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E’ difficile che vescovi e cardinali parlino, oggi,
dell’Anticristo.
I pochi che lo fanno, lo descrivono sulla scorta di
Solov’ev (sarà pacifista, ecologista e filantropico)
e di Benson («Il Padrone del Mondo»: sarà
umanitario, vieterà la guerra e… i rumori,
legalizzerà l’eutanasia).
Stranamente, gli esimi cardinali evitano di citare
le Scritture cristiane dei tempi ultimi, dalla II
Tessalonicesi di San Paolo (l’uomo d’iniquità che
siederà sul trono di Dio, facendo dio se stesso) e
l’Apocalisse di San Giovanni: che lungi dal
dipingere un Anticristo pacifista, lo avvolge in
un’aura di guerra e di fame, di menzogna e di
finanza: l’aura del potere terreno dei tempi ultimi.
C’è qualcosa che si vuol evitare di leggere nei
testi canonici?
Vediamo.
Il primo a profetizzare l’estrema rivolta fu il
profeta Daniele (VII, 8 e seguenti): egli vide «un
piccolo corno», e «in questo corno erano occhi, come
occhi di uomo, e una bocca che profferiva grandi
cose [….] L’Angelo mi spiegò: questi dieci corni
saranno re, e quello piccolo alzatosi dopo di loro
diventerà più possente dei primi e tutti li
abbatterà. Ed esso parlerà male contro l’Altissimo»,
fino a quando «gli sarà tolta ogni potenza e il suo
dominio sarà annientato per sempre».
La metafora del corno sta a indicare il potere
politico.
«Cornus» e «corona» derivano dalla stessa radice
-kr.
Dunque Daniele parla di un regno «piccolo» che però
abbatte dieci grandi re o potenti, e li abbatterà
(asservirà?).
La stessa metafora, tipica del «genere letterario»
della profezia, adotta Giovanni nell’Apocalisse.
Egli vede salire dal mare la prima Bestia «che aveva
sette teste e dieci corna, e sopra le sue corna
dieci corone, e sopra le sue teste nomi di
bestemmia» […] E le fu concesso di fare guerra ai
santi e vincerli. E le fu dato il potere sopra ogni
tribù lingua popolo e nazione».
Ma Giovanni vede anche, a fianco di questo potere
totale, un falso agnello: «Vidi un’altra bestia che
saliva dalla terra, e aveva due corna come quelle
dell’Agnello, ma parlava come il dragone.
Ed esercitava tutta la potestà della prima bestia,
alla sua presenza».
Dunque questo finto agnello, la finta vittima, non
usa un suo proprio potere: strumentalizza quello
della Bestia pluricornuta, «in sua presenza».
Anzi, ad un certo punto fa della prima Bestia «un
simulacro», cui dà voce come un ventriloquo.
La prima Bestia è dunque solo un potere vuoto, un
golem che parla con voce non sua.
E’ il falso agnello che ordina «che nessuno possa
vendere né comprare se non avesse il marchio, cioè
il nome delle bestia o il numero del suo nome»: il
suo potere è sulla moneta e sulla finanza.
Dietro le immagini corrusche, Giovanni alludeva ad
una esperienza precisa, sua e della generazione dei
primi cristiani: le persecuzioni di Roma.
A questi cristiani era ben chiaro che la prima
persecuzione, quella di Nerone, era stata istigata
dall’ambiente ebraico, che circondava Poppea, la
moglie dell’imperatore, giudaizzante.
Anche San Paolo, quando allude al «katechon», Ciò o
colui che trattiene l’Anticristo, allude a un fatto
politico preciso e che non ha nulla di misterioso:
il veto che Tiberio aveva posto sul senatusconsultus
che vietava la religione cristiana.
Come ora sappiamo dagli studi della romanista Marta
Sordi, Tiberio - ben informato sui fatti palestinesi
- voleva dichiarare «licita» le nuova fede, che
prometteva di rendere politicamente meno virulenti i
sediziosi ebrei.
Ma il Senato per ripicca - perché l’ammissione di
nuovi culti era sua prerogativa - pose il rifiuto
alla proposta dell’imperatore.
Solo che il rifiuto, venendo dal Senato, assunse
forma di legge: «Non licet esse christianos», così
suonava, come attesterà Tertulliano.
Tiberio non potè che porre il veto, con ciò
sospendendo la legge finchè avesse vita lui.
