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Importa al
mondo musulmano l’opinione del papa cristiano sull’Islam |
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di David-Maria A. Jaeger, ofm |
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Nel
sentirsi offesi per il discorso di Regensburg (o meglio, per le
notizie parziali riportate dai media), è emersa una verità: il
pontefice è divenuto un “arbitro” della moralità universale, al
quale anche i musulmani guardano. Né Wojtyla, né Ratzinger hanno
mai sposato il “conflitto delle civiltà”. |
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Gerusalemme (AsiaNews) – Nell’Angelus di
domenica scorsa e nel chiarimento del card. Bertone il giorno
prima, il pontefice ha espresso il suo profondo dispiacere per
il dolore provato da molti musulmani, in seguito alla diffusione
- piena di parzialità - del suo discorso all’università di
Regensburg. Grazie alle sue parole, si può sperare che tutta la
controversia potrà esaurirsi. Ma cosa si può imparare dalla
tempesta conflittuale che ha colpito il mondo in questi giorni?
Anzitutto, l’episodio ha mostrato con
evidenza l’importanza universale assolutamente unica che tutti
attribuiscono all’ufficio e alla persona del Vicario di Cristo
in terra. Grazie soprattutto alla serie eccezionale di papi dal
Vaticano II in poi – e anche prima – l’ufficio petrino non è più
considerato un fatto interno a una sola organizzazione
religiosa, ma una fonte di speranza e di certezza per tutta
l’umanità. I musulmani, come i cristiani, e moltissimi altri
guardano al papa come un arbitro universale per i valori morali,
il difensore ultimo di una giustizia imparziale per tutti, il
depositario e l’interprete di tutto quanto vi è di meglio
nell’eredità morale dell’umanità. In qualche modo il papa è
divenuto la suprema figura paterna per tutti, in ogni luogo.
Tutto ciò è stato evidente in modo
speciale nel lutto mondiale espresso alla morte del servo di Dio
Giovanni Paolo II. E vale la pena ricordare che per giungere a
questa posizione e mantenerla, i papi non hanno in nessun modo
rinunciato o annacquato la loro esplicita e costante
testimonianza al Cristo risorto. E in effetti è sempre stato
chiaro che proprio la loro dedizione nel predicare la salvezza
mediante il Cristo morto e risorto, ha fatto maturare
l’attaccamento universale alla loro persona e al loro ufficio,
come esempio di fede coerente e coraggiosa.
Questo spiega perché quanto dice il papa
interessa così fortemente i musulmani. Per questo, le notizie
diffuse dai media che il “padre universale” ha bistrattato in
modo ingiusto l’Islam e il suo profeta Maometto, hanno causato
ferite e dolore in molti musulmani nel mondo.
L’impatto è stato amplificato dal
contesto internazionale attuale, dove alcuni nel cosiddetto
occidente “cristiano” (vero solo in parte), sono determinati nel
demonizzare l’Islam e tutti i musulmani, fino a ipotizzare a
loro danno un “conflitto delle civiltà”. Come è chiaro, né
Giovanni Paolo II, né Benedetto XVI hanno mai avallato questa
logica distruttiva; nessun papa potrebbe essere d’accordo nel
postulare una tale ingiusta e pericolosa divisione dell’umanità.
È anche chiaro che il Papa Benedetto XVI – e prima di lui
Giovanni Paolo II - ha denunciato con fermezza la violenza e il
terrorismo, ma ha sempre messo in luce che violenza e terrorismo
non sono appannaggio esclusivo o intrinseco dei seguaci del
profeta Maometto. Anzi, sia papa Wojtyla, sia papa Ratzinger
hanno usato ogni occasione, come quella di domenica all’Angelus,
per affermare il contrario e per rinnovare le solenni
espressioni di profondo rispetto verso i fedeli del Dio unico
secondo i precetti dell’Islam, contenute nel Concilio Vaticano
II.
In mezzo a tanto polverone di
pregiudizio e ostilità, i musulmani hanno sempre guardato al
papa come ad un arbitro imparziale e giusto. Per questo essi
sono rimasti offesi quando – a causa di una falsa impressione
generata da notizie manipolate dai media – è sembrato che non
fosse così, e che il papa stesso sembrava dare una mano alle
tesi dei detrattori dell’Islam.
La cosa più importante e più urgente
adesso, è che la Chiesa si unisca con forza attorno al papa per
eliminare questa terribile impressione e per restaurare
l’immagine e la realtà di una Chiesa amica del mondo musulmano e
compagna di dialogo “su Dio e su tutte le cose in riferimento a
Dio”. |
Oggetto:
DISCORSO DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI
DISCORSO DI SUA
SANTITÀ BENEDETTO XVI
AD AMBASCIATORI DEI PAESI A MAGGIORANZA MUSULMANA
ACCREDITATI PRESSO LA SANTA SEDE E AD ALCUNI ESPONENTI
DELLE COMUNITÀ MUSULMANE IN ITALIA
Sala degli Svizzeri,
Castel Gandolfo
Lunedì, 25 settembre 2006
Signor Cardinale,
Signore e Signori Ambasciatori,
cari amici musulmani,
sono lieto di accogliervi in quest’incontro
da me auspicato per consolidare i legami di amicizia e di
solidarietà tra la Santa Sede e le Comunità musulmane del mondo.
Ringrazio il Signor Cardinale Paul Poupard, Presidente del
Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, per le parole
che mi ha rivolto, come pure tutti voi per aver risposto al mio
invito.
Ben note sono le circostanze che hanno
motivato questo nostro appuntamento, e su di esse ho già avuto
occasione di intrattenermi durante la passata settimana. In questo
particolare contesto, vorrei oggi ribadire tutta la stima e il
profondo rispetto che nutro verso i credenti musulmani, ricordando
quanto afferma in proposito il Concilio Vaticano II e che per la
Chiesa Cattolica costituisce la Magna Charta del dialogo
islamo - cristiano: " La Chiesa guarda con stima anche i musulmani
che adorano l’unico Dio, vivente e sussistente, misericordioso e
onnipotente, creatore del cielo e della terra, che ha parlato agli
uomini. Essi cercano di sottomettersi con tutto il cuore ai decreti
anche nascosti di Dio, come si è sottomesso Abramo, al quale la fede
islamica volentieri si riferisce" (Dichiarazione
Nostra aetate, n. 3). Ponendomi decisamente in questa
prospettiva, fin dall’inizio del mio pontificato ho auspicato che si
continuino a consolidare ponti di amicizia con i fedeli di tutte le
religioni, con un particolare apprezzamento per la crescita del
dialogo tra musulmani e cristiani (cfr
Discorso ai Delegati delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e di
altre Tradizioni religiose, Oss. Rom. 26 aprile 2005, pag.
4). Come ebbi a sottolineare a Colonia lo scorso anno, "il dialogo
interreligioso e interculturale fra cristiani e musulmani non può
ridursi a una scelta del momento Si tratta effettivamente di una
necessità vitale, da cui dipende in gran parte il nostro futuro"
(Discorso
ai Rappresentanti di alcune comunità musulmane, Oss. Rom. 22
– 23 agosto 2005, pag. 5). In un mondo segnato dal relativismo, e
che troppo spesso esclude la trascendenza dall’universalità della
ragione, abbiamo assolutamente bisogno d’un dialogo autentico tra le
religioni e tra le culture, un dialogo in grado di aiutarci a
superare insieme tutte le tensioni in uno spirito di proficua
intesa. In continuità con l’opera intrapresa dal mio predecessore,
il Papa Giovanni Paolo II, auspico dunque vivamente che i rapporti
ispirati a fiducia, che si sono instaurati da diversi anni fra
cristiani e musulmani, non solo proseguano, ma si sviluppino in uno
spirito di dialogo sincero e rispettoso, un dialogo fondato su una
conoscenza reciproca sempre più autentica che, con gioia, riconosce
i valori religiosi comuni e, con lealtà, prende atto e rispetta le
differenze.
Il dialogo interreligioso e interculturale
costituisce una necessità per costruire insieme il mondo di pace e
di fraternità ardentemente auspicato da tutti gli uomini di buona
volontà. In questo ambito, i nostri contemporanei attendono da noi
un’ eloquente testimonianza in grado di indicare a tutti il valore
della dimensione religiosa dell’esistenza. E’ pertanto necessario
che, fedeli agli insegnamenti delle loro rispettive tradizioni
religiose, cristiani e musulmani imparino a lavorare insieme, come
già avviene in diverse comuni esperienze, per evitare ogni forma di
intolleranza ed opporsi ad ogni manifestazione di violenza; è
altresì doveroso che noi, Autorità religiose e Responsabili
politici, li guidiamo ed incoraggiamo ad agire così. In effetti,
ricorda ancora il Concilio, "sebbene, nel corso dei secoli, non
pochi dissensi e inimicizie sono sorti tra cristiani e musulmani, il
sacrosanto sinodo esorta tutti a dimenticare il passato e a
esercitare sinceramente la mutua comprensione, nonché a difendere e
promuovere insieme, per tutti gli uomini, la giustizia sociale, i
valori morali, la pace e la libertà" (Dichiarazione
Nostra aetate, n.3). Gli insegnamenti del passato non
possono dunque non aiutarci a ricercare vie di riconciliazione
perché, nel rispetto dell’identità e della libertà di ciascuno,
diamo vita a una collaborazione ricca di frutti al servizio
dell’intera umanità. Come il Papa Giovanni Paolo II affermava nel
suo memorabile
discorso ai giovani a Casablanca, in Marocco,
" il rispetto e il dialogo richiedono la reciprocità in tutti i
campi, soprattutto per quanto concerne le libertà fondamentali e più
particolarmente la libertà religiosa. Essi favoriscono la pace e
l’intesa tra i popoli" (Insegnamenti di Giovanni Paolo II,
VIII, 2, 1985, pag. 501)
Cari amici, sono profondamente convinto che,
nella situazione in cui si trova il mondo oggi, è un imperativo per
i cristiani e i musulmani impegnarsi nell’affrontare insieme le
numerose sfide con le quali si confronta l’umanità, specialmente per
quanto riguarda la difesa e la promozione della dignità dell’essere
umano e i diritti che ne derivano. Mentre crescono le minacce contro
l’uomo e contro la pace, riaffermando la centralità della persona e
lavorando senza stancarsi perché la vita umana sia sempre
rispettata, cristiani e musulmani rendono manifesta la loro
obbedienza al Creatore, la cui volontà è che tutti gli esseri umani
vivano con quella dignità che Egli ha loro dato.
