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Per più di
mezzo secolo coloro che hanno cercato di contrapporsi
alle forze che sottendono il paradigma israeliano hanno
identificato la politica e la pratica israeliane con il
sionismo e con l'ideologia sionista. Temo di dover dire
che si sono completamente sbagliate. Certo, il progetto
sionista impone di depredare la Palestina nel nome delle
aspirazioni nazionali ebraiche. Ed è anche corretto
affermare che Israele è stato alquanto efficiente nel
tradurre la filosofia sionista in una devastante pratica
repressiva e omicida. Tuttavia gli israeliani, o più
precisamente la grande maggioranza degli ebrei laici
nati in Israele, non sono motivati né invigoriti
dall'ideologia sionista. Il suo spirito o i suoi simboli
sono per loro praticamente privi di significato. Per
quanto strano possa sembrare, per la maggior parte degli
ebrei laici nati in Israele il sionismo è una nozione
straniera o semplicemente arcaica.
Dato che
la grande maggioranza di israeliani è confusa dalla
nozione di sionismo, buona parte delle cosiddette
critiche anti-sioniste hanno avuto scarso effetto su
Israele, sulla politica israeliana e sul popolo
israeliano. In altre parole, negli ultimi sessant'anni
coloro che hanno usato il paradigma del sionismo e il
suo opposto non hanno fatto altro che predicare ai
convertiti.
Va ora
rivisto completamente il complesso amalgama composto da
Israele, sionismo ed ebraismo.
Viaggio interiore
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia
famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia
moglie Tali e i nostri due bambini Mai (12) e Yann (7)
partono per Israele. Mia moglie la chiama visita di
famiglia, insiste che i bambini devono vedere i loro
parenti stretti e che le mie idee su Israele, identità
ebraica e sionismo globale non devono mettersi in mezzo
o interferire con gli affari di famiglia. Per ovvi
motivi, io non vado mai in Israele. Ho deciso dieci anni
fa che, a meno che Israele non diventi lo stato di tutti
i suoi cittadini, io lì non ho niente da fare.
Nei nostri
primi anni a Londra come genitori Tali e io abbiamo
avuto un po' di discussioni sulla sua scelta di Israele
come meta pasquale. All'inizio la disapprovai. Insistevo
sul fatto che trascinare dei bambini innocenti
nell'apartheid dello "Stato per soli ebrei" avrebbe
contribuito ben poco alla loro futura serenità, e che
avrebbe anzi potuto distorcere il loro senso etico. In
quegli anni da genitori alle prime armi Tali liquidava
le mie paure, diceva che i nostri figli andavano
trattati come esseri umani liberi. Avevano il diritto di
vedere la loro famiglia e sarebbe spettato a loro
decidere quando sarebbero stati pronti a farlo.
Quando i nostri figli erano molto
piccoli trovavo molto difficile argomentare la mia
posizione. Mai e Yann non certo interessati alle
complessità politiche o etiche. Tuttavia, mentre i miei
figli crescevano, i loro ripetuti soggiorni nello
shtetl
ebraico diventavano un importante capitolo educativo per
me più che per chiunque altro. Assistere alla
trasformazione dei miei figli in blandi filo-israeliani
mi ha aperto gli occhi. Mi è accaduto di comprendere
l'impatto di Israele e del sionismo attraverso gli occhi
dei miei bambini britannici. Ho imparato ad ammettere
quanto sia facile innamorarsi di Israele.
I miei figli adorano quel posto.
Amano il cielo blu, il mare, le spiagge sabbiose. Penso
che amino anche l'hummus e il falafel. Non bisogna
essere un genio per capire che tutto ciò che ho appena
citato appartiene alla terra, cioè alla Palestina, e non
allo Stato di Israele. Ma non finisce qui. Adorano anche
parlare ebraico circondati da persone che lo parlano,
ridere e perfino addolorarsi in ebraico. Amano la
chutzpah
ebraica che è intrinsecamente unita alla schiettezza
israeliana. In fin dei conti, l'ebraico è la loro lingua
materna.
