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Islam : Il nemico inventato
di Silvia
Cattori
www.silviacattori.net
«Verrà il tempo in cui i responsabili dei crimini contro
l’umanità che hanno accompagnato il conflitto israelo-palestinese
e altri conflitti in questo passaggio d’epoca, saranno chiamati a
rispondere davanti ai tribunali degli uomini o della storia,
accompagnati dai loro complici e da quanti in Occidente hanno
scelto il silenzio, la viltà e l’opportunismo ». (*)
24 novembre 2008

I guerrafondai si sono basati su attentati isolati, dalle origini
mal chiarite, per incriminare tutt’insieme Osama Bin Laden, Saddam
Hussein, i Palestinesi, i « musulmani » in generale, ed
influenzare la nostra percezione [1].
Allo scopo di giustificare le loro guerre unilaterali, e rendere
legittime le violazioni dei diritti dei popoli e del diritto
internazionale, mascherandole da « guerra mondiale al terrorismo
», era necessario iniziare con la menzogna e dar vita ad un
nemico.
C’è bisogno di ricordare che, prima di invadere l’Iraq nel 2003,
l’amministrazione Bush aveva presentato documenti falsi per
provare il possesso da parte del Presidente Saddam Hussein di «
armi di distruzione di massa » ed una responsabilità irakena negli
attentati dell’ 11 settembre 2001?
Questo falso mostruoso era solo una delle innumerevoli menzogne
diffuse per trascinare il mondo intero in guerre criminali a
ripetizione.
A partire dal 2005, grazie all’inchiesta che il Consiglio d’Europa
ha affidato al senatore Dick Marty [2],
sappiamo come, nel quadro di questa sedicente « guerra al
terrorismo », gli ufficiali della CIA e dell’FBI hanno fatto
trasferire in prigioni segrete, per esservi selvaggiamente
torturati, un gran numero di musulmani rapiti a caso. Sappiamo
inoltre come i paesi europei hanno partecipato da vicino a queste
attività, contrarie ai principi fondamentali che essi
rivendicano. [3]
Ma siamo ben lontani dall’immaginare in qual misura questi poteri
si servono di giornalisti e agenzie di « pubbliche relazioni » [4]
per diffondere la paura in modo da imporre una falsa percezione
della realtà.
« Il momento è spaventoso. L’ambiente intellettuale parigino è
in una deriva parareligiosa, un’islamofobia latente (…) Non c’è
alcuna ragione di aver paura dell’Islam » rispondeva
l’intellettuale francese Emmanuel Todd al giornalista che gli
chiedeva se non avesse "paura dei musulmani". [5]
Eppure, in Occidente, questa paura c’è, ben palpabile.
È bastato agli ideologi, seguaci dello « scontro di civiltà
», associare l’Islam al « terrorismo », l’indossare il velo
al « fanatismo » per istillare subdolamente un senso
d’insicurezza e creare una profondo rigetto di questa religione.
Si deve disgraziatamente constatare che la maggior parte dei
grandi media ha dato vasta risonanza ai loro argomenti razzisti –
volontariamente o per ignoranza - contribuendo così ad ampliare
quest’estesa disinformazione.
Noi ne siamo diretti testimoni. Giornalisti, giornali di grande
tiratura, presentatori televisivi hanno abusato in modo
sbalorditivo della loro posizione.
Ognuno di noi può ricordare il tale o il tal altro commentatore, o
inviato speciale in Iraq o Palestina, definire « terroristi »
coloro che si sollevavano contro l’invasore, invece si trattava di
resistenti. O ancora un certo giornalista che sistematicamente
faceva circolare idee grottesche, sul velo e la « sharìa » (la
legge islamica) per alimentare la sensazione che i musulmani «
non sono come noi », non accettano i « nostri » valori,
cogliendo ogni occasione per associarli al « fanatismo », all’ «
arretratezza », all’ « oppressione » della donna [6].
Senza queste feroci campagne denigratorie della cultura e delle
tradizioni della società araba, lo sviluppo dei pregiudizi
islamofobi non avrebbe potuto raggiungere una simile portata. E
l’indifferenza delle persone restare così generale, malgrado le
immagini insostenibili dei detenuti torturati, o dei civili
dilaniati dai bombardamenti in Palestina, Libano, Iraq,
Afganistan.
Bisogna chiamare le cose per nome. Quella che ci è stata
presentata come una guerra per « ristabilire la legge e la
sicurezza », era né più né meno una guerra islamofoba. Una
guerra completamente strumentalizzata da relatori dediti
innanzitutto alla difesa degli interessi di Israele in Medio
Oriente.
