|
Stimato direttore,
sono un cittadino italiano (cattolico) residente
in Israele da 25 anni. Ho avuto la fortuna di
studiare la lingua ebraica all'Università di
Gerusalemme e ora insegno ebraico biblico sempre
a Gerusalemme, cercando di trasmettere ai miei
discepoli, oltre all'amore per la grammatica,
anche l'amore per il testo sacro scritto in
ebraico e per il popolo che fu il primo
destinatario del messaggio divino.
Nel mese di gennaio 2008, forse anche sotto
l'impulso delle celebrazioni legate alla
Giornata della memoria, ho avuto modo di vedere
che in Italia molte proposte di
studio/ricerca/dialogo fra cristiani ed ebrei.
Mi fa piacere e dispiacere allo stesso tempo
vedere tutte queste iniziative. Mi fa piacere
vedere che nel nostro Paese ci sia una buona
sensibilità verso la questione. Mi dispiace che
si parli sempre a senso unico. Mi spiego.
Qui in Israele la situazione dei cristiani è ben
diversa da quella italiana ed europea. Non c'è
nessuna sensibilità da parte ebraica circa il
dialogo con i cristiani in terra d'Israele; non
esiste un punto di riferimento civile e/o
religioso con cui si possa dialogare. A
Gerusalemme succede non di rado che ebrei
religiosi sputino addosso a cristiani. A me è
successo più di una volta. Uno di questi
sedicenti ebrei religiosi, colto in flagrante e
fermato dalla polizia, si difendeva dicendo: «Ma
è solo un cristiano!».
In Europa e in Occidente si continuano a
organizzare conferenze sull'antisemitismo dei
cristiani, mentre qui gli ebrei, quando ne hanno
la possibilità, osteggiano i cristiani... Che
intanto continuano a fuggire da Israele senza
che nessuno se ne voglia assumere la
responsabilità.
Nessuna condanna, per esempio, da parte dei
rabbini. Certo, i cristiani sono in gran parte
arabi, «gli altri». Ma si tratta comunque di un
silenzio colpevole!
Non sarebbe il caso di reimpostare la questione
del dialogo e delle sue difficoltà chiamandola
in altro modo? Ad esempio l'intolleranza o in
sensibilità di una maggioranza (cristiani in
Europa ed ebrei in Israele) verso una minoranza
(ebrei in Europa e cristiani in Israele) che
tende ad emergere?
Un'altra cosa a mio avviso è grave:
l'appartenenza a Israele (religione e Stato) è
segnalata sul passaporto! Chi non è ebreo non è
cittadino a pieno diritto quando si tratta di
cercare un lavoro o una posizione nella società
civile... I cristiani sono confinati nei loro
quartieri e gli israeliani (di religione ebraica
e passaporto israeliano) non si mescolano ad
essi. Immaginiamo se, per essere italiani, si
dovesse essere cristiani, o peggio cattolici. I
non cattolici cosa direbbero? Non urlerebbero
(giustamente) tutti i difensori dei diritti
umani? Io sono qui da 25 anni, ho fatto i miei
studi all'Università ebraica (dove mi sono
trovato benissimo), ma non sono cittadino
israeliano solo perché sono cristiano.
Per questa ragione trovo a dir poco «aggressive»
le affermazioni di «dialoganti ebrei italiani»
(anche rabbini) che continuano a sostenere che
l'Occidente è antisemita. L'Occidente non è più
antisemita oggi di quanto l'attuale Israele non
sia anticristiano.
Massimo Pazzini
Gerusalemme |