«Tolto di mezzo» Tiberio, la legge avrebbe ripreso
vigore, costituendo la base giuridica per le
persecuzioni.
Paolo è al corrente di ciò che si muove a corte
perché è in contatto con convertiti «cesariani»,
alti funzionari della casa imperiale, e
probabilmente con lo stesso Seneca, isitutore del
giovane Nerone e di fatto primo ministro in sua
vece; Paolo non osa mettere quel che sa per
iscritto ai suoi tessalonicesi in una lettera che
sarebbe passata per molte mani: ricorda che
dell’argomento ha parlato loro a voce. «Non vi
ricordate che quand’ero in mezzo a voi vi dicevo
queste cose? Così ora sapete ciò che lo trattiene,
sì che si manifesti nell’ora sua. Infatti il mistero
d’iniquità è già in atto: c’è solo da attendere che
chi lo trattiene sia tolto di mezzo».
Nerone è infatti, nella tradizione cristiana, la
prima figura anticristica, la Bestia con dieci corna
e diademi.
Ma è solo una prefigurazione (ci saranno molti
anticristi, via via più vicini al modello
apocalittico) e solo «un simulacro».
Dietro di lui, allude Paolo, si muovono tutti quelli
«che non hanno accolto l’amore della verità per
essere salvi», che «non hanno creduto alla verità e
si sono compiaciuti dell’ingiustizia».
E chi, se non gli ebrei che non hanno accettato
Gesù?
Situazione ricorrente.
«I veri governanti a Washington sono invisibili, e
governano dietro le quinte», come disse Felix
Frankfurter, ebreo austriaco di nascita, negli anni
‘20, prima che Roosevelt lo nominasse alla Corte
Suprema nel 1939.
Frankfurter sapeva bene di cosa parlava: nel 1918
era stato tra i fondatori dell’American Jewish
Congress con il rabbino Stephen Wise e il giudice
della Corte Suprema Louis Brandeis (questi, seguace
del falso messia Jacob Frank).
Nel 1919, delegato alla Conferenza di Parigi, da
fiero sionista, Felix aveva convinto il presidente
Woodrow Wilson ad incorporare la Dichiarazione
Balfour (con cui l’impero britannico riconosceva
agli ebrei il «focolare ebraico» in Palestina) nei
trattati di pace della Grande Guerra.
Dopo la seconda guerra mondiale propose, stavolta
senza successo, la riduzione della Germania a stato
agro-pastorale, con la distruzione delle industrie e
la castrazione dei maschi tedeschi.
Che dai giudei dovesse nascere l’Anticristo è una
costante affermazione dei padri della Chiesa.
Essi lo traevano dalla frase di Gesù in Giovanni
(5,43): «Io sono venuto a voi nel nome del Padre mio
e non mi riceveste; se un altro verrà nel suo
proprio nome lo riceverete».
San Girolamo commenta così: «Non c’è dubbio che in
quest’altro che Gesù dice verrà di propria autorità
e sarà ricevuto dai Giudei, Egli intendesse
l’Anticristo» (Epistula CLI ad Algasiam, comm. i n
Dan., II,24).
Il riferimento a Daniele è dovuto ad un passo di
questo profeta in cui i Padri hanno riconosciuto una
sorta di annunciazione primordiale dell’uomo
d’iniquità.
In Daniele (Genesi, XLIX, 17), Giacobbe stesso dice,
riguardo ad uno dei suoi figli: «Divenga Dan un
serpente sulla strada, nel sentiero un ceraste
[serpente cornuto], che morde l’unghia del cavallo
per far cadere il cavaliere all’indietro».
Da qui la convinzione, corrente nella letteratura
patristica, che l’Anticristo sarà «della tribù di
Dan» e promosso e sostenuto dai giudei.
San Giovanni Damasceno allude a quel passo: «Per cui
gli ebrei non hanno ricevuto il Signore Gesù Cristo
e Dio, anche se Egli era il Figlio di Dio, ma
l’impostore che dice di essere Dio lo riceveranno.
Perché si farà chiamare Dio, l’angelo che istruì
Daniele così dichiara: «Egli non si curerà neppure
delle divinità dei suoi padri’ ».
E’ un insegnamento costante nella Chiesa.
Sant’Ireneo scrive: «L’Anticristo ingannerà gli
ebrei ad un punto tale che essi lo accetteranno come
Messia e lo adoreranno».
