Tra i molti trabocchetti disseminati
lungo il percorso di chi aspira a comprendere il senso di una
tragedia come quella che investe da più di un secolo la Palestina ce
n'è uno che riguarda il modo stesso di definirla: la «
questione
palestinese».
Quanti libri, saggi e articoli sono dedicati alla «
questione
palestinese»?
Eppure, a ben considerare, la questione è davvero poco «
palestinese»,
poiché - a parte l'insipienza, la corruzione e la collusione col
nemico dimostrate da parte delle «
élite»
palestinesi - la pianificazione e l'organizzazione di quel che si è
finora tradotto in distruzioni, esodi e massacri ai danni dei
palestinesi
(1)
avviene anche perché esiste un'altra «
questione»
irrisolta, da ben più antica data rispetto a quella «
palestinese».
E' la «
questione ebraica»,
di cui si sono occupati in ogni tempo e luogo capi di Stato,
ideologi, religiosi, filosofi e letterati…
Una «
questione» che sembrava
avviata a risolversi con la «
emancipazione»
assicurata in Europa dalle «
rivoluzioni
borghesi» della metà dell'Ottocento, e che invece il
sionismo, giustificatosi proprio in quel torno di tempo come «
soluzione»
alla «
questione ebraica», ha
contribuito a portare nuovamente alla ribalta e a rendere,
apparentemente, irrisolvibile
(2).
Il problema - è inutile girarci attorno - è di convivenza
all'interno del genere umano.
Sì, perché una volta assunto il paradigma per cui esistono «
loro»,
«gli
eletti», «
i
prescelti dal Signore» (nel bene e nel male) tra i quali vige
l'imperativo di «
far
quadrato», ed esistono «
gli
altri», i «
gentili»
che sono odiati, e verso i quali è incoraggiata l'applicazione di
una doppia morale discriminatoria, viene innescato il germe del
razzismo, di cui oggi tanto si parla a sproposito e per partito
preso.
Una volta capito questo,
si capisce anche che il problema non è nemmeno il giudaismo in sé,
quanto un paradigma molto semplice tanto spietato suscettibile
d'innumerevoli configurazioni, se solo si pensa al fanatismo
esclusivista delle ideologie otto-novecentesche.
E l'aver affermato ciò è il primo merito di un libro di Dagoberto
Bellucci, "Introduzione storica
alla questione palestinese", Noctua edizioni
(3).
Il secondo aspetto è l'aver fatto piazza pulita sull'equivoco -
diffuso «a sinistra» - per
cui il sionismo non avrebbe alcun rapporto con la religione del
giudaismo; ma se solo si riflette sul fatto che i primi ideologi del
sionismo furono dei rabbini, si ridimensiona il peso delle
componenti «laiche» e «socialiste»
sopravvalutato per confondere le acque e tirare dalla propria parte
un certo pubblico «occidentale».
L'obiettivo del sionismo, invece, è sempre stato Gerusalemme
(4).
E che poi esistano dei rabbini anti-sionisti è un altro paio di
maniche, ma è un problema tutto interno al giudaismo o, se vogliamo,
ai monoteismi.
Su questo non vogliamo rovinare la sorpresa al lettore e rimandiamo
al libro di Bellucci nel quale si evince la capitale importanza
dell'elemento messianico nel sionismo.
Tutte queste cose le aveva comprese
Giovanni Preziosi (1881-1945), direttore de «La
vita italiana» (un mensile che Vilfredo Pareto in una lettera
a Maffeo Pantaloni definì come fondamentale per capire la storia
politica italiana dell'anteguerra e del periodo bellico), il quale
incessantemente denunciò, sin dagli esordi, i pericoli per la pace
mondiale insiti nella costituzione del «mandato» speciale britannico
sulla Palestina e del «focolare
nazionale ebraico», e che per viltà ed opportunismo la
maggioranza dei grandi «intellettuali»
si è sempre guardata dal citare senza dipingerlo come un pazzo
invasato (5).
Bellucci, citando alcuni passi «profetici»
dello stesso Preziosi (6),
mostra giustamente d'infischiarsene della canea che, per molto meno,
viene scatenata contro tutti quelli che non si genuflettono di
fronte all'odierno vitello d'oro della politica internazionale ed
interna a ciascuno Stato «occidentale».
Quello che esige continue, rinnovate e mai bastevoli «scuse»,
«dichiarazioni d'amicizia»
e via ruffianeggiando (7).
Mandare il cervello all'ammasso (o far finta di mandarlo) è la
regola aurea di tutti coloro che tengono così tanto alla loro
poltrona dall'ignorare l'insanabile contraddizione insita nel loro
ostentato «stare con Israele»
(8) e l'antirazzismo
da essi stessi predicato ed eretto a dogma del galateo
politico-sociale del cosiddetto «Occidente»,
la cui intima ideologia - l'ho già affermato altrove - è oramai il
sionismo (9).
Che è aspetto - va sottolineato - più complesso del «complotto
ebraico», perché ogni attento osservatore sa che se la
Palestina è ridotta a «questione»
lo si deve all'interesse convergente delle superpotenze di ieri e
dell'aspirante «potenza unipolare» di oggi e del suo codazzo, mentre
è altrettanto evidente che se un domani più o meno prossimo sorgerà
un mondo multipolare, o, addirittura, il baricentro si sposterà
verso Russia, India e Cina, quello che a tutti gli effetti è un
agente perturbatore del vicino oriente arabo-islamico andrà
inevitabilmente ai saldi di fine stagione, senza nemmeno
quell'immane bagno di sangue («ebrei
a mare», ecc.) che i pappagalli della propaganda sionista -
forti del «ricatto olocaustico»
- agitano come ricatto morale contro ogni ipotesi di naturale
revisione dell'attuale assetto vicino-orientale
(10).