Quando
Tali e i bambini fanno ritorno nella nuvolosa Londra si
sentono confusi e spaesati per un po'. Tali diventa
lievemente nostalgica al pensiero della fortunata
carriera teatrale che si è lasciata alle spalle. E
questo è normale. Il caso dei miei figli è leggermente
più complesso. Loro sono britannici. Anche se l'ebraico
è la loro lingua materna, l'inglese è la loro prima
lingua. A Londra sentono la mancanza di alcune libertà
celebrate laggiù: vorrebbero continuare a giocare nei
campi, godersi il glorioso sole mediterraneo inebriati
dai fiori di una primavera secca. Però l'aspetto più
percettibile è che Israele risolve quello che sembra
essere il loro inevitabile complesso identitario. Quando
vivono qui a Londra sono turbati dalla loro identità
etnica, non sanno decidere chi sono, se ex-israeliani,
ex-ebrei, ebrei laici, di cultura cristiana, discendenti
di un palestinese di lingua ebraica, figlio e figlia di
un famigerato personaggio che odia se stesso e fiero di
farlo e via dicendo. In Israele, soprattutto quando sono
circondati dai loro familiari, non si pongono nessuna di
queste domande. Gli israeliani tendono ad accettarti
come fratello, sempre che tu non sia arabo. Mentre nella
Londra multietnica i miei figli si trovano spesso ad
affrontare ovvie domande che riguardano le loro origini,
domande cui fanno molta fatica a rispondere a causa mia
e della mia posizione, in Israele quelle domande sono
inesistenti.
Quando i
miei figli ritornano a Londra, per una settimana o due
mi fanno sentire come se fossimo io e la mia pazzia a
imporre loro queste condizioni di esilio invernale. In
fondo al mio cuore so che hanno assolutamente ragione.
'È dura', è tutto quello che posso dire in mia difesa.
Per una
settimana o due dopo il loro ritorno i miei figli
diventano leggermente sionisti. Non che siano in
disaccordo con quello che dico della Palestina, non che
sviluppino una qualche aspirazione nazionale ebraica, e
non è neanche che i miei figli siano ciechi alle
sofferenze del popolo palestinese. Anzi, il mio figlio
più piccolo, che ha sette anni, è sconvolto da quel muro
gigantesco e non fa che domandare delle persone che ci
vivono dietro. Ma c'è qualcosa che sperimentano in
Israele, qualcosa che ha fatto del sionismo la storia di
maggior successo tra gli ebrei della diaspora per più di
due millenni. Non è l'ideologia a rendere così attraente
il sionismo, ai miei figli non interessa l'ideologia e
probabilmente non sanno neanche cosa significhi questa
parola. E non è neanche la politica, i miei figli non
sanno molto di politica. È tutta una questione di
appartenenza. Il sionismo è un identificatore simbolico
e offre agli ebrei della diaspora un ordine simbolico.
Dà un significante a ogni possibile apparenza, crea un
mondo logico e coerente. Dà un nome al mare, al cielo,
al sole, alla terra, alla fratellanza, al desiderio e
all'amicizia. Ma dà anche un nome al nemico, ai gentili
(goyim) e perfino agli ebrei che odiano se
stessi. Il sionismo è un lucido ordine mondiale,
purtroppo anche spietato e omicida.
Attraverso gli occhi dei miei
bambini ho l'occasione di studiare il significato di
Israele più che la sua politica o le sue azioni. Grazie
a loro posso capire cosa offre Israele e quanto efficace
sappia essere. Analizzando il rapporto empatico dei miei
figli con Israele ho compreso che l'esperienza ebraica
contemporanea si fonda su due sistemi dialettici. L'uno
si basa su
Eretz Yisrael
e la Diaspora, l'altro può essere formulato come "ama te
stesso quanto odi tutti gli altri".
