NEWSLETTERS DEL MESE DI SETTEMBRE 2006

 


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Importa al mondo musulmano l’opinione del papa cristiano sull’Islam
di David-Maria A. Jaeger, ofm
Nel sentirsi offesi per il discorso di Regensburg (o meglio, per le notizie parziali riportate dai media), è emersa una verità: il pontefice è divenuto un “arbitro” della moralità universale, al quale anche i musulmani guardano. Né Wojtyla, né Ratzinger hanno mai sposato il “conflitto delle civiltà”.

Gerusalemme (AsiaNews) – Nell’Angelus di domenica scorsa e nel chiarimento del card. Bertone il giorno prima, il pontefice ha espresso il suo profondo dispiacere per il dolore provato da molti musulmani, in seguito alla diffusione - piena di parzialità - del suo discorso all’università di Regensburg. Grazie alle sue parole, si può sperare che tutta la controversia potrà esaurirsi. Ma cosa si può imparare dalla tempesta conflittuale che ha colpito il mondo in questi giorni?

Anzitutto, l’episodio ha mostrato con evidenza l’importanza universale assolutamente unica che tutti attribuiscono all’ufficio e alla persona del Vicario di Cristo in terra. Grazie soprattutto alla serie eccezionale di papi dal Vaticano II in poi – e anche prima – l’ufficio petrino non è più considerato un fatto interno a una sola organizzazione religiosa, ma una fonte di speranza e di certezza per tutta l’umanità. I musulmani, come i cristiani, e moltissimi altri guardano al papa come un arbitro universale per i valori morali, il difensore ultimo di una giustizia imparziale per tutti, il depositario e l’interprete di tutto quanto vi è di meglio nell’eredità morale dell’umanità. In qualche modo il papa è divenuto la suprema figura paterna per tutti, in ogni luogo.

Tutto ciò è stato evidente in modo speciale nel lutto mondiale espresso alla morte del servo di Dio Giovanni Paolo II. E vale la pena ricordare che per giungere a questa posizione e mantenerla, i papi non hanno in nessun modo rinunciato o annacquato la loro esplicita e costante testimonianza al Cristo risorto. E in effetti è sempre stato chiaro che proprio la loro dedizione nel predicare la salvezza mediante il Cristo morto e risorto, ha fatto maturare l’attaccamento universale alla loro persona e al loro ufficio, come esempio di fede coerente e coraggiosa.

Questo spiega perché quanto dice il papa interessa così fortemente i musulmani. Per questo, le notizie diffuse dai media che il “padre universale” ha bistrattato in modo ingiusto l’Islam e il suo profeta Maometto, hanno causato ferite e dolore in molti musulmani nel mondo.

L’impatto è stato amplificato dal contesto internazionale attuale, dove alcuni nel cosiddetto occidente “cristiano” (vero solo in parte), sono determinati nel demonizzare l’Islam e tutti i musulmani, fino a ipotizzare a loro danno un “conflitto delle civiltà”. Come è chiaro, né Giovanni Paolo II, né Benedetto XVI hanno mai avallato questa logica distruttiva; nessun papa potrebbe essere d’accordo nel postulare una tale ingiusta e pericolosa divisione dell’umanità. È anche chiaro che il Papa Benedetto XVI – e prima di lui Giovanni Paolo II - ha denunciato con fermezza la violenza e il terrorismo, ma ha sempre messo in luce che violenza e terrorismo non sono appannaggio esclusivo o intrinseco dei seguaci del profeta Maometto. Anzi, sia papa Wojtyla, sia papa Ratzinger hanno usato ogni occasione, come quella di domenica all’Angelus, per affermare il contrario e per rinnovare le solenni espressioni di profondo rispetto verso i fedeli del Dio unico secondo i precetti dell’Islam, contenute nel Concilio Vaticano II.

In mezzo a tanto polverone di pregiudizio e ostilità, i musulmani hanno sempre guardato al papa come ad un arbitro imparziale e giusto. Per questo essi sono rimasti offesi quando – a causa di una falsa impressione generata da notizie manipolate dai media – è sembrato che non fosse così, e che il papa stesso sembrava dare una mano alle tesi dei detrattori dell’Islam.

La cosa più importante e più urgente  adesso, è che la Chiesa si unisca con forza attorno al papa per eliminare questa terribile impressione e per restaurare l’immagine e la realtà di una Chiesa amica del mondo musulmano e compagna di dialogo “su Dio e su tutte le cose in riferimento a Dio”.

 

Oggetto: DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
 

DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
AD AMBASCIATORI DEI PAESI A MAGGIORANZA MUSULMANA
ACCREDITATI PRESSO LA SANTA SEDE E AD ALCUNI ESPONENTI
DELLE COMUNITÀ MUSULMANE IN ITALIA

Sala degli Svizzeri, Castel Gandolfo
Lunedì, 25 settembre 2006  

Signor Cardinale,
Signore e Signori Ambasciatori,
cari amici musulmani,

sono lieto di accogliervi in quest’incontro da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo. Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio invito.

Ben note sono le circostanze che hanno motivato questo nostro appuntamento, e su di esse ho già avuto occasione di intrattenermi durante la passata settimana. In questo particolare contesto, vorrei oggi ribadire tutta la stima e il profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo islamo - cristiano: " La Chiesa guarda con stima anche i musulmani che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede islamica volentieri si riferisce" (Dichiarazione Nostra aetate, n. 3). Ponendomi decisamente in questa prospettiva, fin dall’inizio del mio pontificato ho auspicato che si continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del dialogo tra musulmani e cristiani (cfr Discorso ai Delegati delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di altre Tradizioni religiose, Oss. Rom. 26 aprile 2005, pag. 4). Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, "il dialogo interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può ridursi a una scelta del momento Si tratta effettivamente di una necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro" (Discorso ai Rappresentanti di alcune comunità musulmane, Oss. Rom. 22 – 23 agosto 2005, pag. 5). In un mondo segnato dal relativismo, e che troppo spesso esclude la trascendenza dall’universalità della ragione, abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua intesa. In continuità con l’opera intrapresa dal mio predecessore, il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le differenze.

Il dialogo interreligioso e interculturale costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi un’ eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore della dimensione religiosa dell’esistenza. E’ pertanto necessario che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così. In effetti, ricorda ancora il Concilio, "sebbene, nel corso dei secoli, non pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i valori morali, la pace e la libertà" (Dichiarazione Nostra aetate, n.3). Gli insegnamenti del passato non possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione perché, nel rispetto dell’identità e della libertà di ciascuno, diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio dell’intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel suo memorabile discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco, " il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e l’intesa tra i popoli" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II, VIII, 2, 1985, pag. 501)

Cari amici, sono profondamente convinto che, nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per i cristiani e i musulmani impegnarsi nell’affrontare insieme le numerose sfide con le quali si confronta l’umanità, specialmente per quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell’essere umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro l’uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.

Cari amici, auspico di vero cuore che Dio misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d’una reciproca e sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani iniziano l’itinerario spirituale del mese di Ramadam, rivolgo a tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l’Onnipotente accordi loro un’esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace colmi con l’abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che rappresentate!

© Copyright 2006 - Libreria Editrice Vaticana


Oggetto: No da forze libanesi alle richieste di Hezbollah - Musulmani radicali contro il papa

 
 
25 Settembre 2006  
LIBANO
Un fermo ‘no’ da Forze libanesi e drusi alle richieste di Hezbollah
 
Geagea e Joumblatt sostengono che un governo di unità nazionale non sarà possibile finché il Partito di Dio sarà “incollato” alla Siria. Il patriarca Sfeir condanna l’atteggiamento di chi antepone il proprio interesse a quello nazionale.
 

Beirut (AsiaNews) – Ferma replica dei maroniti delle Forze libanesi e dei drusi di Joumblatt al discorso con quale il segretario di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha celebrato “la vittoria” del Partito di Dio su Israele e chiesto la formazione di un governo di unità nazionale, nel quale il suo partito abbia maggior peso.

Samir Geagea ha sostenuto che i “veri vincitori” sono le Forze libanesi che hanno finalmente ottenuto quel dispiegamento dell’esercito nazionale a sud, che chiedevano da tempo ed al quale Hezbollah  si opponeva. Dal canto suo Joumblatt ha rinfacciato la dipendenza di Hezbollah dalla Siria per negare la possibilità di accordi col Partito di Dio.

In questo quadro di divisione, il patriarca maronita, card. Nasrallah Sfeir, ha condannato l’atteggiamento di chi è pronto a sottoporre al proprio interesse il bene della nazione ed ha chiesto che le adunate popolari servano “a diffondere l’amore per la patria” e riavvicinare le persone.

E’ stata quasi una risposta alla mobilitazione organizzata venerdì da Hezbollah, la celebrazione, ieri, della messa per “i martiri delle Forze libanesi” che ha visto decine di migliaia di persone riunirsi ad Harissa, al santuario mariano nazionale. Intervenendo dopo la celebrazione religiosa, Geagea ha replicato alla richiesta di Hezbollah di un governo di unità nazionale sostenendo che “prima debbono accettare l’unità nazionale”. Egli ha aggiunto che va anche risolta la questione delle armi del Partito di Dio: “non ci può essere uno Stato in competizione con uno staterello”.

Analoghe considerazioni ha svolto alla Moukhtara il leader druso Walid Joumblatt, per il quale il discorso di Nasralah è un tentativo di colpo di Stato. “Finché voi – ha aggiunto, rivolgendosi direttamente ad Hezbollah – resterete incollati al regime siriano, responsabile di assassini in Libno, non faremo accordi con voi. Quando vi separerete dal regime siriano, potremo forse allacciare un dialogo per giungere ad un’intesa”.

Dal canto suo, il patriarca Sfeir, celebrando la messa domenicale a Bkerke ha centrato sulla nozione di sacrificio la sua omelia. “Alcuni – ha sostenuto – sacrificano l’interesse nazionale al beneficio dei proprio interesse personale, così come alcuni gruppi sacrificano lo sacrificano a vantaggio della propria comunità”. Per questo anche le manifestazioni popolari, nelle parole del cardinale, “diffondano l’amore per la patria, il senso del sacrificio per il bene della patria e riavvicinino i cuori”. “Tutti i cittadini – ha concluso – debbono mostrarsi solidali e cooperare per rianimare il Paese e riportarlo alla stabilità ed alla prosperità”.


