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Chi può «parlare» con Hamas

La tregua fra Israele e Hamas sarà quel che sarà
(restano nelle galere sionista 12 mila palestinesi, in
detenzione amministrativa cioè senza processo, nè
accusa, nè difesa legale, soggetti a trattamenti
brutali), ma ci insegna una cosa: Israele si dà il
diritto – quando le fa comodo – di «parlare» coi nemici,
mentre nega a tutti noialtri il diritto di «parlare» coi
nemici suoi. Contro D’Alema, quando era ministro degli
Esteri, la lobby ha scatenato tutta una campagna
mediatica, perchè aveva incontrato un ministro di Hamas.
La visita di Ahmadinejad a Roma (al vertice FAO) è stata
tutta un’intimazione a «non parlare» con il «nuovo
Hitler».
La Nirenstein ha replicato che Israele, nel caso, non ha
«parlato con Hamas», ma con l’Egitto – che
effettivamente ha fatto da mediatore al cessate il
fuoco. La capziosità rabbinica non annulla il fatto
oggettivo. Anzi lo ingigantisce. Perchè in tal modo,
Israele ha esplicitamente umiliato il mediatore
tradizionale nel Medio Oriente, che è anche la
superpotenza e il suo migliore alleato: gli Stati Uniti.
«Non si parla coi nemici d’Israele» è la direttiva
disastrosa che Bush ha imposta alla politica estera USA.
Bush ha imposto a tutti gli occidentali di troncare ogni
contatto con l’Iran, e il principio di trattare con la
Siria solo in termini di minaccia di annichilamento. Che
ciò corrisponda alle inclinazioni personali del peggior
presidente della storia americana, è probabile. Ma che
lo faccia perchè Israele lo vuole, è evidente.
Israele sta vietando anche ai candidati presidenziali di
«parlare» con i suoi nemici; essi devono accorrere
davanti all’AIPAC (il braccio politico della lobby) a
giurare che «non parlerannno» nè con Hamas nè con
Teheran, nè con Hezbollah, nè con Damasco. Barak Obama,
per aver lasciato intendere di essere pronto a parlare
con Ahmadinejad, ha dovuto profondersi in scuse e
impegnarsi a non «parlare» mai con nessun «nemico», a
continuare insomma la politica di Bush. L’effetto
devastante di questa politica per il prestigio americano
è sotto gli occhi di chi vuol vedere.
Il rifiuto di ogni contatto con i «terroristi» e i
nemici di Israele aveva lo scopo di isolarli, di
punirli, di danneggiarli economicamente, di negare loro
ogni voce ed ogni luogo in cui far sentire le loro
ragioni. Ad essere isolata e a non aver voce in
capitolo, oggi, è Washington
(1).
E’ stato l’Egitto a «parlare» con Hamas? Sia pure. Ma
l’Egitto è un Paese «alleato ed amico» degli USA, ed ha
condotto la mediazione senza il placet della Casa
Bianca, anzi contro. Non solo la Casa Bianca è stata
scavalcata, ma è stata, diciamo, disobbedita. Senza
conseguenze, perchè ciò piaceva ad Israele.
La stessa cosa sta accadendo coi «colloqui di pace
indiretti» che avvengono fra Israele e Siria attraverso
la mediazione della Turchia. Israele ha buoni rapporti
col regime turco e i suoi generali dunmeh
(criptogiudei); ma anche la Siria accetta la mediazione
di Ankara per la consolidata neutralità turca nelle
vicende del Medio Oriente e perchè – a dirla tutta – è
il solo canale che resta a Damasco di far valere il suo
evidente intento, quello di normalizzare i suoi rapporti
con gli Stati moderati della regione.
Persino gli analisti neocon ammettono che la Siria non è
una «naturale» alleata di Hezbollah nè di Teheran, e lo
è diventata solo per scongiurare l’isolamento cui l’ha
condannata la politica di Bush; ma obbligano l’America,
e anche i futuri presidenti, a «non parlare con» i
nemici
(2).
L’unica diplomazia che consentono alla superpotenza loro
serva è la minaccia, e niente di meno che la minaccia
nucleare.
Poche settimane prima, è stato il Katar – minuscolo
emirato, «amico» degli USA – ad ottenere la fine del
conflitto interno del Libano, invitando tutte le parti
libanesi a Doha, compreso Hezbollah con cui «è vietato
parlare». Gli USA non hanno partecipato ai colloqui;
sono stati pregati di starne alla larga dallo stesso
blocco libanese filo-americano, che non vuole però
apparire troppo soggetto agli americani.
Si dice ora che Israele abbia acceduto a tregue con
Hamas e Siria solo per assicurarsi il fianco in vista di
un suo attacco unilaterale all’Iran
(3).