Eretz Yisrael
e la Diaspora
"Sono un
essere umano, sono ebreo e sono israeliano. Il sionismo
è stato uno strumento che mi ha fatto passare dalla
condizione di ebreo alla condizione di israeliano. Credo
che sia stato Ben-Gurion a dire che il movimento
sionista era l'armatura necessaria per costruire la
casa, e che dopo la fondazione dello stato doveva essere
smantellato". (Avraham
Burg, 'Leaving
the Zionist ghetto' in
un'intervista con Ari Shavit, 25 luglio 2007)
Per gli ebrei laici nati in Israele
il sionismo significa ben poco. Se il sionismo serve ad
affermare che gli ebrei hanno diritto a una patria in
Sion, l'ebreo laico nato in Israele questa realtà la
vive. Per lui/lei, il sionismo è un capitolo storico
remoto collegato a una vecchia fotografia che ritrae un
uomo con una gran barba nera, Theodor Herzl. Per gli
israeliani il sionismo non è una trasformazione in
attesa di realizzarsi ma piuttosto un capitolo storico
noioso, tedioso e datato, poco più che chiacchiere senza
senso. È molto meno interessante delle buste piene di
denaro di Olmert o della conversione di Obama in
portavoce di Israele. Di fatto, per i nuovi israeliti la
parola
Galut (Diaspora) ha
delle connotazioni negative. È associata ai ghetti, alla
vergogna e alla persecuzione, e non ha niente a che fare
con Manhattan o con il quartiere londinese di Soho. In
altre parole, gli israeliani non tendono a identificare
la loro emigrazione da Israele come un ritorno alla
Diaspora. Come altre popolazioni migranti, cercano
semplicemente una vita migliore. Va detto che per la
maggioranza degli israeliani Israele è lungi dall'essere
un luogo glorioso ed eroico. È naturale, dopo
sessant'anni passati con la stessa donna capita che non
si apprezzi più la sua bellezza.
Il
cosiddetto "israeliano", vale a dire l'ebreo laico nato
in Israele, il riuscito prodotto del sionismo
post-rivoluzionario, è ora così abituato alla propria
esistenza in quella regione che ha perso il suo istinto
di sopravvivenza ebraico. Adotta invece la più
edonistica interpretazione dell'individualismo
illuminato occidentale che abolisce le residue
reminiscenze del collettivismo tribale. Questo può
spiegare perché Israele sia stato sconfitto nell'ultima
guerra del Libano. Il nuovo israeliano non vede alcun
valido motivo per sacrificarsi su un altare ebraico
collettivo. È molto più interessato a esplorare gli
aspetti pragmatici della filosofia della "bella vita".
Questo può anche spiegare come mai l'esercito israeliano
non riesca a far fronte alla crescente minaccia dei
razzi Qassam. Per farlo, i generali israeliani
dovrebbero ricorrere ad audaci tattiche di fanteria.
Apparentemente hanno imparato la lezione in Libano: la
società edonistiche non producono guerrieri spartani e
senza veri guerrieri a disposizione è meglio combattere
da lontano. Invece di mandare a Gaza reparti speciali di
fanteria all'alba, sembra che sia molto più semplice
sganciare bombe su quartieri popolosi oppure affamarne
gli abitanti per costringerli alla sottomissione.
Inutile dire che i palestinesi, i siriani, Hezbollah,
gli iraniani e tutto il mondo islamico lo sanno
benissimo. Giorno dopo giorno assistono alle codarde
tattiche israeliane e sanno che Israele ha i giorni
contati.
Per quanto
possa sembrare allarmante, gli israeliani non sono
troppo preoccupati da questa fatale e inevitabile
realtà, almeno non consapevolmente. Dato che il loro
istinto di sopravvivenza tribale è stato sostituito
dall'individualismo illuminato, i giovani israeliani si
preoccupano più della sopravvivenza individuale che di
progetti collettivi. L'israeliano può arrivare al punto
di pensare "come diavolo faccio a andarmene di qui?" Il
nuovo ebreo laico israeliano è un artista della fuga.
Non appena termina la leva obbligatoria, corre
all'aeroporto o impara a disconnettersi da tutti i
canali di informazione. Il numero di israeliani che
lasciano la madrepatria cresce giorno per giorno. Gli
altri, quelli condannati a restare, sviluppano
un'apatica cultura di indifferenza.
