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Anno III,  Comunicato 86 del 24 novembre   2008

 

 

 

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Islam : Il nemico inventato

di Silvia Cattori

www.silviacattori.net

«Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia, accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo ». (*)

24 novembre 2008

I guerrafondai si sono basati su attentati isolati, dalle origini mal chiarite, per incriminare tutt’insieme Osama Bin Laden, Saddam Hussein, i Palestinesi, i « musulmani » in generale, ed influenzare la nostra percezione [1].

Allo scopo di giustificare le loro guerre unilaterali, e rendere legittime le violazioni dei diritti dei popoli e del diritto internazionale, mascherandole da « guerra mondiale al terrorismo », era necessario iniziare con la menzogna e dar vita ad un nemico.

C’è bisogno di ricordare che, prima di invadere l’Iraq nel 2003, l’amministrazione Bush aveva presentato documenti falsi per provare il possesso da parte del Presidente Saddam Hussein di « armi di distruzione di massa » ed una responsabilità irakena negli attentati dell’ 11 settembre 2001?

Questo falso mostruoso era solo una delle innumerevoli menzogne diffuse per trascinare il mondo intero in guerre criminali a ripetizione.

A partire dal 2005, grazie all’inchiesta che il Consiglio d’Europa ha affidato al senatore Dick Marty [2], sappiamo come, nel quadro di questa sedicente « guerra al terrorismo », gli ufficiali della CIA e dell’FBI hanno fatto trasferire in prigioni segrete, per esservi selvaggiamente torturati, un gran numero di musulmani rapiti a caso. Sappiamo inoltre come i paesi europei hanno partecipato da vicino a queste attività, contrarie ai principi fondamentali che essi rivendicano. [3]

Ma siamo ben lontani dall’immaginare in qual misura questi poteri si servono di giornalisti e agenzie di « pubbliche relazioni » [4] per diffondere la paura in modo da imporre una falsa percezione della realtà.

« Il momento è spaventoso. L’ambiente intellettuale parigino è in una deriva parareligiosa, un’islamofobia latente (…) Non c’è alcuna ragione di aver paura dell’Islam » rispondeva l’intellettuale francese Emmanuel Todd al giornalista che gli chiedeva se non avesse "paura dei musulmani". [5]

Eppure, in Occidente, questa paura c’è, ben palpabile.

È bastato agli ideologi, seguaci dello « scontro di civiltà », associare l’Islam al « terrorismo », l’indossare il velo al « fanatismo » per istillare subdolamente un senso d’insicurezza e creare una profondo rigetto di questa religione. Si deve disgraziatamente constatare che la maggior parte dei grandi media ha dato vasta risonanza ai loro argomenti razzisti – volontariamente o per ignoranza - contribuendo così ad ampliare quest’estesa disinformazione.

Noi ne siamo diretti testimoni. Giornalisti, giornali di grande tiratura, presentatori televisivi hanno abusato in modo sbalorditivo della loro posizione.

Ognuno di noi può ricordare il tale o il tal altro commentatore, o inviato speciale in Iraq o Palestina, definire « terroristi » coloro che si sollevavano contro l’invasore, invece si trattava di resistenti. O ancora un certo giornalista che sistematicamente faceva circolare idee grottesche, sul velo e la « sharìa » (la legge islamica) per alimentare la sensazione che i musulmani « non sono come noi », non accettano i « nostri » valori, cogliendo ogni occasione per associarli al « fanatismo », all’ « arretratezza », all’ « oppressione » della donna [6].

Senza queste feroci campagne denigratorie della cultura e delle tradizioni della società araba, lo sviluppo dei pregiudizi islamofobi non avrebbe potuto raggiungere una simile portata. E l’indifferenza delle persone restare così generale, malgrado le immagini insostenibili dei detenuti torturati, o dei civili dilaniati dai bombardamenti in Palestina, Libano, Iraq, Afganistan.

Bisogna chiamare le cose per nome. Quella che ci è stata presentata come una guerra per « ristabilire la legge e la sicurezza », era né più né meno una guerra islamofoba. Una guerra completamente strumentalizzata da relatori dediti innanzitutto alla difesa degli interessi di Israele in Medio Oriente.