Cari amici, auspico di vero cuore che Dio
misericordioso guidi i nostri passi sui sentieri d’una reciproca e
sempre più vera comprensione. Nel momento in cui i musulmani
iniziano l’itinerario spirituale del mese di Ramadam, rivolgo a
tutti i miei cordiali voti augurali, auspicando che l’Onnipotente
accordi loro un’esistenza serena e tranquilla. Che il Dio della pace
colmi con l’abbondanza delle sue benedizioni voi e le comunità che
rappresentate!
© Copyright 2006 -
Libreria Editrice Vaticana
Oggetto:
No da forze libanesi alle richieste di Hezbollah - Musulmani
radicali contro il papa
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25 Settembre 2006 |
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LIBANO |
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Un fermo ‘no’ da Forze libanesi e drusi alle richieste
di Hezbollah
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Geagea e Joumblatt sostengono che un governo di unità
nazionale non sarà possibile finché il Partito di Dio
sarà “incollato” alla Siria. Il patriarca Sfeir condanna
l’atteggiamento di chi antepone il proprio interesse a
quello nazionale. |
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Beirut (AsiaNews) – Ferma replica
dei maroniti delle Forze libanesi e dei drusi di Joumblatt
al discorso con quale il segretario di Hezbollah, Hassan
Nasrallah, ha celebrato “la vittoria” del Partito di Dio su
Israele e chiesto la formazione di un governo di unità
nazionale, nel quale il suo partito abbia maggior peso.
Samir Geagea ha sostenuto che i
“veri vincitori” sono le Forze libanesi che hanno finalmente
ottenuto quel dispiegamento dell’esercito nazionale a sud,
che chiedevano da tempo ed al quale Hezbollah si opponeva.
Dal canto suo Joumblatt ha rinfacciato la dipendenza di
Hezbollah dalla Siria per negare la possibilità di accordi
col Partito di Dio.
In questo quadro di divisione, il
patriarca maronita, card. Nasrallah Sfeir, ha condannato
l’atteggiamento di chi è pronto a sottoporre al proprio
interesse il bene della nazione ed ha chiesto che le adunate
popolari servano “a diffondere l’amore per la patria” e
riavvicinare le persone.
E’ stata quasi una risposta alla
mobilitazione organizzata venerdì da Hezbollah, la
celebrazione, ieri, della messa per “i martiri delle Forze
libanesi” che ha visto decine di migliaia di persone
riunirsi ad Harissa, al santuario mariano nazionale.
Intervenendo dopo la celebrazione religiosa, Geagea ha
replicato alla richiesta di Hezbollah di un governo di unità
nazionale sostenendo che “prima debbono accettare l’unità
nazionale”. Egli ha aggiunto che va anche risolta la
questione delle armi del Partito di Dio: “non ci può essere
uno Stato in competizione con uno staterello”.
Analoghe considerazioni ha svolto
alla Moukhtara il leader druso Walid Joumblatt, per il quale
il discorso di Nasralah è un tentativo di colpo di Stato.
“Finché voi – ha aggiunto, rivolgendosi direttamente ad
Hezbollah – resterete incollati al regime siriano,
responsabile di assassini in Libno, non faremo accordi con
voi. Quando vi separerete dal regime siriano, potremo forse
allacciare un dialogo per giungere ad un’intesa”.
Dal canto suo, il patriarca Sfeir,
celebrando la messa domenicale a Bkerke ha centrato sulla
nozione di sacrificio la sua omelia. “Alcuni – ha sostenuto
– sacrificano l’interesse nazionale al beneficio dei proprio
interesse personale, così come alcuni gruppi sacrificano lo
sacrificano a vantaggio della propria comunità”. Per questo
anche le manifestazioni popolari, nelle parole del
cardinale, “diffondano l’amore per la patria, il senso del
sacrificio per il bene della patria e riavvicinino i cuori”.
“Tutti i cittadini – ha concluso – debbono mostrarsi
solidali e cooperare per rianimare il Paese e riportarlo
alla stabilità ed alla prosperità”.
25 Settembre 2006
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IRAQ - VATICANO |
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Musulmani radicali contro il papa: attentati a due chiese a
Mosul e Baghdad
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Miliziani islamici costringono i cristiani a esporre cartelli di
condanna delle parole di Benedetto XVI a Regensburg. Ma i capi
religiosi, fra cui Al Sistani esprimono amicizia con la
nunziatura vaticana. E il rappresentante del leader degli sciiti
iracheni vuole incontrare il Papa. |
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Baghdad (AsiaNews) - Il mese di
Ramadan è iniziato in Iraq all’insegna delle violenze, ma anche di
una importante apertura di Al Sistani verso il Vaticano. Ieri sono
state colpite due chiese, una a Baghdad e una a Mosul. Nel paese vi
è un’escalation di attacchi contro i cristiani che alcuni
attribuiscono alla reazione dei musulmani radicali contro il
discorso del papa a Regensburg. I leader religiosi islamici, fra i
quali lo stesso Al Sistani, mostrano però solidarietà e comprensione
verso il Vaticano. Più ancora, il rappresentante del massimo
esponente religioso degli sciiti iracheni ha espresso il desiderio
di poter visitare il Papa.
Ieri mattina alle 11.15 ora locale,
alcuni uomini armati hanno attaccato la chiesa caldea dello Spirito
Santo di Mosul scaricando almeno 80 colpi contro l’edificio. “Grazie
a Dio non c’era la messa in quel momento – ha detto un fedele ad
AsiaNews – così non vi sono né morti, né feriti, solo qualche
danno all’edificio dalla parte est e qualche finestra rotta”.
L’atmosfera in città è molto tesa.
Nei giorni scorsi milizie musulmane hanno minacciato il vescovo e i
sacerdoti cattolici che se entro 72 ore non condannavano
pubblicamente il discorso del papa all’università di Regensburg,
essi avrebbero ucciso i cristiani e bruciato le chiese. Negli anni
scorsi alcune chiese, santuari e lo stesso episcopio hanno subito
attentati terroristi. Per timori di nuovi attentati il vescovo ha
fatto mettere dei cartelli, ma per esprimere che “né i cristiani
irakeni, né il papa vogliono distruggere il rapporto con i
musulmani”.
Seppure in questa atmosfera di
terrore, ieri sera i cattolici caldei sono usciti di casa per
partecipare alla messa vespertina nella chiesa attaccata. “La nostra
fede è una sfida alla violenza. I miliziani ci temono perché la
nostra fede è più forte dei loro proiettili”, ha detto un cristiano
ad AsiaNews.
Ieri mattina a Baghdad sono
scoppiate due bombe davanti alla chiesa assiro-ortodossa di Santa
Maria nel quartiere centrale di Karrada. Gli attentatori hanno messo
una bomba sotto la macchina del parroco. Lo scoppio, avvenuto alle
9.30, ha attirato molta gente anche dalla parrocchia; subito dopo è
scoppiata un’altra bomba nelle vicinanze, ferendo diverse persone e
uccidendo anche il guardiano della chiesa.
Alcuni pensano che con queste bombe
si volevano colpire i cristiani in seguito alle polemiche sorte dal
discorso del Papa a Regensburg. In realtà, nei giorni scorsi, le
comunità ortodosse si sono distaccate dalle parole del papa,
affiggendo dei cartelli davanti alle chiese, in cui esprimono il
loro disaccordo con il pontefice. Secondo alcune personalità
cattoliche è molto più probabile che l’attentato alla chiesa di
Santa Maria sia una vendetta di tipo etnico-religioso: in questi
giorni il patriarca assiro-ortodosso è in visita alle comunità nel
Kurdistan ed è probabile che le bombe siano un messaggio di minaccia
contro questo legame con i curdi da parte di milizie sunnite o
sciite.
La lezione di Benedetto XVI a
Regensburg è stata fraintesa dai media come un attacco contro
l’Islam. Sebbene il papa abbia spiegato molte volte il vero senso
del suo discorso, critiche aspre e minacciose continuano a piovere
da molti settori dell’Islam. In Iraq sono soprattutto le frange
fondamentaliste e dell’islam politico a reagire con violenza al
discorso del papa. Nei giorni scorsi il segretario della nunziatura
di Baghdad, mons. Thomas Halim Abib, ha incontrato i rappresentanti
religiosi dell’islam e ha offerto loro una traduzione in arabo delle
parole del papa, permettendo ai leder musulmani di comprendere
subito il vero senso delle parole del pontefice. I capi religiosi
islamici stanno compiendo un’opera di informazione nelle loro
comunità. Mons. Thomas ha detto ad AsiaNews che in questi
giorni il rappresentante ufficiale del grande ayatollah al Sistani,
capo indiscusso dell’Islam sciita in Iraq, ha visitato due volte la
nunziatura vaticana per esprimere amicizia e solidarietà. Il
rappresentante di Al Sistani ha accettato le spiegazioni date dalla
nunziatura e le ha diffuse a tutte le comunità sciite irakene,
esprimendo stima per la Santa Sede “che è sempre stata vicina al
popolo irakeno”. Il rappresentante del grande ayatollah ha espresso
il desiderio di andare a Roma a visitare papa Benedetto XVI.
Oggetto:
Sabra e Chatila
Sabra e
Chatila
Tra il 16 e il 18 settembre del 1982 migliaia
di palestinesi furono trucidati dalle milizie cristiane libanesi.
La guerra civile libanese che durò dal 1975 al
1990, influì anche sul conflitto palestinese.
Israele sostenne militarmente con armi e addestramenti speciali la
comunità cristiana dei maroniti e l’esercito cristiano del Libano
del Sud di Sa’d Haddad contro l’Olp e le forze armate siriane.
Chatila venne costruito nel 1949 per i rifugiati della guerra
civile, si trova vicino al sobborgo Sabra di Beirut.
Il Sud del Libano era infatti diventato lo scenario in cui
continuava il conflitto israeliano-palestinese.
Il 4 giugno 1982, un attentato all’ambasciatore israeliano Shlom
Argov, ad opera del gruppo palestinese anti Olp Abu Nidal, fu
interpretato come un attacco palestinese.
La guerra si aggravò, due giorni dopo Israele invase il Libano con
60.000 uomini. Motivazione? Proteggere i propri insediamenti nel
nord della Palestina. Ha così inizio l’operazione “Pace in Galilea”
che null’altro consisteva se non invadere militarmente il Libano
Meridionale, all’epoca il ministro della difesa israeliana era Ariel
Sharon.
