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Giudeoamericanismo frankista e la probabile fine storica del
giudeosionismo
del Prof. Luca Fantini,
TerraSantaLibera.org

Leggendo vari scritti, in questi giorni, capita di imbattersi in
analisi, anche importanti e significative, dove, spinti dagli eventi
e dai fatti quotidiani, si continua sempre più a dare l’idea della
centralità dell’entità sionista, nel millenario progetto messianista
giudaico.
Nonostante le immagini continue, che solo oggi, dopo decenni e
decenni, sembrano appena scuotere minimamente talune coscienze,
della tragedia del popolo di Palestina, provenienti dal Vicino
Oriente, tale analisi rischia di confinare il particolare con il
generale.
Di fatto, viceversa, è il giudeoamericanismo che, da poco tempo, ha
giudeoamericanizzato il mondo intero. La rivoluzione americana,
infatti, con la Dichiarazione dell’Indipendenza del 1776, sanziona
il diritto alla libertà totale per il Giudaismo; mentre in Europa,
una politica attenta e sensibile ai valori tradizionali dei popoli
autoctoni non lasciava eccessivo spazio, almeno fino ad allora, ai
Giudei della Diaspora, nell’America moderna, solo i Giudei possono
godere pienamente dei diritti civili e religiosi e,
progressivamente, anche di quelli politici.
Il Giudaismo trova indubbiamente in America una terra predisposta al
suo atavico messianismo magico-metafisico, ma certamente
naturalistico, lunare, che lo contraddistingue; la poetessa ebrea
Emma Lazarus scrive il The New Colossus, il sonetto inciso
nel piedistallo della Statua della Libertà, Irving Berlin compone
l’inno nazionale God Bless America. L’essenza giudaica
dell’americanismo è caratterizzata appunto dalla particolare
combinazione che viene ad instaurarsi, già da secoli prima della
Dichiarazione, con la tradizione puritana americana che era comunque
profondamente compenetrata di elementi giudaici, al punto che sin
dalla metà del ‘600, la letteratura religiosa finisce presto per
identificare sul piano metafisico la Terra Santa con la realtà del
Nuovo Mondo, ossia con la terra americana. Anche quando, dal 1664,
conquistatori inglesi si sostituiscono agli olandesi, il giudaismo è
sempre più ritenuto una componente fondamentale del mosaico del
pluralismo religioso americano.
In America manca l’anello fondamentale mediante il quale rettamente
osservare il Giudaismo, ossia “la linfa medievale”
e non si può dunque radicare un antigiudaismo come forza di difesa
morale e spirituale, al contrario di quanto accadeva in Europa.
Così, dall’800, molti giudei, considerando l’America la Terra
Promessa, contribuiscono concretamente alla sua crescita,
abbandonando il culto del ghetto e della comunità separata. Il 27
novembre 1859 nasce infatti il Board of Delegates of American
Israelites. Dopo il caso Mortara e diciannove anni dopo l’affare
di Damasco – quando nel 1840 tredici ebrei vengono condannati a
morte dal governatore con l’accusa di omicidio rituale -, il
giudeoamericanismo, di fronte alla politica discriminatoria ancora
vigente in Europa, abbandona le varie dispute interne e, facendo
blocco con l’Alliance Israèlite Universelle fondata in
Francia nel 1860 da Isaac Adolphe Crèmieux, con diramazioni negli
USA, inizia a guadagnarsi un forte peso sulla scena politica interna
ed internazionale, costituendo un vero e proprio gruppo di pressione
(lobby) sul potere politico.
L’America, nell’ottica giudaica, è così l’obiettivo reale del
disegno divino. Per l’American Society, la quale nel 1820
lancia il progetto per una colonia di soli ebrei in America, la
terra americana è la Nuova Gerusalemme che avrebbe ridato fiato ai
giudei oppressi e perseguitati dalla Cristianità europea.
