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Il governo israeliano «sta ricevendo forti segnali che
USA ed Europa sono molto irritate dalla mancanza di
progressi nei negoziati coi palestinesi».
Lo scrive il quotidiano ebraico Haaretz, che descrive
come gli ambasciatori israeliani in Europa abbiamo
mandato numerosi telegrammi cifrati segnalando al
ministero degli Esteri (Tzipi Livni) come molti Stati
europei minaccino di rivedere il loro atteggiamento
verso Hamas, in relazione alla situazione umanitaria
creata a Gaza dal blocco sionista.
I rapporti cifrati - alcuni dei quali l’inviato di
Haaretz dice di aver letto personalmente - si appuntano
con allarme sull’ultima riunione del Quartetto per il
Medio Oriente, tenuta a Berlino
l’11 febbraio.
C’erano l’americano David Welch (assistente di
Condoleezza Rice per il Medio Oriente),
Mark Otte, che è l’inviato della UE per la pace, Robert
Serry, l’inviato dell’ONU, e il russo
Sergei Yakovlev, responsabile del Medio Oriente per
Mosca.
Il Quartetto dovrebbe monitorare i progressi del
«processo di pace» secondo il ruolino di marcia messo a
punto ad Annapolis.
In quella riunione, si sono sentite frasi piuttosto
lontane dal solito servilismo verso Sion.
Serry, l’europeo, «Ha criticato Israele fin dall’inizio
della seduta», riporta Haaretz: «Siamo molto preoccupati
della situazione a Gaza, specie sotto il profilo
umanitario», ha esordito: «Si deve trovare una
soluzione».
E ha denunciato che l’assedio israeliano impedisce
persino ai soccorritori dell’ONU di portare aiuto ai
palestinesi.
Otte, l’inviato della UE, è stato duro: «Non solo nulla
migliora sul terreno, ma il comportamento di Israele
diventa sempre peggiore, e sempre più inadempiente verso
le obbligazioni della road map» che Olmert ha accettato
ad Annapolis.
Otte ha sottolineato che non solo Israele ha chiuso a
Gerusalemme Est le istituzioni dell’Autorità Palesinese
(il futuro «governo» collaborazionista con cui Sion
dovrebbe trattare), ma ha prolungato di sei mesi
l’ordine di chiusura, il che non indica né buona volontà
né buona fede.
«Per cui, dobbiamo considerare un cambio di politica in
tutto ciò che riguarda Gaza», ha concluso Otto.
Il che significa fare qualche apertura ad Hamas, ciò che
Israele assolutamente non vuole - essendo riuscita ad
imporre l’equazione «Hamas eguale terrorismo islamico» -
e che le sue lobby nei vari Stati si prodigano per
impedire.
Il russo Yakovlev ha detto, a nome del suo Paese, che
bisogna fare in modo che i palestinesi formino un
governo di unità nazionale (Autorità e Hamas), altra
cosa che Israele non vuole.
Ma senza una riconciliazione tra Hamas e Fatah, ha detto
Yakovlev, «la striscia di Gaza diventa una bomba a
orologeria che distruggerà il processo di Annapolis».
Persino David Welch ha criticato le azioni israeliane a
Gaza, dicendo che gli Stati Uniti le disapprovano, anche
se ha ricordato i razzi Kassam che continuano a cadere
sul villaggio di Sderot, la scusa con cui Israele si
rifiuta di proseguire il negoziato, e a cui risponde con
bombardamenti e missili e omicidi mirati con danni
collaterali di civili massacrati.
In ogni caso, Welch ha detto anche: il Quartetto deve
esigere da Israele a riapertura dei valichi di Gaza.
Evidentemente gli occidentali cominciano a vergognarsi
di assistere senza protestare, anzi cooperandovi, al
lento sterminio per fame del milione e mezzo di abitanti
di Gaza.
Haaretz rivela che solo «grazie ad una massiccia
offensiva diplomatica» e lobbyistica Israele è finora
riuscita a impedire che da Bruxelles parta una formale
dichiarazione di disapprovazione,
da parte della UE, di ciò che gli ebrei fanno a Gaza
(probabilmente la campagna della comunità contro «gli
antisemiti» in Italia e la famosa lista dei professori
lobbyisti definita «una nuova Notte dei Cristalli» fa
parte della massiccia offensiva).
Solo forti pressioni israelo-americane sulla Svizzera
hanno impedito alla Confederazione Elvetica di indire un
vertice internazionale con lo scopo di forzare la
riapertura dei valichi di Gaza.
Il ministro della Guerra sionista, Ehud Barak, in visita
in Turchia, s’è sentito chiedere da Ankara di consentire
ai soccorsi turchi di passare a Gaza, almeno una volta.
Il ministro francese Bernard Kouchner ha chiesto ad
Israele, durante la sua visita, di riaprire i maledetti
valichi.
Inoltre, «alti responsabili dell’Unione Europea sono
stati sentiti mentre denunciavano gli atti di Israele a
Gaza, e deplorazioni su questo tema sono state passate
in diversi parlamenti europei».
«Tutta questa agitazione», ha scritto Ran Koriel,
ambasciatore israeliano alla UE, nel suo rapporto
segreto alla Livni, «è collegata alla cultura europea di
esibire preoccupazione per le questioni umanitarie» (eh
sì, scusateci, abbiamo questa debolezza), sicchè
«nonostante la sospensione» dell’iniziativa di una
deplorazione formale a Bruxelles del comportamento
giudaico (grazie alle accuse di «antisemitismo» sparse a
mitraglia), «i giorni sono contati» prima che venga
discussa
«la legittimità internale di ciò che avviene a Gaza».
La prospettiva peggiore, per lo stato ebraico, è che -
come sta pensando di fare Parigi - ciò porti a una
riconsiderazione generale dell’atteggiamento europeo
verso Israele, che potrebbe anche finire con un
riconoscimento di Hamas.
Non avverrà, non avverrà.
State tranquilli: le vostre lobby e Frattini il
Kommissario vegliano contro questo «disagio umanitario»,
maschera estrema dell’antisemitismo.
Ma è istruttivo sapere che questo disagio c’è e cresce
in Europa.
Ed è ancora più istruttivo apprenderlo da un giornale
israeliano.
I nostri media, ovvio, non ne hanno dato notizia.
1)
Barak Ravid, «Livni: palestinian people have no future
under Hamas rule», Haaretz, 21 febbraio 2008. |