 
25 Settembre 2006
 
IRAQ - VATICANO
Musulmani radicali contro il papa: attentati a due chiese a Mosul e Baghdad
 
Miliziani islamici costringono i cristiani a esporre cartelli di condanna delle parole di Benedetto XVI a Regensburg. Ma i capi religiosi, fra cui Al Sistani esprimono amicizia con la nunziatura vaticana. E il rappresentante del leader degli sciiti iracheni vuole incontrare il Papa.
 

Baghdad (AsiaNews) - Il mese di Ramadan è iniziato in Iraq all’insegna delle violenze, ma anche di una importante apertura di Al Sistani verso il Vaticano. Ieri sono state colpite due chiese, una a Baghdad e una a Mosul. Nel paese vi è un’escalation di attacchi contro i cristiani che alcuni attribuiscono alla reazione dei musulmani radicali contro il discorso del papa a Regensburg. I leader religiosi islamici, fra i quali lo stesso Al Sistani, mostrano però solidarietà e comprensione verso il Vaticano. Più ancora, il rappresentante del massimo esponente religioso degli sciiti iracheni ha espresso il desiderio di poter visitare il Papa.

Ieri mattina alle 11.15 ora locale, alcuni uomini armati hanno attaccato la chiesa caldea dello Spirito Santo di Mosul scaricando almeno 80 colpi contro l’edificio. “Grazie a Dio non c’era la messa in quel momento – ha detto un fedele ad AsiaNews – così non vi sono né morti, né feriti, solo qualche danno all’edificio dalla parte est e qualche finestra rotta”.

L’atmosfera in città è molto tesa. Nei giorni scorsi milizie musulmane hanno minacciato il vescovo e i sacerdoti cattolici che se entro 72 ore non condannavano pubblicamente il discorso del papa all’università di Regensburg, essi avrebbero ucciso i cristiani e bruciato le chiese. Negli anni scorsi alcune chiese, santuari e lo stesso episcopio hanno subito attentati terroristi. Per timori di nuovi attentati il vescovo ha fatto mettere dei cartelli, ma per esprimere che “né i cristiani irakeni, né il papa vogliono distruggere il rapporto con i musulmani”.

Seppure in questa atmosfera di terrore, ieri sera i cattolici caldei sono usciti di casa per partecipare alla messa vespertina nella chiesa attaccata. “La nostra fede è una sfida alla violenza. I miliziani ci temono perché la nostra fede è più forte dei loro proiettili”, ha detto un cristiano ad AsiaNews.

Ieri mattina a Baghdad sono scoppiate due bombe davanti alla chiesa assiro-ortodossa di Santa Maria nel quartiere centrale di Karrada. Gli attentatori hanno messo una bomba sotto la macchina del parroco. Lo scoppio, avvenuto alle 9.30, ha attirato molta gente anche dalla parrocchia; subito dopo è scoppiata un’altra bomba nelle vicinanze, ferendo diverse persone e uccidendo anche il guardiano della chiesa.

Alcuni pensano che con queste bombe si volevano colpire i cristiani in seguito alle polemiche sorte dal discorso del Papa a Regensburg. In realtà, nei giorni scorsi, le comunità ortodosse si sono distaccate dalle parole del papa, affiggendo dei cartelli davanti alle chiese, in cui esprimono il loro disaccordo con il pontefice. Secondo alcune personalità cattoliche è molto più probabile che l’attentato alla chiesa di Santa Maria sia una vendetta di tipo etnico-religioso: in questi giorni il patriarca assiro-ortodosso è in visita alle comunità nel Kurdistan ed è probabile che le bombe siano un messaggio di minaccia contro questo legame con i curdi da parte di milizie sunnite o sciite.

La lezione di Benedetto XVI a Regensburg è stata fraintesa dai media come un attacco contro l’Islam. Sebbene il papa abbia spiegato molte volte il vero senso del suo discorso,  critiche aspre e minacciose continuano a piovere da molti settori dell’Islam. In Iraq sono soprattutto le frange fondamentaliste e dell’islam politico a reagire con violenza al discorso del papa. Nei giorni scorsi il segretario della nunziatura di Baghdad, mons. Thomas Halim Abib, ha incontrato i rappresentanti religiosi dell’islam e ha offerto loro una traduzione in arabo delle parole del papa, permettendo ai leder musulmani di comprendere subito il vero senso delle parole del pontefice.  I capi religiosi islamici stanno compiendo un’opera di informazione nelle loro comunità. Mons. Thomas ha detto ad AsiaNews che in questi giorni il rappresentante ufficiale del grande ayatollah al Sistani, capo indiscusso dell’Islam sciita in Iraq, ha visitato due volte la nunziatura vaticana per esprimere amicizia e solidarietà. Il rappresentante di Al Sistani ha accettato le spiegazioni date dalla nunziatura e le ha diffuse a tutte le comunità sciite irakene, esprimendo stima per la Santa Sede “che è sempre stata vicina al popolo irakeno”. Il rappresentante del grande ayatollah ha espresso il desiderio di andare a Roma a visitare papa Benedetto XVI.

Oggetto: Sabra e Chatila

 
Sabra e Chatila
By Storia di Sabrina Bologni - Iside
URL:
http://guide.dada.net/storia/interventi/2006/03/246827.shtml
 
 
 
Tra il 16 e il 18 settembre del 1982 migliaia di palestinesi furono trucidati dalle milizie cristiane libanesi.

 
La guerra civile libanese che durò dal 1975 al 1990, influì anche sul conflitto palestinese.
Israele sostenne militarmente con armi e addestramenti speciali la comunità cristiana dei maroniti e l’esercito cristiano del Libano del Sud di Sa’d Haddad contro l’Olp e le forze armate siriane.
Chatila venne costruito nel 1949 per i rifugiati della guerra civile, si trova vicino al sobborgo Sabra di Beirut.
Il Sud del Libano era infatti diventato lo scenario in cui continuava il conflitto israeliano-palestinese.
Il 4 giugno 1982, un attentato all’ambasciatore israeliano Shlom Argov, ad opera del gruppo palestinese anti Olp Abu Nidal, fu interpretato come un attacco palestinese.
La guerra si aggravò, due giorni dopo Israele invase il Libano con 60.000 uomini. Motivazione? Proteggere i propri insediamenti nel nord della Palestina. Ha così inizio l’operazione “Pace in Galilea” che null’altro consisteva se non  invadere militarmente il Libano Meridionale, all’epoca il ministro della difesa israeliana era Ariel Sharon.
L’assedio a Beirut da parte degli Israeliani iniziò a metà giugno del 1982 con l’accerchiamento di 15.000 combattenti dell’OLP e dei suoi alleati libanesi e siriani all’interno della città:
Il presidente americano Reagan, all’inizio di luglio inviò Philip Habib e Morris Draoer con l’incarico di risolvere la crisi.
Le trattative erano estenuanti e molto lunghe, complicate dal fatto che gli Israeliani e gli Statunitensi non volevano discutere direttamente con i Palestinesi, i Palestinesi da parte loro asserragliati nella città non volevano abbandonarla, temendo forti ritorsioni da parte dei soldati israeliani e dei loro alleati falangisti nei confronti della popolazione locale.
Habib riuscì faticosamente ad ottenere dal Primo Ministro israeliano l’assicurazione che i suoi soldati sarebbero entrati a Beirut Ovest e non avrebbero attaccato i Palestinesi dei campi profughi, riesce anche ad ottenere l’assicurazione dal futuro presidente Beshir Gemayel che i falangisti non si sarebbero mossi, ed infine ottiene l’assicurazione da parte del ministero della difesa Americano che ci sarebbe stato un loro contingente a garantire gli impegni presi.
Il 19 agosto fu firmato l’accordo, ma con l’elezione a Presidente del Libano di  Beshir Gemayel ( il 23 agosto) che gode dell’appoggio dei maroniti e di Israele, la situazione cambia.
Il 20 agosto, vigilia dell’imbarco dei primi miliziani palestinesi, che iniziano ad evacuare la città, negli USA viene pubblicata la quarta clausola dell’accordo per la partenza dell’OLP che dice:
"I Palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno adeguate garanzie di sicurezza ... Gli USA forniranno le loro garanzie in base alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con cui sono stati in contatto" (American Foreign Policy, Current documents, 1982, Dipartimento di Stato, Washington D.C.).
Arafat è preoccupato per la sorte della popolazione civile ed insiste per avere l’invio di una forza multinazionale che garantisca l’ordine. il 19 agosto 1982 la richiesta ufficiale viene consegnata dal ministro degli esteri libanese Fu’ad Butros agli ambasciatori di Stati Uniti, Italia e Francia.
Il piano che era stato fatto accettare dal mediatore Usa Habib a Libanesi, Palestinesi e Israeliani prevedeva l’intervento di 800 soldati  statunitensi, 800 francesi e 400 Italiani in modo da garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut. Il mandato durava un mese, dal 21 agosto al 21 settembre, rinnovabile su richiesta dei libanesi in caso di necessità.
Entro il 4 settembre, tutti i combattenti palestinesi sarebbero dovuti partire, in seguito la forza multinazionale avrebbe collaborato con l’esercito libanese per portare sicurezza durante le operazioni.
Il primo contingente arriva a Beirut il 21 agosto ed è composto di soli Francesi che nei due giorni successivi vengono raggiunti dai soldati italiani ed americani. Appena riuniti prendono posizione nella città.
Arafat decide di abbandonare Beirut insieme ai suoi 15.000 combattenti.
Il primo settembre termina l’evacuazione dell’OLP dal Libano.
Due giorni dopo, venendo meno al patto siglato con gli eserciti cosiddetti “supervisori” che nulla fecero per fermarli, le armate israeliane avanzarono e assediarono i campi-profughi.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa americana, ordina ai marines di abbandonare Beirut.
E’ il 3 settembre.
Lo stesso giorno le milizie cristiano- falangiste, alleate degli Israeliani, prendono posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai lati del campi profughi di Sabra e Shatila.
Partiti gli Americani, automaticamente anche i Francesi e gli Italiani tornano a casa.
Gli ultimi soldati partono il 10 settembre, undici giorni prima di quanto avrebbero dovuto fare, lasciando campo libero a Israele.
Il giorno dopo Ariel Sharon contestò la presenta di duemila guerriglieri dell’OLP ancora in territorio libanese, i Palestinesi negarono il fatto.
Il premier israeliano Begin convocò Gemayel a Naharuya per fargli firmare un trattato di pace con Israele, alcune fonti sostennero però che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle truppe Israeliane nel sud del Libano, Gemayel doveva inoltre dare la caccia ai duemila guerriglieri palestinesi la cui presenza era stata denunciata da Sharon.
Gemayel, non firmò il trattato, non poteva schierarsi da una sola parte anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria.
Il 14 settembre 1982, Gemayel fu ucciso in un attentato e nonostante i leader palestinesi negassero ogni responsabilità nell'accaduto, Sharon accusò i Palestinesi, facendo sollevare i Falangisti (il partito di Gemayel) contro la Palestina.
Il 15 settembre 1982, le truppe israeliane invasero Beirut Ovest.
Israele ruppe così l'accordo con gli USA, gli accordi di pace con le forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Begin si giustificò dicendo che era una contromisura per "proteggere i rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi cristiani"; tuttavia pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento che "l'attacco aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura stabilita in Libano dai terroristi".
E’ il 16 settembre 1982 quando Elias Hobeika, capo delle milizie critiano-falangiste entra nei campi profughi di Sabra e Shatila.
Alle 18 ha inizio lo sterminio.
Queste alcune testimonianze di reporter di vari giornali:
David Lamb scrive sul quotidiano The Los Angeles Times del 23 settembre 1982: "Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19 ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai campi".
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982: "Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano, dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di persone. Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran lunga peggiore".
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre 1982: "La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada, due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti, otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in posizioni contorte e grottesche."
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera volontaria, ebrea. In cima all'edificio soldati israeliani guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi arrivarono in una jeep e volevano portare via un'assistente sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30 circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse: - Oggi è il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Roshanah). Vorrei essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare porta a porta e vedere donne e bambini? - Gli chiesi quante persone avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che - l'armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto il lavoro.
 

