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L’organizzazione ebraica
«Breaking the silence» (Rompere il silenzio) ha
diffuso un opuscolo di cento pagine che contiene
interviste a decine di soldati di Tsahal impiegati
ad Hebron, la città palestinese di Gaza dove però
fra 80 mila palestinesi pretendono di abitare 700
coloni ebraici, che i soldati difendono.
L’agenzia ebraica Ynet.news ha ripreso quattro di
queste interviste
(1).
Le mani tagliate col filo di ferro
Soldato: «C’era uno matto davvero nella mia unità,
gli piaceva torturare. Una volta ha provocato
l’amputazione delle mani di un uomo».
Intervistatore: «Cosa è successo?».
Soldato: «Insomma, c’era quell’arabo... il soldato
gli ruba una scatola di tabacco. L’arabo si mette a
gridare: ‘Ladri, ladri, vi ho visto’. Si avvicina al
soldato, e noi lo spingiamo per allontanarlo. Non
sapevamo del furto. ‘Il soldato comincia a pestarlo,
e tutti noi anche... finisce che l’arabo è stato
pestato parecchio. ‘Poi il soldato ha preso un filo
di ferro - era molto incazzato - ha afferrato
l’arabo e ha cominciato a stringerlielo attorno...».
Intervistatore: «alle mani?».
Soldato: «Già.... gliel’ha stretto molto forte. Te
lo giuro, abbiamo cercato di fermarlo. ‘No, non lo
lascio andare. Ha alzato le mani contro di me, lo
punisco’. E dài a girare, dài a stringere… dopo,
quando abbiamo cercato di liberarlo, non ci siamo
riusciti, gli aveva fatto proprio un canale nella
mano. Era blu. E il tipo gridava: ‘Non sento più la
mano’. Abbiamo anche tentato di scavare (tra la
carne e il filo metallico) con un coltello, ma non
siamo riusciti… Gli abbiamo detto di andare
all’ospedale. Niente da fare, non riuscivamo a
tagliare il filo. Gli hanno amputato la mano».
Ladri
Soldato: «Abbiamo fatto un bel po’ di ruberie….Una
volta siamo entrati in una casa di Hebron, gente
ricca. Abbiamo trovato in una scrivania una quantità
di dollari. Pazzesco. Il capitano dice ai due
secondi in grado dell’unità: bene, ci dividiamo
questi soldi. Se li sono spartiti. Ne hanno lasciato
un po’, e a me hanno detto: «Se parli, torniamo e ti
sgozziamo».
Intervistatore: «Era consueto, il furto?».
Soldato: «Un po’ di saccheggio era normale...
Backgammon (sic), sigarette, tutto... Quello che ci
piaceva lo prendevamo. Altri ragazzi prendevano
regali per le loro ragazze dalle botteghe».
Pestaggi
Soldato: «Eravamo di pattuglia, e vediamo un tipo in
un taxi che sembrava nascondere qualcosa. Fermiamo
la macchina... C’era appena stato un incidente, un
soldato accoltellato o qualcosa del genere».
«Troviamo un coltello... Chiediamo al tizio: «Perchè
il coltello?», e lui dice: «E’ per mia madre, per
tagliare la verdura». Noi diciamo: «Cosa sei, un
idiota? Scherzi? Stai mentendo?». Ci ha fatto
proprio incazzare. Lo abbiamo afferrato e l’abbiamo
colpito, non in faccia, nelle costole».
«Il resto della pattuglia vede il pestaggio, e ci
salta dentro... Tutti a picchiarlo, a picchiarlo di
brutto, sul serio. Con bastoni sulla testa. E uno
poi comincia a strangolarlo, con le due mani. Aveva
17 o 18 anni e comincia a gridare “Mama, Baba”.
Quello continua a strangolarlo, stava diventando blu
e perdeva coscienza. Di colpo gli altri ragazzi si
rendono conto di quel che succede e cominciano a
tirare indietro il soldato. Ma lui non voleva
lasciare la presa. Non lasciava, e urlava: «Ci
volevi ammazzare, vuoi ammazzarci, volevi pugnalarmi
eh? Figlio di puttana, pugnalarmi volevi».
«Era come matto, lo abbiamo tirato indietro per le
gambe e la vita. Tutto il suo corpo era sollevato, e
noi tiravamo... ma
(il soldato) s’era attaccato all’uomo come un
pitbull. Finalmente l’abbiamo staccato».
Soffocamenti
Soldato: «Facevamo ogni genere di esperimento per
vedere chi faceva la più bella spaccata a Abu
Sneina. Li mettevamo faccia al muro, come per
perquisirli, e ordinavamo loro di allargare le
gambe. Allarga! Allarga! Allarga! Era la gara per
vedere chi allargava di più. Oppure controllavamo
chi tratteneva il respiro più a lungo».
Intervistatore: «Come lo controllavate?».
Soldato: «Soffocandoli. Uno di noi faceva finta di
perquisirli, ma di colpo urlava qualcosa come se
quelli avessero parlato e cominciava a soffocarli...
a bloccargli le vie aeree, bisogna premere il pomo
d’Adamo. Non è piacevole. Guardi l’orologio mentre
lo fai, finoa che quello sviene. Chi ci mette più
tempo a svenire, vince».