Persone che non avevano nulla da rimproverarsi, sono state prese
di mira a causa della loro appartenenza religiosa, ad esempio, in
paesi come la Svizzera e l’Italia, che mai avevano conosciuto
attentati che potessero essere attribuiti a degli Arabi o a dei
musulmani. E – in tutti gli ambienti sociopolitici – soprattutto a
partire dagli anni 2000, le persone hanno iniziato a guardare con
sempre maggior diffidenza le donne con il velo ed i fedeli che
frequentavano le moschee.
Questa criminalizzazione, cosciente o no, di una popolazione
importante (l’Unione europea conta 15 milioni di musulmani), aveva
una motivazione soprattutto politica. Doveva preparare l’opinione
pubblica ad aderire alla guerra o ad accettarla.
A questo è servita la criminalizzazione dei musulmani : a
condizionare l’opinione pubblica perché nessuno provasse pietà per
le sofferenze che noi « difensori delle libertà » facevamo
loro patire ; ed anche a preservare i criminali di stato da ogni
critica.
Questa cinica politica, alla quale hanno inconfutabilmente
contribuito dei giornalisti asserviti, ha un nome : « strategia
della tensione ». Una strategia che consiste nel bersagliare e
denigrare dei semplici cittadini, - in questo caso dei musulmani
rispettosi della legge – accusandoli di cose assurde e, al momento
opportuno, attribuire loro le provocazioni o gli attentati che
agenti clandestini di stato hanno preparato per questo effetto, o
– e questo avviene più sovente di quanto si possa immaginare – che
talvolta essi stessi hanno commesso.
Non si tratta di una “fiction”. Lo storico svizzero Daniele Ganser
ha dimostrato, in un’opera intitolata « Les armées secrètes de
l’OTAN (Le armate segrete della NATO) » [7],
come durante la « la guerra fredda », gli Stati Uniti, ed i loro
alleati europei, si sono serviti di una rete illegale costituita
dalla NATO, in associazione con la CIA, chiamata « Gladio »
per fomentare sanguinosi attentati ed attribuirli poi ai
comunisti. Vincenzo Vinciguerra che ha partecipato a questi
attentati dinamitardi contro degli innocenti, ha in seguito
confermato che il fine da perseguire con queste stragi era
provocare il panico e spingere le autorità verso un regime
autoritario.
Le stesse manipolazioni non sono sempre in opera oggi, a nostra
insaputa?
Ma, questa volta, i manipolatori di stato non colpiscono più
extraparlamentari di sinistra e comunisti, come durante gli anni
60-80 ; prendono di mira Arabi e musulmani. Ogni attentato è
immediatamente messo a profitto da questi « specialisti di
terrorismo », chiamati a commentarlo e a spiegarlo, per
rilanciare il dibattito ed accrescere la diffidenza nei confronti
dell’Islam.
In genere, non c’è nessuna reazione per contestare l’arbitrarietà
e le falsificazioni [8].
È dunque cosi assai più facile diffondere notizie false, sulle
quali i media tradizionali non mostrano alcuna propensione ad
indagare, come si dovrebbe, per verificare se le versioni
ufficiali sono plausibili. [9]
I cittadini, e li si comprende, presi dalla disinformazione, sono
lontani dall’immaginarsi che le loro autorità, con l’aiuto del
quarto potere, potrebbero essere in qualche modo invischiate nella
creazione di strategie contrarie ai loro interessi.
Ma oggi qualcosa sta cambiando : le vittime cominciano a rialzare
la testa e a parlare [10].
E, per alcune di loro, ad esprimere la loro amarezza nei confronti
di certi giornalisti che sono all’origine della loro discesa agli
inferi. È urgente ascoltarli. E sollevare il velo su questo
periodo buio.
I due esempi che seguono riguardano personaggi molto differenti,
ma che hanno una cosa in comune : esser stati oggetto di accuse,
tanto infondate quanto devastanti, da parte di media decisamente
orientati.
Le menzogne che uccidono: il caso di Youssef Nada
Il signor Nada, ingegnere e banchiere italiano di origine
egiziana, è una delle vittime palesi di queste ingannevoli
campagne mediatiche. A seguito delle accuse di un gruppetto di
giornalisti, è stato iscritto sulla lista nera dell’ONU.