Persone che non avevano nulla da rimproverarsi, sono state prese di mira a causa della loro appartenenza religiosa, ad esempio, in paesi come la Svizzera e l’Italia, che mai avevano conosciuto attentati che potessero essere attribuiti a degli Arabi o a dei musulmani. E – in tutti gli ambienti sociopolitici – soprattutto a partire dagli anni 2000, le persone hanno iniziato a guardare con sempre maggior diffidenza le donne con il velo ed i fedeli che frequentavano le moschee.

Questa criminalizzazione, cosciente o no, di una popolazione importante (l’Unione europea conta 15 milioni di musulmani), aveva una motivazione soprattutto politica. Doveva preparare l’opinione pubblica ad aderire alla guerra o ad accettarla.

A questo è servita la criminalizzazione dei musulmani : a condizionare l’opinione pubblica perché nessuno provasse pietà per le sofferenze che noi « difensori delle libertà » facevamo loro patire ; ed anche a preservare i criminali di stato da ogni critica.

Questa cinica politica, alla quale hanno inconfutabilmente contribuito dei giornalisti asserviti, ha un nome : « strategia della tensione ». Una strategia che consiste nel bersagliare e denigrare dei semplici cittadini, - in questo caso dei musulmani rispettosi della legge – accusandoli di cose assurde e, al momento opportuno, attribuire loro le provocazioni o gli attentati che agenti clandestini di stato hanno preparato per questo effetto, o – e questo avviene più sovente di quanto si possa immaginare – che talvolta essi stessi hanno commesso.

Non si tratta di una “fiction”. Lo storico svizzero Daniele Ganser ha dimostrato, in un’opera intitolata « Les armées secrètes de l’OTAN (Le armate segrete della NATO) » [7], come durante la « la guerra fredda », gli Stati Uniti, ed i loro alleati europei, si sono serviti di una rete illegale costituita dalla NATO, in associazione con la CIA, chiamata « Gladio » per fomentare sanguinosi attentati ed attribuirli poi ai comunisti. Vincenzo Vinciguerra che ha partecipato a questi attentati dinamitardi contro degli innocenti, ha in seguito confermato che il fine da perseguire con queste stragi era provocare il panico e spingere le autorità verso un regime autoritario.

Le stesse manipolazioni non sono sempre in opera oggi, a nostra insaputa?

Ma, questa volta, i manipolatori di stato non colpiscono più extraparlamentari di sinistra e comunisti, come durante gli anni 60-80 ; prendono di mira Arabi e musulmani. Ogni attentato è immediatamente messo a profitto da questi « specialisti di terrorismo », chiamati a commentarlo e a spiegarlo, per rilanciare il dibattito ed accrescere la diffidenza nei confronti dell’Islam.

In genere, non c’è nessuna reazione per contestare l’arbitrarietà e le falsificazioni [8]. È dunque cosi assai più facile diffondere notizie false, sulle quali i media tradizionali non mostrano alcuna propensione ad indagare, come si dovrebbe, per verificare se le versioni ufficiali sono plausibili. [9]

I cittadini, e li si comprende, presi dalla disinformazione, sono lontani dall’immaginarsi che le loro autorità, con l’aiuto del quarto potere, potrebbero essere in qualche modo invischiate nella creazione di strategie contrarie ai loro interessi.

Ma oggi qualcosa sta cambiando : le vittime cominciano a rialzare la testa e a parlare [10]. E, per alcune di loro, ad esprimere la loro amarezza nei confronti di certi giornalisti che sono all’origine della loro discesa agli inferi. È urgente ascoltarli. E sollevare il velo su questo periodo buio.

I due esempi che seguono riguardano personaggi molto differenti, ma che hanno una cosa in comune : esser stati oggetto di accuse, tanto infondate quanto devastanti, da parte di media decisamente orientati.

Le menzogne che uccidono: il caso di Youssef Nada

Il signor Nada, ingegnere e banchiere italiano di origine egiziana, è una delle vittime palesi di queste ingannevoli campagne mediatiche. A seguito delle accuse di un gruppetto di giornalisti, è stato iscritto sulla lista nera dell’ONU. Nonostante la sua innocenza sia stata confermata dai tribunali, i suoi beni rimangono congelati e, dal 2001, resta costretto al domicilio coatto nella minuscola enclave di Campione d’Italia. [11]

Dirigeva una fiorente società bancaria nella città svizzera di Lugano, quando un articolo di Guido Olimpio, pubblicato dal « Corriere della Sera » [12], l’ha brutalmente colpito. Il giornalista l’accusava allora di finanziare il gruppo palestinese di Hamas. Associazione che l’occupante israeliano considerava come « terrorista » mirando a farla schedare come tale dai paesi occidentali.