Il numero della vittime non è mai stato accertato esattamente. La Croce Rossa Internazionale ha accertato una cifra di 2.750 morti, a cui vanno aggiunti i corpi nelle fosse comuni, quelli restati sotto le macerie e i deportati mai più tornati. Gli esperti internazionali stimano che le vittime siano state tra le 3.000 e le 3.500, il tutto in quaranta ore tra il 16 e il 18 settembre 1982.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982.
L’8  febbraio 1983, la commissione d’inchiesta istituita dalle autorità israeliane, presieduta da Itzhak Kahan dal magistrato, Aharon Barak, e dal generale di divisione Yona Ephrat, giunge alla conclusione che il diretto responsabile dei massacri era stato Elias Hobeika, nemico giurato dei palestinesi sin dall’inizio della guerra civile in Libano.
La stessa commissione ammetterà  indirettamente la responsabilità nel massacro del ministro della difesa israeliana Ariel Sharon  per non essere intervenuto ad impedirlo.
Elias Hobeika, dopo la fine della guerra, nel 1990, venne nominato ministro senza portafoglio nel governo di Omar Karami.
Nel 1992 eletto deputato e lo stesso anno nominato ministro per gli affari sociali nel primo governo del premier Rafiq Hariri. Fu poi rieletto nel 1996, e nominato ministro per le risorse idriche ed elettriche carica che ha ricoperto sino alla fine del 1999.
Nel giugno del 2001 la Corte di Cassazione belga, aprì un processo su Sabra e Shatila
A testimoniare sui rapporti che intercorrevano fra i falangisti e gli israeliani è chiamato Elias Hobeika ritenuto il responsabile materiale dell´eccidio.
Il 24 gennaio 2002 Elias Hobeika muore a Beirut in un attentato. Meno di 36 ore prima di saltare in aria con la sua Jaguar blindata, Hobeika aveva avuto un incontro "confidenziale" con due senatori belgi e si era detto pronto a fare "rivelazioni" sui massacri di Sabra e Shatila e sui rapporti che aveva avuto durante quei giorni con i generali israeliani che dipendevano dal ministro della difesa israeliana.

 


Oggetto: Il fallimento morale del principio fondatore d'Israele
 

Il fallimento morale del principio fondatore d'Israele.

26-09-2006  

DI KATHLEEN CHRISTISON (Ex analista della CIA)
Counterpunch

Sono solamente gli osservatori al di fuori della massa ad aver notato che con i suoi sanguinosi attacchi al Libano, e al tempo stesso a Gaza, Israele ha finito col mostrare, anche ai più illusi, il totale fallimento dell'ideale alla base della sua nascita?

È possibile che gl'illusi continuino ad illudersi? È possibile che il fallimento d'Israele salti agli occhi solo di quelli che già lo avevano intuito, di quelli che avevano già bollato come illegittimo il sionismo per i principi razzisti che lo permeano?

È dunque possibile che solo quelli già convertiti riescano a vedere il collasso finale del sionismo, e della stessa Israele in quanto stato esclusivo degli ebrei?

Il razzismo è sempre stato la linfa vitale di Israele. Il sionismo si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno maggiori diritti nazionali, umani e naturali sul territorio: una visione fondamentalmente razzista che esclude ogni possibilità di vera democrazia o uguaglianza tra i popoli.

La distruttiva violenza in Libano e a Gaza è stato il logico sviluppo di questa idea di fondo. Proprio perché postula l'esclusività e superiorità dei diritti di un popolo, l'ideologia non può ammettere limiti legali o morali al suo comportamento; e men che mai limiti territoriali, dato che ha bisogno di un territorio sempre più ampio per realizzare questi diritti illimitati.

Il sionismo non può tollerare che venga minacciato, o anche solo rimesso in questione, il controllo assoluto del proprio spazio: non semplicemente quello all'interno dei confini israeliani del 1967, ma anche quello che lo circonda, oltre i limiti geografici che il sionismo non ha ancora ritenuto opportuno fissare. Controllo assoluto significa nessuna minaccia fisica e nessuna minaccia demografica: gli ebrei dominano, gli ebrei sono totalmente protetti, gli ebrei sono sempre quelli più numerosi, gli ebrei hanno tutto il potere militare, gli ebrei controllano tutte le risorse naturali, e tutti i popoli vicini sono senza poteri e completamente asserviti. È questo il messaggio che Israele ha cercato di trasmettere attaccando il Libano: né Hezbollah né nessun altro in Libano che protegga Hezbollah potrà continuare ad esistere, per il solo fatto che Hezbollah sfida la suprema autorità di Israele nella regione e che Israele non può tollerare un simile affronto. Il sionismo non può coesistere con nessuna altra ideologia o etnicità che metta in gioco la sua posizione di preminenza, perché ogni ideologia che non sia quella sionista rappresenta una minaccia potenziale.

In Libano, Israele ha cercato con la sua selvaggia e temeraria violenza di distruggere la nazione, farne una zona di caccia all'uomo in cui solo il sionismo avrebbe dovuto regnare e in cui i non ebrei avrebbero dovuto o morire o scappare o sottomettersi, come avevano già dovuto fare durante l'ultima quasi venticinquennale occupazione israeliana dal 1978 al 2000. Mentre osservava la guerra a Beirut, dopo la prima settimana di bombardamenti, e descriveva la morte in un raid israeliano di quattro tecnici libanesi del genio militare venuti a riparare le linee elettriche e le tubature idriche per "mantenere in vita la città", il corrispondente britannico Robert Fisk ha scritto di avere infine capito sulla propria pelle quello che Israele voleva: "Beirut doveva morire...A nessuno doveva essere permesso di lasciare vivo la città". Il capo di stato maggiore israeliano Dan Halutz (lo stesso che quattro anni orsono, quando era a capo delle forze aeree israeliane, aveva affermato di non provare alcun disagio psicologico dopo che, nel mezzo della notte, uno dei suoi F16 aveva sganciato una bomba da una tonnellata su un edificio di appartamenti a Gaza, uccidendo 14 civili in gran parte bambini) aveva dichiarato, all'inizio dell'aggressione, di voler riportare il Libano indietro di 20 anni, quando il paese non era vivo e un terzo del suo territorio meridionale era occupato da Israele, a perenne ricordo di un decennio di guerra civile inutilmente distruttiva.

Le bombe a grappolo [cluster bombs] sono una prova evidente dell'intenzione d'Israele di rendere nuovamente il Libano, o quanto meno la sua parte meridionale, una regione priva di popolazione araba e incapace di funzionare, se non secondo il suo capriccio. Le bombe a grappolo - di cui gli Stati Uniti, che le forniscono a Israele, sono leader mondiali nella produzione (e in posti come la Yugoslavia anche nell'uso) - esplodono a mezz'aria, spargendo intorno centinaia di submunizioni (bombe secondarie) su una superficie di vari ettari. Oltre un quarto delle submunizioni non esplodono all'impatto col terreno e restano lì in attesa di essere scoperte da ignari civili che tornano alle proprie case. Gl'ispettori delle Nazioni Unite stimano che nel Libano meridionale ci siano oltre 100.000 submunizioni inesplose, sparse in oltre 400 raid aerei. Dopo il cessate il fuoco del mese scorso, numerosi ragazzi e adulti libanesi sono stati uccisi o feriti da questi residui bellici.

