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La morte di Benito Mussolini

 

 

 

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La morte di Benito Mussolini:

ipotesi fantasiose e dati oggettivi

Mauro Barozzi, per Rinascita quotidiano

 

Martedì 1 Luglio 2008

 

  

In questi giorni nel sito della Effedieffe.com, vengono pubblicati una serie di articoli inerenti la morte di Mussolini (ai quali anche noi abbiamo dato un modesto contributo), i quali hanno destato un certa impressione nei lettori, sia in Italia che all’estero, non tanto per la proposizione di nuove tesi in merito a quella morte, quanto per la dettagliata controinformazione che è stata fatta sull’argomento spazzando via le tante ipotesi fantasiose, in primis quella della “storica versione”, la “vulgata” meglio conosciuta come “versione di Valerio”, ma anche certe “versioni alternative” circa fantomatici killers inglesi o misteriose e improbabili identità segrete di quel colonnello Valerio, che non stavano né in cielo né in terra.
In questa sede vorremmo fare il punto della situazione circa quanto è possibile attestare con una certa concretezza ed oggettività su quella vicenda e quanto invece sono solo ipotesi, molto interessanti e probabili, ma ancora non decisamente accertate o che comunque potrebbero anche presentare alcune varianti di altro tipo.
Tralasceremo invece quelle che sono delle semplici congetture, eppure ce ne sarebbe da fare tante. E’ un lavoro questo, necessario per dare un valido orientamento a tutti coloro che vogliono informarsi su quegli avvenimenti, ma trovano nell’editoria una montagna di testi tutti imprecisi, incongruenti e spesso palesemente inattendibili.