I valori etici del giudaismo talmudista, di taglio in fondo
supermaterialista, sono molto simili agli ideali americani
e – come sottolinea L. David Brandeis già nel 1915 (The Maccabean)
– i più alti ideali giudaici sono essenzialmente americani.
La civilizzazione americana - caratterizzata dalla visione del mondo
liberista, dalla pratica comune dell’utilitarismo, dalla diffusione
ultramassonica quale sistema sociale consolidato, dallo spirito
protestante che si concretizza in sua una torsione ancor più
estremistica, il quale giustifica teologicamente un sistema
economico, come quello dei Giudei, “supercapitalista” o liberista
puro, alla Milton Friedman - concepisce l’espansione mondiale della
democrazia angloamericanista quale “missione divina”: come l’antico
“popolo eletto” aveva una missione messianica universale, così
l’americanismo basato sulla necessità sacra di espandere questo
modello democratico, supercapitalista, ripropone dei motivi
dell’Antico Israele.
Tale motivo di una presunta benedizione divina circa “la guerra
santa planetaria per la democrazia” fu prima incarnato da
Inghilterra-Israele durante la guerra dei Sette anni,
per poi passare ai coloni inglesi in America che combineranno in
modo perfetto le loro aspirazioni con il messianismo giudaico. Gli
stessi Padri Pellegrini fondatori della Nuova Inghilterra sono
convinti di partecipare alla creazione di un nuovo mondo, di una
nuova Gerusalemme, in quanto la loro visione circa la ricchezza
materiale come premio mediante il quale Dio ricompenserebbe il
fedele più zelante, rende concreta l’aspirazione di fare
dell’America la nuova terra del latte e del miele. “Il popolo di Dio
ha il diritto di essere ricco”, dimmi Jimmy Bakker, accostandosi
assai alla visione talmudista:
Il protestantesimo americano, dava un’interpretazione millenaristica
della S. Scrittura e particolarmente del Libro d’Isaia, in cui si
presentava l’America “destinata da Dio a svolgere un ruolo cruciale
nel processo di restaurazione dello Stato ebraico”.
Le idee messianiche di Brandeis penetrano e influenzano
l’amministrazione del presbiteriano Wilson. Quest’ultima, infatti,
diviene un fondamentale veicolo mondiale e del giudeoamericanismo e
del sionismo. Prima si lancia in una politica di diplomazia
umanitaria e filantropica nei confronti delle discriminazioni che il
Giudaismo ancora subiva in Europa, promovendo già allora l’idea di
un Nuovo Ordine Mondiale (il cui nucleo centrale è appunto il
giudeoamericanismo), poi approva il 27 agosto del 1918 la
Dichiarazione Balfour a favore della creazione in Palestina di una
national home per il popolo ebraico.
Il wilsonismo, profondamente compenetrato dalla visione di Brandeis,
è il punto di massimo incontro e integrazione tra sionismo e
giudeo-americanismo, al punto che diventa difficile d’ora in avanti
stabile le differenze strategiche e le diverse aspirazioni tra la
corrente giudeosionista e quella giudeoamericanista. Ora, il punto
fondamentale da sottolineare è che, dopo il 1848, alcune ricche ed
influenti famiglie frankiste della Boemia e della Moravia emigrano
negli Stati Uniti. Il frankismo è, ripeto per coloro che non lo
sanno, come afferma peraltro uno studioso ebreo di questi movimenti
messianici kabbalisti, il modello perfetto dell’antinomismo.
L’antinomismo frankista è una pseudoteologia della
controresurrezione, ossia una prassi magico-operativa, della
salvezza, mediante la dissacrazione più violenta, più dissolutiva.
