta molto frutto».
Gli ebrei sognavano un messia nazionale, guerriero e vittorioso;
la salvezza è venuta invece
per tutti dalla Croce, accettata come volontà del Padre! Noi crediamo in
Cristo crocifisso
«scandalo per i Giudei e follia per i pagani» dice San Paolo. Attraverso
la Croce, Gesù ha
redento gli uomini: «quando sarò innalzato da terra attirerò a me tutti
gli uomini».
La testimonianza della Fraternità San Pio X è stata proprio
testimonianza contro la logica del
mondo, per questo Dio ne ha benedetto l’opera. Ma non è ancora giunta
l’ora della gloria, che
non sarà di questo mondo: qui siamo ancora «servi inutili».
Nella Chiesa, per la Chiesa essi sono chiamati ad essere il seme buono
destinato a portare molto frutto.
Contro talune divisioni che ora oppongono talvolta gli uni agli
altri, dentro la Chiesa ora sarebbe bene
che in umiltà ed obbedienza reciproca, essi, analogamente a quanto il
Papa ha fatto con i vescovi,
meditassero sulle parole di San Paolo ai Galati: «Che
la libertà non divenga un pretesto per
vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni
degli altri. Tutta la
legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il
prossimo tuo come te stesso.
Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non
distruggervi del tutto gli uni
gli altri!».
Monsignor Lefebvre non lo avrebbe voluto.
Domenico Savino
Fonte originale :
www.effedieffe.com

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