Nonostante la sua innocenza sia stata confermata dai tribunali, i
suoi beni rimangono congelati e, dal 2001, resta costretto al
domicilio coatto nella minuscola enclave di Campione d’Italia. [11]
Dirigeva una fiorente società bancaria nella città svizzera di
Lugano, quando un articolo di Guido Olimpio, pubblicato dal «
Corriere della Sera » [12],
l’ha brutalmente colpito. Il giornalista l’accusava allora di
finanziare il gruppo palestinese di Hamas. Associazione che
l’occupante israeliano considerava come « terrorista » mirando a
farla schedare come tale dai paesi occidentali.
Era il 1997. Ciò conferma che la strategia di criminalizzazione
era già in attività ben prima degli attentati dell’ 11 settembre
2001. L’accusa formulata contro di lui ha avuto conseguenze
terribilmente pesanti. Nonostante essa sia stata debitamente
smentita, è stata ripresa senza verifica da altri giornalisti e ha
così continuato a produrre grandi titoli sulla stampa
internazionale [13].
Per finire col trasformarsi in « verità ».
Il dubbio ed l’obbrobrio gettati sul signor Nada hanno permesso,
in un primo tempo, di stigmatizzare questo eminente oppositore
politico del regime dittatoriale del Presidente Moubarak (un
alleato degli Stati Uniti e d’Israele) e di screditare
l’associazione dei Fratelli Musulmani, della quale il signor Nada
è anche uno dei personaggi più rispettati.
Successivamente, nel momento degli attenti dell’ 11 settembre, le
accuse del "Corriere della Sera" hanno consentito all’ FBI
di segnalare il signor Nada e di farne un colpevole.
È così che, il 7 novembre 2001, il signor Nada ha sussultato
sentendo il Presidente degli Stati Uniti in persona dire, da
un’emittente televisiva, che la società Al Taqwa, da lui diretta a
Lugano, era il principale procacciatore di fondi per Osama Bin
Laden.
Su quale prova il signor Bush poteva solidamente basare un’accusa
di tal portata? L’unico elemento presentato dall’ FBI alle
autorità svizzere resta l’articolo del « Corriere della Sera
» scritto da Guido Olimpio nel 1997.
Quella che avrebbe potuto rimanere nient’altro che un’accusa senza
fondamento, era diventata una « verità » ufficiale universale, che
permetteva di legittimare sanzioni illegali e guerre.
Questa volta il signor Nada non era collegato solamente al
movimento palestinese Hamas, ma al « demonio » in persona! Osama
Bin Laden ! questa volta il signor Nada era bruciato.
Come dice lui stesso, nel film che gli ha dedicato Andrea Canetta
: « Danneggiare qualcuno alla mia età significa ucciderlo prima
che muoia. Mi hanno assassinato, è vero. Il fatto che sia qui, in
piedi davanti a voi, non significa che io sia vivo, mi hanno
ucciso, hanno assassinato me, la mia famiglia, la mia reputazione,
hanno distrutto quel che avevo costruito nella mia vita » [14].
Fondato su una menzogna, un ingranaggio kafkiano si è messo in
moto. Da sette anni il signor Nada è costretto a battersi davanti
ai tribunali e all’opinione pubblica affinché gli sia infine resa
giustizia.
Il male è fatto. Anche se domani per lui fosse fatta giustizia, la
sua vita è già stata massacrata.
Il caso di Kassim Britel
Questa è un’altra storia terribile. Riguarda questo italiano di
origine marocchina, vittima, come migliaia di altri musulmani, di
una di quelle operazioni criminali della CIA chiamate «
extraordinary renditions ».
Il signor Kassim Britel viaggiava in Pakistan quando, il 10 marzo
2002, è stato rapito dai servizi segreti pakistani. È stato
torturato, poi « venduto », sì venduto, agli ufficiali dell’FBI e
della CIA [15].
Questi ultimi l’hanno torturato a loro volta e gli hanno promesso
denaro e libertà se avesse accettato di spiare dei musulmani. In
seguito al suo rifiuto, l’hanno consegnato ai Servizi segreti
marocchini affinché lo interrogassero e torturassero di nuovo. A
tutt’oggi egli è sempre nelle loro mani, nonostante la sua
innocenza sia stata dimostrata e malgrado il pressante invito al
governo italiano, contenuto nella Risoluzione del Parlamento
europeo sui « voli segreti della CIA », affinché l’Italia «
faccia dei passi concreti per la sua liberazione ».
Anche in questo caso, c’è una famiglia traumatizzata dal modo in
cui un marito, un figlio, un fratello è stato trasformato in un «
criminale ». Anche in questo caso ci sono le accuse, mai provate,
di un giornalista che sono state, sembra, all’origine della
demonizzazione della vittima.
