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Anno III,  Comunicato  87 , del 26  novembre  2008

 

 

 

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Hamas, Fatah, e l’illusione della riconciliazione

Ahmad Jamil Azm

18 novembre 2008

Alla luce delle difficoltà incontrate dai tentativi di riaprire il dialogo inter-palestinese, una riconciliazione tra Fatah e Hamas sembra essere sempre più difficile. Essa sarà di fatto impossibile, se i due movimenti non accetteranno di avviare una revisione complessiva che coinvolga l’OLP, i servizi di sicurezza, il sistema elettorale, e la pacifica alternanza al potere in base ai principi della democrazia – sostiene l’analista giordano Ahmad Jamil Azm.

E’ escluso che avvenga una riconciliazione fra le due principali fazioni palestinesi. Un evento del genere non ha alcun precedente nella storia palestinese moderna, fin dai tempi dei contrasti fra al-Hajj Amin al-Husseini e Raghib al-Nashashini (
il primo fu Gran Mufti di Gerusalemme a partire dal 1922, il secondo fu sindaco della città fra il 1920 ed il 1934 (N.d.T.) ) negli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, per poi giungere alle controversie fra la sinistra palestinese ed il movimento 'Fatah’ negli anni ’70, alle divisioni verificatesi all’interno di Fatah grazie anche all’intervento siriano negli anni ’80, agli inizi della contrapposizione tra Fatah e Hamas negli anni ’90, ed infine all’attuale scontro aperto fra i due movimenti.

E’ in gran parte da escludere che, nell’era della contrapposizione tra le fazioni, nel contesto di un sostanziale equilibrio di forze, in presenza di potenze mondiali e regionali che non hanno interesse a sostenere la riconciliazione, ed alla luce degli attuali conflitti e delle attuali rese dei conti per impadronirsi del potere, vi sia un clima favorevole ad una riconciliazione. Per non parlare poi del fatto che l’idea stessa di 'riconciliazione’ potrebbe aver bisogno di essere rivista.

La comparsa di Fatah nella storia palestinese moderna rappresentò un punto di svolta, poiché il movimento riuscì a proporre un discorso nazionalista unificante, sostenuto dalla lotta armata, facendo perdere terreno alle altre forze, in particolare a quelle della sinistra palestinese. Il divario tra le forze in campo divenne tale che l’idea di una contrapposizione non fu più proponibile, e l’opposizione della sinistra divenne irrilevante.

L’ascesa di Hamas fu invece sostenuta dalla diffusione del movimento islamico alla fine degli anni ’80, in coincidenza con l’inizio del declino di Fatah, dovuto ad una serie di fattori, non ultimo l’assassinio di importanti leader del gruppo ad opera degli israeliani e di alcune piccole fazioni palestinesi di 'dubbia’ identità. Un’altra ragione del declino di Fatah fu la sua incapacità di rinnovarsi da un punto di vista ideologico ed organizzativo, accompagnata da fenomeni di corruzione, da contrasti e divisioni interne. A seguito della crescente popolarità di Hamas, il panorama delle istituzioni palestinesi – ed in particolare l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – non rispecchiava più gli equilibri di forze sul terreno. L’OLP non fu rimodellata in modo tale da riflettere l’ascesa di Hamas e della Jihad Islamica. Il fatto che il peso di ogni fazione sia debitamente rappresentato all’interno delle istituzioni nazionali è ciò che garantisce la stabilità, a prescindere dal concetto di 'riconciliazione’.

Se è vero che Fatah ha sbagliato, e che la sua situazione interna ha determinato la sua sconfitta alle elezioni legislative all’inizio del 2006, a suo onore va detto che il movimento fece svolgere comunque le elezioni, preservandone il carattere democratico. Tuttavia, successivamente esso commise degli errori fatali. Ma anche Hamas commise errori gravissimi.

Il primo errore commesso da Fatah fu quello di non dare a Hamas la piena possibilità di governare. L’ostinazione dei leader di Fatah a non liberare i posti di potere, anche a costo di fare un governo di coalizione con Hamas, o addirittura di allontanare Hamas dal potere in maniera non democratica, ha rappresentato un fatto contrario alla logica politica e democratica, che prevedeva che Fatah avrebbe accettato di andare a ricoprire il ruolo dell’opposizione, provvedendo ad una riorganizzazione della situazione interna del movimento, e lasciando il governo a Hamas. Il ruolo nazionale che avrebbe dovuto giocare Fatah, in qualità di detentore della presidenza dell’ANP e di leader dell’OLP, era quello di porsi alla testa di una mobilitazione internazionale che si facesse portavoce della necessità di dare a Hamas la possibilità di governare, poiché il movimento era stato designato a svolgere questo compito attraverso un processo elettorale democratico. Il normale svolgimento del processo democratico avrebbe potuto fare di Hamas una componente degli equilibri politici palestinesi, una volta che il movimento avesse compreso che i compiti di governo sono differenti da quelli dell’opposizione. Allo stesso modo, rientrava nei diritti del governo Hamas avere un certo grado di controllo sui servizi di sicurezza. E sarebbe stato logico, da parte di Fatah, acconsentire ad operare una riforma di tali servizi su una base che non fosse più legata alle fazioni, invece di pretendere che il loro controllo rientrasse nelle competenze del presidente palestinese, e che il governo non avesse alcun rapporto con essi.