Beaufort
e Sderot
Di recente ho visto
Beaufort,
un pluripremiato film israeliano di guerra. Anche se le
sue qualità cinematografiche non mi hanno affatto
colpito, la pellicola è una sorprendente denuncia della
stanchezza e del disfattismo israeliani. Il film narra
la storia di un reparto speciale della
brigata Golani
dell'Esercito di Difesa Israeliano in un bunker
all'interno di una fortezza bizantina in cima a una
montagna del Libano meridionale. L'azione si svolge nei
giorni che precedono la prima ritirata israeliana da
quella zona, nel 2000. Fatto sta che i soldati
israeliani sono circondati dai guerriglieri di
Hezbollah. Trascorrono giorni e notti in trincea, si
nascondono in rifugi di cemento armato e sono sottoposti
a una pioggia incessante di razzi e missili. Nonostante
i loro progetti per il futuro, in una vita lontana da
quell'inferno in cui sono intrappolati, muoiono uno dopo
l'altro per mano di un nemico che non vedono nemmeno.
Gli israeliani hanno molto amato
questo film, il resto del mondo era un po' meno convinto
dei suoi pregi artistici. Se vi state chiedendo perché
sia piaciuto così tanto agli israeliani, questa è la mia
risposta. Per gli israeliani, la trama di Beaufort
è l'allegoria di uno stato che giunge a rendersi
conto della temporalità e della futilità della propria
esistenza. Così come i soldati israeliani sognano di
scappare più lontano possibile, andando a vivere a New
York o sballandosi a Goa, la società israeliana sta
facendo i conti con il proprio fatale destino. Come i
soldati del film, gli israeliani vogliono diventare
americani, parigini, londinesi e berlinesi. Il numero di
israeliani
in coda per ottenere un
passaporto polacco
aumenta ogni giorno che passa. Beaufort è la
metafora di una società che si sa assediata. Una società
che si sta accorgendo che potrebbe non esserci una via
d'uscita, né fisica né attraverso una crescente
indifferenza. Il film può essere interpretato come la
parabola di una società che sta facendo i conti con la
drammatica nozione della propria temporalità.
È curioso che, mentre i soldati di
Beaufort e gli abitanti reali di Sderot o
Ashkelon sentono che niente più li trattiene in quei
luogi e vogliono confusamente lasciarsi alle spalle
tutto e scappare per salvarsi la pelle, per l'ebreo
della Diaspora Israele è un luminoso modello di gloria.
Israele è sia il significato che il significato nel suo
farsi. Per l'ebreo della Diaspora Israele è la
trasformazione simbolica che mira alla liberazione e
perfino alla redenzione dalla sofferenza ebraica.
Israele è tutto ciò che l'ebreo della Diaspora non è. È
ricco di chutzpah, è energico, è militante, lotta
per quello in cui crede. Dunque per un giovane ebreo di
Golders Green o di Brooklyn emigrare in Israele o
arruolarsi
in quello che erroneamente considera l'eroico esercito
israeliano è ben più glorioso che fare l'avvocato, il
dentista o il commercialista nello studio di papà.
Essendo terrorizzato dalla remota
possibilità che i miei figli un giorno possano
sorprendermi con la scelta di trascorrere del tempo in
Israele da soli, senza il controllo materno, negli
ultimi tempi ho cercato di capire quello che Israele ha
da offrire agli ebrei del mondo. Di fatto, non sono
molti i genitori ebrei che vieterebbero ai propri figli
di entrare nell'esercito israeliano. E perché
dovrebbero? L'esercito israeliano è molto sicuro, evita
gli scontri sul campo, uccide da lontano e tiene in
considerazione i propri soldati almeno quanto ama
infliggere sofferenza estrema agli altri. Ogni genitore
ebreo deve accettare l'utilità che suo figlio impari a
guidare un carro armato o un elicottero e a sparare con
un
MK 47.
Diversamente dai combattenti palestinesi scandalosamente
male equipaggiati che muoiono tutti i giorni in gran
numero, è difficile che i soldati israeliani rischino la
vita. Ecco dunque che l'eroismo dell'emigrazione e
perfino dell'arruolamento sembrano essere un'avventura
sicura, almeno per ora.
Benché sia
chiaro che la maggioranza dei giovani ebrei della
Diaspora scelga di continuare la propria vita evitando
di raccogliere la sfida dell'aliyah (lett.
ascesa, l'immigrazione ebraica nella terra di Israele),
il sionismo comunque fornisce loro un identificatore
simbolico. Il sionismo e i suoi "aliyah operators"
offrono loro la possibilità di identificarsi con i pochi
che sono arrivati a tanto o di diventare essi stessi
soldati di uno degli eserciti più forti del mondo.