 

Disseminare mine anti-uomo in aree densamente abitate non è un'operazione chirurgica delle forze armate a caccia di obiettivi militari: è una operazione di pulizia etnica. Secondo Jan Egelund, coordinatore per gl'interventi umanitari dell'ONU, oltre il 90% delle bombe a grappolo israeliane sono state sganciate nelle 72 ore che hanno preceduto il cessate il fuoco, quando era oramai chiaro che la risoluzione dell'ONU per una sospensione delle ostilità sarebbe entrata in vigore. Non può essersi trattato che di un ultimo sforzo, senza dubbio inteso come un colpo di grazia, per spopolare l'area. Se a questo aggiungiamo i bombardamenti del mese precedente - che hanno distrutto il 50% (e in qualche caso l'80%) delle abitazioni di molti villaggi, inferto irreparabili danni all'infrastruttura civile dell'intera nazione, resa inutilizzabile una centrale elettrica sulla costa che ancora oggi sparge tonnellate di petrolio e di benzene sulle coste libanesi e su parte di quelle siriane, ucciso oltre 1.000 civili in edifici di appartamenti, in ambulanze, in auto che fuggivano inalberando la bandiera bianca - la guerra di Israele non può essere giudicata altro che una massiccia operazione di pulizia etnica per rendere la regione un'area sicura per il dominio ebraico.

Secondo le stime ONU, circa 250.000 persone non possono in effetti rientrare nelle loro case, o perché le abitazioni sono state distrutte o perché le bombe a grappolo inesplose e le altre armi non sono ancora state neutralizzate dalle squadre di sminamento. Questa non è stata, se non in misura marginale, una guerra contro Hezbollah, non è stata una guerra al terrorismo, come Israele e i suoi accoliti statunitensi vorrebbero farci credere (in effetti Hezbollah non ha compiuto atti terroristici ma si è impegnata lungo la frontiera in una serie di sporadiche scaramucce con i soldati israeliani, di solito scatenate dagli israeliani). Questa è stata una guerra per consentire a Israele di avere più spazio, di essere assolutamente sicura di dominare i vicini. Questa è stata una guerra contro un popolo non completamente sottomesso, tanto audace da ospitare una forza come Hezbollah e da non piegarsi alla volontà di Israele. Questa è stata una guerra contro altri esseri umani e la loro maniera di pensare, esseri umani che non sono ebrei e che non vivono per favorire il sionismo e l'egemonia ebraica.

In un modo o nell'altro, sin dalla sua creazione Israele ha sempre agito alla stessa maniera contro i suoi vicini, anche se ovviamente i palestinesi sono stati più a lungo le vittime, e i maggiori oppositori, del sionismo. I sionisti pensavano di essersi liberati del loro più grande problema, quello alla base stessa del loro credo, nel 1948, quando avevano costretto alla fuga circa due terzi della popolazione palestinese che intralciava i piani per fare di Israele uno stato unico a maggioranza ebraica; non era infatti possibile creare uno stato ebraico con una maggioranza della popolazione non ebraica. Diciannove anni più tardi, quando ha cominciato ad allargare i suoi confini conquistando la Cisgiordania e Gaza, Israele ha scoperto che quei palestinesi che pensava fossero spariti erano dopo tutto ancora nei dintorni, e minacciavano l'egemonia ebraica dei sionisti.

 

Nei quasi quarant'anni successivi, la politica di Israele è stata in massima parte – con brevi intervalli per avere il tempo di aggredire il Libano – diretta a far sparire definitivamente i palestinesi. I metodi di pulizia etnica sono molti: sottrazione dei territori, distruzione delle terre coltivabili e delle risorse, strangolamento economico, paralizzanti restrizioni sul commercio, abbattimento delle case, revoca dei permessi di soggiorno, deportazioni, arresti, omicidi, smembramento delle famiglie, limitazioni nei movimenti, distruzione dei registri della popolazione e del catasto, appropriazione delle tasse doganali, privazioni alimentari. Israele vuole tutte le terre dei palestinesi, incluse la Cisgiordania e Gaza, ma non può continuare ad essere un paese a maggioranza ebraica fino a quando continuano a viverci i palestinesi. Ed ecco il perché del lento strangolamento. A Gaza, dove quasi un milione e mezzo di persone vivono accatastate in un'area che non è nemmeno un decimo dell'isola di Rodi, Israele sta facendo senza interruzione quello che ha fatto in Libano per un mese: uccidere civili, distruggere le infrastrutture civili, rendere l'area inabitabile. A Gaza, i palestinesi vengono uccisi al ritmo di otto al giorno, le mutilazioni avvengono con un tasso più alto. Ecco quanto vale la vita dei non ebrei secondo la visione sionista del mondo.

Lo studioso israeliano Ilan Pappe lo definisce un genocidio al rallentatore (ElectronicIntifada, 2 settembre 2006). Sin dal 1948, il minimo atto di resistenza dei palestinesi all'oppressione israeliana è stato preso come scusa da Israele per mettere in opera una politica di pulizia etnica, un fenomeno considerato nel paese talmente inevitabile e accettato che Pappe aggiunge "il lavoro giornaliero di uccidere deliberatamente i palestinesi, soprattutto i bambini, viene ora registrato nelle pagine interne della stampa locale, spesso in caratteri microscopici". Secondo il suo modo di vedere, gli ininterrotti omicidi a questo ritmo o porteranno a una migrazione di massa o a uno sterminio più massiccio, se, come è molto più probabile, i palestinesi si manterranno incrollabili e continueranno a resistere. Pappe ricorda che il mondo ha assolto Israele da ogni responsabilità e perseguibilità per la sua operazione di pulizia etnica del 1948, e ha permesso al paese di trasformare questa politica "in uno strumento legittimo del suo piano di sicurezza nazionale", che, se il mondo resta ancora una volta muto dinanzi a questa nuova fase di pulizia etnica, aumenterà inevitabilmente "in misura ancora più drammatica".

Ed è questo il punto cruciale dell'odierna situazione: qualcuno si accorgerà dell'orrore? Come abbiamo detto all'inizio, con la sua selvaggia campagna estiva di pulizia etnica nel Libano e a Gaza, Israele ha veramente mostrato il totale fallimento dell'ideale alla base della sua fondazione, l'illegittimità di base del principio sionista di esclusività ebraica? Se ne rendono conto anche i più illusi, o continueranno ad illudersi e il mondo seguiterà a guardare da un'altra parte, giustificando le atrocità perché vengono commesse da Israele per rendere i territori circostanti un luogo sicuro per gli ebrei?

Da quando ha lanciato la sua folle incursione nel Libano, numerosi attenti osservatori nei media alternativi europei e arabi hanno sottolineato la nudità morale d'Israele, e del suo fiancheggiatore americano, con un insolito livello di schiettezza. Si analizza anche molto la nuova consapevolezza della crescente opposizione araba e islamica alla incredibile brutalità delle azioni israelo-americane. Ai primi di agosto, lo studioso anglo-palestinese Karma Nabulsi ha lamentato "l'indiscriminata rabbia di un nemico guidato da una mania esistenziale che non può essere contenuta ma solo bloccata". La studiosa americana Virginia Tilley (Counterpunch, 5 agosto 2006) osserva che ogni possibilità di vita normale e pacifica è un anatema per Israele, obbligata a "guardare e trattare i suoi vicini come una minaccia alla propria esistenza, in modo da giustificare ... il suo carattere etnico e razziale". Già prima della guerra in Libano, ma dopo che Gaza aveva cominciato a essere affamata, l'economista politico Edward Herman (Z Magazine, marzo 2006) aveva condannato "la prolungata pulizia etnica e il razzismo istituzionalizzato" d'Israele, e l'ipocrisia con cui l'occidente e i media occidentali avevano accettato e sottoscritto queste politiche "in violazione di tutti i presunti illuminati valori".

Il razzismo è alla base dell'asse neoconservatore israelo-statunitense che ha oggi scatenato la sua furia omicida nel Medio Oriente. Il razzismo insito nel sionismo ha trovato un alleato naturale nella filosofia razzista imperiale fatta propria dai neoconservatori dell'amministrazione Bush. La logica ultima della guerra globale israelo-americana, scrive l'attivista israeliano Michel Warschawski, dell'Alternative Information Center di Gerusalemme (30 luglio 2006), è la "completa etnicizzazione" di tutti i conflitti, "nei quali non viene combattuta una politica, un governo o un obiettivo specifico, ma una minaccia che coincide con un'intera comunità" (o, nel caso d'Israele, con tutte le comunità non ebraiche).

Il concetto fondamentalmente razzista di scontro delle civiltà, esaltato sia dall'amministrazione Bush che da Israele, fornisce una giustificazione per le aggressioni ai palestinesi e al Libano. Come ha osservato (al-Ahram, 10-16 agosto 2006) Azmi Bishara, importante membro palestinese della Knesset israeliana, se l'argomento israelo-americano secondo cui il mondo è contraddistinto da due diverse e inconciliabili culture, noi contro loro, è corretto, allora l'idea che "noi" agiamo con un doppio standard perde ogni implicazione morale negativa, perché diventa l'ordine naturale delle cose. Per gl'israeliani, questo è sempre stato l'ordine naturale delle cose: nel mondo d'Israele e dei suoi alleati americani, l'idea che gli ebrei e la cultura ebraica siano superiori e incompatibili con i popoli vicini è alla base stessa dello stato.

Dopo la presa di coscienza che ha fatto seguito al fallimento israeliano in Libano, arabi e islamici hanno la sensazione, per la prima volta dall'arrivo degli ebrei nel cuore del Medio Oriente arabo circa 60 anni orsono, che Israele sia andata troppo lontano con la sua arroganza e che il suo potere e le sue azioni possono essere contrastate. La "etnicizzazione" del conflitto globale di cui parla Michel Warschawski – l'arrogante vecchio approccio coloniale, ora rinverdito con uno strato di alta tecnologia fornita dagli F16 e dalle armi nucleari, che ribadisce la superiorità dell'occidente e di Israele e postula uno scontro apocalittico tra l'occidente "civilizzato" e un oriente arretrato e furioso – è stata vista, dopo il folle assalto israeliano al Libano, per quello che è. Cioè, una brutale dichiarazione razzista di potere da parte di un regime sionista che persegue l'egemonia assoluta e incontrastata a livello regionale e di un regime neoconservatore americano che persegue l'egemonia assoluta e incontrastata a livello mondiale. Come ha fatto notare, una settimana dopo l'inizio della guerra libanese, il commentatore palestinese Rami Khouri in un'intervista con Charlie Rose, sia Hezbollah in Libano che Hamas in Palestina sono il frutto delle prime guerre di egemonia israeliane e rappresentano la risposta politica di popolazioni che "sono state ripetutamente degradate, occupate, bombardate, uccise e umiliate dagli israeliani, spesso con il consenso tacito o esplicito o, come abbiamo capito adesso, l'aiuto degli Stati Uniti".

