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Fraternità San Pio X:
il problema vero
Domenico Savino,
16 aprile 2009,
effedieffe.com
su
Segnalazione del Canonico Francesco Peggi

Mio
Dio! E io che pensavo di avere scritto un articoletto piccolo e
insignificante! Invece
guarda che putiferio! Come se non bastasse, quando avevo già abbozzato
una risposta, ci si è
messo di mezzo anche un «mediomassimo» come don Nitoglia: confesso, sono
alle corde,
quasi barcollo. Vi risponderò a puntate, tutto in una volta è
impossibile. Cominciamo dall’inizio,
con
leggiadria.
«Carlo II» deve essere un lettore con molta autostima: non so a quale
Carlo II egli si ispiri, ma
il
suo soprannome mi ha richiamato istintivamente Carlo II Stuart, detto
Merrie Monarch
(monarca allegro). Sposò Caterina di Braganza, infanta di Portogallo,
sterile: il sovrano,
tuttavia, doveva avere tale desiderio di paternità che per non sbagliare
ebbe dodici figli
illegittimi con varie amanti. Quando si dice la vocazione! Non lo dico
per moralismo, ma mi
auguro per il nostro lettore che la scelta del «nomignolo» non abbia
alcuna attinenza. Non so
quale sia il suo reddito, ma dodici assegni alimentari a fine mese
sarebbero un bel pacco! Se
così
fosse, apro una sottoscrizione.
Comincio da «Carlo II» perché, commentando una mia frase, scrive: «Gli
‘starnuti’ di don
Floriano e del vescovo Williamson saranno anche stati imprudenti, ma é
anche giusto che si
apra
una discussione seria sull’‘olocausto’ e sulle sue conseguenze». Lo
dice, evidentemente,
ragionando sull’incipit del mio articolo, che recava testualmente: «La
notizia (cioè la revoca
della scomunica ai 4 vescovi lefebvriani) è stata tenuta artificialmente
viva per diversi giorni: gli
starnuti di monsignor Williamson hanno rischiato di divenire ‘crimini
contro l’umanità’, mentre
non
è bastato a don Floriano Abrahamovicz ricordare le sue origini ebraiche
per sottrarsi alla
gogna mediatica e all’infamante insulto di ‘negazionista’.
Non
ho una laurea in Scienze delle comunicazioni, ma perfino uno come me ha
capito dal
primo momento il trappolone: e infatti, a caldo, citavo il mio vecchio
professore di filosofia, don
Carlo Gentilini, che in classe amava ammonirci con una frase che in
molti dovrebbero
imparare: «‘Non mettete mai il sedere nelle pedate’, salvo specificare:
‘Ma se lo fate, siate
pronti a renderle. Il Vangelo infatti si limita ad esortare a porgere
l’altra guancia. Sulle terga si
astiene».
Domanda: a chi è giovato aprire, a latere della revoca della scomunica,
un dibattito sulla
Shoah? A chi è giovato consentire che venisse arbitrariamente istituito
un collegamento tra
monsignor Lefebvre e il dottor Goebbels? Forse alla Tradizione
cattolica? Chi ha interesse
che
l’opinione pubblica, ignorante e ammaestrata solo dal tubo catodico,
istituisca un
immediata identificazione tra la talare nera dei sacerdoti
tradizionalisti e le divise nere delle
Schutzstaffeln?
Qualche ultra-tradizionalista crede che corrisponda alla Buona Battaglia
offrire al Mondo il
destro per fare sì che la Fede cattolica venga confusa con l’esoterismo
neopagano della
Thulegesellschaft e del Partito nazionalsocialista dei lavoratori
tedeschi? Quale Tradizione
ritiene sovrapponibile la Croce di Cristo e la croce uncinata: quella
cattolica o quella di qualche
malriuscito seguace del barone Julius Evola? Ci vuole un quoziente di
intelligenza
particolarmente elevato per capire che qualsiasi affermazione avente un
oggetto diverso dalla
Fede
in sé, diventa in questo contesto uno strumento da usare contro la Fede?