Sant’Efrem di Siria: «Costui colmerà certo di favori
la nazione giudaica».
In tutti i padri che trattano il tema apocalittico,
il trionfo dell’Anticristo è associato alla
restituzione del culto ebraico (il sacrificio
dell’agnello) nell’unico luogo dove esso può essere
compiuto validamente: nel Tempio di Gerusalemme,
ricostruito.
Ancora Sant’Ireneo: «Al tempo del suo regno,
l’Anticristo disporrà che Gerusalemme venga
ricostruita in magnificenza, ne farà una grande e
popolosa città, seconda a nessun’altra nel mondo, e
ordinerà che il suo palazzo venga costruito lì».
E Sant’Efrem: «Si preparerà l’uomo di iniquità e
venendo entrerà in Gerusalemme; riedificherà e
stabilirà Sion, si proclamerà Dio ed entrando nel
tempio vi siederà, come scrisse l’apostolo, come se
fosse Dio».
Sant’Anselmo: «Il tempio che Salomone costruì,
essendo stato distrutto..., egli [l’Anticristo] lo
riedificherà, si farà circoncidere, e pronuncerà la
menzogna che egli è il figlio di Dio Onnipotente».
San Cirillo di Gerusalemme: «Paolo aggiunge:
‘L’avversario s’innalzerà sopra ogni essere che
viene detto Dio o è oggetto di culto - cioè al di
sopra di ogni divinità idolatrica che sarà in odio
all’Anticristo -, fino a sedere nel tempio di Dio’.
Di quale tempio parla? Di quello giudaico ormai
distrutto, non di questo in cui ora stiamo, non sia
mai!».
Non mancava infatti chi, tra i santi padri,
paventava che il tempio in cui si sarebbe seduto
l’uomo d’iniquità potesse essere la Chiesa stessa
(«non sia mai!»).
Perché nei tempi ultimi, secondo Sant’Ippolito,
Padre del terzo secolo, «fra coloro che si
professano cristiani sorgeranno allora falsi
profeti, falsi apostoli, impostori, seminatori di
discordie, malfattori, mentitori gli uni contro gli
altri, adulteri, fornicatori, briganti, avidi,
spergiuri, mendaci, pieni di odio verso gli altri. I
pastori saranno come lupi; i sacerdoti abbracceranno
la menzogna; i monaci brameranno le cose del mondo;
i ricchi diverranno duri di cuore; i governanti non
aiuteranno i poveri; il potente ripudierà ogni
compassione; i giudici toglieranno giustizia al
giusto e, accecati dalla corruzione, emetteranno
verdetti iniqui».
E San Cirillo di Gerusalemme: «Ce lo dice il
Signore: ‘Molti allora rimarranno scandalizzati per
il fatto che gli uni tradiranno gli altri, e si
odieranno a vicenda’. Non turbarti quindi se senti
parlare di lotte fino al sangue di vescovi contro
vescovi, clero contro clero, laici contro laici.
Tutto ciò infatti è stato predetto; non guardare
tanto a quel che accade ora quanto a quel che è
stato predetto. [...]».
San Tomaso d’Aquino rende conto di questo timore:
«Alcuni dicono che l’Anticristo è della tribù di Dan
e che perciò gli ebrei in un primo momento lo
riceveranno e ricostruiranno il tempio di
Gerusalemme, e sarà in questo tempio che egli
siederà. Altri, tuttavia, sostengono che Gerusalemme
o il tempio non verranno mai ricostruiti e che egli
siederà nella Chiesa, nel senso che molti della
Chiesa lo riceveranno. Sant’Agostino dice che egli
con i suoi seguaci formeranno una Chiesa, come
Cristo e i Suoi fedeli sono una Chiesa».
Ma per lo più, come Isidoro di Siviglia, i padri del
cristianesimo pensavano che «L’Anticristo prenderà
Gerusalemme e rialzerà il tempio ebraico e il regno
d’Israele»; ancora Sant’Andrea, nel decimo secolo,
profetizzava che il regno d’Israele sarebbe stato
ricostituito, e sarebbe stato la base del trionfo
mondiale dell’Anticristo.
In generale, i Padri collegano l’imporsi
dell’Anticristo con l’affermazione e il temporaneo
trionfo del giudaismo.