L’assedio a Beirut da parte degli Israeliani iniziò a metà giugno
del 1982 con l’accerchiamento di 15.000 combattenti dell’OLP e dei
suoi alleati libanesi e siriani all’interno della città:
Il presidente americano Reagan, all’inizio di luglio inviò Philip
Habib e Morris Draoer con l’incarico di risolvere la crisi.
Le trattative erano estenuanti e molto lunghe, complicate dal fatto
che gli Israeliani e gli Statunitensi non volevano discutere
direttamente con i Palestinesi, i Palestinesi da parte loro
asserragliati nella città non volevano abbandonarla, temendo forti
ritorsioni da parte dei soldati israeliani e dei loro alleati
falangisti nei confronti della popolazione locale.
Habib riuscì faticosamente ad ottenere dal Primo Ministro israeliano
l’assicurazione che i suoi soldati sarebbero entrati a Beirut Ovest
e non avrebbero attaccato i Palestinesi dei campi profughi, riesce
anche ad ottenere l’assicurazione dal futuro presidente Beshir
Gemayel che i falangisti non si sarebbero mossi, ed infine ottiene
l’assicurazione da parte del ministero della difesa Americano che ci
sarebbe stato un loro contingente a garantire gli impegni presi.
Il 19 agosto fu firmato l’accordo, ma con l’elezione a Presidente
del Libano di Beshir Gemayel ( il 23 agosto) che gode dell’appoggio
dei maroniti e di Israele, la situazione cambia.
Il 20 agosto, vigilia dell’imbarco dei primi miliziani palestinesi,
che iniziano ad evacuare la città, negli USA viene pubblicata la
quarta clausola dell’accordo per la partenza dell’OLP che dice:
"I Palestinesi non combattenti, rispettosi della legge, che siano
rimasti a Beirut, ivi comprese le famiglie di coloro che hanno
abbandonato la città, saranno sottoposti alle leggi e alle norme
libanesi. Il governo del Libano e gli Stati Uniti forniranno
adeguate garanzie di sicurezza ... Gli USA forniranno le loro
garanzie in base alle assicurazioni ricevute dai gruppi libanesi con
cui sono stati in contatto" (American Foreign Policy, Current
documents, 1982, Dipartimento di Stato, Washington D.C.).
Arafat è preoccupato per la sorte della popolazione civile ed
insiste per avere l’invio di una forza multinazionale che garantisca
l’ordine. il 19 agosto 1982 la richiesta ufficiale viene consegnata
dal ministro degli esteri libanese Fu’ad Butros agli ambasciatori di
Stati Uniti, Italia e Francia.
Il piano che era stato fatto accettare dal mediatore Usa Habib a
Libanesi, Palestinesi e Israeliani prevedeva l’intervento di 800
soldati statunitensi, 800 francesi e 400 Italiani in modo da
garantire l’ordine durante il ritiro delle forze dell’OLP da Beirut.
Il mandato durava un mese, dal 21 agosto al 21 settembre,
rinnovabile su richiesta dei libanesi in caso di necessità.
Entro il 4 settembre, tutti i combattenti palestinesi sarebbero
dovuti partire, in seguito la forza multinazionale avrebbe
collaborato con l’esercito libanese per portare sicurezza durante le
operazioni.
Il primo contingente arriva a Beirut il 21 agosto ed è composto di
soli Francesi che nei due giorni successivi vengono raggiunti dai
soldati italiani ed americani. Appena riuniti prendono posizione
nella città.
Arafat decide di abbandonare Beirut insieme ai suoi 15.000
combattenti.
Il primo settembre termina l’evacuazione dell’OLP dal Libano.
Due giorni dopo, venendo meno al patto siglato con gli eserciti
cosiddetti “supervisori” che nulla fecero per fermarli, le armate
israeliane avanzarono e assediarono i campi-profughi.
Caspar Weinberger, segretario alla difesa americana, ordina ai
marines di abbandonare Beirut.
E’ il 3 settembre.
Lo stesso giorno le milizie cristiano- falangiste, alleate degli
Israeliani, prendono posizione nel quartiere di Bir Hassan, ai lati
del campi profughi di Sabra e Shatila.
Partiti gli Americani, automaticamente anche i Francesi e gli
Italiani tornano a casa.
Gli ultimi soldati partono il 10 settembre, undici giorni prima di
quanto avrebbero dovuto fare, lasciando campo libero a Israele.
Il giorno dopo Ariel Sharon contestò la presenta di duemila
guerriglieri dell’OLP ancora in territorio libanese, i Palestinesi
negarono il fatto.
Il premier israeliano Begin convocò Gemayel a Naharuya per fargli
firmare un trattato di pace con Israele, alcune fonti sostennero
però che Begin chiese a Gemayel di permettere la presenza delle
truppe Israeliane nel sud del Libano, Gemayel doveva inoltre dare la
caccia ai duemila guerriglieri palestinesi la cui presenza era stata
denunciata da Sharon.
Gemayel, non firmò il trattato, non poteva schierarsi da una sola
parte anche a causa dei crescenti rapporti di alleanza con la Siria.
Il 14 settembre 1982, Gemayel fu ucciso in un attentato e nonostante
i leader palestinesi negassero ogni responsabilità nell'accaduto,
Sharon accusò i Palestinesi, facendo sollevare i Falangisti (il
partito di Gemayel) contro la Palestina.
Il 15 settembre 1982, le truppe israeliane invasero Beirut Ovest.
Israele ruppe così l'accordo con gli USA, gli accordi di pace con le
forze musulmane intervenute a Beirut e quelli con la Siria. Begin si
giustificò dicendo che era una contromisura per "proteggere i
rifugiati palestinesi da eventuali ritorsioni da parte dei gruppi
cristiani"; tuttavia pochi giorni dopo Sharon affermò al parlamento
che "l'attacco aveva lo scopo di distruggere l'infrastruttura
stabilita in Libano dai terroristi".
E’ il 16 settembre 1982 quando Elias Hobeika, capo delle milizie
critiano-falangiste entra nei campi profughi di Sabra e Shatila.
Alle 18 ha inizio lo sterminio.
Queste alcune testimonianze di reporter di vari giornali:
David Lamb scrive sul quotidiano The Los Angeles Times del 23
settembre 1982: "Alle 16 di venerdì il massacro durava ormai da 19
ore. Gli Israeliani, che stazionavano a meno di 100 metri di
distanza, non avevano risposto al crepitìo costante degli spari né
alla vista dei camion carichi di corpi che venivano portati via dai
campi".
Elaine Carey scrive sul quotidiano Daily Mail del 20 settembre 1982:
"Nella mattinata di sabato 18 settembre, tra i giornalisti esteri si
sparse rapidamente una voce: massacro. Io guidai il gruppo verso il
campo di Sabra. Nessun segno di vita, di movimento. Molto strano,
dal momento che il campo, quattro giorni prima, era brulicante di
persone. Quindi scoprimmo il motivo. L'odore traumatizzante della
morte era dappertutto. Donne, bambini, vecchi e giovani giacevano
sotto il sole cocente. La guerra israelo-palestinese aveva già
portato come conseguenza migliaia di morti a Beirut. Ma, in qualche
modo, l'uccisione a sangue freddo di questa gente sembrava di gran
lunga peggiore".
Loren Jankins scrive sul quotidiano Washington Post del 20 settembre
1982: "La scena nel campo di Shatila, quando gli osservatori
stranieri vi entrarono il sabato mattina, era come un incubo. In un
giardino, i corpi di due donne giacevano su delle macerie dalle
quali spuntava la testa di un bambino. Accanto ad esse giaceva il
corpo senza testa di un bambino. Oltre l'angolo, in un'altra strada,
due ragazze, forse di 10 o 12 anni, giacevano sul dorso, con la
testa forata e le gambe lanciate lontano. Pochi metri più avanti,
otto uomini erano stati mitragliati contro una casa. Ogni viuzza
sporca attraverso gli edifici vuoti - dove i palestinesi avevano
vissuto dalla fuga dalla Palestina alla creazione dello Stato di
Israele nel 1948 - raccontava la propria storia di orrori. In una di
esse sedici uomini erano sovrapposti uno sull'altro, mummificati in
posizioni contorte e grottesche."
Testimonianza di Ellen Siegel, cittadina americana, infermiera
volontaria, ebrea. In cima all'edificio soldati israeliani
guardavano verso i campi con i binocoli. Miliziani libanesi
arrivarono in una jeep e volevano portare via un'assistente
sanitaria norvegese. Ci rivolgemmo ad un soldato israeliano che
disse ai miliziani di andare via. Infatti partirono. Alle 11.30
circa gli israeliani ci condussero a Beirut Ovest. Sedetti sul
sedile anteriore di una jeep della IDF. L'autista mi disse: - Oggi è
il mio Natale (intendendo la festività ebraica del Roshanah). Vorrei
essere a casa con la mia famiglia. Credete che mi piaccia andare
porta a porta e vedere donne e bambini? - Gli chiesi quante persone
avesse ucciso. Rispose che non era affar mio. Disse anche che -
l'armata libanese era impotente, erano stati a Beirut per anni e non
avevano fatto nulla, che Israele era dovuta arrivare per fare tutto
il lavoro.
Il numero della vittime non è mai stato
accertato esattamente. La Croce Rossa Internazionale ha accertato
una cifra di 2.750 morti, a cui vanno aggiunti i corpi nelle fosse
comuni, quelli restati sotto le macerie e i deportati mai più
tornati. Gli esperti internazionali stimano che le vittime siano
state tra le 3.000 e le 3.500, il tutto in quaranta ore tra il 16 e
il 18 settembre 1982.
Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato il
massacro con la risoluzione 521 del 19 settembre 1982.
L’8 febbraio 1983, la commissione d’inchiesta istituita dalle
autorità israeliane, presieduta da Itzhak Kahan dal magistrato,
Aharon Barak, e dal generale di divisione Yona Ephrat, giunge alla
conclusione che il diretto responsabile dei massacri era stato Elias
Hobeika, nemico giurato dei palestinesi sin dall’inizio della guerra
civile in Libano.
La stessa commissione ammetterà indirettamente la responsabilità
nel massacro del ministro della difesa israeliana Ariel Sharon per
non essere intervenuto ad impedirlo.
Elias Hobeika, dopo la fine della guerra, nel 1990, venne nominato
ministro senza portafoglio nel governo di Omar Karami.
Nel 1992 eletto deputato e lo stesso anno nominato ministro per gli
affari sociali nel primo governo del premier Rafiq Hariri. Fu poi
rieletto nel 1996, e nominato ministro per le risorse idriche ed
elettriche carica che ha ricoperto sino alla fine del 1999.