Era il 1997. Ciò conferma che la strategia di criminalizzazione era già in attività ben prima degli attentati dell’ 11 settembre 2001. L’accusa formulata contro di lui ha avuto conseguenze terribilmente pesanti. Nonostante essa sia stata debitamente smentita, è stata ripresa senza verifica da altri giornalisti e ha così continuato a produrre grandi titoli sulla stampa internazionale [13]. Per finire col trasformarsi in « verità ».

Il dubbio ed l’obbrobrio gettati sul signor Nada hanno permesso, in un primo tempo, di stigmatizzare questo eminente oppositore politico del regime dittatoriale del Presidente Moubarak (un alleato degli Stati Uniti e d’Israele) e di screditare l’associazione dei Fratelli Musulmani, della quale il signor Nada è anche uno dei personaggi più rispettati.

Successivamente, nel momento degli attenti dell’ 11 settembre, le accuse del "Corriere della Sera" hanno consentito all’ FBI di segnalare il signor Nada e di farne un colpevole.

È così che, il 7 novembre 2001, il signor Nada ha sussultato sentendo il Presidente degli Stati Uniti in persona dire, da un’emittente televisiva, che la società Al Taqwa, da lui diretta a Lugano, era il principale procacciatore di fondi per Osama Bin Laden.

Su quale prova il signor Bush poteva solidamente basare un’accusa di tal portata? L’unico elemento presentato dall’ FBI alle autorità svizzere resta l’articolo del « Corriere della Sera » scritto da Guido Olimpio nel 1997.

Quella che avrebbe potuto rimanere nient’altro che un’accusa senza fondamento, era diventata una « verità » ufficiale universale, che permetteva di legittimare sanzioni illegali e guerre.

Questa volta il signor Nada non era collegato solamente al movimento palestinese Hamas, ma al « demonio » in persona! Osama Bin Laden ! questa volta il signor Nada era bruciato.

Come dice lui stesso, nel film che gli ha dedicato Andrea Canetta : « Danneggiare qualcuno alla mia età significa ucciderlo prima che muoia. Mi hanno assassinato, è vero. Il fatto che sia qui, in piedi davanti a voi, non significa che io sia vivo, mi hanno ucciso, hanno assassinato me, la mia famiglia, la mia reputazione, hanno distrutto quel che avevo costruito nella mia vita » [14].

Fondato su una menzogna, un ingranaggio kafkiano si è messo in moto. Da sette anni il signor Nada è costretto a battersi davanti ai tribunali e all’opinione pubblica affinché gli sia infine resa giustizia.

Il male è fatto. Anche se domani per lui fosse fatta giustizia, la sua vita è già stata massacrata.

Il caso di Kassim Britel

Questa è un’altra storia terribile. Riguarda questo italiano di origine marocchina, vittima, come migliaia di altri musulmani, di una di quelle operazioni criminali della CIA chiamate « extraordinary renditions ».

Il signor Kassim Britel viaggiava in Pakistan quando, il 10 marzo 2002, è stato rapito dai servizi segreti pakistani. È stato torturato, poi « venduto », sì venduto, agli ufficiali dell’FBI e della CIA [15]. Questi ultimi l’hanno torturato a loro volta e gli hanno promesso denaro e libertà se avesse accettato di spiare dei musulmani. In seguito al suo rifiuto, l’hanno consegnato ai Servizi segreti marocchini affinché lo interrogassero e torturassero di nuovo. A tutt’oggi egli è sempre nelle loro mani, nonostante la sua innocenza sia stata dimostrata e malgrado il pressante invito al governo italiano, contenuto nella Risoluzione del Parlamento europeo sui « voli segreti della CIA », affinché l’Italia « faccia dei passi concreti per la sua liberazione ».

Anche in questo caso, c’è una famiglia traumatizzata dal modo in cui un marito, un figlio, un fratello è stato trasformato in un « criminale ». Anche in questo caso ci sono le accuse, mai provate, di un giornalista che sono state, sembra, all’origine della demonizzazione della vittima.