Queste popolazioni oppresse hanno adesso ricominciato a lottare. Non importa quanti leader arabi – in Egitto, Giordania e Arabia Saudita – possano chinare la testa di fronte agli Stati Uniti e a Israele: il popolo arabo vede adesso l'intrinseca debolezza della cultura e della politica razzista israeliana e ha una crescente fiducia nella possibilità di arrivare alla fine a sconfiggerla. I palestinesi, in particolare, aspettano questo momento da 60 anni, senza mai sparire nonostante la migliore buona volontà israeliana e senza mai smettere di ricordare a Israele e al resto del mondo la loro esistenza. Non è certo adesso che soccomberanno, e il resto del mondo arabo sta prendendo coraggio dopo aver visto la loro capacità di resistere, e quella di Hezbollah.

Qualcosa deve cambiare nel modo di fare di Israele, e nel modo in cui gli USA sostengono i suo modo di agire. Sempre più commentatori, dentro e al di fuori del mondo arabo, hanno cominciato a rendersene conto, e un numero sorprendente si sente abbastanza audace da prevedere una sorta di fine del sionismo, nella forma razzista ed esclusivista in cui esiste e funziona al giorno d'oggi. Non si tratta di buttare i sionisti a mare. Israele non verrà battuta sul piano militare, ma può essere battuta sul piano psicologico: il che vuol dire limitare la sua egemonia, fermare la sua avanzata predatoria nei territori dei vicini, mettere fine al dominio razziale e religioso sugli altri paesi.

Rami Khouri sostiene che il più ampio sostegno del mondo arabo a Hezbollah e Hamas è una "catastrofe" per Israele e gli Stati Uniti, perché sottolinea l'opposizione ai loro progetti imperialistici. Khouri non si spinge più lontano nelle sue previsioni, ma altri lo fanno, delineando, anche se solo nelle linee generali, la visione di un futuro in cui Israele non godrà più del dominio assoluto. Il pensatore e musicista jazz Gilad Atzmon, un ex israeliano che vive in Gran Bretagna, vede nella vittoria di Hezbollah in Libano un segnale della disfatta di quello che chiama il sionismo globale, termine con cui indica l'asse neoconservatore israelo-americano. Sono i libanesi, i palestinesi, gli iracheni, gli afgani e gli iraniani – sostiene – ad essere "in prima linea nella battaglia per l'umanità e l'umanesimo", mentre Israele e gli USA seminano morte e distruzione; un numero sempre crescente di europei e americani se ne rende conto e sta scendendo dal carrozzone dei sionisti e dei neoconservatori. Atzmon definisce in ultima analisi Israele "un episodio della storia" e una "entità morta".

Molti altri hanno un punto di vista simile. Sempre più spesso i commentatori discutono la possibilità che Israele, ora che si è sgonfiato il suo mito d'invincibilità, attraversi una fase di trasformazione simile a quella sudafricana, in cui i leader politici riconoscano in qualche modo l'errore della scelta razzista e in un impulso di umanità abbandonino le iniquità sioniste, ammettendo che ebrei e palestinesi devono vivere su un piano di parità in uno stato unitario. Il parlamentare britannico George Galloway (Guardian, 31 agosto 2006) prevede la possibilità che in Israele e tra i suoi sostenitori internazionali si sviluppi "un momento F.W. de Klerk ", nel quale, come accadde in Sudafrica, una "massa critica di oppositori" andrebbe oltre le posizioni della precedente minoranza e i leader giustificherebbero il trasferimento dei poteri partendo dalla constatazione che farlo più tardi, in una posizione più sfavorevole, risulterebbe meno vantaggioso. In mancanza di una simile transizione pacifica, e di una contemporanea azione per risolvere il conflitto israelo-palestinese, Galloway, come molti altri, non vede altro che "guerra, guerra e ancora guerra, fino al giorno in cui Tel Aviv sarà a fuoco e l'intransigenza dei capi israeliani farà crollare sulle loro teste l'intera impalcatura dello stato ebraico".

 

E sempre di più questa sembra essere l'alternativa futura: o Israele e i suoi sostenitori neoconservatori americani riescono a eliminare i peggiori aspetti del sionismo, accettando di creare uno stato unitario in una Palestina abitata da palestinesi ed ebrei, o il mondo si troverà di fronte a un conflitto di un livello oggi non immaginabile.

Proprio come Hezbollah è parte integrante del Libano, impossibile da distruggere con il bombardamento di ponti e centrali, così, prima del 1948, i palestinesi erano la Palestina, e continuano ad esserlo. Colpendoli dove vivevano, in senso proprio e figurato, Israele ha lasciato ai palestinesi un solo obiettivo e una sola visione. Una visione di giustizia e compensazione, dove compensazione significa, in ultima analisi, sconfitta del sionismo e recupero della Palestina, oppure riconciliazione con Israele a condizione che quest'ultima agisca come un vicino normale e non da conquistatore, o infine unione con gli ebrei israeliani in un unico stato in cui nessuna parte goda di più diritti dell'altra parte. In Libano, Israele ha ancora una volta dato l'impressione di voler imporre a un altro popolo la propria volontà, il suo dominio, la sua cultura e la sua etnicità. Non ha funzionato in Palestina, non ha funzionato in Libano, non funzionerà da nessuna parte nel mondo arabo.

Siamo a un crocevia morale. Nel “nuovo Medio Oriente” progettato da Israele, Bush e i neoconservatori, solo Israele e gli USA possono dominare, solo loro avranno la forza, solo loro potranno vivere al sicuro. Ma nel mondo giusto all'altro lato del crocevia, questa visione è inaccettabile. La giustizia deve prevalere.

Kathleen Christison è stata analista politico della CIA e ha lavorato sui temi medio-orientali per 30 anni. Ha scritto Perceptions of Palestine e The Wound of Dispossession .

Kathleen Christison
Fonte: http://www.counterpunch.org/
Link: http://www.counterpunch.org/christison09122006.html
12.09.2006
Traduzione per www.comedonchisciotte.org di CARLO PAPPALARDO


 

 

Oggetto: DIARIO DI UN PELLEGRINO parte prima

 
 
DIARIO DI UN PELLEGRINO

di Filippo Fortunato Pilato

CROCIATA SPIRITUALE per la Terra Santa : PARTE PRIMA


 

Da Tel Aviv a Betlemme all'alba.


 

"Loro stanno giá allargando gli insediamenti nel West Bank e stanno costruendo questi muri di separazione, che noi chiamiamo i Muri della Discriminazione-razziale, intorno a tutte le cittá e i villaggi del West Bank, trasformando queste cittá e villaggi in grandi prigioni circondate da muri di otto metri di altezza. Questo é il piú grande ostacolo a una soluzione di pace nel West Bank perché, finché c'é occupazione, noi non avremo pace. L'unico modo per avere la pace é quello di fermare questa occupazione".


 

Cosí ha recentemente dichiarato il sindaco di Betlemme per denunciare lo stato di assedio permanente della cittadina a noi cristiani cara per essere stata la culla del Salvatore.

Arrivando da Tel Aviv alle 5,30 del mattino, con le vie d'accesso alla cittá santa deserte, i tre posti di blocco delle milizie israeliane, a poche centinaia di metri l'uno dall'altro, ed infine un lungo e altissimo (8 mt.) muro, si ha sicuramente la misura di ció che accade a soli pochi chilometri da Gerusalemme. Ma l'effetto "galera" é ancora piú evidente ed a fior di pelle quando la massiccia e spessa porta di ferro, incastonata nel muro, scorre lentamente e con stridore metallico per concedere il passaggio al nostro bus di pellegrini. Dall'altro lato del muro e del portone di ferro vivono, come in una prigione a cielo aperto, gli abitanti di Betlemme, cristiani e musulmani, condividendo la stessa sorte di reclusi.

Data la difficoltá ad attraversare il Muro, la cui porta si apre solo quando aggrada alle guardie preposte e a chi sta loro bene, e per via del fatto che nelle campagne circostanti (se non sono state espropriate dall'autoritá israeliana) la maggior parte degli alberi d'ulivo (una delle poche fonti di lavoro e sostentamento, oltre all'artigianato) sono stati espiantati, il turismo religioso, ovvero il flusso di pellegrini cristiani in visita alla Basilica della Nativitá, é una delle pochissime fonti di sopravvivenza della comunitá, che vive e lavora soprattutto di artigianato, servizi e caritá.

E` gioco-forza che anche i musulmani gradiscano ed invochino la presenza cristiana nell'area.

Dopo che i cristiani espulsero i musulmani, nel 1831, ne seguí una rivolta che nel 1834 distrusse completamente il quartiere islamico, e da allora Betlemme fu felicemente popolata nella quasi totalitá da cristiani. Dopo il 1948 peró un gran numero di rifugiati arabo-musulmani si vennero a stabilire nella cittadina, ed oggi, grazie anche ad un loro tasso di natalitá piú elevato, cui si aggiunge il loro minor flusso emigrante, essi, i maomettani, sono la maggioranza (cosa che temo succederá anche in Europa entro pochi decenni se non si corre ai ripari...).

Pare comunque che non ci siano stati, almeno negli ultimi decenni, seri problemi di convivenza tra famiglie palestinesi appartenenti alle due differenti confessioni religiose. Non si puó dire altrettanto di altre zone.