Nel giugno del 2001 la Corte di Cassazione belga, aprì un processo
su Sabra e Shatila
A testimoniare sui rapporti che intercorrevano fra i falangisti e
gli israeliani è chiamato Elias Hobeika ritenuto il responsabile
materiale dell´eccidio.
Il 24 gennaio 2002 Elias Hobeika muore a Beirut in un attentato.
Meno di 36 ore prima di saltare in aria con la sua Jaguar blindata,
Hobeika aveva avuto un incontro "confidenziale" con due senatori
belgi e si era detto pronto a fare "rivelazioni" sui massacri di
Sabra e Shatila e sui rapporti che aveva avuto durante quei giorni
con i generali israeliani che dipendevano dal ministro della difesa
israeliana.
Oggetto:
Il fallimento morale del principio fondatore d'Israele
|
Il fallimento morale del principio fondatore d'Israele.
26-09-2006
DI KATHLEEN CHRISTISON (Ex analista della CIA)
Counterpunch
Sono solamente gli osservatori al di fuori della massa ad aver
notato che con i suoi sanguinosi attacchi al Libano, e al tempo
stesso a Gaza, Israele ha finito col mostrare, anche ai più
illusi, il totale fallimento dell'ideale alla base della sua
nascita?
È possibile che gl'illusi continuino ad illudersi? È possibile
che il fallimento d'Israele salti agli occhi solo di quelli che
già lo avevano intuito, di quelli che avevano già bollato come
illegittimo il sionismo per i principi razzisti che lo permeano?
È dunque possibile che solo quelli già convertiti riescano a
vedere il collasso finale del sionismo, e della stessa Israele
in quanto stato esclusivo degli ebrei?
Il razzismo è sempre stato la linfa vitale di Israele. Il
sionismo si basa sulla convinzione che gli ebrei hanno maggiori
diritti nazionali, umani e naturali sul territorio: una visione
fondamentalmente razzista che esclude ogni possibilità di vera
democrazia o uguaglianza tra i popoli.
La distruttiva violenza in Libano e a Gaza è stato il logico
sviluppo di questa idea di fondo. Proprio perché postula
l'esclusività e superiorità dei diritti di un popolo,
l'ideologia non può ammettere limiti legali o morali al suo
comportamento; e men che mai limiti territoriali, dato che ha
bisogno di un territorio sempre più ampio per realizzare questi
diritti illimitati.
Il sionismo non può tollerare che venga minacciato, o anche solo
rimesso in questione, il controllo assoluto del proprio spazio:
non semplicemente quello all'interno dei confini israeliani del
1967, ma anche quello che lo circonda, oltre i limiti geografici
che il sionismo non ha ancora ritenuto opportuno fissare.
Controllo assoluto significa nessuna minaccia fisica e nessuna
minaccia demografica: gli ebrei dominano, gli ebrei sono
totalmente protetti, gli ebrei sono sempre quelli più numerosi,
gli ebrei hanno tutto il potere militare, gli ebrei controllano
tutte le risorse naturali, e tutti i popoli vicini sono senza
poteri e completamente asserviti. È questo il messaggio che
Israele ha cercato di trasmettere attaccando il Libano: né
Hezbollah né nessun altro in Libano che protegga Hezbollah potrà
continuare ad esistere, per il solo fatto che Hezbollah sfida la
suprema autorità di Israele nella regione e che Israele non può
tollerare un simile affronto. Il sionismo non può coesistere con
nessuna altra ideologia o etnicità che metta in gioco la sua
posizione di preminenza, perché ogni ideologia che non sia
quella sionista rappresenta una minaccia potenziale.
In Libano, Israele ha cercato con la sua selvaggia e temeraria
violenza di distruggere la nazione, farne una zona di caccia
all'uomo in cui solo il sionismo avrebbe dovuto regnare e in cui
i non ebrei avrebbero dovuto o morire o scappare o
sottomettersi, come avevano già dovuto fare durante l'ultima
quasi venticinquennale occupazione israeliana dal 1978 al 2000.
Mentre osservava la guerra a Beirut, dopo la prima settimana di
bombardamenti, e descriveva la morte in un raid israeliano di
quattro tecnici libanesi del genio militare venuti a riparare le
linee elettriche e le tubature idriche per "mantenere in vita la
città", il corrispondente britannico Robert Fisk ha scritto di
avere infine capito sulla propria pelle quello che Israele
voleva: "Beirut doveva morire...A nessuno doveva essere permesso
di lasciare vivo la città". Il capo di stato maggiore israeliano
Dan Halutz (lo stesso che quattro anni orsono, quando era a capo
delle forze aeree israeliane, aveva affermato di non provare
alcun disagio psicologico dopo che, nel mezzo della notte, uno
dei suoi F16 aveva sganciato una bomba da una tonnellata su un
edificio di appartamenti a Gaza, uccidendo 14 civili in gran
parte bambini) aveva dichiarato, all'inizio dell'aggressione, di
voler riportare il Libano indietro di 20 anni, quando il paese
non era vivo e un terzo del suo territorio meridionale era
occupato da Israele, a perenne ricordo di un decennio di guerra
civile inutilmente distruttiva.
Le bombe a grappolo [cluster bombs] sono una prova evidente
dell'intenzione d'Israele di rendere nuovamente il Libano, o
quanto meno la sua parte meridionale, una regione priva di
popolazione araba e incapace di funzionare, se non secondo il
suo capriccio. Le bombe a grappolo - di cui gli Stati Uniti, che
le forniscono a Israele, sono leader mondiali nella produzione
(e in posti come la Yugoslavia anche nell'uso) - esplodono a
mezz'aria, spargendo intorno centinaia di submunizioni (bombe
secondarie) su una superficie di vari ettari. Oltre un quarto
delle submunizioni non esplodono all'impatto col terreno e
restano lì in attesa di essere scoperte da ignari civili che
tornano alle proprie case. Gl'ispettori delle Nazioni Unite
stimano che nel Libano meridionale ci siano oltre 100.000
submunizioni inesplose, sparse in oltre 400 raid aerei. Dopo il
cessate il fuoco del mese scorso, numerosi ragazzi e adulti
libanesi sono stati uccisi o feriti da questi residui bellici.
Disseminare mine anti-uomo in aree densamente abitate non è
un'operazione chirurgica delle forze armate a caccia di
obiettivi militari: è una operazione di pulizia etnica. Secondo
Jan Egelund, coordinatore per gl'interventi umanitari dell'ONU,
oltre il 90% delle bombe a grappolo israeliane sono state
sganciate nelle 72 ore che hanno preceduto il cessate il fuoco,
quando era oramai chiaro che la risoluzione dell'ONU per una
sospensione delle ostilità sarebbe entrata in vigore. Non può
essersi trattato che di un ultimo sforzo, senza dubbio inteso
come un colpo di grazia, per spopolare l'area. Se a questo
aggiungiamo i bombardamenti del mese precedente - che hanno
distrutto il 50% (e in qualche caso l'80%) delle abitazioni di
molti villaggi, inferto irreparabili danni all'infrastruttura
civile dell'intera nazione, resa inutilizzabile una centrale
elettrica sulla costa che ancora oggi sparge tonnellate di
petrolio e di benzene sulle coste libanesi e su parte di quelle
siriane, ucciso oltre 1.000 civili in edifici di appartamenti,
in ambulanze, in auto che fuggivano inalberando la bandiera
bianca - la guerra di Israele non può essere giudicata altro che
una massiccia operazione di pulizia etnica per rendere la
regione un'area sicura per il dominio ebraico.
Secondo le stime ONU, circa 250.000 persone non possono in
effetti rientrare nelle loro case, o perché le abitazioni sono
state distrutte o perché le bombe a grappolo inesplose e le
altre armi non sono ancora state neutralizzate dalle squadre di
sminamento. Questa non è stata, se non in misura marginale, una
guerra contro Hezbollah, non è stata una guerra al terrorismo,
come Israele e i suoi accoliti statunitensi vorrebbero farci
credere (in effetti Hezbollah non ha compiuto atti terroristici
ma si è impegnata lungo la frontiera in una serie di sporadiche
scaramucce con i soldati israeliani, di solito scatenate dagli
israeliani). Questa è stata una guerra per consentire a Israele
di avere più spazio, di essere assolutamente sicura di dominare
i vicini. Questa è stata una guerra contro un popolo non
completamente sottomesso, tanto audace da ospitare una forza
come Hezbollah e da non piegarsi alla volontà di Israele. Questa
è stata una guerra contro altri esseri umani e la loro maniera
di pensare, esseri umani che non sono ebrei e che non vivono per
favorire il sionismo e l'egemonia ebraica.
In un modo o nell'altro, sin dalla sua creazione Israele ha
sempre agito alla stessa maniera contro i suoi vicini, anche se
ovviamente i palestinesi sono stati più a lungo le vittime, e i
maggiori oppositori, del sionismo. I sionisti pensavano di
essersi liberati del loro più grande problema, quello alla base
stessa del loro credo, nel 1948, quando avevano costretto alla
fuga circa due terzi della popolazione palestinese che
intralciava i piani per fare di Israele uno stato unico a
maggioranza ebraica; non era infatti possibile creare uno stato
ebraico con una maggioranza della popolazione non ebraica.
Diciannove anni più tardi, quando ha cominciato ad allargare i
suoi confini conquistando la Cisgiordania e Gaza, Israele ha
scoperto che quei palestinesi che pensava fossero spariti erano
dopo tutto ancora nei dintorni, e minacciavano l'egemonia
ebraica dei sionisti.
Nei quasi quarant'anni successivi, la politica di Israele è
stata in massima parte – con brevi intervalli per avere il tempo
di aggredire il Libano – diretta a far sparire definitivamente i
palestinesi. I metodi di pulizia etnica sono molti: sottrazione
dei territori, distruzione delle terre coltivabili e delle
risorse, strangolamento economico, paralizzanti restrizioni sul
commercio, abbattimento delle case, revoca dei permessi di
soggiorno, deportazioni, arresti, omicidi, smembramento delle
famiglie, limitazioni nei movimenti, distruzione dei registri
della popolazione e del catasto, appropriazione delle tasse
doganali, privazioni alimentari. Israele vuole tutte le terre
dei palestinesi, incluse la Cisgiordania e Gaza, ma non può
continuare ad essere un paese a maggioranza ebraica fino a
quando continuano a viverci i palestinesi. Ed ecco il perché del
lento strangolamento. A Gaza, dove quasi un milione e mezzo di
persone vivono accatastate in un'area che non è nemmeno un
decimo dell'isola di Rodi, Israele sta facendo senza
interruzione quello che ha fatto in Libano per un mese: uccidere
civili, distruggere le infrastrutture civili, rendere l'area
inabitabile. A Gaza, i palestinesi vengono uccisi al ritmo di
otto al giorno, le mutilazioni avvengono con un tasso più alto.
