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14 novembre 2008
La costruzione del Muro in Palestina, monumento alla
vergogna di un mondo assente.
"La
colonizzazione sionista della terra di Israele può
solo arrestarsi o procedere a dispetto della
popolazione nativa palestinese. Questo significa che
può procedere e svilupparsi solo con la protezione di
una potenza indipendente, dietro un muro di ferro che
i nativi non potranno penetrare"
(Vladimir
Jabotinsky, fondatore di "Irgun", 1923).
STORIA VECCHIA - Potrebbero essere sufficienti
queste parole, messe nero su bianco dal leader di "Irgun
" – organizzazione sionista, armata e
clandestina, nel lontano 1923 per comprendere che le "security
reasons
" opposte dal governo israeliano per giustificare la
costruzione del muro, con la sicurezza c’entrano ben
poco. È piuttosto una palese operazione politica –
così come lo è l’insediamento delle colonie illegali
in Cisgiordania – di annessione territoriale. Un modo
per spingere il popolo palestinese sempre più
nell’angolo di terra che gli resta – frammentato -
chiudendolo dentro una gabbia a cielo aperto. Ampia,
ma pur sempre una gabbia. La decisione di edificare
una "barriera difensiva", lungo i confini dello stato
di Israele - così come stabiliti dalla Green Line
negli accordi di pace del 1967, contenuti nella
Risoluzione 242 delle Nazioni Unite - viene
presa dall’allora primo ministro, Ariel Sharon,
nell’aprile del 2002. La motivazione apportata è la
necessità per Israele di difendersi dal terrorismo, e
vista la situazione il gioco è facile: la seconda
Intifada è scoppiata da poco, e non c’è momento
migliore per dare il via ad un progetto dal sapore
antico. Da allora il Muro corre imponente in
Palestina, invalicabile barriera di cemento e ferro
che si stende a perdita d’occhio lungo 450 chilometri
sugli 800 pianificati. Un mostro che non solo rende
impossibile il passaggio dai Territori Occupati
palestinesi a quelli israeliani, ma che divide
soprattutto palestinesi da altri palestinesi. È
sufficiente dare un’occhiata alle cartine, per
accorgersi di come il Muro non solo non segua affatto
i confini di Israele, ma si spinga ben oltre i limiti
fissati dalla Green Line. I lavori per la sua
costruzione sono iniziati nell’estate del 2002 intorno
alla città di Zububa, estremo nord della Cisgiordania,
e nel luglio del 2003 è stato completato il settore
nord, che raggiunge la città di Qualqilya. La parte
settentrionale del tracciato è lunga 145 km: 132 km
costituiti da un recinto elettronico mentre i restanti
13 km in cemento armato. I lavori sono, ovviamente,
tuttora in corso.
I NUMERI DELL’OCCUPAZIONE – Alto 8 metri e
circondato da fossati, larghi dai 60 ai 100 metri, il
Muro è protetto da reti di filo spinato e torri di
controllo poste ogni 300 metri. Lungo il suo tracciato
sono state costruite strade di aggiramento e
percorrenza riservate ai coloni, una quarantina di
valichi agricoli e moltissimi check point, sia
pedonali che per veicoli. Per la realizzazione del
solo tratto settentrionale, è stato già annesso il 2%
del territorio palestinese della Cisgiordania, al
quale vanno aggiunti i tratti necessari ad inglobare
11 colonie illegali, dove vivono all’incirca 20mila
israeliani. Parallelamente, oltre alla costruzione del
tracciato stabilito nei piani, ne è stato previsto un
tratto aggiuntivo per annettere alcuni
macroinsediamenti, tra cui Ariel, Gush Etzion e Beit
Arieh Elkana.
Ad oggi il12% della popolazione palestinese della
Cisgiordania si viene a trovare incastrata tra la
Green Line e il muro, completamente isolata dal resto
dei Territori. Oltre 200 palestinesi di Gerusalemme
sono poi già adesso tagliati fuori dal resto della
Palestina. Come se questo non bastasse, migliaia di
contadini sono stati privati di risorse fondamentali,
perché la barriera di cemento ha l’ulteriore colpa di
separare abitazioni e campi coltivati, oltre ad
annettersi le zone più fertili, ricche di risorse
acquifere. Questo grava, com’è ovvio, sull’economia
palestinese, che privata anche dei più basilari scambi
è strozzata, con punte di disoccupazione e chiusura
dei negozi che in alcuni casi tocca il 78%. La libertà
di movimento, ridotta ai minimi termini, è aggravata
dalla presenza di oltre 500 chek point disseminati
lungo tutta la Cisgiordania. Eppure c’è un bel
cartello rosso vermiglio che si erge laddove sono
stati fissati i confini tra Israele e i Territori
palestinesi: "Zona A" c’è scritto, "vietato l’accesso
all’esercito israeliano". Il paradosso che si fa
reale, ecco quello che accade laggiù, in Cisgiordania.