Qualcuno
pensa che monsignor Lefebvre abbia fondato la fraternità San Pio X per
difendere la Fede
cattolica o le posizioni di Robert Faurisson?
Non
era forse meglio, dopo lo scivolone di monsignor Williamson, tacere e
pregare, invece che
darsi la briga di polemizzare, di rinfocolare polemiche e di prestare il
destro ad accuse
pretestuose? Che c’è di meglio in certi casi che «fare silenzio e
quadrato»? Ci voleva molto a
capire - e questo è il senso della mia frase - che perfino uno starnuto
o altra emissione
pneumatica di monsignor Williamson sarebbero stati presentati come
sintomo non di
raffreddore o meteorismo, ma di un pericoloso «virus antisemita»? Non è
stato forse così?
Finanche le scuse postume, a quel punto inutilmente dannose, non sono
servite a nulla.
Quanto giova guadagnare le prime pagine dei giornali, se poi la Fede
viene infangata? E’
sintomo di modernismo ricordarsi di essere stati mandati come pecore in
mezzo ai lupi e di
essere prudenti come serpenti e semplici come colombe?
E’
sintomo di modernismo o non invece di fedeltà evangelica non sfidare la
«malizia dei
farisei»? E’ sintomo di modernismo invitare alla Imitatio Christi?
Guardate quanto è attuale
questo passo evangelico: «Postisi in osservazione, mandarono
informatori, che si fingessero
persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi
consegnarlo all’autorità e al potere
del
governatore. Costoro lo interrogarono: ‘Maestro, sappiamo che parli e
insegni con
rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità
la via di Dio. E` lecito
che
noi paghiamo il tributo a Cesare?’. Conoscendo la loro malizia, disse:
‘Mostratemi un
denaro: di chi è l’immagine e l’iscrizione?’. Risposero: ‘Di Cesare’. Ed
egli disse: ‘Rendete
dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio’. Così non
poterono coglierlo in
fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero».
Pensate se, invece di avventurarsi in improbabili spiegazioni storiche,
di fronte alla domanda:
«Vescovo Williamson, queste sono parole sue? ‘Non c’è stato un solo
ebreo ucciso dalle
camere a gas! Sono tutte menzogne, menzogne, menzogne’ », egli avesse
risposto,
mostrando il crocifisso: «Guardi qui, cosa vede?» Gli avrebbero detto:
«Il crocifisso». Ed egli
avrebbe potuto rispondere: «In questo ebreo crocifisso vi sono non solo
tutti gli ebrei morti
ingiustamente, ma tutti gli uomini morti ingiustamente. Tutti coloro che
hanno subito la morte e
tanto più la morte violenta, l’hanno subita a causa del peccato. Egli
con la Sua morte ha vinto il
peccato del Mondo e con esso la Morte: quel rabbi era ebreo ed era anche
Dio!». Se avesse
risposto così, monsignor Williamson sarebbe forse stato un rinnegato
modernista o avrebbe
detto la Verità cattolica?
E’
modernismo ritenere che nella trattativa tra Fraternità San Pio X e
Vaticano l’«olocausto» e
le
sue conseguenze non debbano necessariamente far parte dell’agenda?
E’modernismo non
cadere nelle trappole? E’ modernismo lasciare agli storici il dibattito
storico, ai politici le
battaglie politiche? Non credo.
Mi
scrive l’amico Matteo Castagna: «Non solo col silenzio e la preghiera si
fa apostolato, ma
anche con la predicazione costante e, se serve, con la coraggiosa
battaglia. Comporta rischi?
Certo. L'esempio è Gesù Cristo. I cattolici dovrebbero esser disposti a
correre qualche rischio
per
Lui».
Per
Lui, appunto non per Faurisson! Perché, così come non è verità di Fede
che «chi nega
la
shoah, nega la Croce» (non lo ricordo come articolo di Fede del Credo),
così non è verità di
Fede
che l’autenticità della Fede passa attraverso posizioni revisioniste.