E non si tratta di visionari, ma di Padri, i cui
insegnamenti sono per la Chiesa infallibili.
Sarà per questo che gli esimii cardinali evitano di
citarli, come di citare l’Apocalisse?
Perché quelle antiche parole hanno un po’ troppo il
segno dell’attualità, e persino della cronaca?
Fatto che credo significativo: la yeshiva, ossia la
scuola rabbinica che a Gerusalemme raccoglie fondi
per ricostruire il Tempio, e sta già fabbricando i
sacri vasellami e persino le vesti dei sacerdoti
sacrificatori, minutamente descritte nella bibbia,
si chiama «Ateret Cohanim», ossia «Corona dei
sacerdoti»: allusione al «corno-corona», al potere
anche politico che la restaurazione del sacrificio
ebraico darà agli ebrei.
Il sacrificio è inteso infatti come il rinnovamento
del Patto Antico, in un do-ut-des molto ebraico. Noi
ti sacrifichiamo l’agnello pasquale che ci purifica,
e Tu ci dai quello che ci hai promesso, il potere
sul mondo.
Infatti anche gli ebrei hanno una loro visione dei
tempi ultimi.
Ce l’ha sunteggiata Israel Shamir, lo scrittore
ebreo convertitosi al cristianesimo ortodosso
(1).
«Secondo gli ebrei, dopo le sofferenze, l’ira di Dio
si risveglierà e vendicherà il sangue ebraico
versato, e ristorerà la loro buona sorte: i paria
diverranno i governanti. Loro sarà il solo centro
spirituale del mondo in Gerusalemme, essi metteranno
fuorilegge o uccideranno i credenti in Cristo ed
altri idolatri, demoliranno chiese,
de-spilituarizzeranno e disarmeranno le nazioi;
ciascuno di loro avrà sette gentili come schiavi, si
approprieranno di tutte le ricchezze materiali e
spirituali, e da allora in poi vivranno felici e
contenti conducendo il gregge dei docili gentili».
Shamir ha scritto queste frasi dopo un suo ritiro
sul monte Athos, dove si leggono ancora i Padri
greci, ed evidentemente riecheggia conversazioni
avute lassù.
«I Padri della Chiesa sapevano che gli ebrei
vogliono restare la sola unità sacra nel mezzo di
un’umanità divenuta profana, mentre essi (i Padri)
volevano che il mondo traboccasse di sacro come una
giara di buon vino».
E subito passa alla lettura dell’attualità:
«Quando un cristiano osserva l’esercito USA e i suoi
ausiliari spediti a soggiogare il Medio Oriente e
stabilire un dominatore ebreo sul trono di Salomone;
quando lo Stato ebraico dichiara
la suprema sovranità sulla terra arrogandosi il
diritto di giudicare e condannare chiunque e
dovunque; quando primi ministri e presidenti si
riuniscono per deliberare se fanno tutto quello che
possono per gli ebrei; quando la superpotenza valuta
i suoi alleati in base al loro atteggiamento verso
gli ebrei; quando principi della Chiesa implorano il
perdono dagli ebrei, e quando sono compiuti atti
concreti per ripetere il sacrificio a Gerusalemme -
non si può non riconoscere che
le profezie si stanno realizzando. Né si può fare a
meno di riconoscere che chiunque sostenga questo
‘risorgere degli ebrei’ si mette dalla parte
dell’Anticristo».
Questo è il punto.
Il ritorno degli ebrei nella terra promessa, e il
loro potere mondiale incontrastato, sono «segni»
apocalittici: ma di che genere?
Cristico o anticristico?
Tra gli esimi cardinali c’è una comprensibile
riluttanza a rispondere alla domanda.
«Dai frutti li riconoscerete», è la risposta.
Israel Shamir si pone un’altra domanda: ci sono
cristiani (i cristiani rinati, i protestanti
americani) che stanno dalla parte d’Israele e la
sostengono nel suo risorgimento, perché intendono
«accelerare» la seconda venuta di Cristo (e la
conversione finale del «piccolo resto» ebraico).
Questa posizione è legittima? «Si può rendere più
intensa la notte per desiderio dell’alba?».
La risposta, che probabilmente riecheggia una
conversazione avvenuta sull’Athos, è questa: «Questo
atteggiamento cessa di diventare legittimo quando si
traduce in positiva azione a sostegno del male. Si
può trarre conforto nell’idea che una brutta
situazione sarà presto finita, ma non si può
provocare la brutta situazione per ‘farla finita
presto’, per esempio sostenendo Bush. Tale azione è
pericolosa per l’anima».