La pseudoteologia fonda il suo messianismo sul trionfo universale
dell’anti-uomo. Un anti-uomo (un anti-Io al luogo dell’Io solare che
dovrebbe orientare e trasmutare l’individuo), uscito appunto da
questa grandiosa rottura infera, ctonia del limite, non da un
superamento solare, eroico, realmente resurrettore, del limite
fisico-individuale. Jakob Frank, nella sua indubbia grandezza, è un
personaggio dostoesvkiano. Nato nel 1726 a Korolewa, in Galizia, è
l’autoproclamatosi “messia” della fine dei giorni di talmudica
memoria, giudeo ultragiudaizzante che vuole però salvare l’intera
umanità, anche quella tradizionalmente più avversata dal Giudaismo,
ossia quella cristiana. L’essenza del messianismo antinomista
frankista è che il lavoro di distruzione (per i frankisti
elevazione) deve essere realizzato con la discesa umana nelle più
infime profondità dell’abominio. Frank dice di sé medesimo:
Io non sono venuto ad innalzare, sono venuto a distruggere e a
degradare tutte le cose finché esse non siano scese così in basso
che più in basso non potrebbero scendere. La strada per l’abisso è
terrificante e spaventosa.
Nell’ebraico Talmud, la parola minuth, che indica l’eresia
per eccellenza, significa Cristianesimo. Il frankismo si espande su
questa tradizione cristianofoba talmudista apportando degli elementi
di rottura con la stessa tradizione rabbinica giudaica. Elementi di
rottura caratterizzati dalla precisa volontà operativa, rituale, di
espansione del mondo della tenebra sul mondo della luce. Un
autentico nichilismo magico, quello dei sabbatiani e quello dei
frankisti, fondato su una prassi di materialismo magico-metafisico e
su una visione escatologica ed apocalittica all’insegna del
messianismo controresurrettivo.
La visione ultima del futuro di taglio frankista, è non a caso tutta
ripiegata sulle leggi non ancora rivelate della Torah di atzilut,
che sarebbero entrate in vigore, disse Frank ai suoi discepoli, non
appena fossero “giunti a Esaù”, ossia dopo il passaggio attraverso
la distruzione e la negazione, “l’abisso”. La visione apocalittica
frankista circa l’abolizione di tutte le leggi e la loro
trasformazione secondo l’antilegge dell’Abisso inizia ad assumere un
concreto significato storico con la Rivoluzione Francese. Come è
ormai certo, i nipoti di Frank ebbero un ruolo attivo in diverse
cerchie giacobine parigine e di Strasburgo. Moltissimi altri
frankisti diventarono militanti giacobini integrati a tutti gli
effetti nel processo “rivoluzionario”.
I frankisti danno infatti una lettura mistico-nichilista della
Rivoluzione Francese. Da una parte essa dimostrava il segno di un
intervento divino in loro favore, in quanto le attività clandestine
frankiste sarebbero passate inosservate e non sarebbero più state
oggetto di eventuale repressione da parte di rabbini o del clero
cattolico. Anche Frank esprime più volte questa opinione, nel 1803,
a Praga ai suoi discepoli.
Dall’altra, come sostiene l’autore frankista della Profezia di
Isaia, l’imminente apocalisse è destinata a causare la rinascita
del popolo ebraico, il quale ha così la eccezionale possibilità
storica di rinnegare i suoi rabbini e gli altri falsi maestri,
abbracciando finalmente la “fede del vero Giacobbe”, come si addice
al “popolo del Dio di Giacobbe”. Interpretando in senso frankista il
salmo 118: “la destra del Signore è esaltata”, l’autore precisa che
“se la destra del Signore comincia a manifestarsi, la sinistra
ingannatrice di Esaù e dei suoi sacerdoti e la spada ingannatrice si
ritireranno”, evidente allusione al ruolo combinato dei settori
ecclesiastici e secolari.
In questa concezione del mondo, le aspirazioni apocalittiche si
mescolano con la prassi politica rivoluzionaria, come testimonia,
nel 1799, la famosa “Epistola Rossa”, scritta nello stile
tipicamente criptico della letteratura frankista dai credenti di
Offenbach a numerose comunità giudaiche, esortandole alla
conversione alla “santa religione di Edom”.