Io
non vorrei si confondesse l’antigiudaismo tradizionale con alcuna
moderna posizione storica
o
politica, confondendo teologia, politologia e storiografia in un
cocktail improbabile.
Piuttosto credo che sarebbe assai più utile una seria riflessione sul
giudaismo, che sia in
grado di approfondire proprio oggi, nel momento del trionfo mondano di
Israele, cosa significhi
per
noi e per loro la frase terribile di Cristo «Gerusalemme sarà calpestata
dai pagani finché i
tempi dei pagani siano compiuti». Perché la perdita dell’identità
cristiana nelle nazioni dei
Gentili sembra qui profetizzata da Cristo, quasi come preludio del
ritorno del popolo ebraico in
Eretz Israel.
Mi
pare non sia sufficiente imprecare contro le tenebre, né limitarsi a
denunciare e condannare
l’ennesima manifestazione di orgoglio «etnolatrico» di Israele: certo
nulla deve essere taciuto
riguardo alle menzogne del giudaismo (l’ho mai fatto!?), ma ancor più
per questo gli ebrei
vanno amati. Notate che uso i termini giudaismo ed ebrei non a caso,
giacchè gli ebrei sono
pervertiti nella Fede dei loro stessi padri a causa del giudaismo.
Ma
il loro trionfo, alla luce del monito di Cristo, parla alla nostra
apostasia di nazioni che
furono cristiane, la loro possibile conversione a quella che è divenuta
la nostra perversione.
Rammentiamo le parole di San Paolo, che suonano terribili - come già
quelle del Cristo - più
per
noi, che per loro:
«Ora
io domando: Forse inciamparono per cadere per sempre? Certamente no. Ma
a causa
della loro caduta la salvezza è giunta ai pagani, per suscitare la loro
gelosia. Se pertanto la
loro caduta è stata ricchezza del mondo e il loro fallimento ricchezza
dei pagani, che cosa
non sarà la loro partecipazione totale! Pertanto, ecco che cosa dico a
voi, Gentili: come
apostolo dei Gentili, io faccio onore al mio ministero, nella speranza
di suscitare la gelosia
di quelli del mio sangue e di salvarne alcuni. Se infatti il loro
rifiuto ha segnato la
riconciliazione del mondo, quale potrà mai essere la loro riammissione,
se non una
risurrezione dai morti? Se le primizie sono sante, lo sarà anche tutta
la pasta; se è santa la
radice, lo saranno anche i rami. Se però alcuni rami sono stati tagliati
e tu, essendo
oleastro, sei stato innestato al loro posto, diventando così partecipe
della radice e della linfa
dell’olivo, non menar tanto vanto contro i rami! Se ti vuoi proprio
vantare, sappi che non sei
tu che porti la radice, ma è la radice che porta te. Dirai certamente:
Ma i rami sono stati
tagliati perché vi fossi innestato io! Bene; essi però sono stati
tagliati a causa dell’infedeltà,
mentre tu resti lì in ragione della fede. Non montare dunque in
superbia, ma temi! Se infatti
Dio non ha risparmiato quelli che erano rami naturali, tanto meno
risparmierà te! Considera
dunque la bontà e la severità di Dio: severità verso quelli che sono
caduti; bontà di Dio
invece verso di te, a condizione però che tu sia fedele a questa bontà.
Altrimenti anche tu
verrai reciso. Quanto a loro, se non persevereranno nell’infedeltà,
saranno anch’essi
innestati; Dio infatti ha la potenza di innestarli di nuovo! Se tu
infatti sei stato reciso
dall’oleastro che eri secondo la tua natura e contro natura sei stato
innestato su un olivo
buono, quanto più essi, che sono della medesima natura, potranno venire
di nuovo innestati
sul proprio olivo!».
Qualcuno avverte talvolta il dubbio che quell’invito a non montare in
superbia, ma a temere
Dio,
sia rivolto anche a lui? Qualcuno si ricorda che non è lui a portare la
radice, ma la radice
a
portare lui? Qualcuno ricorda che quella radice è ebraica, o ha adottato
Marcione al posto di
San
Paolo?