L’organizzazione Breaking the Silence dice di aver
pubblicato queste interviste per «suscitare un
pubblico dibattito sul prezzo morale pagato dalla
società israeliana nel suo complesso», per far
vedere cosa diventano «giovani soldati obbligati a
prendere il controllo di una popolazione civile». Ed
è un continuo «degrado morale», e «la società
israeliana ha il dovere di ascoltare i soldati e
assumersi la responsabilità di ciò che viene fatto
in suo nome».
Il
testo integrale delle testimonianze può essere letto
nel sito dell’organizzazione, www.shovrimshtika.org
Uno dei soldati dice: «Tutti noi sentivamo di fare
qualcosa di sbagliato. Almeno, i miei amici
sentivano di fare una cosa sbagliata». Ma nessuna
resipiscenza tardiva minaccia i «coloni» giudaici di
Hebron, che si sono messi lì a Gaza per rivendicare
ad Israele le tombe dei Patriarchi, che sorgono lì e
sono un luogo di preghiera anche per i musulmani.
Da questo insediamento veniva Baruch Goldstein, che
nel ’94 irruppe nella Tombe ammazzando col suo
mitragliatore 29 palestinesi e ferendone 150.
Goldstein era americano e armato, come tutti i
«coloni» di questo avamposto sacro, che è abitato da
estremisti seguaci del rabbino Kahane e del partito
razzista-religioso Kach. Infatti i coloni hanno
sepolto Goldstein (che fu ucciso mentre compiva il
massacro) nel loro cimitero che chiamano Kahane
Memorial Park.
La lapide sulla tomba dice: «A san Baruch Goldstein,
che ha dato la sua vita per il popolo ebraico, la
Torà e la nazione di Israele». Parecchi rabbini
confermarono che la strage compiuta da Goldsetin era
una «mitzvah», un’opera meritevole di fronte a Dio.

Mantenuti dalla diaspora, questi coloni non hanno
bisogno di lavorare. Passano il tempo ad angariare i
palestinesi a cui hanno rubato i campi, a tirare
pietre e ad aggredire gli scolari palestinesi che
passano nelle vicinanze per andare a scuola, a
sparare sui passanti e ad ubriacarsi. Ebrei ma
americani, si sentono come coloni del Far West in
territorio Sioux, ma con l’aggiunta «religiosa».
Sono costantemente armati di mitra e pistole,
portano con orgoglio la kippà e lunghe barbe da
«profeti». Caratteristici gli sguardi carichi d’odio
con cui ti squadrano, se non sei ebreo, e gli
insulti di cui ti coprono se sei giornalista o
fotoreporter.
Le loro donne, in parrucca o foulard ebraico,
insultano le donne palestinesi, e quando possono le
picchiano. Sotto la protezione costante del glorioso
Tsahal.
L’ultima impresa di questi pii ebrei riguarda Hammad
Nidar Khadatbh, un ragazzo palestinese di 15 anni,
che il 15 aprile era uscito di casa per raccogliere
cetrioli, purtroppo nelle vicinanze
dell’insediamento illegale (ma protetto) di
Al-Hamra. La sera non era tornato, e la famiglia è
uscita a cercarlo per ogni dove. Nulla. Il mattino
dopo, il padre e i fratelli di Hammad ripartono alla
sua ricerca, e lo trovano in una zona dove l’avevano
già cercato la sera prima. Evidentemente era stato
buttato lì nella notte.
Il corpo del ragazzo era nudo, gonfio, e torturato.
La faccia gli era stata spaccata con pietre, il
collo rotto, un dito gli era stato troncato. Sul
torso aveva numerosi buchi, apparentemente praticati
con un oggetto aguzzo e tondo, come una penna. Il
corpo è stato portato ad un perito, per l'autopsia,
nel settore israeliano di Gerusalemme. I parenti
sono convinti che anche quello scempio sul loro
figlio sia una delle opere sante dei coloni
religiosi.
«Dio della pace,
Volgi verso il Tuo cammino di amore
coloro che hanno il cuore e la mente
consumati dall’odio».
Dalla preghiera del Santo Padre a Ground Zero.
http://www.effedieffe.com/content/view/2947/167/
1)
Hanan Greenberg, «Testimonies from Hebron: soldiers
choke, beat Palestinians,», Ynet.news, 18 aprile
2008.
2)
Body of 15 year old Palestinian boy found mutilated
in Israeli settlement», International Solidarity
Movement, 18 aprile 2008. «Given the location of the
body - on settlement lands and near an Israeli-only
apartheid road - the family are convinced that
Hammad was killed by settlers from the Al-Hamra
settlement. His father explained that his son was
only a young boy, and had no enemies. Also, he
explained, there are no Palestinians in that area,
only settlers from the agricultural settlement. The
11.500 residents of the village of Beit Furiq,
located near the northern West Bank city of Nablus,
have regular problems with the illegal settlements
near their village. Approximately three years ago a
78 year old man, Mohammad Abu Oday, was killed when
settlers from Itamar settlement destroyed his head
with large rocks. Another young man was also shot
dead by settlers, and five others have been injured
whilst attempting to pick their olives. Residents
advise that these attacks happen when Palestinians
go to lands that are anywhere near to settlements,
occurring every couple of years». |