Per altro verso, la vittoria di Hamas alle elezioni per il rinnovo del Consiglio legislativo ha rappresentato il culmine dei successi del movimento, ma anche l’inizio del suo declino – come i mesi successivi avrebbero confermato. Al di là del fatto che la partecipazione alle elezioni e la formazione del governo sono avvenute senza una piena comprensione politica delle conseguenze che questi due passi avrebbero comportato, Hamas ha compiuto, e continua a compiere, gli stessi errori di Fatah. Hamas è caduto anch’esso nel fazionalismo, al momento di costituire i servizi di sicurezza ed il governo. I membri appartenenti ad altre fazioni (compreso Fatah) che sono stati allettati a far parte di questi servizi, hanno fatto questa scelta in una cornice di polarizzazione e di incoraggiamento alla defezione. Lo scomparso presidente palestinese Yasser Arafat aveva agito esattamente nella stessa maniera nei confronti delle fazioni della sinistra. Successivamente, Hamas ha superato Fatah nel limitare le libertà, e nel vietare la libertà di espressione a Gaza, con gli stessi pretesti che normalmente siamo abituati ad ascoltare dai regimi arabi autoritari, per cui vi sarebbero sabotatori ed infiltrati nelle file dell’opposizione, ed ogni manifestazione o celebrazione commemorativa del presidente Arafat sarebbe una copertura per nascondere tentativi di  sabotaggio e di propagare il caos.

Dunque, i palestinesi si trovano davanti a due movimenti di punta del loro panorama politico, di cui il primo – Fatah – sta vivendo le fasi finali della sua vita politica, essendosi dimostrato incapace di rinnovarsi, ed il secondo – Hamas – vive una fase di declino caratterizzato da incertezze ideologiche, politiche e militari. Per contro, entrambi i movimenti rifiutano di convivere e di condividere il potere con l’altro. In particolare, Fatah rifiuta di riconoscere la crescente forza di Hamas, mentre Hamas non esita a fare ricorso alla soluzione militare. In questa situazione, l’organizzazione dei rapporti e degli equilibri inter-palestinesi – e nello specifico l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina – ha raggiunto uno stato di paralisi prossimo al coma.

Per uscire dall’attuale situazione palestinese, vi sono due scenari: il primo è lo scenario democratico, fondato sulla ricostruzione dell’OLP, dei servizi di sicurezza e del sistema elettorale, che dovrebbe essere accompagnato dall’accettazione, da parte di Fatah e di Hamas, del principio della 'condivisione della forza’ (e non del potere). In altre parole, ciascuno dovrebbe accettare il fatto che anche l’altro movimento ha la propria forza popolare, e che tale forza si traduce in un sostegno popolare che si esprime attraverso le urne. Ciò richiede che ciascuno dei due movimenti rinnovi la propria cornice organizzativa e proponga un discorso realistico e ragionevole, che riceva l’appoggio popolare sulla base di un programma nazionale. Ciascuno di questi movimenti dovrebbe comprendere che il fatto di perdere una quota del proprio sostegno popolare – e, di conseguenza, di perdere le elezioni – è qualcosa che dovrebbe spingerlo a rivedere il proprio approccio politico, e non a scontrarsi con l’altro movimento ed a cercare di distruggerlo politicamente e militarmente. Una sconfitta elettorale dovrebbe essere accettata, e dovrebbe spingere colui che l’ha subita ad abbandonare il potere ed a svolgere un ruolo di opposizione, per poi tornare al governo qualora torni il sostegno popolare.

Il secondo scenario è quello che prevede che i due movimenti non riusciranno a rispondere positivamente alle sfide dell’attuale fase politica, e non riusciranno ad accettare l’idea della 'condivisione della forza’, spingendo di conseguenza la questione palestinese verso ulteriori crisi, fino a quando non avverrà un cambiamento radicale all’interno di uno dei due movimenti, o fino a quando non emergerà una nuova forza maggiormente in grado di interpretare le necessità della lotta palestinese. Una simile ipotesi può apparire alquanto 'teorica’ alla luce delle attuali complicazioni della situazione a Gaza. Tuttavia, senza una revisione complessiva che coinvolga l’OLP, i servizi di sicurezza, il programma politico, le elezioni, e l’alternanza al potere (e non necessariamente la 'condivisione del potere’) non vi sarà alcun ritorno ad un processo politico sano ed efficace.

Ahmad Jamil Azm è un analista giordano residente negli Emirati Arabi

Titolo originale:

فتح وحماس ووهم المصالحة

Link originale : www.arabnews.it/?p=8768

Diritti di traduzione UNIMED

Link a questa pagina : http://www.terrasantalibera.org/HamasFatahIllusioneRiconciliazione.htm