Tale Epistola non viene compresa dalle autorità politiche,
essendo anche presenti gli usuali passaggi dell’omelia sabbatiana
con le sua ardite interpretazioni di storia biblica, passi dello
Zohar e significati occultistici cabalistici, ma è un chiaro
invito, rivolto dai giacobini frankisti alla radicale sovversione
del principio di autorità spirituale e politica che corrisponde, in
termini metafisici, al superamento frankista – “la santa religione
di Edom” - del giudaismo tradizionale, divenendo lecita, nella
prassi frankista, anche la conversione in blocco della setta
criptogiudea al Cristianesimo qualora la circostanza lo renda
opportuno, con immenso scandalo rabbinico!
Il frankismo, come è evidente, ha avuto nell’America la terra
eletta. Nobili polacchi di ascendenza frankista, nei quali si
intravede il marchio del settecento anticristo, scalano velocemente
i vertici del mondo finanziario e politico americano. Brandeis,
appunto, è uno di questi. Il wilsonismo è chiaramente un frutto
coerente della visione del mondo frankista.
Nonostante il frankista Brandeis, presidente dell’American
Zionist Movement e consigliere speciale di Wilson riguardo “la
questione ebraica”, sia determinante nell’attuare la causa del
“focolare nazionale” sionista, va pure detto che il frankismo non è
affatto protosionista.
Mentre gli ambienti sabbatiani si possono definire protosionisti in
quanto dal 1700 iniziano a sviluppare la concezione che va promossa
l’emigrazione sabbatiana verso la Terrasanta in quanto, in occasione
del secondo avvento di Sabbetay Sevi, che sarebbe avvenuta dopo
quaranta anni di “occultamento”, la vera conoscenza della sua natura
sarebbe stata riservata solamente a quei credenti sabbatiani viventi
in terra d’Israele, quelli frankisti non lo sono affatto. In questo
contesto, Frank sviluppa invece una sorta di “territorialismo”
apolide ebraico – si può anche definire un sionismo senza Sion, ma
basato su una visione sorprendente, nient’affatto israelocentrica -
fondato su una visione che integra il nichilismo sabbatiano con la
nuova prassi politica frankista, la quale predica il principio di
una imminente apocalittica sovversione mondiale, che esula dal
problema protosionista della Terra d’Israele vera e propria.
Nel suo commento allo ‘En Ya’aqov (una raccolta di aggadot
talmudiche), il frankista Low von Honigsberg specifica che l’esilio
di Israele non è conseguenza dei suoi peccati, ma rientra in un
piano escatologico destinato alla vittoria messianica del giudaismo
sabbatiano e frankista, principio occulto rivelato appunto da Frank,
ma rimasto invece nascosto a tutti i sapienti che lo hanno
preceduto. Dunque, il problema escatologico del frankismo non è
affatto rappresentato dal ritorno nella Terra d’Israele, ma nello
scatenamento apocalittico del virus messianico
giudaico-kabbalistico – al sessualismo antinomista orgiastico, non
certamente all’idea del Sacro Amore,
il frankismo dava un carattere ed un valore sacralizzanti -, da cui
discenderanno in seguito forme radicalmente corrosive che hanno
avuto in particolare il fine strategico di annientare la forza
spirituale dei popoli cristiano europei quali la psicanalisi, la
“rivoluzione sessuale”, il femminismo, il cosiddetto “antirazzismo”
che è stata soprattutto una maschera nominalistica e propagandistica
del razzismo mondiale eurofobo o ancor meglio di un razzismo
mondiale anticristiano, come hanno dimostrato anche i recenti fatti
in India, dove l’alleanza tra Mossad e Hindutva ha partorito la
liceità dell’assassinio rituale del “cristiano” mediante
incenerimento, il culto della droga quale via di liberazione,
l’instillazione, come prassi contropedagogica dall’infanzia, per gli
europei, del disprezzo assoluto verso i valori patriottici e verso
la santità del sacrificio militare o morale per la Patria, e così
via.
Se da una parte abbiamo il giudeoamericanismo frankista e l’attuale
pianeta americanizzato che presenta i chiari segni generali, diffusi
anche a livello di massa, di un nichilismo magico controresutterivo
e controspirituale, dall’altro abbiamo il progetto giudeosionista.