Ma questo dimostra ancora di più il fatto: tutti gli
attori dell’area, e persino Israele, sono capacissimi di
fare accordi, trovare soluzioni mediate e «parlarsi»,
senza l’arbitrato e la tutela di Washington. Anzi, tanto
meglio se non s’intromette l’America, a fare la
israeliana più di Israele per eccesso di zelo – e di
servilismo alla lobby. In tutti questi casi, Washington
è rimasto a fare da ridicolo terzo incomodo; le sue
potenti navi da guerra ad incrociare su e giù per
l’area, a mostrare i suoi inutili muscoli come un
incredibile Hulk dell’ottusità diplomatica e
dell’insignificanza politica.
E l’erosione del prestigio americano, la sua indebolita
influenza sull’area petrolifera che ha di fatto
egemonizzato per sessant’anni, ha effetti immediati. Lo
Stato-cliente degli USA per eccellenza, l’Arabia
Saudita, non solo ha risposto «no» alle implorazioni di
Washington di aumentare l’estrazione petrolifera per far
abbassare il prezzo del barile; quest’anno, per la prima
volta a memoria d’uomo, Ryad ha deciso di acquistare
armamento russo – e non USA – per 4 miliardi di dollari.
Ormai è Washington che appare dipendente dai sauditi
(per il petrolio), più che l’inverso: e se pur fosse
apparenza, essa è sostanza in politica internazionale.
Persino Nuri al-Maliki, il capo del governo-fantoccio
dell’Iraq che gli USA tengono sotto occupazione – e la
cui soggezione di fatto è comprovata dall’accordo
ineguale con gli USA che ha perpetuato ad infinitum la
permanenza di basi americane, e che ha ridato accesso
alle «Sorelle» occidentali al business petrolifero, che
Saddam nazionalizzò – si permette gesti di
insubordinazione. Al-Maliki va ripetutamente in visita a
Teheran, a «parlare» con Ahmadinejad. Ha assicurato
ufficialmente che «non consentirà l’uso del territorio
iracheno per attacchi contro l’Iran». Ha minacciato
vocalmente di chiedere agli americani di togliere il
disturbo dall’anno prossimo, quando spirerà il mandato
ONU che ha legalizzato l’invasione.
I professori Walt e Mearsheimer sono stati trattati come
sappiamo in USA, per aver illustrato come la lobby
israeliana distorca la politica estera USA in modo
negativo agli interessi americani. Oggi l’accusa appare
perfino troppo bonaria: non solo, per compiacere la
lobby, Washington ha danneggiato la sua posizione e
prestigio in Medio Oriente, ma si è svuotata,
dissanguata, ridotta al lumicino storico. Ed ora che è
esaurita e sull’orlo di una crisi epocale, deve
assistere al fatto che Israele «parla» coi nemici, con
cui gli USA non si permettono di «parlare».
Non è la prima volta che Sion ha «consumato» grandi
potenze storiche, per poi passare ad altre da
dissanguare: per la Russia, l’ha raccontato Solgenitsin
nel suo grande e censuratissimo studio, «Due secoli
insieme». Essere troppo servili a Sion fa molto male.
Andrebbe ricordato ai governi europei, a cominciare dai
nostri noachici che sul Campidoglio hanno alzato la
stella di Davide. E anche ai greci, che – come abbiamo
appreso – hanno concesso il loro spazio aereo per le
fanatiche esercitazioni di almeno cento F-16 ed F-15
israeliani intenti a provare e riprovare l’attacco
all’Iran da lunga distanza.
Siamo rimasti gli ultimi ad obbedire agli
americo-israeliani, in questa parte del mondo, e come
abbiamo visto, ciò non ha mai giovato.
1)
Sreeram Chaulia, «Middle East serves US some humble
pie», Asia Times, 20 giugno 2008. Sreeram Chaulia è
analista di affari internazionali alla Maxwell School
of Citizenship, Syracuse University, New York.
2)
John McCain «è un clone di George Bush», ha detto Harry
Reid, capo della maggioranza democratica al Senato. Per
questo McCain ha ricevuto una «standing ovation» alla
riunione dell’AIPAC (America Israeli Publica Affairs
Committee), dove – con le parole di Uri Avneri –
«settemila funzionari ebrei da tutti gli Stati Uniti
sono giunti insieme per accettare l’obbedienza della
èlite di Washington al gran completo, che è venuta a
trascinarsi ai suoi piedi. Tutti e tre i candidati
presidenziali hanno tenuto discorsi, superandosi l’un
l’altro in adulazione. Trecento senatori e membri del
Congresso affollavano i corridoi. Chiunque voglia essere
eletto o rieletto è venuto per vedere ed essere visto».
Quanto a Barak Obama, «ha recuperato dal cesto dei
rifiuti lo slogan dismesso, «Gerusalemme indivisa,
Capitale di Israele per l’eternità... Solo la destra
israeliana (e giudaico-americana) usa ancora questo
slogan». (Uri Avneri, «Obama, Israel and AIPAC»,
Counterpunch, 9 giugno 2008.
3)
Michael Gordn, Eric Schmitt, «US says exercises by
Israel seemed directed at Iran», New York Times, 20
giugno 2008.
http://www.effedieffe.com/content/view/3662/
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