Il nuovo ebreo errante
Il sionismo inventò il popolo ebraico e pose il suo
Stato, Israele, in un conflitto devastante che sta ora
assumendo proporzioni globali, trasformandosi in una
pericolosa minaccia mondiale. Ma per gli israeliani,
cioè coloro che si trovano nell'occhio del ciclone,
"sionismo" significa molto poco. Gli israeliani si
arruolano nell'esercito israeliano non perché sono
sionisti ma perché sono ebrei (in contrapposizione con i
musulmani che li circondano). Questa fondamentale
constatazione può dare un nuovo significato al concetto
dell'"ebreo errante". La dialettica instauratasi tra la
Diaspora e
Eretz Yisrael
porta a un flusso incrociato di migrazione, aspirazione
e speranza. Gli ebrei della Diaspora si sentono attratti
da Israele alla luce della fantasia sionista, mentre gli
ebrei israeliani sono decisi a fuggire dallo stato di
assedio in cui si trovano. La Diaspora si sta dirigendo
verso
Eretz Yisrael, mentre
buona parte degli ebrei israeliani cerca disperatamente
di uscirne.
Questo
flusso incrociato di attrazione/emigrazione non è
fortuito, ma il prodotto diretto delle sacre scritture.
Come ho esplorato nel mio articolo "Esther to AIPAC"
[1], sono sempre più numerosi gli studiosi della Bibbia
che mettono in discussione la sua storicità.
Apparentemente la Bibbia sarebbe stata scritta
prevalentemente "dopo l'esilio babilonese e le sue
pagine rielaborano (e in gran parte inventano) la storia
israelita precedente facendo sì che rifletta e reiteri
le esperienze di coloro che ritornarono da
quell'esilio".
Questo fa
sì che la Bibbia, essendo un testo sull'esilio, conduca
a una realtà frammentata nella quale l'ebreo della
Diaspora anela al "ritorno", ma una volta consumato
questo ritorno l'ideologia perde la sua attrattiva. Il
caso del sionismo è incredibilmente simile: è riuscito
ad attirare alcuni ebrei a Sion, ma una volta lì
l'ideologia non offre loro l'avventura sperata.
Possiamo
chiaramente rilevare nel progetto ebraico una tensione
dialettica tra il sionismo, l'identità dell'ebreo della
Diaspora e l'israelianità. Il sionismo e Israele sono i
due poli che insieme formano l'esperienza ebraica
contemporanea.
Ama te stesso quanto odi tutti gli altri
Una volta compresa l'opposizione dialettica tra Eretz
Yisrael e la Diaspora, passiamo a riflettere sui
rapporti speciali tra i due.
Mentre
Eretz Yisrael
e la Diaspora instaurano un flusso incrociato di
attrazione ed emigrazione, Israele stabilisce una
coerente e logica interpretazione simbolica della
supremazia e dello sciovinismo ebraici. Israele converte
la massima "ama te stesso quanto odi tutti gli altri" in
una devastante realtà in cui l'ebreo che ama se stesso
si rivela capace di infliggere dolore estremo a coloro
che lo circondano.
Per
comprendere il concetto ebraico dell'amore di sé,
dovremmo prima riflettere su ciò che rende possibile
questa forma particolare di coscienza personale emotiva:
l'appartenenza al "popolo eletto".
Mentre
l'interpretazione ebraica religiosa vede la condizione
di "eletto" come un fardello morale con cui Dio ordina
agli ebrei di essere un esempio di comportamento etico,
l'interpretazione ebraica laica si riduce a una banale
forma sciovinista di supremazia etnicamente orientata.
Incoraggia chiaramente coloro che sono abbastanza
fortunati da avere una madre ebrea ad amare se stessi
ciecamente. È importante precisare a questo punto che
nella maggioranza dei casi la supremazia ebraica è
solita produrre un certo livello di disprezzo dei
diritti fondamentali dell'altro. In molti casi conduce
all'animosità e perfino all'odio, latente o manifesto.