Con questo non si vuole stabilire una netta separazione tra
giudeoamericanismo e giudeosionismo, ma va tracciata però una
differenziazione, forse solo formale, forse sostanziale, ma che
comunque si rivelerà fondamentale. Se l’essenza del
giudeoamericanismo di ascendenza frankista è da ricercare nel
messianismo antinomista, quella del giudeosionismo è da ricercare
nel messianismo ipernomista tempiocentrico.
Non va dimenticato, infatti, che nonostante il carattere “laico” del
giudeosionismo di Herzl, di cui tanto si parla e spesso a
sproposito, è il patrimonio ideologico dei protosionisti religiosi,
incarnato dal Mizhrai, ad accordare la definitiva legittimazione al
progetto sionista di Herzl; non va dimenticato che – nell’entità
Sionista - prima dell’inizio di ogni operazione fondamentale
politica o militare, si deve attendere il responso supremo del Gran
Rabbinato; non va dimenticato che i rabbini radicalmessianici
adottano una particolare versione della kabbala operativa,
hokhmat hashimmush, che mira a danneggiare qualcuno e che va
oltre gli stessi elementi di magia giudaica stabiliti dalla kabbala,
e che essi realizzano talvolta, in casi particolari, i dettami di un
testo che contiene la maledizione rituale operativa, la Pulsa
d’Nura, la flagellazione di fuoco; non va dimenticato che,
nonostante la sostanziale secolarizzazione della società civile
israeliana, il potere del ceto rabbinico radicale, che deriva dal
complesso intreccio che caratterizza la relazione tra politica e
religione nell’entità giudeo-sionista, è talmente forte che i suoi
esponenti possono permettersi di discutere in pubblico della
possibilità di assassinare il primo ministro in nome della Legge
religiosa, e, dopo l’eventuale assassinio del Rabin di turno,
possono esternare tranquillamente che il fatto era inevitabile, in
quanto Rabin (che in realtà perseguitava il medesimo disegno
strategico dei rabbini radicali e dei sionisti nazionalreligiosi
messianisti, ma con diversi strumenti tattici) si era mostrato
“indifferente alle vere aspirazioni del popolo”.
Al di fuori di tale orizzonte messianista torahcentrico e
nazional-religioso, il giudeosionismo non avrebbe senso. E, come un
oscuro istinto, tutta la società civile israeliana vive,
consciamente o incosciamente, di questo disegno messianico
ipernomista, cioè fortemente radicato nella Legge religiosa
tradizionale, a differenza del frankismo. Non ne può fare a meno,
anche l’ateo cinico politico giudeosionista, che in realtà teme più
di ogni altro evento il responso rabbinico definitivo. Questo
orizzonte è divenuto l’essenza stessa della società sionista. Ma,
nonostante l’ala più radicale, nel senso messianico attivista, del
sionismo nazionalreligioso abbia tentato l’azione diretta per la
riconquista del Monte Tempio, l’assenza, o comunque il non chiaro
riconoscimento comune, di due condizioni rituali fondamentali,
quella della linea sacerdotale, una casta dispersa dopo la
distruzione del Tempio e quella delle ceneri della giovenca rossa
(aventi un particolare valore “purificatore”), ha certamente pesato
sulla situazione interna sionista, svantaggiando il “partito della
guerra civile” sionista nazionalreligioso a vantaggio di una
corrente sionista più radicalmente occidentalista e di una
post-sionista. Ma è chiaro, che se vi dovrà essere il graduale
imporsi di queste correnti ai danni definitivi del giudeosionismo
messianista nazionalreligioso, l’entità sionista (che, per quanto
“democratica” o occidentalizzata indubbiamente abbia potuto essere o
sia, presenta suoi specifici dati interni) finirebbe per
perdere definitivamente la sua identità e sarebbe fatalmente
inglobata nel giudeoamericanismo.