Ecco quanto vale la vita dei non ebrei secondo la visione
sionista del mondo.
Lo studioso israeliano Ilan Pappe lo definisce un genocidio al
rallentatore (ElectronicIntifada, 2 settembre 2006). Sin
dal 1948, il minimo atto di resistenza dei palestinesi
all'oppressione israeliana è stato preso come scusa da Israele
per mettere in opera una politica di pulizia etnica, un fenomeno
considerato nel paese talmente inevitabile e accettato che Pappe
aggiunge "il lavoro giornaliero di uccidere deliberatamente i
palestinesi, soprattutto i bambini, viene ora registrato nelle
pagine interne della stampa locale, spesso in caratteri
microscopici". Secondo il suo modo di vedere, gli ininterrotti
omicidi a questo ritmo o porteranno a una migrazione di massa o
a uno sterminio più massiccio, se, come è molto più probabile, i
palestinesi si manterranno incrollabili e continueranno a
resistere. Pappe ricorda che il mondo ha assolto Israele da ogni
responsabilità e perseguibilità per la sua operazione di pulizia
etnica del 1948, e ha permesso al paese di trasformare questa
politica "in uno strumento legittimo del suo piano di sicurezza
nazionale", che, se il mondo resta ancora una volta muto dinanzi
a questa nuova fase di pulizia etnica, aumenterà inevitabilmente
"in misura ancora più drammatica".
Ed è questo il punto cruciale dell'odierna situazione: qualcuno
si accorgerà dell'orrore? Come abbiamo detto all'inizio, con la
sua selvaggia campagna estiva di pulizia etnica nel Libano e a
Gaza, Israele ha veramente mostrato il totale fallimento
dell'ideale alla base della sua fondazione, l'illegittimità di
base del principio sionista di esclusività ebraica? Se ne
rendono conto anche i più illusi, o continueranno ad illudersi e
il mondo seguiterà a guardare da un'altra parte, giustificando
le atrocità perché vengono commesse da Israele per rendere i
territori circostanti un luogo sicuro per gli ebrei?
Da quando ha lanciato la sua folle incursione nel Libano,
numerosi attenti osservatori nei media alternativi europei e
arabi hanno sottolineato la nudità morale d'Israele, e del suo
fiancheggiatore americano, con un insolito livello di
schiettezza. Si analizza anche molto la nuova consapevolezza
della crescente opposizione araba e islamica alla incredibile
brutalità delle azioni israelo-americane. Ai primi di agosto, lo
studioso anglo-palestinese Karma Nabulsi ha lamentato
"l'indiscriminata rabbia di un nemico guidato da una mania
esistenziale che non può essere contenuta ma solo bloccata". La
studiosa americana Virginia Tilley (Counterpunch, 5
agosto 2006) osserva che ogni possibilità di vita normale e
pacifica è un anatema per Israele, obbligata a "guardare e
trattare i suoi vicini come una minaccia alla propria esistenza,
in modo da giustificare ... il suo carattere etnico e razziale".
Già prima della guerra in Libano, ma dopo che Gaza aveva
cominciato a essere affamata, l'economista politico Edward
Herman (Z Magazine, marzo 2006) aveva condannato "la
prolungata pulizia etnica e il razzismo istituzionalizzato"
d'Israele, e l'ipocrisia con cui l'occidente e i media
occidentali avevano accettato e sottoscritto queste politiche
"in violazione di tutti i presunti illuminati valori".
Il razzismo è alla base dell'asse neoconservatore
israelo-statunitense che ha oggi scatenato la sua furia omicida
nel Medio Oriente. Il razzismo insito nel sionismo ha trovato un
alleato naturale nella filosofia razzista imperiale fatta
propria dai neoconservatori dell'amministrazione Bush. La logica
ultima della guerra globale israelo-americana, scrive
l'attivista israeliano Michel Warschawski, dell'Alternative
Information Center di Gerusalemme (30 luglio 2006), è la
"completa etnicizzazione" di tutti i conflitti, "nei quali non
viene combattuta una politica, un governo o un obiettivo
specifico, ma una minaccia che coincide con un'intera comunità"
(o, nel caso d'Israele, con tutte le comunità non ebraiche).
Il concetto fondamentalmente razzista di scontro delle civiltà,
esaltato sia dall'amministrazione Bush che da Israele, fornisce
una giustificazione per le aggressioni ai palestinesi e al
Libano. Come ha osservato (al-Ahram, 10-16 agosto 2006)
Azmi Bishara, importante membro palestinese della Knesset
israeliana, se l'argomento israelo-americano secondo cui il
mondo è contraddistinto da due diverse e inconciliabili culture,
noi contro loro, è corretto, allora l'idea che "noi" agiamo con
un doppio standard perde ogni implicazione morale negativa,
perché diventa l'ordine naturale delle cose. Per gl'israeliani,
questo è sempre stato l'ordine naturale delle cose: nel mondo
d'Israele e dei suoi alleati americani, l'idea che gli ebrei e
la cultura ebraica siano superiori e incompatibili con i popoli
vicini è alla base stessa dello stato.
Dopo la presa di coscienza che ha fatto seguito al fallimento
israeliano in Libano, arabi e islamici hanno la sensazione, per
la prima volta dall'arrivo degli ebrei nel cuore del Medio
Oriente arabo circa 60 anni orsono, che Israele sia andata
troppo lontano con la sua arroganza e che il suo potere e le sue
azioni possono essere contrastate. La "etnicizzazione" del
conflitto globale di cui parla Michel Warschawski – l'arrogante
vecchio approccio coloniale, ora rinverdito con uno strato di
alta tecnologia fornita dagli F16 e dalle armi nucleari, che
ribadisce la superiorità dell'occidente e di Israele e postula
uno scontro apocalittico tra l'occidente "civilizzato" e un
oriente arretrato e furioso – è stata vista, dopo il folle
assalto israeliano al Libano, per quello che è. Cioè, una
brutale dichiarazione razzista di potere da parte di un regime
sionista che persegue l'egemonia assoluta e incontrastata a
livello regionale e di un regime neoconservatore americano che
persegue l'egemonia assoluta e incontrastata a livello mondiale.
Come ha fatto notare, una settimana dopo l'inizio della guerra
libanese, il commentatore palestinese Rami Khouri in
un'intervista con Charlie Rose, sia Hezbollah in Libano che
Hamas in Palestina sono il frutto delle prime guerre di egemonia
israeliane e rappresentano la risposta politica di popolazioni
che "sono state ripetutamente degradate, occupate, bombardate,
uccise e umiliate dagli israeliani, spesso con il consenso
tacito o esplicito o, come abbiamo capito adesso, l'aiuto degli
Stati Uniti".
Queste popolazioni oppresse hanno adesso ricominciato a lottare.
Non importa quanti leader arabi – in Egitto, Giordania e Arabia
Saudita – possano chinare la testa di fronte agli Stati Uniti e
a Israele: il popolo arabo vede adesso l'intrinseca debolezza
della cultura e della politica razzista israeliana e ha una
crescente fiducia nella possibilità di arrivare alla fine a
sconfiggerla. I palestinesi, in particolare, aspettano questo
momento da 60 anni, senza mai sparire nonostante la migliore
buona volontà israeliana e senza mai smettere di ricordare a
Israele e al resto del mondo la loro esistenza. Non è certo
adesso che soccomberanno, e il resto del mondo arabo sta
prendendo coraggio dopo aver visto la loro capacità di
resistere, e quella di Hezbollah.
Qualcosa deve cambiare nel modo di fare di Israele, e nel modo
in cui gli USA sostengono i suo modo di agire. Sempre più
commentatori, dentro e al di fuori del mondo arabo, hanno
cominciato a rendersene conto, e un numero sorprendente si sente
abbastanza audace da prevedere una sorta di fine del sionismo,
nella forma razzista ed esclusivista in cui esiste e funziona al
giorno d'oggi. Non si tratta di buttare i sionisti a mare.
Israele non verrà battuta sul piano militare, ma può essere
battuta sul piano psicologico: il che vuol dire limitare la sua
egemonia, fermare la sua avanzata predatoria nei territori dei
vicini, mettere fine al dominio razziale e religioso sugli altri
paesi.
Rami Khouri sostiene che il più ampio sostegno del mondo arabo a
Hezbollah e Hamas è una "catastrofe" per Israele e gli Stati
Uniti, perché sottolinea l'opposizione ai loro progetti
imperialistici. Khouri non si spinge più lontano nelle sue
previsioni, ma altri lo fanno, delineando, anche se solo nelle
linee generali, la visione di un futuro in cui Israele non godrà
più del dominio assoluto. Il pensatore e musicista jazz Gilad
Atzmon, un ex israeliano che vive in Gran Bretagna, vede nella
vittoria di Hezbollah in Libano un segnale della disfatta di
quello che chiama il sionismo globale, termine con cui indica
l'asse neoconservatore israelo-americano. Sono i libanesi, i
palestinesi, gli iracheni, gli afgani e gli iraniani – sostiene
– ad essere "in prima linea nella battaglia per l'umanità e
l'umanesimo", mentre Israele e gli USA seminano morte e
distruzione; un numero sempre crescente di europei e americani
se ne rende conto e sta scendendo dal carrozzone dei sionisti e
dei neoconservatori. Atzmon definisce in ultima analisi Israele
"un episodio della storia" e una "entità morta".