La moglie - italiana, residente à Bergamo dove noi l’abbiamo incontrata-racconta il suo calvario con voce dolce. « Mio marito è stato calunniato in maniera molto pesante da quei giornalisti che, a quanto pare, diffondono ciò che vogliono i servizi segreti ». Per questo motivo la signora Britel, ha intrapreso un’azione legale contro i quotidiani italiani, « Il Corriere della Sera » e « Libero ».

« Già nel 2001, quattro mesi prima che mio marito fosse rapito illegalmente e consegnato agli agenti della CIA in Pakistan, Guido Olimpio aveva scritto un articolo nel quale lo descriveva come un pericoloso terrorista. Ero molto arrabbiata. Diceva che era sempre in viaggio, che era membro di una rete terroristica islamica, che forniva documenti d’identità falsi, che i nostri nomi ed indirizzi erano stati trovati a Kabul e che, sotto la copertura di una vita anonima e tranquilla, spariva periodicamente. Parlava di passaporti in bianco rubati nella nostra città, della sua presunta appartenenza al « Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, associato a Osama Bin Laden ».

Nient’altro che invenzioni belle e buone ! Mio marito conduceva una vita normale. Come può un giornale accettare che si inventino simili cose in un paese civile ? Non riuscivo a ragionare. Mi dicevo: guarda quello che ci hanno fatto ! Tutto ciò ha distrutto la nostra famiglia. Vogliono accusare anche me, perché difendo mio marito, perché porto il velo.

Il giornalista non forniva mai alcuna prova che giustificasse il contenuto delle sue dichiarazioni. Leggendole, mi dicevo che non parlava di mio marito, che tutto questo era assurdo, che parlava di qualcun altro, che inventava queste cose per fare il ritratto di colui che voleva far passare per un « terrorista in sonno ». Tutto quello che affermava non aveva niente a che vedere con la realtà. Erano delle affermazioni gratuite che non si basavano su nulla. Malgrado ciò, è tornato alla carica parecchie volte per raccontare menzogne presentate come gravi rivelazioni che tiravano in ballo mio marito.

È nel pericoloso contesto della radicalizzazione razzista seguita agli attentati dell’11 settembre che il « Corriere della Sera », ha pubblicato il pamphlet islamofobo da due milioni di copie di Oriana Fallaci « La rabbia e l’orgoglio » [16] che definiva l’Islam come « nazifascismo » e incitava all’odio contro i musulmani.

Mi ricordo che, il 19 novembre 2001, ho trovato una folla di giornalisti che mi aspettava sul posto di lavoro. E che, il 20 e il 21 novembre, sono stati pubblicati una decina di articoli. I più gravemente accusatori erano quelli del « Corriere della Sera ». [17]. La gente che incontravo mi diceva « Hai letto il titolo del Corriere ? ».

Mi sentivo schiacciata a leggere queste cose. Anche se volevo reagire, non potevo. Ero paralizzata. Sono dovuta fuggire da casa mia. Ho scritto al Presidente, ai ministri. Da anni chiedo giustizia. Il fatto che sia innocente non è servito a restituire a Kassim la libertà e a rendergli l’onore. La sua vita è in pericolo. Sono stanca e indignata. Siamo cittadini senza diritti.

Quando, a seguito della mia denuncia penale, Guido Olimpio è stato convocato ed interrogato dalla polizia giudiziaria ha dichiarato : « Le informazioni provengono da organi dell’Intelligence italiana ed anche straniera, per vie confidenziali ». Era un modo per non ammettere che aveva mentito dall’inizio alla fine ?

Tengo a sottolineare che il ruolo del governo Berlusconi e dei Servizi segreti – allora diretti da Franco Frattini [18] – è fondamentale in questo caso. Erano al corrente dell’arresto di mio marito e di ciò che subiva, e non me lo dicevano. Le polizie collaboravano con i servizi della CIA, del Pakistan e del Marocco, al di fuori della legalità, come è dimostrato dagli atti dell’inchiesta italiana, chiusa e archiviata nel settembre 2006 ».

Perché hanno agito così ?

