|
In
questi giorni nel sito della Effedieffe.com, vengono
pubblicati una serie di articoli inerenti la morte di
Mussolini (ai quali anche noi abbiamo dato un modesto
contributo), i quali hanno destato un certa impressione
nei lettori, sia in Italia che all’estero, non tanto per
la proposizione di nuove tesi in merito a quella morte,
quanto per la dettagliata controinformazione che è stata
fatta sull’argomento spazzando via le tante ipotesi
fantasiose, in primis quella della “storica versione”, la
“vulgata” meglio conosciuta come “versione di Valerio”, ma
anche certe “versioni alternative” circa fantomatici
killers inglesi o misteriose e improbabili identità
segrete di quel colonnello Valerio, che non stavano né in
cielo né in terra.
In questa sede vorremmo fare il punto della situazione
circa quanto è possibile attestare con una certa
concretezza ed oggettività su quella vicenda e quanto
invece sono solo ipotesi, molto interessanti e probabili,
ma ancora non decisamente accertate o che comunque
potrebbero anche presentare alcune varianti di altro tipo.
Tralasceremo invece quelle che sono delle semplici
congetture, eppure ce ne sarebbe da fare tante. E’ un
lavoro questo, necessario per dare un valido orientamento
a tutti coloro che vogliono informarsi su quegli
avvenimenti, ma trovano nell’editoria una montagna di
testi tutti imprecisi, incongruenti e spesso palesemente
inattendibili.
Elementi oggettivi ed accertati
Primo: E’ intanto evidente una certa assurdità
nello svolgersi di quegli eventi, una assurdità che
potrebbe anche ritenersi di secondaria importanza, ma che
va comunque evidenziata.
Parliamo del fatto che mentre ministri, gerarchi e altri
poveri disgraziati vennero fucilati da W. Audisio alias
colonnello Valerio sul parapetto del lungolago di Dongo e
nonostante le proteste, davanti a donne e bambini e si
pretese con rabbia di farlo alla schiena come a dei
traditori, il capo di questi “malfattori” Mussolini venne
ucciso in fretta e furia, di nascosto, concedendogli anche
l’onore di una fucilazione al petto. A nostro avviso non
può essere questo un fatto estemporaneo o imprevisto, ma
nasconde certamente altre motivazioni.
Secondo: sono state fornite tre versioni sul
momento della morte del Duce, da parte dei tre
protagonisti che dicesi presenti in quel momento Walter
Audisio “Valerio”, Aldo Lampredi “Guido” e Michele Moretti
“Pietro”.
Audisio ha scritto che un pavido e meditabondo Mussolini,
completamente inerte, pronunciò frasi vili ed assurde, ma
la sua è una versione alla quale oramai non crede più
nessuno, ritenendola confacente ad una certa propaganda
denigratoria dell’uomo Mussolini che nel dopoguerra era
prassi comune nell’antifascismo.
Lampredi ha invece scritto che Mussolini si aprì il
pastrano e gridò “mirate al cuore!”. Era questa una
rivelazione, all’interno di una sua sospetta e tardiva
relazione al PCI del 1972, con la quale si smentiva
Audisio in alcuni suoi pittoreschi resoconti, ma
sostanzialmente se ne confermava la versione di una
fucilazione davanti al cancello di Villa Belmonte alle ore
16,10 del 28 aprile 1945. Molti avanzarono il dubbio che
Lampredi aveva voluto con questa “concessione” al Duce,
inserire un indiretto sillogismo a sostegno della sua
relazione: ovvero quello di far credere che se un
comunista come lui aveva fatto questa rivelazione,
smentendo perfino Audisio, ergo tutto il resto, che poi è
quel che importa, doveva essere vero.
Michele Moretti, infine, nell’ottobre del 1990 confida
allo scrittore Giorgio Cavalleri, che lo pubblicherà nel
suo “Ombre sul lago” Ed. Pierre, 1995, che Mussolini gridò
con gran foga “viva l’Italia!” ed aggiunse anche che la
cosa non lo aveva disturbato troppo perchè era l’Italia di
Mussolini, non la sua. A questo punto logica vorrebbe che
si dovrebbe escludere, anche da parte del Moretti, un
altro tentativo di avallare indirettamente le sue
testimonianze rese al Cavalleri, inserendo una concessione
al Duce, perchè è impensabile che lo stesso non si sia
accorto che così facendo complicava tutta la situazione
rendendola inverosimile. Al limite avrebbe potuto
conformarsi alla precedente versione di Lampredi. Quindi
qualcosa di vero, in questo caso doveva pur esserci. Ma
resta il fatto che tre “pezzi da novanta” presunti
artefici di quella fucilazione, hanno fornito tre versioni
letteralmente opposte.