Molti altri hanno un punto di vista simile. Sempre più spesso i
commentatori discutono la possibilità che Israele, ora che si è
sgonfiato il suo mito d'invincibilità, attraversi una fase di
trasformazione simile a quella sudafricana, in cui i leader
politici riconoscano in qualche modo l'errore della scelta
razzista e in un impulso di umanità abbandonino le iniquità
sioniste, ammettendo che ebrei e palestinesi devono vivere su un
piano di parità in uno stato unitario. Il parlamentare
britannico George Galloway (Guardian, 31 agosto 2006)
prevede la possibilità che in Israele e tra i suoi sostenitori
internazionali si sviluppi "un momento F.W. de Klerk ", nel
quale, come accadde in Sudafrica, una "massa critica di
oppositori" andrebbe oltre le posizioni della precedente
minoranza e i leader giustificherebbero il trasferimento dei
poteri partendo dalla constatazione che farlo più tardi, in una
posizione più sfavorevole, risulterebbe meno vantaggioso. In
mancanza di una simile transizione pacifica, e di una
contemporanea azione per risolvere il conflitto
israelo-palestinese, Galloway, come molti altri, non vede altro
che "guerra, guerra e ancora guerra, fino al giorno in cui Tel
Aviv sarà a fuoco e l'intransigenza dei capi israeliani farà
crollare sulle loro teste l'intera impalcatura dello stato
ebraico".
E sempre di più questa sembra essere
l'alternativa futura: o Israele e i suoi sostenitori
neoconservatori americani riescono a eliminare i peggiori
aspetti del sionismo, accettando di creare uno stato unitario in
una Palestina abitata da palestinesi ed ebrei, o il mondo si
troverà di fronte a un conflitto di un livello oggi non
immaginabile.
Proprio come Hezbollah è parte integrante del Libano,
impossibile da distruggere con il bombardamento di ponti e
centrali, così, prima del 1948, i palestinesi erano la
Palestina, e continuano ad esserlo. Colpendoli dove vivevano, in
senso proprio e figurato, Israele ha lasciato ai palestinesi un
solo obiettivo e una sola visione. Una visione di giustizia e
compensazione, dove compensazione significa, in ultima analisi,
sconfitta del sionismo e recupero della Palestina, oppure
riconciliazione con Israele a condizione che quest'ultima agisca
come un vicino normale e non da conquistatore, o infine unione
con gli ebrei israeliani in un unico stato in cui nessuna parte
goda di più diritti dell'altra parte. In Libano, Israele ha
ancora una volta dato l'impressione di voler imporre a un altro
popolo la propria volontà, il suo dominio, la sua cultura e la
sua etnicità. Non ha funzionato in Palestina, non ha funzionato
in Libano, non funzionerà da nessuna parte nel mondo arabo.
Siamo a un crocevia morale. Nel “nuovo Medio Oriente” progettato
da Israele, Bush e i neoconservatori, solo Israele e gli USA
possono dominare, solo loro avranno la forza, solo loro potranno
vivere al sicuro. Ma nel mondo giusto all'altro lato del
crocevia, questa visione è inaccettabile. La giustizia deve
prevalere.
Kathleen Christison è stata analista politico
della CIA e ha lavorato sui temi medio-orientali per 30 anni. Ha
scritto
Perceptions of Palestine e
The Wound of Dispossession
.
Kathleen Christison
Fonte:
http://www.counterpunch.org/
Link:
http://www.counterpunch.org/christison09122006.html
12.09.2006
Traduzione per
www.comedonchisciotte.org di CARLO PAPPALARDO
|
Oggetto:
DIARIO DI UN PELLEGRINO parte prima
DIARIO DI UN PELLEGRINO
di Filippo Fortunato Pilato
CROCIATA SPIRITUALE per la Terra Santa : PARTE PRIMA
Da Tel Aviv a
Betlemme all'alba.
"Loro stanno giá allargando
gli insediamenti nel West Bank e stanno costruendo questi muri di
separazione, che noi chiamiamo i Muri della Discriminazione-razziale,
intorno a tutte le cittá e i villaggi del West Bank, trasformando
queste cittá e villaggi in grandi prigioni circondate da muri di otto
metri di altezza. Questo é il piú grande ostacolo a una soluzione di
pace nel West Bank perché, finché c'é occupazione, noi non avremo
pace. L'unico modo per avere la pace é quello di fermare questa
occupazione".
Cosí ha recentemente
dichiarato il sindaco di Betlemme per denunciare lo stato di assedio
permanente della cittadina a noi cristiani cara per essere stata la
culla del Salvatore.
Arrivando da Tel Aviv alle
5,30 del mattino, con le vie d'accesso alla cittá santa deserte, i tre
posti di blocco delle milizie israeliane, a poche centinaia di metri
l'uno dall'altro, ed infine un lungo e altissimo (8 mt.) muro, si ha
sicuramente la misura di ció che accade a soli pochi chilometri da
Gerusalemme. Ma l'effetto "galera" é ancora piú evidente ed a fior di
pelle quando la massiccia e spessa porta di ferro, incastonata nel
muro, scorre lentamente e con stridore metallico per concedere il
passaggio al nostro bus di pellegrini. Dall'altro lato del muro e del
portone di ferro vivono, come in una prigione a cielo aperto, gli
abitanti di Betlemme, cristiani e musulmani, condividendo la stessa
sorte di reclusi.
Data la difficoltá ad
attraversare il Muro, la cui porta si apre solo quando aggrada alle
guardie preposte e a chi sta loro bene, e per via del fatto che nelle
campagne circostanti (se non sono state espropriate dall'autoritá
israeliana) la maggior parte degli alberi d'ulivo (una delle
poche fonti di lavoro e sostentamento, oltre all'artigianato) sono
stati espiantati, il turismo religioso, ovvero il flusso di pellegrini
cristiani in visita alla Basilica della Nativitá, é una delle
pochissime fonti di sopravvivenza della comunitá, che vive e lavora
soprattutto di artigianato, servizi e caritá.
E` gioco-forza che anche i
musulmani gradiscano ed invochino la presenza cristiana nell'area.
Dopo che i cristiani espulsero
i musulmani, nel 1831, ne seguí una rivolta che nel 1834 distrusse
completamente il quartiere islamico, e da allora Betlemme fu
felicemente popolata nella quasi totalitá da cristiani. Dopo il 1948
peró un gran numero di rifugiati arabo-musulmani si vennero a
stabilire nella cittadina, ed oggi, grazie anche ad un loro tasso di
natalitá piú elevato, cui si aggiunge il loro minor flusso emigrante,
essi, i maomettani, sono la maggioranza (cosa che temo succederá
anche in Europa entro pochi decenni se non si corre ai ripari...).
Pare comunque che non ci siano
stati, almeno negli ultimi decenni, seri problemi di convivenza tra
famiglie palestinesi appartenenti alle due differenti confessioni
religiose. Non si puó dire altrettanto di altre zone.
E` chiaro peró che da dopo gli
avvenimenti dell'occupazione della Basilica della Nativitá, da parte
delle milizie nazionaliste palestinesi, in poi, l'aria sia diventata
piú irrespirabile e vivere e lavorare sia, piú che un'impresa, un
tormento. Lo scopo dell'autoritá israeliana é chiaro a tutti che non
sia tanto il garantirsi la sicurezza, quanto di creare quelle
condizioni di vita insopportabili al punto di spingere la popolazione
all'esodo. Per esempio, ad un amico palestinese cristiano-cattolico
originario di Betlemme, ma che lavora a Gerusalemme, viene
sistematicamente impedito di attraversare il Muro con moglie e figli:
solo a lui danno il permesso di passare, esibendo il libretto di
lavoro, ma moglie e figli se lo vogliono seguire devono fare un giro
lunghissimo, di alcuni chilometri, intorno al muro, impiegando delle
ore per ricongiungersi al marito, motivo per cui spesso devono
rinunciare anche a cose semplici come fare acquisti di vettovaglie o
recarsi a Gerusalemme per visite mediche o a parenti. E ad un
vecchietto povero, amico di alcuni religiosi, che con l'asino
attraversava sempre il Muro per le campagne in cerca di qualche
pezzetto di legno da bruciare per cucinare e riscaldarsi, alcuni
soldati, stufi di vederselo passare sotto il naso, gli schiacciarono
l'asino tra due tanks, o carri armati, uccidendolo. Era il suo solo
aiuto alla sopravvivenza. Ma non solo: pretendevano anche che egli
pagasse una multa perché si era messo con il suo asino tra due colonne
di automezzi militari...E di storie amare e crudeli come queste ce ne
sarebbero da raccontare tante...
L'episodio dell'occupazione
della Basilica della nativitá di Betlemme, per esempio, é noto a
tutti, ma forse meno noto é il fatto che, quando le milizie sioniste
assediarono la Basilica, la fecero bersaglio anche di una pioggia di
proiettili di grosso calibro, dalla terra e dal cielo, usando per
l'occasione anche un pallone telecomandato con mitragliatrice e
telecamera a bordo. Una grandinata di piombo investí il chiostro
francescano dall'alto, mandando tutto in frantumi e penetrando anche
nelle celle dei frati: fu un miracolo se nessun religioso ci lasció la
pelle, perché molti furono sfiorati dalle pallottole. Ancora sono
visibili i segni dei colpi delle armi da fuoco sui muri interni della
Basilica e del chiostro.
Per rendere poi ancora piú
amara la vita dei frati, e indirettamente dei cristiani di Betlemme,
l'autoritá israeliana ha deciso l'esproprio ("il furto", dice
qualche frate giustamente) di una buona parte di una collina di
proprietá da secoli dei Frati Francescani, che giá era in programma,
con tanto di progetti e fondi stanziati, che fosse destinata alla
costruzione di case per i poveri ed anziani (giá decine e decine di
piccole casette sono state costruite un po' ovunque dai francescani
per sopperire alle esigenze abitative di palestinesi cristiani
indigenti).
Su tale altura, rubata ai
cristiani, invece i circoncisi hanno costruito nuovi insediamenti, al
di lá del Muro e proprio in faccia alla cittadina, con una
sfacciataggine ed un'arroganza senza limiti. Non mi risulta che nessun
moto di piazza, suscitato da qualche giornalista o politico italiano
illuminato, abbia disturbato in questo caso i progetti sionisti
d'Israele.
Betlemme é una cittadina
tranquilla, dedita un tempo alla coltura degli ulivi per trarne olio e
legname per le botteghe artigiane che producono rosari, statuine
religiose, presepi e molti altri oggetti. Anche la lavorazione della
madre perla é un'attivitá tradizionale. Ma per commercializzare tali
prodotti servono i pellegrini, o almeno la possibilitá di attraversare
il territorio in libertá, cosa al momento impossibile.
La Basilica della Nativitá é
sicuramente l'attrazione principale per tutti i cristiani che visitano
l'area.
Lunga e dolorosa é la storia
di questo luogo sacro, difeso a costo di enormi sacrifici e
spargimento di sangue da parte dei francescani nei secoli.