« C’è un episodio che lo spiega. Eravamo nel 2001, poco prima della riunione del G8 a Genova. I media erano pieni di articoli che rivelavano che gruppi di « estremisti islamici » si preparavano ad andare al G8 per spargere « del sangue infetto » sulle forze dell’ordine. È in questo periodo che la polizia ha messo sotto inchiesta tutti i musulmani che frequentavano le moschee ed ha perquisito le loro case. Kassim era in viaggio in Pakistan, in luglio, quando la nostra casa è stata perquisita. Esattamente nello stesso momento in cui i titoli dei giornali mettevano in agitazione l’Italia annunciando la probabilità di attacchi imminenti da parte di « islamici ». Si noti che, al tempo della riunione del G8, non ci fu alcun attacco organizzato da musulmani. In compenso, ci furono provocazioni e violenze da parte della polizia.

Due mesi dopo che l’autorità giudiziaria ha chiuso il fascicolo di Kassim, il 29 settembre 2006, il « Corriere della Sera », che aveva sempre esibito grandi titoli per diffamare mio marito e associarlo al terrorismo internazionale, ai Talebani e a Bin Laden, chiamandolo in maniera impropria « El Kassim », ha pubblicato una piccola nota a pagina 13, dal titolo : « Terrorismo, per Britel accuse insussistenti ». Così, quello che Guido Olimpio aveva sempre chiamato « El Kassim » dal momento che era innocente era diventato improvvisamente « Britel ».

I lettori non stabilivano necessariamente il legame tra il « terrorista » costruito di sana pianta e l’uomo onesto che aveva ingiustamente subito quasi sette anni di prigionia e di torture. Non verrà nemmeno ricordato che « Britel » era stato vittima delle abominevoli « renditions » e detenzioni segrete illegali da parte della CIA, condannate dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento europeo. Questo per dire, infine, che i lettori saranno stati disinformati fino in fondo ».

Come risulta, da questi due casi vergognosi, la priorità dei media in generale, non è attirare l’attenzione del mondo sulle sofferenze provocate dalle violazioni del diritto internazionale perpetrate dalle grandi potenze, nel quadro di questa « lotta al terrorismo ». La priorità è inondare le persone e le librerie di articoli ed opere che evochino un legame tra « islam e terrorismo ». La priorità è nutrire la paura del « terrorismo religioso », questa « idra minacciosa con cento teste » che « si espande fino alla soglia delle nostre case » [19].

La disumanizzazione degli Arabi è un arma di guerra. È un’arma che lo stato coloniale israeliano ha sempre utilizzato con indubbio successo. È così che i Palestinesi sono stati sempre maltrattati e abusivamente presentati dal loro occupante come « terroristi ».

Nel frattempo, dietro il paravento del sedicente « processo di pace », Israele è riuscito a trascinare « l’Occidente » nel suo conflitto bellico con il mondo arabo e a fargli adottare il suo sistema « orwelliano » di controllo dei cittadini. Trasformando così il suo conflitto regionale in uno scontro globale, in una guerra mondiale contro l’Islam.

Questo stato di guerra che umilia ed insanguina i popoli del Medio Oriente da 60 anni , e che mantiene l’opinione pubblica sotto il dominio della menzogna, è già durato troppo.

« Oggi, mentre il nostro pianeta è « minato » da innumerevoli conflitti fra gruppi, fra Stati, ed anche tra ambienti culturali, abbiamo un enorme bisogno di un « giornalismo di pace » che ci offra chiavi per comprendere questi conflitti, che ci dia elementi per cogliere le contraddizioni che rispecchiano, e che ci proponga tracce di riflessione su come trasformarli e superarli. » [20]

Per contribuire a porre fine a questi spietati conflitti, non bisogna aver paura di dire la verità, anche quando essa non è per niente piacevole. Perché è ben più disgustoso scoprire le prolungate sofferenze degli innocenti ingiustamente condannati.

Ma, come ha così giustamente detto il giornalista Alan Hart :
« L’inferno è quando capite che la vostra vita è giunta al termine e non avete impiegato tutte le vostre capacità e le vostre risorse, quando invece avreste potuto farlo, al fine di cambiare qualcosa, vale a dire che l’inferno è il momento nel quale prendete coscienza, dopo matura riflessione, di aver sprecato la vostra vita. Invece, il Paradiso è prendere in considerazione senza timore l’avvicinarsi della morte, perché sapete, al contrario, di aver fatto del vostro meglio per cambiare, anche per quanto poco sia, il mondo. » [21]

Silvia Cattori

 


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