Alla base della rivendicazione
sionista della Palestina a spese dei suoi abitanti
autoctoni c'è proprio questa supremazia. Ma ovviamente
non si limita alla Palestina, e un altro caso è
rappresentato dalla radicale manifestazione del gruppo
di pressione ebraico per l'estensione della "Guerra al
terrore", come espressa, per esempio, dall'American
Jewish Committee. Lungi
da me affermare che questo genere di bellicismo sia
caratteristico degli ebrei (come popolo); tuttavia è
purtroppo sintomatico del pensiero politico tribale
ebraico di sinistra, destra e centro. Dunque non
dovrebbe sorprenderci che in prima linea nella lotta per
l'umanesimo e i valori etici universali ci siano ebrei
come Gesù, Spinoza e Marx, che fecero di tutto per
introdurre un principio di fratellanza opponendosi in
primo luogo alla supremazia tribale che trovavano in sé
e nel loro patrimonio culturale. Protestarono
soprattutto contro quello che era loro familiare e vi
preferirono la fratellanza e l'amore.
Tuttavia va notato che Gesù,
Spinoza e Marx non riuscirono a trasformare gli ebrei
(come collettività), anche se riportarono un certo
successo con alcuni di essi. Tutto fa pensare che lo
spostamento dal tribalismo monoteista dogmatico
all'universalismo pluralista tollerante sia quasi
impossibile. Di fatto, molti ebrei sono riusciti a
lasciarsi alle spalle Dio, altri sono diventati
marxisti, ma in qualche modo molti di questi sono
rimasti fedeli alla loro filosofia monoteista esclusiva
e tribale "solo per ebrei" (Bund,
Jews Agains Zionism).
Altri si sono spinti a diventare una "nazione come le
altre nazioni" (lo slogan del sionismo), solo che si
sono preoccupati di epurare e uccidere tutti coloro che
non rientravano etnicamente nelle loro visione di se
stessi (la Nakba del 1948). Alcuni sono diventati così
liberali e cosmopoliti da riuscire a ridurre il
conflitto mondiale contemporaneo a una questione di
bibite. "Quelli che bevono Coca-Cola non si fanno la
guerra", ci hanno detto. Sarà anche vero, ma a quanto
sembra i bevitori di Coca-Cola hanno recentemente
assassinato un milione e mezzo di iracheni nel nome
della "democrazia".
È
estremamente importante ricordare che molti ebrei sono
riusciti ad assimilarsi e a lasciarsi alle spalle le
loro caratteristiche tribali, e ora si comportano come
normali esseri umani. Non hanno niente a che fare con il
Bund, con i neo-conservatori, con il sionismo. A quanto
pare questi esseri umani davvero emancipatisi non sono
oggetto del mio studio, e posso solo augurare loro
fortuna e successo.
Tuttavia, anche se gli ebrei sono
tra loro divisi su molte questioni, sono però uniti
nella lotta contro quelli che identificano
collettivamente come i loro nemici. Ci ho messo un po' a
capire che chi opera sotto l'esclusiva bandiera ebraica
nei movimenti di solidarietà con la Palestina e contro
la guerra si preoccupa innanzitutto di combattere
qualsiasi riferimento alla
lobby ebraica
o al potere ebraico.
Una
spiegazione è già stata fornita. Il sionismo in sé ha
poco a che fare con Israele, è un discorso interno alla
Diaspora ebraica. Ne consegue che il dibattito tra
sionisti e anti-sionisti ebrei non ha alcun effetto su
Israele o sulla lotta contro le azioni israeliane. Serve
a mantenere la discussione all'interno della famiglia e
a creare più confusione tra i gentili. Permette
all'attivista etnico ebreo di affermare che "non tutti
gli ebrei sono sionisti, anzi, ci sono al mondo circa
due dozzine di 'anti-sionisti ebrei'". Per patetico che
possa suonare, questo argomento ottuso è comunque
riuscito a mandare in frantumi qualsiasi critica rivolta
negli ultimi quarant'anni al lobbismo etnocentrico
ebraico. A quanto pare (e purtroppo), quando si tratta
di "azione" i sionisti e i cosiddetti "anti"-sionisti
ebrei agiscono come un solo popolo. E perché agiscono
come un solo popolo? Perché lo sono. Lo sono davvero?
Non importa, finché lo credono o si comportano come se
lo fossero. E cos'è che li rende un solo popolo?