 

E` chiaro peró che da dopo gli avvenimenti dell'occupazione della Basilica della Nativitá, da parte delle milizie nazionaliste palestinesi, in poi, l'aria sia diventata piú irrespirabile e vivere e lavorare sia, piú che un'impresa, un tormento. Lo scopo dell'autoritá israeliana é chiaro a tutti che non sia tanto il garantirsi la sicurezza, quanto di creare quelle condizioni di vita insopportabili al punto di spingere la popolazione all'esodo. Per esempio, ad un amico palestinese cristiano-cattolico originario di Betlemme, ma che lavora a Gerusalemme, viene sistematicamente impedito di attraversare il Muro con moglie e figli: solo a lui danno il permesso di passare, esibendo il libretto di lavoro, ma moglie e figli se lo vogliono seguire devono fare un giro lunghissimo, di alcuni chilometri, intorno al muro, impiegando delle ore per ricongiungersi al marito, motivo per cui spesso devono rinunciare anche a cose semplici come fare acquisti di vettovaglie o recarsi a Gerusalemme per visite mediche o a parenti. E ad un vecchietto povero, amico di alcuni religiosi, che con l'asino attraversava sempre il Muro per le campagne in cerca di qualche pezzetto di legno da bruciare per cucinare e riscaldarsi, alcuni soldati, stufi di vederselo passare sotto il naso, gli schiacciarono l'asino tra due tanks, o carri armati, uccidendolo. Era il suo solo aiuto alla sopravvivenza. Ma non solo: pretendevano anche che egli pagasse una multa perché si era messo con il suo asino tra due colonne di automezzi militari...E di storie amare e crudeli come queste ce ne sarebbero da raccontare tante...

 
 

L'episodio dell'occupazione della Basilica della nativitá di Betlemme, per esempio, é noto a tutti, ma forse meno noto é il fatto che, quando le milizie sioniste assediarono la Basilica, la fecero bersaglio anche di una pioggia di proiettili di grosso calibro, dalla terra e dal cielo, usando per l'occasione anche un pallone telecomandato con mitragliatrice e telecamera a bordo. Una grandinata di piombo investí il chiostro francescano dall'alto, mandando tutto in frantumi e penetrando anche nelle celle dei frati: fu un miracolo se nessun religioso ci lasció la pelle, perché molti furono sfiorati dalle pallottole. Ancora sono visibili i segni dei colpi delle armi da fuoco sui muri interni della Basilica e del chiostro.

Per rendere poi ancora piú amara la vita dei frati, e indirettamente dei cristiani di Betlemme, l'autoritá israeliana ha deciso l'esproprio ("il furto", dice qualche frate giustamente) di una buona parte di una collina di proprietá da secoli dei Frati Francescani, che giá era in programma, con tanto di progetti e fondi stanziati, che fosse destinata alla costruzione di case per i poveri ed anziani (giá decine e decine di piccole casette sono state costruite un po' ovunque dai francescani per sopperire alle esigenze abitative di palestinesi cristiani indigenti).

Su tale altura, rubata ai cristiani, invece i circoncisi hanno costruito nuovi insediamenti, al di lá del Muro e proprio in faccia alla cittadina, con una sfacciataggine ed un'arroganza senza limiti. Non mi risulta che nessun moto di piazza, suscitato da qualche giornalista o politico italiano illuminato, abbia disturbato in questo caso i progetti sionisti d'Israele.


 

Betlemme é una cittadina tranquilla, dedita un tempo alla coltura degli ulivi per trarne olio e legname per le botteghe artigiane che producono rosari, statuine religiose, presepi e molti altri oggetti. Anche la lavorazione della madre perla é un'attivitá tradizionale. Ma per commercializzare tali prodotti servono i pellegrini, o almeno la possibilitá di attraversare il territorio in libertá, cosa al momento impossibile.

La Basilica della Nativitá é sicuramente l'attrazione principale per tutti i cristiani che visitano l'area.

 

Lunga e dolorosa é la storia di questo luogo sacro, difeso a costo di enormi sacrifici e spargimento di sangue da parte dei francescani nei secoli.

Dapprima furono i musulmani, saladini, califfi, e ottomani, a devastare e rendere ardua l'opera di conservazione della Basilica e della Grotta della Nativitá in essa contenuta. Poi fu il turno dei greci-ortodossi (scismatici-eterodossi), che dal secolo XVI iniziarono a contestare ai francescani il possesso del santuario.

Dopo l'espulsione dei veneziani dall'isola di Creta, a seguito della sconfitta della Repubblica di Venezia da parte dell'Impero Ottomano (1669), i greci vengono autorizzati a prendere possesso di Grotta e Basilica.

Pochi anni dopo, la cattolicitá riprende possesso della Grotta e nel 1717 incastona una nuova stella d'argento nel luogo della nativitá di Gesú Bambino, recante la scritta "Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est, 1717".

Ma nel 1757 gli scismatici greci si reinpossessano di Basilica e altare della Nativitá, espiantando ed occultando la stella francescana che invalidava i loro falsi diritti. Ci volle l'intervento dell'Ambasciatore di Francia a nome delle nazioni latine, e la compilazione di uno Statuquo dei santuari, affinché la stella tornasse al suo posto. Ció nonostante i frati francescani continuarono a pagare con il sangue la difesa dei luoghi santi.

Il 25 aprile 1873 gli scismatici eterodossi greci presero con la forza la Basilica della Nativitá, ferendo ben otto frati. Distrussero Presepio, quadri, tappezzerie e rubarono gli arredi sacri.

Da quel tempo sempre un soldato monta la guardia presso l'altare della nativitá, per impedire il ripetersi di tali scempi. L'imposizione di una sentinella presso la grotta venne mantenuta nel tempo, anche con il succedersi delle diverse amministrazioni ed autoritá locali. Lo Statuquo fu conservato.

Io non capii infatti subito il perché della presenza di una guardia all'interno della Basilica. Molto gentilmente e discretamente ne venni informato.


 

Ma nonostante ció i francescani continuaro a pagare il loro tributo di sangue: l'ultimo caso fu quello di un frate nel 1928.

Tutt'oggi nella Grotta la celebrazione della Messa é impedita ai cattolici all'altare della Nativitá, dove solo é loro concesso di farvi ardere quattro lampade. Di proprietá esclusiva dei francescani é la mangiatoia, unico luogo dove, nella Grotta, hanno diritto di officiare i cattolici.

Ci vuole proprio un gran senso d'umiltá e di pazienza...per sopportare i modi veramente scortesi, bruschi e sprezzanti dei religiosi "ortodossi".

Provare per credere.

Quando seppero del nostro arrivo iniziarono le loro funzioni, che si possono protrarre tra lagne, strilli e cantilene, innaffiate da chili d'incenso sino a produrre una nebbia impenetrabile, per ore...Per fortuna, visto che alcuni cattolici irriducibili non davano segni di stanchezza (tra cui il sottoscritto), e continuavano a scattare foto al loro indirizzo, decisero di liberare il campo e concederci la grazia di poter sostare alcuni minuti in preghiera e meditazione nel luogo dove Nostro Signore Gesú Bambino decise di farsi il piú umile tra gli umili.

Nell’uscire dalla Grotta non mancarono peró di dare esibizione della loro protervia, ed il loro officiante chiese, gesticolando e con prepotenza, che ci allontanassimo dal suo percorso di marcia e che sgombrassimo velocemente l’area antistante l’ingresso della Grotta. Parole al vento. Quindi si allontanó portandosi appresso l’intenso odore di incenso di cui era pesantemente impregnato. A me piace l’odore d’incenso, specie quando il sacerdote incensa l’altare ed i fedeli, ma sinceramente c’é un limite a tutto....e qui lo si stava superando abbondantemente.

Un senso veramente scarso e strambo di caritá cristiana hanno questi “fratelli separati”. E mi fermo qui con i commenti per non eccedere a mia volta, benché...


 

I frati hanno il possesso tuttavia, oltre della mangiatoia, del convento e dell'adiacente Casa Nova (casa religiosa eccellentemente organizzata per l'accoglienza dei pellegrini come un moderno, seppur modesto, albergo).

Ma pure essi hanno le chiavi di una porta, all'estremitá opposta della Grotta, che conduce ad un corridoio da loro scavato nei secoli e che conduce a varie cappelle: quella dedicata a San Giuseppe, quella dedicata ai Santi Innocenti, quella di San Girolamo, quella di Sant'Eusebio di Cremona, ed infine delle due Sante matrone romane Paola ed Eustochio. A questi ultimi quattro fu concesso di essere sepolti qui, a fianco della Grotta della Nativitá del Salvatore.


 

Un altro luogo interessante, di carattere spirituale e religioso legato alla tradizione cattolica, che vorrei segnalare a Betlemme, é la presenza di un grotto chiamato Milk Grotto Church, Chiesa della Grotta del Latte, di proprietá interamente francescana. La tradizione vuole che in quel luogo la Madonna avesse trovato rifugio ed ospitalitá subito dopo la nascita del Bambin Gesú, e che, allattandolo, un giorno le sia caduta una goccia di latte in terra: tutte le pareti della grotta sarebbero diventate all'istante bianche, e cosí sono tutt'ora. Ma la proprietá particolare di questo luogo é che sia miracoloso per quelle donne che sembrerebbero sterili o che non riescano a produrre né figli né latte. I frati minori, che gestiscono la chiesa e il grotto del latte, cedono ad offerta libera alcune bustine contenenti un po' di polvere grattata dalle pareti della grotta. Tale polvere unita ad acqua o latte e bevuta da entrambe i coniugi con fede e pregando avrebbe fatto innumerevoli miracoli e la stanza adiacente la grotta é piena di ex-voto e testimonianze di grazie prodigiose ricevute da coppie sterili dalle parti piu disparate del mondo, con tanto di foto delle coppie e testimonianze. Io ne ho prese alcune, una per una coppia di miei amici con questo problema e qualcun'altra per chi lo desiderasse e ne avesse bisogno. Basta contattarmi privatamente per averle.


 

Betlemme é nel suo piccolo ricca di spiritualitá e di luoghi di culto di straordinaria bellezza.

Dalla chiesa di Santa Caterina, per esempio, parrocchia dei latini del luogo, tutti i giorni si snoda una processione di frati alla Grotta della Nativitá, passando poi attraverso le altre cappelle sotterranee e recitando le preghiere appropriate.