Terzo: ecco un riscontro oggettivo senza alcun
ombra di dubbio: il giaccone che si vede indosso al
cadavere di Mussolini, sul selciato di Piazzale Loreto non
ha fori o strappi che attestino sia passato sotto una
fucilazione. Eppure il Duce venne colpito al braccio dx,
con pallottola fuoriuscita, al fianco dx e soprattutto
alla spalla sinistra ed al petto. Nessuno di questi colpi
è ravvisabile dalle foto di quel giaccone, molto
circostanziate nella loro esposizione, neppure i 4 colpi
sulla spalla sinistra che dal tipo di rosa indicano una
sventagliata di mitra da distanza un poco ravvicinata.
Ergo, Mussolini è stato ucciso privo di quel giaccone e
molto probabilmente anche della camicia nera, pur se per
questo reperto le fotografia sono incomplete (la sua
giacca della divisa, poi, non presente sul cadavere, non è
mai stata ritrovata). Visto che è da escludere che, dopo
morto, gli venne messo indosso quel giaccone tanto per
addobbarlo meglio, è chiaro che ci fu una rivestizione di
un cadavere e quindi la fucilazione di due persone “vive”
alle 16,10 non è assolutamente attendibile.
Quarto: il cadavere di Mussolini presentava lo
stivale a cerniera destro completamente aperto a causa
della rottura, verso il tallone, della sua chiusura lampo.
Con uno stivale in quelle condizioni Mussolini non avrebbe
assolutamente potuto camminare e quindi sono falsi tutti i
racconti di Audisio che asserisce che camminava spedito
per i viottoli di Bonzanigo e si pone anche un forte
interrogativo su chi erano quei due personaggi, un uomo ed
una donna, che scortati da alcuni partigiani, furono visti
da almeno tre testimoni, passare per la piazzetta del
Lavatoio e salire nella macchina che li condusse alla
fucilazione al cancello di Villa Belmonte. Nessuno di
costoro potè asserire di aver riconosciuto il Duce,
nessuno di costoro accennò ad uno stivale in quello stato,
e tutti videro che quello che si volle far passare per
Mussolini aveva, guarda caso, un berrettino in testa.
Berrettino poi mai rinvenuto davanti al cancello della
Villa. La messa in scena di un piccolo corteo è quindi
anche qui evidente.
Quinto: c’è agli atti una circostanziata
testimonianza di una anziana signora, Dorina Mazzola, al
tempo diciannovenne ed abitante a Bonzanigo a circa 100
metri a valle della casa De Maria, alloggio in cui vennero
nascosti Mussolini e Claretta Petacci. La Mazzola ha
riferito, dopo i prescritti 50 anni di imposto silenzio,
di aver notato ed ascoltato particolari che indicano
chiaramente una morte di Mussolini intorno alle 9 del
mattino nel cortile di casa De Maria ed ha asserito di
aver assistito, verso mezzogiorno alla uccisione
proditoria di Claretta Petacci, nel viottolo sotto casa
sua. Testimonianza riportata da G. Pisanò nel suo libro
“Gli ultimi cinque secondi di Mussolini” Il Saggiatore
1996. Questa testimonianza che ha trovato indirette
conferme in alcune confidenze di alcuni partigiani, può
essere creduta o meno, ma non può essere sottovalutata.
Ancora oggi in quei luoghi vige una forte omertà e chi ha
cercato di sondare la gente del posto, o si è sentito dire
che la Mazzola era una bugiarda, o in separata sede, si è
sentito confermare molti particolari, però con il fatidico
“qui lo dico e qui lo nego, io in questa storia non ci
voglio entrare”.