Elementi oggettivi ed accertati
Primo: E’ intanto evidente una certa assurdità nello svolgersi di quegli eventi, una assurdità che potrebbe anche ritenersi di secondaria importanza, ma che va comunque evidenziata.
Parliamo del fatto che mentre ministri, gerarchi e altri poveri disgraziati vennero fucilati da W. Audisio alias colonnello Valerio sul parapetto del lungolago di Dongo e nonostante le proteste, davanti a donne e bambini e si pretese con rabbia di farlo alla schiena come a dei traditori, il capo di questi “malfattori” Mussolini venne ucciso in fretta e furia, di nascosto, concedendogli anche l’onore di una fucilazione al petto. A nostro avviso non può essere questo un fatto estemporaneo o imprevisto, ma nasconde certamente altre motivazioni.
Secondo: sono state fornite tre versioni sul momento della morte del Duce, da parte dei tre protagonisti che dicesi presenti in quel momento Walter Audisio “Valerio”, Aldo Lampredi “Guido” e Michele Moretti “Pietro”.
Audisio ha scritto che un pavido e meditabondo Mussolini, completamente inerte, pronunciò frasi vili ed assurde, ma la sua è una versione alla quale oramai non crede più nessuno, ritenendola confacente ad una certa propaganda denigratoria dell’uomo Mussolini che nel dopoguerra era prassi comune nell’antifascismo.
Lampredi ha invece scritto che Mussolini si aprì il pastrano e gridò “mirate al cuore!”. Era questa una rivelazione, all’interno di una sua sospetta e tardiva relazione al PCI del 1972, con la quale si smentiva Audisio in alcuni suoi pittoreschi resoconti, ma sostanzialmente se ne confermava la versione di una fucilazione davanti al cancello di Villa Belmonte alle ore 16,10 del 28 aprile 1945. Molti avanzarono il dubbio che Lampredi aveva voluto con questa “concessione” al Duce, inserire un indiretto sillogismo a sostegno della sua relazione: ovvero quello di far credere che se un comunista come lui aveva fatto questa rivelazione, smentendo perfino Audisio, ergo tutto il resto, che poi è quel che importa, doveva essere vero.
Michele Moretti, infine, nell’ottobre del 1990 confida allo scrittore Giorgio Cavalleri, che lo pubblicherà nel suo “Ombre sul lago” Ed. Pierre, 1995, che Mussolini gridò con gran foga “viva l’Italia!” ed aggiunse anche che la cosa non lo aveva disturbato troppo perchè era l’Italia di Mussolini, non la sua. A questo punto logica vorrebbe che si dovrebbe escludere, anche da parte del Moretti, un altro tentativo di avallare indirettamente le sue testimonianze rese al Cavalleri, inserendo una concessione al Duce, perchè è impensabile che lo stesso non si sia accorto che così facendo complicava tutta la situazione rendendola inverosimile. Al limite avrebbe potuto conformarsi alla precedente versione di Lampredi. Quindi qualcosa di vero, in questo caso doveva pur esserci. Ma resta il fatto che tre “pezzi da novanta” presunti artefici di quella fucilazione, hanno fornito tre versioni letteralmente opposte.
Terzo: ecco un riscontro oggettivo senza alcun ombra di dubbio: il giaccone che si vede indosso al cadavere di Mussolini, sul selciato di Piazzale Loreto non ha fori o strappi che attestino sia passato sotto una fucilazione. Eppure il Duce venne colpito al braccio dx, con pallottola fuoriuscita, al fianco dx e soprattutto alla spalla sinistra ed al petto. Nessuno di questi colpi è ravvisabile dalle foto di quel giaccone, molto circostanziate nella loro esposizione, neppure i 4 colpi sulla spalla sinistra che dal tipo di rosa indicano una sventagliata di mitra da distanza un poco ravvicinata. Ergo, Mussolini è stato ucciso privo di quel giaccone e molto probabilmente anche della camicia nera, pur se per questo reperto le fotografia sono incomplete (la sua giacca della divisa, poi, non presente sul cadavere, non è mai stata ritrovata). Visto che è da escludere che, dopo morto, gli venne messo indosso quel giaccone tanto per addobbarlo meglio, è chiaro che ci fu una rivestizione di un cadavere e quindi la fucilazione di due persone “vive” alle 16,10 non è assolutamente attendibile.