I COSTI – Circa due milioni di dollari al
chilometro il costo del Muro dall’inizio della sua
costruzione ad oggi: uno scempio che si staglia contro
il cielo mangiando, una volta concluso, 8.750 acri di
terreno, che saranno prima confiscati ai palestinesi e
poi distrutti alla fine dei lavori, con un 10% del
territorio già espropriato. Pratica particolarmente
umiliante, che viene portata avanti attraverso la
confisca di terre, campi e abitazioni, senza alcun
tipo di avvertimento né compensazione prevista. Non
rispettando affatto i confini di Israele e il
tracciato della Green Line, il muro penetra
all’interno dei Territori Occupati (in alcuni tratti
fino a 23 chilometri), e di fatto annette la maggior
parte delle colonie illegali costruite sul suolo
palestinese. Il processo è tanto semplice quanto
perverso: i coloni arrivano in Palestina e
costruiscono la loro colonia, richiedendo poi la
protezione dell’Esercito. Che nei dintorni sistema
qualche check point impedendo la circolazione ai
palestinesi. Di lì a poco, come non bastasse, arriverà
il muro per circondare e "proteggere" ulteriormente i
coloni (che non ci dovrebbero stare). La città di
Qualqilya ne è un esempio concreto: completamente
circondata dal muro per avvolgere nel cemento le
colonie di Alfe Menashe e Zufin, strozzata dai
numerosi check point, rappresenta un valido modello di
come il muro separi i palestinesi dalla loro stessa
vita: il distretto urbano oggi risulta infatti
completamente separato dalle terre coltivate, annesse
dal Muro per il 50%. Ricapitoliamo: coloni (illegali)
insediati sul territorio palestinese (illegalmente)
che necessitano la presenza armata (illegale)
dell’Esercito israeliano, che a sua volta è coadiuvato
nell’impresa dalla costruzione di un muro (illegale).
Un bel quadretto di violazione delle regole, che grava
sulle spalle di una vita resa impossibile al popolo
palestinese, di fronte al silenzio – se non alla
compiacenza - dei governi mondiali. Un bel colpo,
direbbe oggi se potesse Jabotinsky. Un passo avanti
non indifferente nella realizzazione di un progetto
antico.
LE VIOLAZIONI DELLA LEGGE - Nel luglio 2004, la
Corte Internazionale di Giustizia dell'Aia ha
condannato l'illegalità del muro denunciando che:
"L'edificazione del Muro che Israele, potenza
occupante, è in procinto di costruire nel territorio
palestinese occupato, ivi compreso l'interno e intorno
a Gerusalemme Est, e il regime che gli è associato,
sono contrari al diritto internazionale". Nel 2005
persino la Corte Suprema israeliana ha giudicato
all'unanimità che la parte della barriera di
separazione edificata in territorio occupato è
illegale. È il caso che abbiamo raccontato con il
villaggio di Bil’in. Il muro costituisce inoltre una
violazione dei diritti fondamentali del popolo
palestinese, come definiti nella Dichiarazione
Universale dei Diritti Umani quali, fra gli altri, il
diritto alla libertà di movimento, al lavoro,
all’abitazione in luoghi dignitosi e sicuri,
all’accesso ai servizi pubblici, al possesso della
terra. Rappresenta anche una violazione della IV
Convenzione di Ginevra(art. 53), per la
demolizione di case, la distruzione di terre e
proprietà, e perché si delinea come forma di punizione
collettiva. Viola poi un numero ben nutrito di
trattati, accordi e risoluzioni internazionali,
sottoscritte dallo stesso Israele. Costituisce,
infine, un crimine contro l’umanità, in quanto viola
la Convenzione Internazionale per la soppressione e la
punizione del crimine di Apartheid. Questo perché se
il Muro sarà terminato, annettendo anche Gerusalemme e
la zona della Jordan Valley (al confine della
Giordania, e fertilissima) andrà a creare in
Cisgiordania tre aree palestinesi non comunicanti fra
loro e circondate dalla barriera, di fatto conformi
alla definizione di "bantustan
" di sudafricana e triste memoria. E in
questo quadro, gia di per sé tragico, stiamo
tralasciando il muro che corre intorno a Gaza,
prigione a cielo aperto strangolata dall’embargo per 1
milione e mezzo di palestinesi, privati di ogni
diritto, impossibilitati a muoversi da quella che è
divenuta la zona più piccola, ma più densamente
popolata del mondo. Nonostante tutte le condanne
espresse, la costruzione del muro nelle terre
palestinesi continua. Una sola domanda sorge spontanea
di fronte a tutto questo: se fosse qualunque altro
Stato, e non Israele, a commettere questo genere di
violazioni e soprusi, la comunità internazionale e i
governi del mondo, reagirebbero con la stessa
colpevole indifferenza?
Link originale a Megachip,
Democrazia nella comunicazione :
www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=8298
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a questa pagina :
http://wwwterrasantalibera.org/MuroVergogna.htm
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