Ritenendo impossibile che una anziana signora abbia potuto
per mitomania o altro inventarsi tutti quei particolari e
fare tutti quei nomi (oltretutto ripetuti in seguito, dopo
che era morta, dai suoi familiari) ed escludendo che il
Pisanò, colui che ne raccolse l’intervista, abbia potuto
manipolarla, perchè dovremmo ritenere che fosse un
imbecille che imbecca una anziana e sprovveduta signora,
gli fa imparare a memoria una lunga versione dei fatti,
con il rischio poi, che in quattro è quattr’otto, il tutto
verrebbe sicuramente scoperto con conseguenze facilmente
prevedibili. E neppure si può pensare che questa versione
sia venuta fuori a seguito di un lauto pagamento, perchè
non ci sono i termini e le necessità per ipotizzare una
speculazione del genere, tutto al più il Pisanò avrà
concesso alla signora una ricompensa per l’esclusiva.
Resta dunque, ancora tutta da dimostrare l’inattendibilità
di questa versione.
Ipotesi concrete, pur se sempre ipotesi.
Ecco ora alcune ipotesi molto concrete,
ma che non è possibile definire oggettive perchè la
materia è assai complessa e possono anche ipotizzarsi
diversi scenari e dinamiche.
Primo: lo stomaco del Duce, all’esame necroscopico
venne trovato vuoto e con un poco di liquido torbido
bilioso. Soprattutto il liquido torbido bilioso attesta
che Mussolini era digiuno da molte ore e quindi non
potrebbe aver mangiato dopo mezzogiorno ed essere morto
alle 16 circa, come un tempo si asseriva sulla base delle
testimonianza raccolte in casa De Maria. Si raccontava,
infatti, che a mezzogiorno appunto Mussolini e la Petacci
si erano svegliati e poco dopo gli era stato portato pane,
latte, polenta e salame. Per la verità si è però anche
ipotizzato che il Duce non aveva poi mangiato perchè, si
dice, c’erano testimonianza che avevano notato i resti del
cibo intatti. Ma anche in questo caso è difficile credere
che due persone a digiuno dalla sera precedente, abbiano
chiesto o abbiano accettato del cibo intorno a mezzogiorno
e poi non lo abbiano consumato fino alle 16, rimanendo
oltretutto i resti ancora intatti e non sparecchiati in
camera. Tutta questa versione, comunque la si rigiri, non
regge.
Secondo: il verbale autoptico firmato dal prof.
C.M. Cattabeni asserì di aver riscontrato alle 7,30 del
mattino del 30 aprile ’45 una rigidità risolta alla
mandibola e persistente agli arti.
Non stiamo qui a riportare i calcoli su la durata del
rigor mortis, anche perchè soggetti a molte varianti e
aleatorietà, è però un fatto che alcune foto scattate nei
corridoi dell’obitorio prima di quella autopsia, in orario
che non è possibile stabilire, ma che va dal tardo
pomeriggio del 29 aprile a qualche ora prima
dell’autopsia, ci mostrano chiaramente (sia pure in foto)
due cadaveri in cui è presente una risoluzione avanzata
del rigor mortis, almeno per il collo, il tronco e gli
arti superiori. E’ quindi molto difficile far rientrare
quella morte alle 16,10 del 28 aprile, pur considerando un
rigor morti di breve durata a causa delle morti violente,
del tipo di muscolatura e della conservazione con traumi e
scosse subita a Piazzale Loreto. Quelle morti devono
essere retrodatata di almeno 6, 7 ore, anche se questo non
può essere asserito con certezza.
Terzo: la dinamica della fucilazione, con colpi
sparsi sui due lati del corpo, con alcune inclinazioni di
diverso tipo e con alcuni elementi particolari (rosa dei
colpi, aloni, ecc.), fanno seriamente ipotizzare, anche se
non è possibile averne certezza visto che manca una
perizia balistica sul cadavere e questi rilievi sono stati
atti più che altro in base ai pochi elementi del verbale
autoptico ed ai riscontri fotografici, ad una fucilazione
con due tiratori, forse con due armi diverse, mitra e
pistola e da una distanza alquanto ravvicinata: poco più
di 50 cm. circa. Viene quindi seriamente messa in dubbio
la fucilazione dell’unico tiratore nella persona di W.
Audisio che dicesi sparò da tre passi.