Dapprima furono i musulmani,
saladini, califfi, e ottomani, a devastare e rendere ardua l'opera di
conservazione della Basilica e della Grotta della Nativitá in essa
contenuta. Poi fu il turno dei greci-ortodossi (scismatici-eterodossi),
che dal secolo XVI iniziarono a contestare ai francescani il
possesso del santuario.
Dopo l'espulsione dei
veneziani dall'isola di Creta, a seguito della sconfitta della
Repubblica di Venezia da parte dell'Impero Ottomano (1669), i greci
vengono autorizzati a prendere possesso di Grotta e Basilica.
Pochi anni dopo, la
cattolicitá riprende possesso della Grotta e nel 1717 incastona una
nuova stella d'argento nel luogo della nativitá di Gesú Bambino,
recante la scritta "Hic de Virgine Maria Jesus Christus natus est,
1717".
Ma nel 1757 gli scismatici
greci si reinpossessano di Basilica e altare della Nativitá,
espiantando ed occultando la stella francescana che invalidava i loro
falsi diritti. Ci volle l'intervento dell'Ambasciatore di Francia a
nome delle nazioni latine, e la compilazione di uno Statuquo dei
santuari, affinché la stella tornasse al suo posto. Ció nonostante i
frati francescani continuarono a pagare con il sangue la difesa dei
luoghi santi.
Il 25 aprile 1873 gli
scismatici eterodossi greci presero con la forza la Basilica della
Nativitá, ferendo ben otto frati. Distrussero Presepio, quadri,
tappezzerie e rubarono gli arredi sacri.
Da quel tempo sempre un
soldato monta la guardia presso l'altare della nativitá, per impedire
il ripetersi di tali scempi. L'imposizione di una sentinella presso la
grotta venne mantenuta nel tempo, anche con il succedersi delle
diverse amministrazioni ed autoritá locali. Lo Statuquo fu conservato.
Io non capii infatti subito il
perché della presenza di una guardia all'interno della Basilica. Molto
gentilmente e discretamente ne venni informato.
Ma nonostante ció i
francescani continuaro a pagare il loro tributo di sangue: l'ultimo
caso fu quello di un frate nel 1928.
Tutt'oggi nella Grotta la
celebrazione della Messa é impedita ai cattolici all'altare
della Nativitá, dove solo é loro concesso di farvi ardere quattro
lampade. Di proprietá esclusiva dei francescani é la mangiatoia, unico
luogo dove, nella Grotta, hanno diritto di officiare i cattolici.
Ci vuole proprio un gran senso
d'umiltá e di pazienza...per sopportare i modi veramente scortesi,
bruschi e sprezzanti dei religiosi "ortodossi".
Provare per credere.
Quando seppero del nostro
arrivo iniziarono le loro funzioni, che si possono protrarre tra
lagne, strilli e cantilene, innaffiate da chili d'incenso sino a
produrre una nebbia impenetrabile, per ore...Per fortuna, visto che
alcuni cattolici irriducibili non davano segni di stanchezza (tra
cui il sottoscritto), e continuavano a scattare foto al loro
indirizzo, decisero di liberare il campo e concederci la grazia di
poter sostare alcuni minuti in preghiera e meditazione nel luogo dove
Nostro Signore Gesú Bambino decise di farsi il piú umile tra gli
umili.
Nell’uscire dalla Grotta non
mancarono peró di dare esibizione della loro protervia, ed il loro
officiante chiese, gesticolando e con prepotenza, che ci
allontanassimo dal suo percorso di marcia e che sgombrassimo
velocemente l’area antistante l’ingresso della Grotta. Parole al
vento. Quindi si allontanó portandosi appresso l’intenso odore di
incenso di cui era pesantemente impregnato. A me piace l’odore
d’incenso, specie quando il sacerdote incensa l’altare ed i fedeli, ma
sinceramente c’é un limite a tutto....e qui lo si stava superando
abbondantemente.
Un senso veramente scarso e
strambo di caritá cristiana hanno questi “fratelli separati”. E
mi fermo qui con i commenti per non eccedere a mia volta, benché...
I frati hanno il possesso
tuttavia, oltre della mangiatoia, del convento e dell'adiacente Casa
Nova (casa religiosa eccellentemente organizzata per l'accoglienza
dei pellegrini come un moderno, seppur modesto, albergo).
Ma pure essi hanno le chiavi
di una porta, all'estremitá opposta della Grotta, che conduce ad un
corridoio da loro scavato nei secoli e che conduce a varie cappelle:
quella dedicata a San Giuseppe, quella dedicata ai Santi Innocenti,
quella di San Girolamo, quella di Sant'Eusebio di Cremona, ed infine
delle due Sante matrone romane Paola ed Eustochio. A questi ultimi
quattro fu concesso di essere sepolti qui, a fianco della Grotta della
Nativitá del Salvatore.
Un altro luogo interessante,
di carattere spirituale e religioso legato alla tradizione cattolica,
che vorrei segnalare a Betlemme, é la presenza di un grotto chiamato
Milk Grotto Church, Chiesa della Grotta del Latte, di proprietá
interamente francescana. La tradizione vuole che in quel luogo la
Madonna avesse trovato rifugio ed ospitalitá subito dopo la nascita
del Bambin Gesú, e che, allattandolo, un giorno le sia caduta una
goccia di latte in terra: tutte le pareti della grotta sarebbero
diventate all'istante bianche, e cosí sono tutt'ora. Ma la proprietá
particolare di questo luogo é che sia miracoloso per quelle donne che
sembrerebbero sterili o che non riescano a produrre né figli né latte.
I frati minori, che gestiscono la chiesa e il grotto del latte, cedono
ad offerta libera alcune bustine contenenti un po' di polvere grattata
dalle pareti della grotta. Tale polvere unita ad acqua o latte e
bevuta da entrambe i coniugi con fede e pregando avrebbe fatto
innumerevoli miracoli e la stanza adiacente la grotta é piena di
ex-voto e testimonianze di grazie prodigiose ricevute da coppie
sterili dalle parti piu disparate del mondo, con tanto di foto delle
coppie e testimonianze. Io ne ho prese alcune, una per una coppia di
miei amici con questo problema e qualcun'altra per chi lo desiderasse
e ne avesse bisogno. Basta contattarmi privatamente per averle.
Betlemme é nel suo piccolo
ricca di spiritualitá e di luoghi di culto di straordinaria bellezza.
Dalla chiesa di Santa
Caterina, per esempio, parrocchia dei latini del luogo, tutti i giorni
si snoda una processione di frati alla Grotta della Nativitá, passando
poi attraverso le altre cappelle sotterranee e recitando le preghiere
appropriate.
Che dire poi della Casa di San
Giuseppe. Qui sorge una cappella a lui dedicata, nel luogo che la
tradizione indica come quello in cui la Sacra Famiglia si trasferí
dopo la nascita del Divin Bambino. La Grotta della Nativitá li accolse
infatti solo per poco, perché presto si rese disponibile per loro una
casa, come testimonia chiaramente l’apostolo San Matteo: “Ed
entrati nella casa (i Magi), videro il Bambino con Maria sua
Madre e, prostratisi, lo adorarono” (2, 11).
Quando infine si lascia
Betlemme, nonostante lo sventolio di bandiere palestinesi sulle case e
le pattuglie della polizia militare araba che sfrecciano per le vie
possano dare l'impressione di attraversare una zona libera ed
indipendente, si sa bene che si stanno lasciando i fratelli
francescani della nativitá, i fratelli nella fede arabi, e una
popolazione colpevole solo di essere palestinese, in balia degli umori
della politica dei sionisti israeliti.
La biblica lotta tra i
filistei (gli antenati dei palestinesi) e gli ebrei (gli
antenati "ideali" degli attuali giudei) non é ancora terminata.
Un velo di tristezza ti
avvolge l'anima mentre lasci il villaggio alle tue spalle, e sospiri
faticosamente per alleggerire il peso sul cuore. Padre Pio faceva lo
stesso, nello stesso momento, ed incontrandoci con lo sguardo capimmo
al volo i sentimenti che ci stavano accomunando. Torneremo,
torneremo...
"Pellegrini!!!....il
pellegrinaggio continua.....". Padre Pio, predicatore dalla
grande fede ed il passo veloce, ci richiamava alla peregrinatio.
Siamo tutti pellegrini su
questa terra, sin dal momento del nostro concepimento e fino alla
nostra morte. E` un lungo pellegrinaggio verso la nostra origine,
verso il Creatore, con molte tappe in cui la nostra anima necessita di
essere sfamata e dissetata. E la Terra Santa é di sicuro una grande
oasi, ove la nostra anima puó trovar rifugio, meglio che altrove.
Il Figlio di Dio ci accompagna
in questo peregrinare alla fonte della nostra memoria. Seguiamolo
senza timore.
"BEATO, SIGNORE, CHI TROVA
IN TE LA SUA FORZA E DECIDE NEL SUO CUORE IL SANTO VIAGGIO" (Salmo 84,
6)
Filippo Fortunato
Pilato, inverno 2006.
OGNI RIPRODUZIONE E`
AUTORIZZATA PURCHÉ` NULLA SI AGGIUNGA O TOLGA AL PRESENTE TESTO
Oggetto:
Dedicazione a San Michele Arcangelo
Oggi, venerdí
29 settembre, giorno dedicato all'Arcangelo San Michele, faccio
appello a chi se la sente per invocare il Principe delle Milizie
Celesti a protezione della Terra Santa e degli uomini di buona
volontá, le pietre vive della cristianitá, lí residenti.
Una menzione
particolare nelle nostre preghiere la riserverei per gli eroici
frati minori della Custodia di Terra Santa, che quotidianamente da
secoli combattono la loro battaglia contro il dragone, per
preservare i Luoghi Santi, la Tradizione cattolica, e le popolazioni
arabe che a costo di enormi sacrifici hanno testimoniato nei
millenni la loro fede nel Dio che si é fatto carne.
Et Verbum
caro factum est,
et
habitavit in nobis.
|
Preghiera efficace a San Michele Arcangelo. |
San Michele Arcangelo, difendici nella battaglia contro
le insidie e la malvagità del demonio, sii nostro aiuto.