Infatti, accelerare con azioni la venuta
dell’Anticristo e del disordine mondiale per
accelerare
la Seconda Venuta «equivale a ripetere la parte di
Giuda», che tradisce Cristo - forse - per accelerare
la redenzione.
C’è tutta una letteratura (satanica) che
ambiguamente dipinge Giuda come il collaboratore
volontario della salvezza, da ultimo la
pubblicazione del cosiddetto «Vangelo di Giuda»,
opera degli ambienti americani del massonico
National Geographic.
Anche questo è un segno dei tempi.
Ma per un cristiano, vale la parola di Gesù in
Matteo (26:24): «Il Figlio dell’Uomo andrà dove è
stato decretato, ma guai all’uomo da cui il figlio
dell’Uomo è tradito».
La fonte di questa rivalutazione di Giuda, ricorda
Shamir, è il libro «Toledoth Yeshu», opera
talmudica, che fa di Giuda un eroe nazionale
(2).
V’è qui l’idea, che percorre l’ebraismo, della
possibilità di raggiungere «la salvezza attraverso
il peccato»: è la corrente «antinomica», che nutre
la Kabbalah di Luria, e gli pseudo-messia degli
ultimi secoli. Sabbatai Zevi, che nel ‘600 si
convertì falsamente coi seguaci all’Islam,
predicando che il messia (ossia lui) doveva
«scendere oltre le porte dell’iniquità».
Secondo i suoi avversari, egli «sodomizzava un
ragazzo indossando i filatterii e cantando inni
sacri».
Jacob Frank, il messia galiziano del ‘700, si
convertì falsamente al cattolicesimo, mantenendo
culti perversi come dottrina interna della sua
setta: dall’orgia (cerimonia dello «spegnimento
delle luci») dalla omosessualità all’incesto (il
messia non è tenuto ad osservare la Legge e i suoi
interdetti, e nemmeno i suoi seguaci, l’era
messianica essendo interpretata come era di
«liberazione» da ogni legge).
La trasgressione come erotismo pervertito
(omosessuale, «in vase innaturali», in ogni caso
sterile) è infatti - come ben vide Georges Bataille,
l’apostolo del mondo nero sub-naturale, ben
consapevole del valore anticristico di questo eros -
ben più che lussuria.
Essa è «profanazione», che desidera la bellezza
umana «al fine di corromperla».
E’ «la soppressione del limite» che «apre la via
alla morte»: l’erotismo diventa, in questa visione,
un culto a-teologico (Bataille scrisse una Summa
A-teologica come cosciente parodia della Summa
Teologica dell’Aquinate), un’ascesi verso il basso,
il cui fine è la propria morte non solo fisica ma
spirituale (la seconda morte): «seduzione, potenza,
sovranità sono necessarie al me-che-muore: bisogna
essere un dio per morire».
Con ciò l’asceta rovesciato e antinomico afferma
(dice sempre Bataille) che «il diritto fondamentale
dell’uomo è quello di non significare nulla».
In aperta sfida alla Provvidenza, per cui ogni vita
è significativa.
Capisce il lettore che questo è il punto a cui ci
troviamo?
Intuisce perché ogni anormalità viene promossa come
«da accettare», e fin nelle scuole elementari si
insegna che non c’è nulla di male ad avere «due
papà» o «due mamme»?
E perché per essere cooptati a certi altissimi
centri di potere si richieda al candidato o adepto
lo stupro di bambini?
La pedofilia, prima che un gusto, è una
profanazione, la profanazione dell’innocente.
La prova iniziatica del «superamento di ogni
limite», la prova che la Legge è stata abolita, che
ogni kathecon è stato «tolto di mezzo».
Questa corrente antinomica ha un forte collegamento
con la violenza del tempo.
Violenza che Bataille raccomanda sia «insensata»:
perché «La violenza ridotta a mezzo è un dio
divenuto servitore», mentre «la violenza è fine in
sé», a cui «non può essere dato alcun limite, alcuna
misura»; «crudeltà senza regole dell’universo,
crudeltà di una carestia, di un sadismo senza pari».