Quarto: non è credibile che con la fretta che c’era
di uccidere Mussolini si fa, intanto, partire Audisio con
Lampredi da Milano senza informarlo che il Duce a Dongo
non c’è. Eppure quel trasferimento notturno da Dongo a
Bonzanigo, non poteva essere stata una iniziativa locale
dei comandi della 52 Brigata Garibaldi di Dongo (Bellini
delle Stelle, Canali e Moretti).
Alle 7 del mattino del 18 aprile, poi, arrivarono alla
federazione comunista di Como M. Moretti e L. Canali,
reduci da Bonzanigo i quali misero al corrente i compagni
del trasferimento notturno del Duce. Scrive Lampredi che
ai due venne detto che bisognava informare Milano ed
attendere ordini (logico). Eppure questi due partigiani a
conoscenza dell’ubicazione del nascondiglio (ma non solo
loro, anche il Bellini, la Tuissi e i due autisti notturni
ne erano a conoscenza, tutti elementi con storie e
riferimenti diversi) vengono sdoganati e mandati per conto
loro. Tanto che alle 11 Audisio dalla Prefettura di Como
telefona al comando del CVL di Milano dove dicesi che
parli con Longo e gli fa presente che si trova ancora in
difficoltà a Como e dovrà andare a Dongo, ma dall’altra
parte dell’apparecchio nessuno gli dice che a Dongo
Mussolini non c’è. Tanto che Audisio arriverà poi a Dongo
alle 14,10, tra l’altro senza Lampredi misteriosamente
svicolato dalla Prefettura e presentatosi a Dongo più o
meno alla stessa ora, inaspettato dai comandi garibaldini
e dovrà attendere le 15,10 per recarsi a Bonzanigo a
fucilare Mussolini. Lo stesso Longo, fino a notte
inoltrata preoccupato di fare presto ad uccidere il Duce,
se ne sta tranquillo a Milano e si reca tranquillamente,
nel primo pomeriggio, al comizio con Moscatelli.
Ma anche il Bellini “Pedro” ed il Canali “capitano Neri”
artefici del nascondiglio notturno se ne stanno tranquilli
a Dongo, non si preoccupano che uno di loro, o il Moretti,
o una spiata in paese, possano soffiargli il Duce.
Lasciano a Bonzanigo due stanchi giovani partigiani
Guglielmo Cantoni “Sandrino” e Giuseppe Frangi “Lino” di
guardia da ore a due prigionieri senza un cambio, senza un
controllo. E se Audisio non fosse arrivato quel pomeriggio
fino a quando la cosa andava avanti? E’ tutto assurdo è
tutto inverosimile, a meno che la “pratica Mussolini” non
fosse stata liquidata al mattino.
Quinto: un’altra assurdità la si riscontra nel
fatto oramai accertato che quel pomeriggio, prima che
arrivasse inaspettato il terzetto dei “giustizieri”, tra
Giulino di Mezzegra, Bonzanigo ed Azzano venne sparsa la
voce che Mussolini sarebbe passato prigioniero sulla
statale, tanto che molti dei pochi abitanti di quelle
parti vi si recarono a vedere il falso evento. E’ chiaro
che fu una voce messa in giro per avere il massimo della
discrezione. Ma ancor più assurdo è che Giacomo De Maria
raccontò di non aver riconosciuto il Duce nascosto in casa
sua e che si sarebbe appunto recato sulla statale a
vederlo passare. Una bugia per evitare di dare spiegazioni
a quanto accadde veramente in casa sua. Ma la bugia è
dimostrata dal fatto che è praticamente impossibile,
almeno che questo Giacomo non fosse un irresponsabile, che
con uomini armati e prigionieri in casa, lui se ne va a
tranquillamente a zonzo lasciando la moglie sola in casa!
Sesto: è assurdo che le armi impiegate per la
supposta fucilazione di Mussolini siano state fatte
sparire e non siano state consegnate, magari dopo qualche
anno, alle autorità o ai musei della resistenza.
Tutti questi sono gli elementi oggettivi, concreti, o
comunque ipotizzabili con molta credibilità, che sono
attestati allo stato attuale delle conoscenze.
Ognuno, sulla base di altri elementi, anche se meno
attendibili, può cercare di farsi una idea di quella
misteriosa morte, ma sempre partendo da i dati di fatto
sopra esposti. |