Probabilmente odiano chiunque altro almeno quanto amano
se stessi.
C'è un
vecchio detto ebraico: "Dimmi chi sono i tuoi amici e ti
dirò chi sei". Per una lettura ben più attenta della
politica tribale contemporanea ebraica, sarebbe
appropriato correggerlo così: "Basta che tu mi dica chi
odi e ti dirò chi sei". Se, per esempio, odi
Finkelstein, Atzmon, Blankfort, Mearsheimer & Walt e
così via, sei ebreo. Se ti limiti a non essere d'accordo
con loro puoi essere chiunque.
L'odio e
l'avversione personale sono tristemente sintomatici
della politica tribale ebraica, probabilmente per il
fatto che la politica ebraica è marginale e si definisce
attraverso la negazione. Va notato che Israele è
riuscito a perfezionarla e a darle nuovo significato. Se
l'ebreo della Diaspora ha il diritto di amare se stesso,
il suo odio per l'altro è ampiamente soffocato. Per
quanto alcuni ebrei amino seguire alla lettera i loro
dettami religiosi e sputare sulle chiese [2] o
semplicemente distruggere le vite di illustri accademici
e artisti, l'odio e la violenza non sono tollerati nel
discorso occidentale contemporaneo. Ed è qui che entra
in gioco Israele. Gli israeliani amano se stessi ma sono
capaci di odiare chiunque altro. Sono capaci di affamare
milioni di palestinesi, di uccidere quando ne hanno
voglia. Israele ha trasformato lo slogan "ama te
stesso/odia tutti gli altri" nella pratica di tutti i
giorni. Ha risolto la tensione ambivalente insita
nell'amare se stessi quando si è in mezzo agli altri.
Israele non si limita a odiare il professor Finkelstein,
è anche capace di arrestarlo e deportarlo. Israele non
si limita a odiare i palestinesi, è ugualmente capace di
affamarli, di imprigionarli tra muri e filo spinato, di
bombardarli e perfino di attaccare con armi nucleari gli
irriducibili, quando il momento è propizio.
Questo è
l'aspetto più spaventoso della complementarità tra
Eretz Yisrael e la Diaspora. È la materializzazione
di una società guidata dall'odio. Dopo due millenni di
vita errante, l'ebreo nazionale recentemente riformato è
capace non solo di odiare ma anche di infliggere
l'estrema sofferenza a coloro che odia.
Esplorare la questione ebraica
Una volta all'anno, in occasione della Pasqua, la mia
famiglia mi lascia a Londra per due settimane. Mia
moglie Tali e i nostri due bambini Mai e Yann partono
per Israele. Vedo chiaramente quanto adorino andarci.
Capisco benissimo cos'è che amano laggiù. Per fortuna
posso dire che almeno per ora i miei figli non sono
follemente innamorati di sé e non si vedono come parte
di una collettività tribale. E dunque non odiano
nessuno.
Però
attraverso la loro esperienza posso capire cosa ha da
offrire Israele, soprattutto a coloro che non ci
abitano. Posso capire quanto appaia attraente
l'avventura israeliana vista da lontano. Attraverso la
loro esperienza apprendo la dialettica tra Israele e
l'aspirazione sionista della Diaspora. Il rapporto di
negazione e di complementarità tra i due è l'essenza
dell'esperienza ebraica contemporanea.
Se
vogliamo combattere i crimini commessi da Israele e il
male promosso dalle lobby sioniste globali, faremmo bene
ad avviare uno studio approfondito della questione
ebraica e dell'esperienza ebraica. Non si tratta solo di
Israele e o del sionismo, ma dell'amalgama complesso e
devastante formato da entrambi. A meno di interrogarci
sull'esperienza ebraica, siamo destinati a sprecare il
nostro tempo continuando a impiegare una terminologia
ottocentesca irrilevante e arcaica che non ha niente a
che fare con il conflitto.
Se saremo
abbastanza coraggiosi da esplorare la questione ebraica
e l'identità ebraica potremo essere in grado di capire
che l'apartheid israeliano non è solo dovuto a
circostanze politiche ma è di fatto l'esito naturale di
una filosofia tribale orientata etnicamente. Il muro
israeliano non è una misura politica ma piuttosto la
manifestazione di un atteggiamento razzista esclusivo
che sta alla base del concetto ebraico di segregazione.