I campi della morte, i gulag, i seicentomila morti
iracheni di cui nessuno parla, il supplizio imposto
a Gaza, non dicono qualcosa?
E Israel Shamir: «Il capo spirituale della scuola
cabbalista, rabbi (Avraham) Kook, anch’egli credeva
che stermini di massa, fiumi di sangue e una vita di
peccato sono messaggeri di salvazione, anche se non
incitò mai direttamente all’azione antinomica -
questa fu un’aggiunta dei suoi discepoli che vennero
dopo».
L’allusione è qui al prima rabbino askenazita della
Terrasanta (1865-1935), primo rabbino capo di
Gerusalemme.
Contro i rabbini della sua epoca che diffidavano del
movimento sionista, promosso da socialisti atei e
che secondo loro - volendo lasciare la religione
fuori dalla rinascita nazionale - facevano della
nazione una conchiglia vuota, rabbi Kook replicava
che «per accedere alla pienezza della santità e far
venire l’era messianica è necessario passare
attraverso il profano ed anche attraverso
la profanazione»
(3).
I pionieri sionisti irreligiosi sono «a loro
insaputa, agenti zelanti di un piano divino il cui
obbiettivo è, favorendo la riunione degli ebrei
nella loro terra, di realizzare la redenzione di
Israele».
Essi operano «una distruzione in vista di una
costruzione» (harissa tzorekh binyan), raccomandata
dalla Cabbala: «L’utilizzazione delle forze vive e
negatrici che operano nel profano al fine di
elevarlo verso la sua sorgente superiore, la
santità».
Insomma, la salvezza attraverso il peccato.
Ciò perché per Kook le azioni degli ebrei «qualunque
sia la forma - sacra o profana - che assumono,
attestano il disegno di Dio», anche il peccato negli
ebrei è cosa sacra e divina.
Non stupisce che i suoi primi seguaci militassero
poi nelle organizzazioni terroriste israelite, la
Banda Stern in primo luogo, che si produssero in
massacri contro i palestinesi.
Massacri «religiosi».
Perché per i discepoli armati di Rav Kook, «Lo Stato
ebraico è equivalente al regno di David ed è dunque
posto sotto il sigillo della santità», per quanti
fiumi di sangue faccia scorrere: «Essi percepiscono
lo Stato ebraico come una ierofania per il cui mezzo
l’ebraismo si realizzerà pienamente. Questo appoggio
neo-messianico è venuto ad essere accentuato nel
1967, interpretata come la manifestazione della
presenza divina presso il popolo ebraico, e con la
conquista di Gerusalemme e della Giudea-Samaria che,
permettendo agli ebrei di appropriarsi
dell’integralità della terra d’Israele, annunciava
l’era messianica».
Sarebbe interessante sentire cosa pensano i
cardinali e la Chiesa di questa teologia, che
sottende l’attuale orgoglio ebraico ed ogni sua
manifestazione.
E’ un segno anticristico, oppure cristico?
E quando il Tempio sarà ricostruito e il sacrificio
ripetuto, ricorderanno che l’ultimo Agnello è stato
sacrificato una volta per tutte, e che da allora la
ripetizione dell’antico rito è «profanazione» e
parodia del sacramento?
Perché sarebbe terribile per la Chiesa sbagliarsi
sull’Anticristo, o anche solo tacerne l’avvento.
«Sapete interpretare l’aspetto del cielo e non
sapete distinguere i segni dei tempi?» (Matteo, 16,
3).
1)
Israel Shamir, «The Secon Coming», 17 ottobre 2004.
2)
E’ il famoso testo talmudico dove si asserisce che
Maria fu messa incinta da un soldato romano di nome
Pandera, e Gesù è dipinto come uno stregone. Il
potere di Gesù di fare miracoli viene attribuito al
fatto che Egli avrebbe rubato il «vero nome di Dio»
dal Tempio: l’eroe del racconto è Giuda Iscariota,
che s’impossessa del Nome di Dio per combattere
Gesù in un combattimento che avviene nell’aria;
Giuda vince e Ges, ormai impotente, è arrestato e
impiccato, poi sepolto.
I Discepoli sottraggono il cadavere e ne proclamano
l’ascensione, ma il corpo viene trovato e trascinato
a Gerusalemme.
3)
Questa e le altre citazioni di rav Kook sono in
David Banon, «Il messianismo», Giuntina, 2000,
pagine 106 e seguenti. |