Ora, è importante constatare che il terrorismo rituale
giudeosionista scatenatosi di nuovo di recente, rituale in quanto,
tornando a quanto sopra si diceva, l’operazione Piombo fuso
prende avvio proprio in uno dei giorni più sacri del calendario
giudaico, lo Shabbat di Hanukkah, dopo il consenso supremo e
definitivo dato dai rabbini a Barak, oltre a dirigersi evidentemente
contro il movimento palestinese ormai simbolico di resistenza totale
all’entità sionista, cioè Hamas, oltre a scatenare una infera
tempesta di “sacra violenza giudaica” contro gli “amaleciti” (Deuteronomio,
25, 17-19), oggi i Palestinesi, la cui vita non vale nulla,
soprattutto quella di bambini che, in prospettiva saranno i futuri
martiri di un esercito che sembra eterno, il quale oltre le tinte
esteriori (ieri rosse, oggi verdi) che sembrano volergli dare le
potenze regionali o imperiali che vi mettono sopra le mani, è
anzitutto, soprattutto Palestinese,
nemmeno arabo in senso lato, ma proprio Palestinese, oltre a
svilupparsi sulla questione del futuro evento elettorale interno,
vorrebbe essere un messaggio di forza lanciato dagli identitari
giudeosionisti ai giudeoamericanisti che, ormai, forti dell’elezione
di Obama, sono convinti di poter risolvere la questione
mediorientale in altri termini.
Tra i giudeoamericanisti di ascendenza frankista che hanno in mano
attualmente le sorti dell’Impero vi è Zbigniew Brzezinski. Come ieri
Brandeis riempì di essenza frankista il wilsonismo e lo lanciò
all’assalto del mondo, così oggi il ruolo del frankista geopolitico
giudeo-polacco nel ridisegnare, mediante l’ “iniziazione” di Obama
alla sua missione, la strategia mondiale dell’americanismo è stata
fondamentale. Chiaramente, la tattica della nuova America frankista
non sarà all’insegna di quella “violenza sacra”, rituale, fieramente
esibita che ha caratterizzato la storia dell’entità Sionista.
Brzezinski ha più volte accusato la politica statunitense sotto
Bush, eccessivamente bellicista, di essere strategicamente
autodistruttiva anche verso il Medio Oriente: i Sionisti, secondo il
frankista, a prescindere dalla loro superiorità militare sui
Palestinesi, non possono imporre una soluzione duratura con il solo
uso della forza. Ed inoltre, mentre i Sionisti compiono le loro
carneficine, gli interessi americani nel Vicino Oriente vengono
continuamente danneggiati.
Durante l’attuale operazione Sionista Piombo fuso, l’eminente
consigliere di stato ha fatto sapere che l’attuale conflitto denota
“una immaturità strategica, politica e morale di entrambi i
contendenti”. Chiaramente, è più un attacco rivolto ai Sionisti che
ai Palestinesi.
Da buon frankista spesso Brzezinski fa opera di “dissimulazione”,
lecita quando rivolta ai non giudeofrankisti o ai cristiani in
particolare. Non in tal caso, poiché l’evidente strategia
giudeofrankista è di pacificare il Vicino Oriente entro il 2013,
creando una sorta di grande emporio mercantile, certamente guidato
dai Sionisti, ma pacifico e democratico.
In perfetto stile giudeoamericanista, senza più il bisogno di
crociate terroristiche benedette da Dio (un Dio vago e indistinto,
come è nella tradizione del falso giudeocristianesimo). Perché il
chiaro intento del frankismo è quello della definitiva conquista
“psichica” dell’umanità. Un’umanità artificialmente pacificata,
ridotta a massa semi-umana, abbrutita dal materialismo sempre più
basso, involuta in forme di naturalismo pandemico indistinto.
Un’umanità caratterizzata da una vera e propria regressione
spirituale, per incentivare la quale verranno appositamente usate le
cosiddette ricerche scientifiche, metodi sperimentali di
de-umanizzazione.