La moglie - italiana, residente à Bergamo dove noi l’abbiamo
incontrata-racconta il suo calvario con voce dolce. « Mio
marito è stato calunniato in maniera molto pesante da quei
giornalisti che, a quanto pare, diffondono ciò che vogliono i
servizi segreti ». Per questo motivo la signora Britel, ha
intrapreso un’azione legale contro i quotidiani italiani, « Il
Corriere della Sera » e « Libero ».
« Già nel 2001, quattro mesi prima che mio marito fosse rapito
illegalmente e consegnato agli agenti della CIA in Pakistan, Guido
Olimpio aveva scritto un articolo nel quale lo descriveva come un
pericoloso terrorista. Ero molto arrabbiata. Diceva che era sempre
in viaggio, che era membro di una rete terroristica islamica, che
forniva documenti d’identità falsi, che i nostri nomi ed indirizzi
erano stati trovati a Kabul e che, sotto la copertura di una vita
anonima e tranquilla, spariva periodicamente. Parlava di
passaporti in bianco rubati nella nostra città, della sua presunta
appartenenza al « Gruppo salafita per la predicazione e il
combattimento, associato a Osama Bin Laden ».
Nient’altro che invenzioni belle e buone ! Mio marito conduceva
una vita normale. Come può un giornale accettare che si inventino
simili cose in un paese civile ? Non riuscivo a ragionare. Mi
dicevo: guarda quello che ci hanno fatto ! Tutto ciò ha distrutto
la nostra famiglia. Vogliono accusare anche me, perché difendo mio
marito, perché porto il velo.
Il giornalista non forniva mai alcuna prova che giustificasse il
contenuto delle sue dichiarazioni. Leggendole, mi dicevo che non
parlava di mio marito, che tutto questo era assurdo, che parlava
di qualcun altro, che inventava queste cose per fare il ritratto
di colui che voleva far passare per un « terrorista in sonno ».
Tutto quello che affermava non aveva niente a che vedere con la
realtà. Erano delle affermazioni gratuite che non si basavano su
nulla. Malgrado ciò, è tornato alla carica parecchie volte per
raccontare menzogne presentate come gravi rivelazioni che tiravano
in ballo mio marito.
È nel pericoloso contesto della radicalizzazione razzista seguita
agli attentati dell’11 settembre che il « Corriere della Sera »,
ha pubblicato il pamphlet islamofobo da due milioni di copie di
Oriana Fallaci « La rabbia e l’orgoglio » [16]
che definiva l’Islam come « nazifascismo » e incitava all’odio
contro i musulmani.
Mi ricordo che, il 19 novembre 2001, ho trovato una folla di
giornalisti che mi aspettava sul posto di lavoro. E che, il 20 e
il 21 novembre, sono stati pubblicati una decina di articoli. I
più gravemente accusatori erano quelli del « Corriere della Sera
». [17].
La gente che incontravo mi diceva « Hai letto il titolo del
Corriere ? ».
Mi sentivo schiacciata a leggere queste cose. Anche se volevo
reagire, non potevo. Ero paralizzata. Sono dovuta fuggire da casa
mia. Ho scritto al Presidente, ai ministri. Da anni chiedo
giustizia. Il fatto che sia innocente non è servito a restituire a
Kassim la libertà e a rendergli l’onore. La sua vita è in
pericolo. Sono stanca e indignata. Siamo cittadini senza diritti.
Quando, a seguito della mia denuncia penale, Guido Olimpio è stato
convocato ed interrogato dalla polizia giudiziaria ha dichiarato :
« Le informazioni provengono da organi dell’Intelligence italiana
ed anche straniera, per vie confidenziali ». Era un modo per non
ammettere che aveva mentito dall’inizio alla fine ?
Tengo a sottolineare che il ruolo del governo Berlusconi e dei
Servizi segreti – allora diretti da Franco Frattini [18]
– è fondamentale in questo caso. Erano al corrente dell’arresto di
mio marito e di ciò che subiva, e non me lo dicevano. Le polizie
collaboravano con i servizi della CIA, del Pakistan e del Marocco,
al di fuori della legalità, come è dimostrato dagli atti
dell’inchiesta italiana, chiusa e archiviata nel settembre 2006
».
Perché hanno agito così ?
« C’è un episodio che lo spiega. Eravamo nel 2001, poco prima
della riunione del G8 a Genova. I media erano pieni di articoli
che rivelavano che gruppi di « estremisti islamici » si
preparavano ad andare al G8 per spargere « del sangue infetto »
sulle forze dell’ordine. È in questo periodo che la polizia ha
messo sotto inchiesta tutti i musulmani che frequentavano le
moschee ed ha perquisito le loro case. Kassim era in viaggio in
Pakistan, in luglio, quando la nostra casa è stata perquisita.