Quando saremo in grado di affrontare la questione
ebraica esaminando le differenze tra israeliani e
sionisti della Diaspora potremo capire anche perché il
senatore Obama è corso alla conferenza dell'AIPAC tre
ore dopo essersi assicurato la candidatura per il
Partito Democratico. La serie di promesse fatte da
Obama, Clinton e McCain all'AIPAC pochi giorni fa è un
riflesso concreto dell'esperienza ebraica contemporanea.
I senatori offrono ai lobbisti ebrei americani proprio
quello che vogliono. A spese dei palestinesi, degli
iracheni, dei siriani, degli iraniani e di miliardi di
musulmani, i politici americani promettono apertamente
che l'America continuerà a essere favorevole a Israele.
A quanto pare l'America preferisce assecondare la sua
piccola minoranza ebraica invece di essere un credibile
mediatore internazionale e un vero negoziatore.
Tenendo
conto dei crimini commessi dallo stato ebraico in nome
del popolo ebraico, credo che abbiamo il pieno diritto
di mettere in dubbio la filosofia e la prassi
dell'esperienza ebraica. Non dobbiamo farci intimidire
dagli attivisti etnici ebrei e dalle campagne di
diffamazione sioniste.
Visto che
gli ebrei non costituiscono una razza ma soccombono
ampiamente a diverse forme di politica collettiva ed
etnicamente orientata, non dovremmo temere di toccare
questo argomento. Una volta dato per scontato che gli
ebrei non costituiscono una razza, lo studio
dell'identità e della politica ebraica non è né razzismo
né essenzialismo. Al contrario, è una lettura critica
dell'ideologia razzista e della sua inerente supremazia.
Quelli di
noi che considerano Israele e il sionismo un grave
pericolo per la pace mondiale devono insistere in questo
studio. Invece di concentrarci separatamente sul
sionismo o su Israele, dobbiamo apprendere l'amalgama
unico e complesso formato da entrambi. Questo composto
dialettico plasma la nozione contemporanea di esperienza
ebraica. Il sionismo in sé non è altro che un diversivo
che serve ad attirare la nostra attenzione e a
distrarci. Sembra proprio che i nostri attacchi contro
il sionismo non abbiano alcun effetto su Israele, la sua
politica e la sua gente. Al massimo disturbano alcuni
ebrei sionisti.
Se lo
studio dell'esperienza ebraica può aiutarci a salvare le
vite di milioni di palestinesi, di iracheni, di siriani
e di iraniani, è anche nell'interesse collettivo ebraico
comprendere la vera natura dell'esperienza e della
politica ebraica. In fin dei conti è la politica ebraica
(più che la religione) quello che potrebbe demonizzare
l'intera collettività degli ebrei per il prossimo
millennio. È nell'interesse della collettività ebraica
arrestare la bestia politica prima che sia troppo tardi.
Lo devo ai
miei fratelli e alle mie sorelle palestinesi, lo devo a
me stesso, lo devo a Yann e a Mai: voglio essere sicuro
che quando verrà il momento, per loro, di protestare
contro la mia "esperienza anti-ebraica", sarò abbastanza
intelligente da discuterne con loro in maniera aperta e
ponderata.
Note
[1]
http://www.counterpunch.org/atzmon03032007.html
[2] Secondo il Dr. Israel Shahak,
nel suo libro
Jewish History, Jewish
Religion, questa pratica
ha radici antiche ed è diventata sempre più diffusa:
disonorare i simboli religiosi cristiani è un antico
dettame religioso dell'Ebraismo. Sputare sulla croce, in
particolare sul Crocifisso, e sputare quando un ebreo
passa accanto a una chiesa, sono obbligatori per gli
ebrei devoti fin dal 200 d.C. circa. In passato, quando
il pericolo dell'ostilità anti-semita era concreto, i
rabbini raccomandavano agli ebrei devoti di sputare in
modo che non ne fosse chiaro il motivo o di sputarsi sul
petto, non direttamente sulla croce o apertamente
davanti a una chiesa.
Fonte Originale da:
http://palestinethinktank.com/2008/06/10/the-jewish-experience-by-gilad-atzmon/ |