Il
problema è che - ci piaccia o meno - gli ebrei sono i nostri «fratelli
maggiori». E’ inutile
negarlo, lo sanno perfettamente anche loro, che, infatti,
simmetricamente a certo
ultratradizionalismo, rifiutano tale definizione. Invece, a chi è fedele
alla Tradizione, quel
termine deve stare a cuore. Giustamente, e ripeto giustamente, in una
dichiarazione del 2
febbraio monsignor Fellay ha scritto: «Gli Ebrei sono i nostri fratelli
maggiori, nel senso che
abbiamo in comune l’antica Alleanza, anche se ci separa l’aver
riconosciuto il Cristo quando lui
è
venuto».
E
che siano fratelli maggiori va detto, anche se i giudei non vogliono
sentirselo dire, così come
occorre pregare per loro, pure se lo rifiutano. Nelle «Considerazioni
sul messaggio del Papa
per
il Centenario della Sinagoga» di Roma il dottor Riccardo Di Segni,
rabbino capo di Roma
ha
detto che «il dato più rilevante e certamente positivo è che () non si
faccia più
riferimento ai «fratelli maggiori»; quest’ultima espressione usata nel
1986 fu certamente
geniale e grazie ad essa l’uomo della strada capì che il rapporto con
gli ebrei poteva essere di
fratellanza; per il teologo o il conoscitore della Bibbia, invece,
l’espressione poteva conservare
il
sapore della cattiveria dei biblici fratelli maggiori, da Caino a Esaù
insieme all’idea della
perdita della primogenitura a favore del fratello minore».
E’
vero - come insegna San Tommaso - che «bisogna predicare agli ebrei
senza aver paura di
urtarli, come Gesù Cristo, senza timore di offenderli, insegnava
pubblicamente la verità che
loro
odiavano e li rimproverava dei loro vizi», ma qualcuno pensa il cuore di
questo
insegnamento sia costituito dalle tesi revisioniste? Io non nego che vi
siano argomentazioni a
base
delle tesi revisioniste. Penso che don Curzio Nitoglia ne abbia offerto
un ordinato
resoconto, per il quale gli ho espresso il mio apprezzamento, in quanto
si tratta di un
compendio ordinato e misurato.
Nego
invece che a questo argomento, simmetricamente alla shoah, debba essere
attribuita da
parte cattolica una valenza teologica, proprio per non aderire
simmetricamente, seppure per
confutarla, a quella «nuova religione immanentistica e idolatrica» di
cui parla don Nitoglia,
facendo riferimento al cosiddetto «olocausto».
Ciò
che temo è che, invece, come ho già scritto, dietro l’enfasi sul caso
Williamson, qualcuno,
simmetricamente alla Sinagoga ed ai neomodernisti, per non andare
nemmeno a sedersi al
tavolo delle discussioni dottrinarie con Roma, preferisca «buttarla in
rissa», sperando che
l’arbitro fischi la sospensione della partita, col «fumo dell’olocausto»
a coprire la scena.
Sarebbe la via più semplice per mascherare una ritirata strategica da
quel limite che lo stesso
monsignor Lefebvre avrebbe in cuor suo certamente voluto valicare,
firmando il protocollo
fissato nel corso della riunione tenutasi a Roma il 4 maggio 1988 con
l’allora cardinale Joseph
Ratzinger e firmato dai due prelati il 5 maggio 1988. Sarebbe l’autogol
che, è certo, i Martini, i
Melloni, i Mancuso aspettano.
Ecco
perché non rispondo oggi alle altre punzecchiature di alcuni lettori e
di qualche amico:
per
non perdere di vista il problema vero. Tornerò sul problema e state
tranquilli: come ho
detto all’inizio sono alle corde, ma - come vedete - ancora lucido.
«Spugna!».
Domenico Savino
Fonte originale :
www.effedieffe.com
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