Quarto: il cadavere di Mussolini presentava lo stivale a cerniera destro completamente aperto a causa della rottura, verso il tallone, della sua chiusura lampo. Con uno stivale in quelle condizioni Mussolini non avrebbe assolutamente potuto camminare e quindi sono falsi tutti i racconti di Audisio che asserisce che camminava spedito per i viottoli di Bonzanigo e si pone anche un forte interrogativo su chi erano quei due personaggi, un uomo ed una donna, che scortati da alcuni partigiani, furono visti da almeno tre testimoni, passare per la piazzetta del Lavatoio e salire nella macchina che li condusse alla fucilazione al cancello di Villa Belmonte. Nessuno di costoro potè asserire di aver riconosciuto il Duce, nessuno di costoro accennò ad uno stivale in quello stato, e tutti videro che quello che si volle far passare per Mussolini aveva, guarda caso, un berrettino in testa. Berrettino poi mai rinvenuto davanti al cancello della Villa. La messa in scena di un piccolo corteo è quindi anche qui evidente.
Quinto: c’è agli atti una circostanziata testimonianza di una anziana signora, Dorina Mazzola, al tempo diciannovenne ed abitante a Bonzanigo a circa 100 metri a valle della casa De Maria, alloggio in cui vennero nascosti Mussolini e Claretta Petacci. La Mazzola ha riferito, dopo i prescritti 50 anni di imposto silenzio, di aver notato ed ascoltato particolari che indicano chiaramente una morte di Mussolini intorno alle 9 del mattino nel cortile di casa De Maria ed ha asserito di aver assistito, verso mezzogiorno alla uccisione proditoria di Claretta Petacci, nel viottolo sotto casa sua. Testimonianza riportata da G. Pisanò nel suo libro “Gli ultimi cinque secondi di Mussolini” Il Saggiatore 1996. Questa testimonianza che ha trovato indirette conferme in alcune confidenze di alcuni partigiani, può essere creduta o meno, ma non può essere sottovalutata. Ancora oggi in quei luoghi vige una forte omertà e chi ha cercato di sondare la gente del posto, o si è sentito dire che la Mazzola era una bugiarda, o in separata sede, si è sentito confermare molti particolari, però con il fatidico “qui lo dico e qui lo nego, io in questa storia non ci voglio entrare”.
Ritenendo impossibile che una anziana signora abbia potuto per mitomania o altro inventarsi tutti quei particolari e fare tutti quei nomi (oltretutto ripetuti in seguito, dopo che era morta, dai suoi familiari) ed escludendo che il Pisanò, colui che ne raccolse l’intervista, abbia potuto manipolarla, perchè dovremmo ritenere che fosse un imbecille che imbecca una anziana e sprovveduta signora, gli fa imparare a memoria una lunga versione dei fatti, con il rischio poi, che in quattro è quattr’otto, il tutto verrebbe sicuramente scoperto con conseguenze facilmente prevedibili. E neppure si può pensare che questa versione sia venuta fuori a seguito di un lauto pagamento, perchè non ci sono i termini e le necessità per ipotizzare una speculazione del genere, tutto al più il Pisanò avrà concesso alla signora una ricompensa per l’esclusiva. Resta dunque, ancora tutta da dimostrare l’inattendibilità di questa versione.
Ipotesi concrete, pur se sempre ipotesi.