Che dire poi della Casa di San Giuseppe. Qui sorge una cappella a lui dedicata, nel luogo che la tradizione indica come quello in cui la Sacra Famiglia si trasferí dopo la nascita del Divin Bambino. La Grotta della Nativitá li accolse infatti solo per poco, perché presto si rese disponibile per loro una casa, come testimonia chiaramente l’apostolo San Matteo: “Ed entrati nella casa (i Magi), videro il Bambino con Maria sua Madre e, prostratisi, lo adorarono” (2, 11).


 

Quando infine si lascia Betlemme, nonostante lo sventolio di bandiere palestinesi sulle case e le pattuglie della polizia militare araba che sfrecciano per le vie possano dare l'impressione di attraversare una zona libera ed indipendente, si sa bene che si stanno lasciando i fratelli francescani della nativitá, i fratelli nella fede arabi, e una popolazione colpevole solo di essere palestinese, in balia degli umori della politica dei sionisti israeliti.

 

La biblica lotta tra i filistei (gli antenati dei palestinesi) e gli ebrei (gli antenati "ideali" degli attuali giudei) non é ancora terminata.


 

Un velo di tristezza ti avvolge l'anima mentre lasci il villaggio alle tue spalle, e sospiri faticosamente per alleggerire il peso sul cuore. Padre Pio faceva lo stesso, nello stesso momento, ed incontrandoci con lo sguardo capimmo al volo i sentimenti che ci stavano accomunando. Torneremo, torneremo...


 
 

"Pellegrini!!!....il pellegrinaggio continua.....". Padre Pio, predicatore dalla grande fede ed il passo veloce, ci richiamava alla peregrinatio.

 

Siamo tutti pellegrini su questa terra, sin dal momento del nostro concepimento e fino alla nostra morte. E` un lungo pellegrinaggio verso la nostra origine, verso il Creatore, con molte tappe in cui la nostra anima necessita di essere sfamata e dissetata. E la Terra Santa é di sicuro una grande oasi, ove la nostra anima puó trovar rifugio, meglio che altrove.

Il Figlio di Dio ci accompagna in questo peregrinare alla fonte della nostra memoria. Seguiamolo senza timore.

"BEATO, SIGNORE, CHI TROVA IN TE LA SUA FORZA E DECIDE NEL SUO CUORE IL SANTO VIAGGIO" (Salmo 84, 6)


 

Filippo Fortunato Pilato, inverno 2006.


 

OGNI RIPRODUZIONE E` AUTORIZZATA PURCHÉ` NULLA SI AGGIUNGA O TOLGA AL PRESENTE TESTO


 


 
 
 
Oggetto: Dedicazione a San Michele Arcangelo
 
 
 
Oggi, venerdí 29 settembre, giorno dedicato all'Arcangelo San Michele, faccio appello a chi se la sente per invocare il Principe delle Milizie Celesti a protezione della Terra Santa e degli uomini di buona volontá, le pietre vive della cristianitá, lí residenti.
Una menzione particolare nelle nostre preghiere la riserverei per gli eroici frati minori della Custodia di Terra Santa, che quotidianamente da secoli combattono la loro battaglia contro il dragone, per preservare i Luoghi Santi, la Tradizione cattolica, e le popolazioni arabe che a costo di enormi sacrifici hanno testimoniato nei millenni la loro fede nel Dio che si é fatto carne.
Et Verbum caro factum est,
et habitavit in nobis.
 

Preghiera efficace a San Michele Arcangelo.

San  Michele Arcangelo, difendici nella battaglia contro le insidie e la malvagità del demonio, sii nostro aiuto.
Te lo chiediamo supplici che il Signore lo comandi. E tu, principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni, che si aggirano per il mondo a perdizione della anime. Amen.
ATTO DI CONSACRAZIONE A SAN MICHELE ARCANGELO.

O grande Principe del cielo, difensore fedelissimo della Chiesa, San Michele Arcangelo, io, quantunque indegno di apparire dinanzi a te, confidando tuttavia nella tua speciale bontà, mi presento a te, accompagnato dal mio Angelo Custode e, in presenza di tutti gli Angeli del cielo che prendo a testimoni della mia devozione verso di te, ti scelgo oggi come mio protettore e particolare avvocato e mi propongo fermamente di onorarti quanto più potrò. Assistimi durante tutta la mia vita, affinché mai io offenda Dio né in opere né in parole né in pensieri. Difendimi contro tutte le tentazioni del demonio, specialmente riguardo la fede e la purezza, e nell'ora della morte infondi la pace alla mia anima e introducila nella Patria eterna. Amen.
 




Dall'Apocalisse di San Giovanni

1 Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle.

2 Era incinta e gridava per le doglie e il travaglio del parto.

3 Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi;

4 la sua coda trascinava giù un terzo delle stelle e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena nato.

5 Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono.

6 La donna invece fuggì nel deserto, ove Dio le aveva preparato un rifugio perchè vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni.

7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo: Michele e i suoi angeli conbattevano contro il drago. Il drago combatteva insieme con i suoi angeli,

8 ma non prevalsero e non ci fu più posto per essi in cielo.

9 Il grande drago, il serpente antico, colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra, fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi angeli.

10 Allora udii una gran voce nel cielo che diceva:
"Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
poiché è stato precipitato
l'accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.

11 Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell'Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio,
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.

12 Esultate, dunque, o cieli,
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perchè il diavolo è precipitato
sopra di voi pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo"

Ap. 12,7-12.


 


 

ESORCISMO

 

Confidando nel Vostro aiuto (si ci riferisce a San Michele Arcangelo) e nella Vostra protezione, pieni di fiducia e di sicurezza nella potenza del nome di Gesù, nostro Maestro e nostro Dio, noi avanziamo per respingere gli attacchi e le insidie del demonio e del mondo, per intercessione della Immacolata Sempre Vergine Maria, Madre di Dio e madre nostra, di Voi, o Arcangelo San Michele, dei Santi Apostoli e Cloriosi Martiri Pietro e Paolo e di tutti i Santi. Sorga IDDIO e si disperdano i suoi nemici + e fuggano davanti a Lui coloro che Lo odiano. Come si disperde il fumo, come fonde la cera di fronte al fuoco + periscano gli empi davanti a Dio.
V) Ecco la Croce del Signore! Fuggite potenze nemiche
R) Vinse il Leone della tribù di Giuda (Gesù Cristo), discendente di Davide.
V) Sia sempre con noi la Sua misericordia.
R) In Te abbiamo sperato.
NOI TI IMPONIAMO di fuggire spirito immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, con tutte le tue legioni, riunioni e sette diaboliche, in Nome ed in Potere di Nostro Signore Gesù Cristo + : sii sradicato dalla Santa Chiesa di DIO, allontanati dalle anime riscattate da Preziosissimo Sangue dell’Agnello Divino + . D’ora innanzi non ardire, perfido serpente, di ingannare il genere umano, di perseguitare la Chiesa di Dio e di scuotere e crivellare come frumento gli eletti di Dio. + te lo comanda l’Altissimo Dio, al quale nella tua grande superbia presumi essere simile. Te lo comanda Dio Padre +, te lo comanda Dio Figlio, + te lo comanda Dio Spirito Santo. + te lo comanda Cristo, Verbo eterno di Dio fatto Carne + che, per la salvezza della nostra razza perduta, si è umiliato e fatto obbediente fino alla morte ed alla morte di Croce. E che edificò la sua Chiesa sulla ferma pietra di Pietro, assicurando che le forze dell’inferno non avrebbero mai prevalso contro di essa e che con essa sarebbe rimasto fino alla consumazione dei secoli. + te lo comanda il segno sacro della Croce + ed il potere di tutti i misteri della nostra fede cristiana. Te lo comanda l’eccelsa Madre di Dio, la Vergine Maria + che dal primo istante della sua Immacolata Concezione, ha schiacciato la tua testa orgogliosa. Te lo comanda la fede dei santi apostoli Pietro e Paolo + e degli altri apostoli. te lo comanda il sangue dei martiri, + e la potente intercessione di tutti i santi e sante di Dio.
Dunque, dragone maledetto, e tutta la legione diabolica, noi ti scongiuriamo per il Dio + Vivo, per il Dio + Vero, per il Dio + Santo; per il Dio che ha tanto amato il mondo da sacrificare per esso il suo Unigenito Figlio, affinché, chiunque creda in Lui non muoia, ma abbia la vita eterna, cessa d’ingannare le umane creature e di propinare loro il veleno della dannazione eterna; cessa di nuocere alla Chiesa e di mettere lacci alla sua libertà. Vattene satana, inventore e maestro di ogni inganno, nemico della salvezza umana. Cedi il posto a Cristo sul quale nessun potere hanno avuto le tue arti. Cedi il posto alla Chiesa; una, santa cattolica ed apostolica, che lo stesso Cristo conquistò col proprio sangue. Umiliati sotto la potente mano di Dio, trema e fuggi all’invocazione che noi ti facciamo del santo e terribile nome di GESU’ (ci si inginocchia) che fa tremare l’inferno a cui sono sottomesse le virtù, le potenze e le dominazioni dei cieli e che i cherubini ed i serafini lodano incessantemente dicendo: “Santo, Santo, Santo è il Signore Dio dell’universo”.
V) O Signore ascolta la mia preghiera
R) Ed il mio grido giunga sino a Te.

ORAZIONE

O Dio del cielo, Dio della terra, Dio degli angeli, Dio degli arcangeli. Dio dei patriarchi, Dio dei Pofeti, Dio degli apostoli, Dio dei martiri, Dio dei confessori, Dio dei Vergnini, Dio che hai il potere di donare la Vita dopo la morte ed il riposo dopo la fatica, giacché non vi è altro dio all’infuori di te, nè ve ne può essere se non Tu, Creatore di tutte le cose visibili ed invisibili il cui regno non avrà fine; umilmente supplichiamo la Tua gloriosa maestà di volerci liberare di volerci liberare da ogni influenza, inganno, laccio, trappola, infestazione e perversità degli spiriti infernali e custodiscici sempre sani e salvi da ogni male. Amen.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
V) Liberaci o Signore dalle insidie del demonio.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.
V) Affinché la Tua Chiesa sia libera nel Tuo servizio.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.
V) Affinché Ti degni di umiliare i nemici della Santa Chiesa.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.