Se il disegno strategico è questo, si capisce perché i frankisti
considerano “antiquati ed inopportuni” i mezzi tattici usati dai
giudeosionisti.
Ciò non toglie che giudeosionisti e giudeoamericanisti originino
dallo stesso pathos messianista, ma chiaramente la finalità
strategica sembra ben differenziarsi.
Si può portare l’esempio dell’Impero di Negri, un saggio di
chiara estrazione e finalità frankista; la stessa visione frankista
negriana, che certamente non è resa pubblica né manifestata al
grande pubblico, convive con un insistente richiamo al carattere
“audace” del Sionismo, un modello vero e proprio per le moltitudini,
in quanto non suffragato dalla legittimità di una tradizione
nazionale originaria, ma del tutto artificiale; di conseguenza, in
questa visione del prof. Negri, che riconosce, nel 2007,
all’istituto Spinoza di Gerusalemme di “essere diventato comunista
in Israele nel kibbutz Nahshonim, vicino Petah Tikva”, la
vittoria di Obama è il segno chiaro che la lotta moltitudinaria è
andata in porto,
e tutto ciò che vuole difendere sé medesimo rispetto al livellamento
subumano di tale globalismo magnificato dai frankisti è, per il
fatto stesso di volersi difendere, “fascista”.
Il progetto frankista si è fatto spazio in Europa, liberandosi di
ogni intralcio, soprattutto, è evidente, tra le classi dirigenti.
Una sorta di vendetta catartica, nell’ottica messianica kabbalista,
partita da Oltreoceano. Eliminata ogni resistenza europea da ormai
sessanta anni, sono sorti degli ostacoli nel cammino frankista, ma
presto sono stati rimossi.
Prima Radovan Karadzic, reo di voler difendere la fiera Cristianità
del suo popolo, cercando un consenso tra le coscienze europee
cristiane non ancora assopite, nella proposizione di un vasto fronte
di liberazione continentale dal peso ossessionante del
giudeoamericanismo hoollywodiano, veniva chiaramente affossato dalla
propaganda giudeoamericanista internazionale; poi addirittura il
governatore di Bankitalia, Fazio, veniva attaccato dalle medesime
forze antieuropee (addirittura un parlamentare di Forza Italia
definiva “un complotto ebraico massonico” l’allontanamento di Fazio
da Bankitalia)
in quanto esponente di una “finanza cattolica” sostanzialmente sana,
che aveva ottenuto ottimi risultati economici, al di fuori delle
logiche finanziarie tanto care ad Andrè Meyer, l’agente pagatore del
Piano Marshall, complice storico dell’atlantista Cuccia.
Dunque, forze di resistenza “cristiana” europea, all’interno delle
stesse classi dirigenti, non sembrano esservi.
La Russia è un caso a sé, ma proprio perché tatticamente isolata,
non ha un disegno strategico di ampio respiro che possa, per ora,
intimorire il giudeoamericanismo.
Quindi, il piano frankista entrerà in azione, per ora, senza
ostacoli.
Gli isterici, forsennati bombardamenti giudeosionisti sul martoriato
popolo palestinese, che certamente danno ulteriore dimostrazione
della “psicologia criminale” talmudista giudaica, ma che si stanno
rivelando militarmente inefficaci, tatticamente privi di una logica,
dato che i giudeosionisti si stanno, almeno fino ad ora, ben
guardando dall’effettuare una vera incisiva operazione via terra
(attesa probabilmente da tutti i militari, e non solo, sia quelli
di Hamas, sia quelli della Jihad islamica, sia quelli di Al Fatah,
di Gaza come un reale evento risolutivo a cui ci si sente pronti),
stanno forse proprio a indicare che anche i settori
radicalmessianisti sionisti hanno preso ormai definitiva
consapevolezza di aver perso la partita strategica tutta “interna”
al messianismo giudaico.
Luca Fantini
* Luca
Fantini collabora con la nostra Redazione come consulente esperto e
studioso di filosofia e storia della filosofia, con particolare
attenzione alla questione giudaica.
Link a questo articolo :
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