Ecco ora alcune ipotesi molto concrete, ma che non è possibile definire oggettive perchè la materia è assai complessa e possono anche ipotizzarsi diversi scenari e dinamiche.
Primo: lo stomaco del Duce, all’esame necroscopico venne trovato vuoto e con un poco di liquido torbido bilioso. Soprattutto il liquido torbido bilioso attesta che Mussolini era digiuno da molte ore e quindi non potrebbe aver mangiato dopo mezzogiorno ed essere morto alle 16 circa, come un tempo si asseriva sulla base delle testimonianza raccolte in casa De Maria. Si raccontava, infatti, che a mezzogiorno appunto Mussolini e la Petacci si erano svegliati e poco dopo gli era stato portato pane, latte, polenta e salame. Per la verità si è però anche ipotizzato che il Duce non aveva poi mangiato perchè, si dice, c’erano testimonianza che avevano notato i resti del cibo intatti. Ma anche in questo caso è difficile credere che due persone a digiuno dalla sera precedente, abbiano chiesto o abbiano accettato del cibo intorno a mezzogiorno e poi non lo abbiano consumato fino alle 16, rimanendo oltretutto i resti ancora intatti e non sparecchiati in camera. Tutta questa versione, comunque la si rigiri, non regge.
Secondo: il verbale autoptico firmato dal prof. C.M. Cattabeni asserì di aver riscontrato alle 7,30 del mattino del 30 aprile ’45 una rigidità risolta alla mandibola e persistente agli arti.
Non stiamo qui a riportare i calcoli su la durata del rigor mortis, anche perchè soggetti a molte varianti e aleatorietà, è però un fatto che alcune foto scattate nei corridoi dell’obitorio prima di quella autopsia, in orario che non è possibile stabilire, ma che va dal tardo pomeriggio del 29 aprile a qualche ora prima dell’autopsia, ci mostrano chiaramente (sia pure in foto) due cadaveri in cui è presente una risoluzione avanzata del rigor mortis, almeno per il collo, il tronco e gli arti superiori. E’ quindi molto difficile far rientrare quella morte alle 16,10 del 28 aprile, pur considerando un rigor morti di breve durata a causa delle morti violente, del tipo di muscolatura e della conservazione con traumi e scosse subita a Piazzale Loreto. Quelle morti devono essere retrodatata di almeno 6, 7 ore, anche se questo non può essere asserito con certezza.
Terzo: la dinamica della fucilazione, con colpi sparsi sui due lati del corpo, con alcune inclinazioni di diverso tipo e con alcuni elementi particolari (rosa dei colpi, aloni, ecc.), fanno seriamente ipotizzare, anche se non è possibile averne certezza visto che manca una perizia balistica sul cadavere e questi rilievi sono stati atti più che altro in base ai pochi elementi del verbale autoptico ed ai riscontri fotografici, ad una fucilazione con due tiratori, forse con due armi diverse, mitra e pistola e da una distanza alquanto ravvicinata: poco più di 50 cm. circa. Viene quindi seriamente messa in dubbio la fucilazione dell’unico tiratore nella persona di W. Audisio che dicesi sparò da tre passi.
Quarto: non è credibile che con la fretta che c’era di uccidere Mussolini si fa, intanto, partire Audisio con Lampredi da Milano senza informarlo che il Duce a Dongo non c’è. Eppure quel trasferimento notturno da Dongo a Bonzanigo, non poteva essere stata una iniziativa locale dei comandi della 52 Brigata Garibaldi di Dongo (Bellini delle Stelle, Canali e Moretti).
Alle 7 del mattino del 18 aprile, poi, arrivarono alla federazione comunista di Como M. Moretti e L. Canali, reduci da Bonzanigo i quali misero al corrente i compagni del trasferimento notturno del Duce. Scrive Lampredi che ai due venne detto che bisognava informare Milano ed attendere ordini (logico). Eppure questi due partigiani a conoscenza dell’ubicazione del nascondiglio (ma non solo loro, anche il Bellini, la Tuissi e i due autisti notturni ne erano a conoscenza, tutti elementi con storie e riferimenti diversi) vengono sdoganati e mandati per conto loro. Tanto che alle 11 Audisio dalla Prefettura di Como telefona al comando del CVL di Milano dove dicesi che parli con Longo e gli fa presente che si trova ancora in difficoltà a Como e dovrà andare a Dongo, ma dall’altra parte dell’apparecchio nessuno gli dice che a Dongo Mussolini non c’è. Tanto che Audisio arriverà poi a Dongo alle 14,10, tra l’altro senza Lampredi misteriosamente svicolato dalla Prefettura e presentatosi a Dongo più o meno alla stessa ora, inaspettato dai comandi garibaldini e dovrà attendere le 15,10 per recarsi a Bonzanigo a fucilare Mussolini. Lo stesso Longo, fino a notte inoltrata preoccupato di fare presto ad uccidere il Duce, se ne sta tranquillo a Milano e si reca tranquillamente, nel primo pomeriggio, al comizio con Moscatelli.
Ma anche il Bellini “Pedro” ed il Canali “capitano Neri” artefici del nascondiglio notturno se ne stanno tranquilli a Dongo, non si preoccupano che uno di loro, o il Moretti, o una spiata in paese, possano soffiargli il Duce. Lasciano a Bonzanigo due stanchi giovani partigiani Guglielmo Cantoni “Sandrino” e Giuseppe Frangi “Lino” di guardia da ore a due prigionieri senza un cambio, senza un controllo. E se Audisio non fosse arrivato quel pomeriggio fino a quando la cosa andava avanti? E’ tutto assurdo è tutto inverosimile, a meno che la “pratica Mussolini” non fosse stata liquidata al mattino.
Quinto: un’altra assurdità la si riscontra nel fatto oramai accertato che quel pomeriggio, prima che arrivasse inaspettato il terzetto dei “giustizieri”, tra Giulino di Mezzegra, Bonzanigo ed Azzano venne sparsa la voce che Mussolini sarebbe passato prigioniero sulla statale, tanto che molti dei pochi abitanti di quelle parti vi si recarono a vedere il falso evento. E’ chiaro che fu una voce messa in giro per avere il massimo della discrezione. Ma ancor più assurdo è che Giacomo De Maria raccontò di non aver riconosciuto il Duce nascosto in casa sua e che si sarebbe appunto recato sulla statale a vederlo passare. Una bugia per evitare di dare spiegazioni a quanto accadde veramente in casa sua. Ma la bugia è dimostrata dal fatto che è praticamente impossibile, almeno che questo Giacomo non fosse un irresponsabile, che con uomini armati e prigionieri in casa, lui se ne va a tranquillamente a zonzo lasciando la moglie sola in casa!
Sesto: è assurdo che le armi impiegate per la supposta fucilazione di Mussolini siano state fatte sparire e non siano state consegnate, magari dopo qualche anno, alle autorità o ai musei della resistenza.

Tutti questi sono gli elementi oggettivi, concreti, o comunque ipotizzabili con molta credibilità, che sono attestati allo stato attuale delle conoscenze.
Ognuno, sulla base di altri elementi, anche se meno attendibili, può cercare di farsi una idea di quella misteriosa morte, ma sempre partendo da i dati di fatto sopra esposti.

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