 

Si asperga il luogo con acqua benedetta, sia prima che dopo.
Si tenga inoltre presente che l'esorcismo può essere compiuto SOLO SE SI E' IN GRAZIA DI DIO; ovvero se si ci è confessati e non si sia già caduti in peccato mortale.

30 settembre 2006

Oggetto:

 - Seconda marcia francescana in Siria

- Materiali chimici sotto la Moschea di Al-Aqsa


 

 


   INDICE DELLE NOTIZIE IN BREVE

- Seconda marcia francescana in Siria

- Materiali chimici sotto la Moschea di Al-Aqsa

- Sei anni di tributi di sangue

- Militari israeliani svaligiano le banche palestinesi

- Due ragazzi palestinesi sono stati uccisi -

- Dall'inizio dell'Intifada di Al-Aqsa a oggi le forze israeliane hanno ucciso 4348 palestinesi e feriti 30.638

 



Seconda marcia francescana in Siria   

 

CTS Notizie   Estate 2006. “Con Francesco impariamo ad essere strumenti per la pace“: è il tema della seconda marcia francescana che – incoraggiati dalla positiva esperienza dello scorso anno – abbiamo riproposto e compiuto in Siria. Hanno camminato insieme 65 giovani, accompagnati in questo cammino dai frati francescani: fra Bassam Zaza, fra Ibrahim Sabbagh, fra Rami Asakrieh, fra Fadi Azar, nonché da fra Rami Petraki e da fra Firas Lutfi, con la partecipazione di alcune suore, francescane e di altre congregazioni. I giovani provenivano da diverse regioni della Siria, e questo ha arricchito, in qualche modo, lo stare insieme.
Abbiamo vissuto giorni di preghiera e di riflessione sul tema della pace, tema tanto attuale e quanto mai urgente nel nostro tempo; abbiamo pregato perché il Signore Risorto doni a noi la vera pace, che umilmente e fiduciosamente attendiamo.
Le località che abbiamo percorso nei 6 giorni di cammino, dal 3 all’8 agosto, sono state: Safita, Krab, e Daher-safra, dalla costa del Mediterraneo fino alla cima della montagna.
È indescrivibile la gioia dello stare accanto ai giovani e di poterli accompagnare e condividere insieme a loro la fatica del cammino, nonché l’esaltazione di arrivare finalmente alla meta prefissata.
La marcia francescana è una missione tra i giovani che cercano risposte alle loro tante domande esistenziali. Grazie alla partecipazione di tanti nostri frati, convinti e innamorati della propria vocazione, i frutti della marcia stanno sbocciando in alcune scelte radicali: più impegno nell’ambito parrocchiale, ma anche con scelte di tipo vocazionale – religioso vero e proprio.
Vorrei terminare chiedendo la vostra preghiera perché il Signore ci assista nel lavoro di promozione vocazionale, e ci mandi operai buoni e generosi secondo il disegno del Suo cuore.

fra Firas Lutfi ofm
Animatore vocazionale per la Siria


Gerusalemme: 'Le autorità israeliane stanno usando agenti chimici sotto la Moschea di Al-Aqsa'.

Sheikh Mohammed Hussein, il Mufti di Gerusalemme e di Palestina, ha accusato la autorità di occupazione israeliane di far uso di "materiali chimici" per sciogliere le rocce sotto la Moschea di Al-Aqsa.

Hussein, che è anche predicatore nella Moschea, ha riferito che gli agenti chimici intaccherebbero anche le fondamenta dell'edificio islamico.

"Gli scavi israeliani sono ora a soli 100 metri dalla Cupola della Roccia", ha avvisato Hussein, e ha sottolineato che le autorità israeliane, negli ultimi cinque anni, non  hanno permesso ai rappresentanti dell'UNESCO di fare accertamenti sulle operazioni in corso.

E ha aggiunto che numerose organizzazioni - la Lega Araba, l'UNESCO, il Comitato Al-Quds e altre - hanno mandato messaggi per ottenere spiegazioni sulla natura di tali lavori.

Gli scavi sono iniziati attraverso la distruzione dell'intero quartiere di Al-Maghreba e con l'espansione dell'area del Muro di Buraq (che gli ebrei chiamano "Muro del pianto"). Hussein ha aggiunto che Israele ha distrutto molti reperti antichi musulmani nella Città Santa nel tentativo, vano, di trovare possibili rovine ebraiche.

Sheikh Ra'ed Salah, leader del Movimento islamico nei territori israeliani, ha affermato che Israele sta programmando di dividere la Moschea di Al-Aqsa tra musulmani e ebrei (come quella di Ibrahim, a Hebron).

 


Il 28 settembre 2000 è iniziata la seconda Intifada: sei anni di tributi di sangue.


 

In occasione del sesto anniversario della II Intifada, o Intifada di Al-Aqsa, il gruppo israeliano per i Diritti Umani, B'Tselem, ha pubblicato un comunicato stampa dettagliato sul numero di morti e feriti nei territori palestinesi negli ultimi sei anni.

Secondo i dati di B'Tselem, dall'inizio dell'Intifada, il 29 settembre 2000, e fino al 27 settembre 2006, le forze di sicurezza israeliane hanno ucciso 3.733 palestinesi (inclusi 767 minori).

Di questi, almeno 1.812 non stavano svolgendo attività di resistenza quando sono stati uccisi. Inoltre, 208 sono state vittime di uccisioni mirate, e 60 palestinesi sono stati uccisi dentro Israele.

Civili israeliani hanno ucciso 41 palestinesi dentro i Territori occupati.

Nello stesso periodo di tempo sono stati uccisi 697 civili israeliani (inclusi 119 minori) nei Territori palestinesi e in Israele, e 314 membri delle forze di sicurezza israeliane.



 

Più di 100.000 musulmani palestinesi hanno preso parte alle preghiera nella Moschea di Al-Aqsa, per il primo venerdì di Ramadan, in mezzo a un vasto spiegamento di forze di sicurezza israeliane dispiegate nella spianata di Al-Quds - Al-Haram Ash-Sharif.

La Moschea di Al-Aqsa è situata nella Città Vechia di Gerusalemme.

Le autorità israeliane non permettono ai palestinesi al di sotto dei 45 anni di entrare nella città e quelli al di sopra dei 45 sono autorizzati solo se hanno il permesso dalle autorità israeliane.

Ieri era il sesto anniversario della seconda Intifada, chiamata anche Intifada di Al-Aqsa, dalla provocatoria passeggiata dell'ex premier israeliano Ariel Sharon alla spianata della Moschea di Al-Aqsa, il 28 settembre 2000.
 


 


 

Mushir Al-Masri, membro del blocco di Hamas nel Consiglio legislativo palestinese, oggi ha affermato che non è possibile che Hamas riconosca Israele o abbandoni qualsiasi dei suoi "principi immutabili". Hamas terminerà il suo mandato quadriennale, ha sottolineato Al-Masri.

E ha aggiunto: "Il nemico israeliano e i suoi alleati americani hanno imposto un blocco politico ed economico sul popolo palestinese allo scopo di far cadere il governo Hamas dopo tre mesi. Inoltre, è in atto una cospirazione interna più forte del blocco esterno. Noi sappiamo che queste cospirazioni interne e esterne possono far cadere governi e anche stati, ma esse non faranno cadere l'amministrazione di Dio sulla terra e Hamas non cadrà perché Hamas è l'amministrazione di Dio sulla terra".
 


Due ragazzi palestinesi sono stati uccisi da un missile lanciato da un drone israeliano mentre stavano andando in cibi a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di Gaza.

Fonti sanitari dell'ospedale Kamal Adwan hanno dichiarato che i corpi dei due giovani erano irriconoscibili. 


La corte di giustizia israeliana ha stabilito che i 6 milioni di NIS (shekel) rubati dai militari dalle banche palestinesi andranno a risarcire le vittime israeliane

La Corte di giustizia israeliana ha deciso di trattenere il denaro rubato dalle forze israeliane durante il raid alle agenzie di cambio e bancarie di Nablus, Ramallah, Jenin e Tulkarem, il 20 settembre scorso.

La giustificazione addotta è che il denaro "appartiene al movimento del Jihad islamico" e che andrà a "compensare le richieste di 17 famiglie israeliane che persero i loro congiunti durante l'attacco palestinese contro Megiddo, quattro anni fa".

La radio israeliana ha detto che il denaro sarà trattenuto. Le famiglie delle vittime dell'attacco di Megiddo reclamano circa 400.000 NIS. Durante la rapina delle forze israeliane contro le banche palestinesi sono stati rubati circa 6 milioni di NIS. Tutti soldi destinati ad altri "risarcimenti".

Non è la prima volta che i militari israeliani svaligiano le banche palestinesi.


 

 


Dall'inizio dell'Intifada di Al-Aqsa a oggi le forze israeliane hanno ucciso 4348 palestinesi e feriti 30.638.

 

 

Il Centro di statistica palestinese ha reso noto oggi che 4348 cittadini sono stati uccisi dall'inizio dell'Intifada, nel settembre del 2000, a luglio dell'anno in corso.


Dei 4348, 2372 sono stati uccisi nella Striscia di Gaza, 1940 nella West Bank, il restante, nella parte israeliana della linea verde.

847 degli uccisi erano minori di 18 anni, e 2427 erano tra i 18 e i 29 anni.

I feriti sono stati 30.638.

Inoltre, gli attacchi israeliani hanno provocato danni alle abitazioni, ai terreni; la costruzione del Muro di separazione ha causato il peggioramento della situazione economica e sociale, e sta dividendo le famiglie.
 

Nel 1999 il prodotto interno lordo era di $4.511.700; nel 2002 di $3.988.500 e nel 2006 è sceso a $1.101.100


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