Esattamente nello stesso momento in cui i titoli dei giornali
mettevano in agitazione l’Italia annunciando la probabilità di
attacchi imminenti da parte di « islamici ». Si noti che, al tempo
della riunione del G8, non ci fu alcun attacco organizzato da
musulmani. In compenso, ci furono provocazioni e violenze da parte
della polizia.
Due mesi dopo che l’autorità giudiziaria ha chiuso il fascicolo di
Kassim, il 29 settembre 2006, il « Corriere della Sera », che
aveva sempre esibito grandi titoli per diffamare mio marito e
associarlo al terrorismo internazionale, ai Talebani e a Bin
Laden, chiamandolo in maniera impropria « El Kassim », ha
pubblicato una piccola nota a pagina 13, dal titolo : «
Terrorismo, per Britel accuse insussistenti ». Così, quello che
Guido Olimpio aveva sempre chiamato « El Kassim » dal momento che
era innocente era diventato improvvisamente « Britel ».
I lettori non stabilivano necessariamente il legame tra il «
terrorista » costruito di sana pianta e l’uomo onesto che aveva
ingiustamente subito quasi sette anni di prigionia e di torture.
Non verrà nemmeno ricordato che « Britel » era stato vittima delle
abominevoli « renditions » e detenzioni segrete illegali da parte
della CIA, condannate dal Consiglio d’Europa e dal Parlamento
europeo. Questo per dire, infine, che i lettori saranno stati
disinformati fino in fondo
».
Come risulta, da questi due casi vergognosi, la priorità dei media
in generale, non è attirare l’attenzione del mondo sulle
sofferenze provocate dalle violazioni del diritto internazionale
perpetrate dalle grandi potenze, nel quadro di questa « lotta al
terrorismo ». La priorità è inondare le persone e le librerie di
articoli ed opere che evochino un legame tra « islam e
terrorismo ». La priorità è nutrire la paura del «
terrorismo religioso », questa « idra minacciosa con cento
teste » che « si espande fino alla soglia delle nostre case
» [19].
La disumanizzazione degli Arabi è un arma di guerra. È un’arma che
lo stato coloniale israeliano ha sempre utilizzato con indubbio
successo. È così che i Palestinesi sono stati sempre maltrattati e
abusivamente presentati dal loro occupante come « terroristi ».
Nel frattempo, dietro il paravento del sedicente « processo di
pace », Israele è riuscito a trascinare « l’Occidente » nel suo
conflitto bellico con il mondo arabo e a fargli adottare il suo
sistema « orwelliano » di controllo dei cittadini. Trasformando
così il suo conflitto regionale in uno scontro globale, in una
guerra mondiale contro l’Islam.
Questo stato di guerra che umilia ed insanguina i popoli del Medio
Oriente da 60 anni , e che mantiene l’opinione pubblica sotto il
dominio della menzogna, è già durato troppo.
« Oggi, mentre il nostro pianeta è « minato » da innumerevoli
conflitti fra gruppi, fra Stati, ed anche tra ambienti culturali,
abbiamo un enorme bisogno di un « giornalismo di pace » che ci
offra chiavi per comprendere questi conflitti, che ci dia elementi
per cogliere le contraddizioni che rispecchiano, e che ci proponga
tracce di riflessione su come trasformarli e superarli. » [20]
Per contribuire a porre fine a questi spietati conflitti, non
bisogna aver paura di dire la verità, anche quando essa non è per
niente piacevole. Perché è ben più disgustoso scoprire le
prolungate sofferenze degli innocenti ingiustamente condannati.
Ma, come ha così giustamente detto il giornalista Alan Hart :
« L’inferno è quando capite che la vostra vita è giunta al
termine e non avete impiegato tutte le vostre capacità e le vostre
risorse, quando invece avreste potuto farlo, al fine di cambiare
qualcosa, vale a dire che l’inferno è il momento nel quale
prendete coscienza, dopo matura riflessione, di aver sprecato la
vostra vita. Invece, il Paradiso è prendere in considerazione
senza timore l’avvicinarsi della morte, perché sapete, al
contrario, di aver fatto del vostro meglio per cambiare, anche per
quanto poco sia, il mondo. » [21]
Silvia Cattori
Link originale :
http://www.silviacattori.net/article627.html
Link a
questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/IslamNemicoInventato.htm
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