Il libro di Bellucci,
lungi dal voler costituire una parola definitiva sull'argomento, ha
tuttavia il pregio di focalizzare l'attenzione sulla radice della
«questione», dalla quale è nata una mala pianta, quella della
zizzania perenne nel genere umano (11),
nel vicino oriente (vedi le guerre scatenate per ritardarne uno
sviluppo autonomo e lo Stato di polizia interno ai vari Stati
vicino-orientali giustificato dalla «guerra
a Israele»), ma anche all'interno delle varie società, se
solo si pensa all'azione corrosiva e ben reclamizzata dei prezzolati
del sionismo a caccia di «cattivi»
(politici, storici, letterati, ecc.) da additare al pubblico
ludibrio quando i popoli europei, e specialmente i loro settori
produttivi, anziché dividersi inutilmente tra «veglie per Israele» e
«presidi (pacifisti!)
filo-arabi» dovrebbero
pensare a vivere in realtà orientate secondo i loro naturali
interessi geopolitici e non ridotte a ruote di scorta di un treno
impazzito lanciato dai pupari del sionismo che più prima che poi
andrà a schiantarsi contro il muro delle menzogne storiche,
politiche e religiose da essi stessi propalate.
Se, dunque, dopo la lettura del testo di Bellucci si avrà chiaro che
non ha senso parlare di «questione
palestinese», vorrà dire che questo libro è stato compreso.
Facciamoci caso: tutte
le denominazioni delle varie «questioni»
nascondono i loro principali responsabili.
Abbiamo una «questione irachena»
che si protrae tra embarghi ed invasioni dal 1990, ma non si afferma
la cosa più scontata: che trattasi di un aspetto della «questione
americana», a sua volta
parte della più ampia «questione
occidentale».
Di quell'«Occidente» che,
per secoli, differenti orientamenti religiosi e politici anche in
contrasto tra loro hanno inteso comunque interpretare come «faro
della civiltà» e che alla fine si è ignominiosamente risolto
nell'adesione al sionismo e nella fede nei suoi dogmi.
Fatevi furbi, la «questione»,
oggi, è il sionismo.
Enrico Galoppini
Note
1) Confronta E.
Galoppini, «Sul terrorismo
israeliano», «Eurasia»,
1/2005, pagine 219-228 (recensione dell'omonimo libro curato da
Serge Thion, (traduzione italiana) Graphos, Genova, 2004).
2) Si tratta della
stessa idea sostenuta da Piero Sella, «Prima
d'Israele»,
Edizioni dell'Uomo Libero, Milano, 1996.
3) Dagoberto Bellucci
è autore, tra gli altri, di «Islam
e globalizzazione», Il Cerchio, Rimini 2003; «Conoscere
l'Islam.
Le basi della dottrina sciita»,
Il Cerchio, Rimini 2005.
4) Maurizio Blondet,
«Il tempio e i tempi ultimi», EFFEDIEFFE.com
5) Unica eccezione di
rilievo: Renzo De Felice, Giovanni Preziosi e le origini del
fascismo (1917-1931), in «Rivista Storica del Socialismo»,
numero 17, settembre - dicembre 1962, pagine 493-555.
6) Il quale, già
all'epoca, denunciava l'ingiustificabile sovrarappresentazione
dell'elemento ebraico in più settori, come quelli del giornalismo e
delle professioni. E', né più né meno, quello che avviene oggi, con
l'aggravante dell'esistenza di uno Stato eretto a base territoriale
del sionismo di cui individui mimetizzati dietro un'onomastica poco
nota a più rivestono a tutti gli effetti il ruolo di portavoce
ufficiosi.
7) Si è giunti alla
tragicommedia di governanti che, mentre l'esercito israeliano
distrugge il Libano, tremano al pensiero di sentirsi dare dell'«antisemita»
e perciò si lanciano in sperticate lodi della «democrazia
israeliana», in inviti a «moderare
la forza», in affermazioni plateali del «diritto
di esistere di Israele», ecc., mentre l'opposizione (!)
denuncia la «debolezza»
delle posizioni dei partiti di governo reclamando maggior impegno
nella «difesa d'Israele».
Viene da chiedersi se tutti costoro si rendono conto dello
spettacolo pornografico propinatoci, ma forse, troppo impegnati a
coltivare la «memoria», non
hanno tempo per occuparsi dell'attualità che offre situazioni che è
saggio «dimenticare» alla
svelta.
8) E. Galoppini, «Difendere
Israele». Regola numero 1: stravolgere la realtà, «Aljazira.it»,
14 luglio 2006 (ora alla seg. url:
http://www.aginform.org/israel10.html).
9) E. Galoppini, «Stato
d'Israele» o «Entità Sionista?», «Eurasia»,
3/2006, pagine 185-195.
10) E. Galoppini, «La
tragedia dei palestinesi: la fine della ragione e il trionfo
dell'ingiustizia», Aljazira.it, 13 giugno 2006.
11) Ogni popolo che
non fila dritto secondo i «diktat»
del sionismo diventa immediatamente «antisemita»,
dunque «impuro», per cui gli
vengono scatenate contro vere e proprie campagne d'odio e di
discredito (vedi i casi degli austriaci, dei romeni, dei polacchi,
degli ungheresi, ecc.) che sconfinano nel razzismo puro e semplice.
original :
http://www.effedieffe.com/rx.php?id=2562%20&chiave=La
link a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/IntroduzioneQuestionePalestinese.htm