Te lo chiediamo supplici che il Signore lo comandi. E tu,
principe della milizia celeste, con la potenza che ti viene da
Dio, ricaccia nell'inferno Satana e gli altri spiriti maligni,
che si aggirano per il mondo a perdizione della anime. Amen. |
|
ATTO DI CONSACRAZIONE
A SAN MICHELE ARCANGELO. |
|
O grande Principe
del cielo, difensore fedelissimo della Chiesa, San Michele
Arcangelo, io, quantunque indegno di apparire dinanzi a te,
confidando tuttavia nella tua speciale bontà, mi presento a te,
accompagnato dal mio Angelo Custode e, in presenza di tutti gli
Angeli del cielo che prendo a testimoni della mia devozione verso
di te, ti scelgo oggi come mio protettore e particolare avvocato e
mi propongo fermamente di onorarti quanto più potrò. Assistimi
durante tutta la mia vita, affinché mai io offenda Dio né in opere
né in parole né in pensieri. Difendimi contro tutte le tentazioni
del demonio, specialmente riguardo la fede e la purezza, e
nell'ora della morte infondi la pace alla mia anima e introducila
nella Patria eterna. Amen.
|
Dall'Apocalisse di San Giovanni
1
Nel cielo apparve poi un segno grandioso: una donna vestita di sole,
con la luna sotto i suoi piedi e sul capo una corona di dodici stelle.
2 Era incinta e gridava per le doglie e
il travaglio del parto.
3 Allora apparve un altro segno nel
cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle
teste sette diademi;
4 la sua coda trascinava giù un terzo
delle stelle e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti
alla donna che stava per partorire per divorare il bambino appena
nato.
5 Essa partorì un figlio maschio,
destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e il
figlio fu subito rapito verso Dio e verso il suo trono.
6 La donna invece fuggì nel deserto, ove
Dio le aveva preparato un rifugio perchè vi fosse nutrita per
milleduecentosessanta giorni.
7 Scoppiò quindi una guerra nel cielo:
Michele e i suoi angeli conbattevano contro il drago. Il drago
combatteva insieme con i suoi angeli,
8 ma non prevalsero e non ci fu più posto
per essi in cielo.
9 Il grande drago, il serpente antico,
colui che chiamiamo il diavolo e satana e che seduce tutta la terra,
fu precipitato sulla terra e con lui furono precipitati anche i suoi
angeli.
10 Allora udii una gran voce nel cielo
che diceva:
"Ora si è compiuta la salvezza, la forza e il regno del nostro Dio
e la potenza del suo Cristo,
poiché è stato precipitato
l'accusatore dei nostri fratelli,
colui che li accusava davanti al nostro Dio
giorno e notte.
11 Ma essi lo hanno vinto
per mezzo del sangue dell'Agnello
e grazie alla testimonianza del loro martirio,
poiché hanno disprezzato la vita
fino a morire.
12 Esultate, dunque, o cieli,
e voi che abitate in essi.
Ma guai a voi, terra e mare,
perchè il diavolo è precipitato
sopra di voi pieno di grande furore,
sapendo che gli resta poco tempo"
Ap. 12,7-12.
ESORCISMO
|
Confidando nel Vostro aiuto
(si ci riferisce a San Michele Arcangelo)
e nella Vostra protezione, pieni di fiducia e di sicurezza nella
potenza del nome di Gesù, nostro Maestro e nostro Dio, noi
avanziamo per respingere gli attacchi e le insidie del demonio e
del mondo, per intercessione della Immacolata Sempre Vergine
Maria, Madre di Dio e madre nostra, di Voi, o Arcangelo San
Michele, dei Santi Apostoli e Cloriosi Martiri Pietro e Paolo e
di tutti i Santi. Sorga IDDIO e si disperdano i suoi nemici + e
fuggano davanti a Lui coloro che Lo odiano. Come si disperde il
fumo, come fonde la cera di fronte al fuoco + periscano gli empi
davanti a Dio.
V) Ecco la Croce del Signore! Fuggite
potenze nemiche
R) Vinse il Leone della tribù di Giuda (Gesù Cristo),
discendente di Davide.
V) Sia sempre con noi la Sua misericordia.
R) In Te abbiamo sperato.
NOI TI IMPONIAMO di fuggire spirito
immondo, potenza satanica, invasione del nemico infernale, con
tutte le tue legioni, riunioni e sette diaboliche, in Nome ed in
Potere di Nostro Signore Gesù Cristo + : sii sradicato dalla
Santa Chiesa di DIO, allontanati dalle anime riscattate da
Preziosissimo Sangue dell’Agnello Divino + . D’ora innanzi non
ardire, perfido serpente, di ingannare il genere umano, di
perseguitare la Chiesa di Dio e di scuotere e crivellare come
frumento gli eletti di Dio. + te lo comanda l’Altissimo Dio, al
quale nella tua grande superbia presumi essere simile. Te lo
comanda Dio Padre +, te lo comanda Dio Figlio, + te lo comanda
Dio Spirito Santo. + te lo comanda Cristo, Verbo eterno di Dio
fatto Carne + che, per la salvezza della nostra razza perduta,
si è umiliato e fatto obbediente fino alla morte ed alla morte
di Croce. E che edificò la sua Chiesa sulla ferma pietra di
Pietro, assicurando che le forze dell’inferno non avrebbero mai
prevalso contro di essa e che con essa sarebbe rimasto fino alla
consumazione dei secoli. + te lo comanda il segno sacro della
Croce + ed il potere di tutti i misteri della nostra fede
cristiana. Te lo comanda l’eccelsa Madre di Dio, la Vergine
Maria + che dal primo istante della sua Immacolata Concezione,
ha schiacciato la tua testa orgogliosa. Te lo comanda la fede
dei santi apostoli Pietro e Paolo + e degli altri apostoli. te
lo comanda il sangue dei martiri, + e la potente intercessione
di tutti i santi e sante di Dio.
Dunque, dragone maledetto, e tutta la legione diabolica, noi ti
scongiuriamo per il Dio + Vivo, per il Dio + Vero, per il Dio +
Santo; per il Dio che ha tanto amato il mondo da sacrificare per
esso il suo Unigenito Figlio, affinché, chiunque creda in Lui
non muoia, ma abbia la vita eterna, cessa d’ingannare le umane
creature e di propinare loro il veleno della dannazione eterna;
cessa di nuocere alla Chiesa e di mettere lacci alla sua
libertà. Vattene satana, inventore e maestro di ogni inganno,
nemico della salvezza umana. Cedi il posto a Cristo sul quale
nessun potere hanno avuto le tue arti. Cedi il posto alla
Chiesa; una, santa cattolica ed apostolica, che lo stesso Cristo
conquistò col proprio sangue. Umiliati sotto la potente mano di
Dio, trema e fuggi all’invocazione che noi ti facciamo del santo
e terribile nome di GESU’ (ci si inginocchia) che fa tremare
l’inferno a cui sono sottomesse le virtù, le potenze e le
dominazioni dei cieli e che i cherubini ed i serafini lodano
incessantemente dicendo: “Santo, Santo, Santo è il Signore Dio
dell’universo”.
V) O Signore ascolta la mia preghiera
R) Ed il mio grido giunga sino a Te.
ORAZIONE
O Dio del cielo, Dio della terra, Dio degli
angeli, Dio degli arcangeli. Dio dei patriarchi, Dio dei Pofeti,
Dio degli apostoli, Dio dei martiri, Dio dei confessori, Dio dei
Vergnini, Dio che hai il potere di donare la Vita dopo la morte
ed il riposo dopo la fatica, giacché non vi è altro dio
all’infuori di te, nè ve ne può essere se non Tu, Creatore di
tutte le cose visibili ed invisibili il cui regno non avrà fine;
umilmente supplichiamo la Tua gloriosa maestà di volerci
liberare di volerci liberare da ogni influenza, inganno, laccio,
trappola, infestazione e perversità degli spiriti infernali e
custodiscici sempre sani e salvi da ogni male. Amen.
Per Cristo nostro Signore. Amen.
V) Liberaci o Signore dalle insidie del demonio.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.
V) Affinché la Tua Chiesa sia libera nel Tuo servizio.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.
V) Affinché Ti degni di umiliare i nemici della Santa Chiesa.
R) Noi Ti preghiamo, ascoltaci o Signore.
|
Si asperga il luogo con acqua
benedetta, sia prima che dopo.
Si tenga inoltre
presente che l'esorcismo può essere compiuto SOLO SE SI E' IN GRAZIA
DI DIO; ovvero se si ci è confessati e non si sia già caduti in
peccato mortale.
30 settembre 2006
Oggetto:
-
Seconda marcia francescana in Siria
- Materiali chimici sotto la Moschea di Al-Aqsa
|
INDICE DELLE NOTIZIE IN BREVE
- Seconda marcia francescana
in Siria
- Materiali chimici
sotto la Moschea di Al-Aqsa
- Sei anni di tributi
di sangue
- Militari israeliani
svaligiano le banche palestinesi
- Due ragazzi palestinesi sono
stati uccisi -
- Dall'inizio
dell'Intifada di Al-Aqsa a oggi le forze israeliane hanno
ucciso 4348 palestinesi e feriti 30.638
Seconda
marcia francescana in Siria
CTS Notizie Estate
2006. “Con Francesco impariamo ad essere strumenti per la
pace“: è il tema della seconda marcia francescana che –
incoraggiati dalla positiva esperienza dello scorso anno –
abbiamo riproposto e compiuto in Siria.
Hanno camminato insieme 65
giovani, accompagnati in questo cammino dai frati francescani:
fra Bassam Zaza, fra Ibrahim Sabbagh, fra Rami Asakrieh, fra
Fadi Azar, nonché da fra Rami Petraki e da fra Firas Lutfi, con
la partecipazione di alcune suore, francescane e di altre
congregazioni. I giovani provenivano da diverse regioni della
Siria, e questo ha arricchito, in qualche modo, lo stare
insieme.
Abbiamo vissuto giorni di preghiera e di riflessione sul tema
della pace, tema tanto attuale e quanto mai urgente nel nostro
tempo; abbiamo pregato perché il Signore Risorto doni a noi la
vera pace, che umilmente e fiduciosamente attendiamo.
Le località che abbiamo percorso nei 6 giorni di cammino, dal 3
all’8 agosto, sono state: Safita, Krab, e Daher-safra, dalla
costa del Mediterraneo fino alla cima della montagna.
È indescrivibile la gioia dello stare accanto ai giovani e di
poterli accompagnare e condividere insieme a loro la fatica del
cammino, nonché l’esaltazione di arrivare finalmente alla meta
prefissata.
La marcia francescana è una missione tra i giovani che cercano
risposte alle loro tante domande esistenziali. Grazie alla
partecipazione di tanti nostri frati, convinti e innamorati
della propria vocazione, i frutti della marcia stanno sbocciando
in alcune scelte radicali: più impegno nell’ambito parrocchiale,
ma anche con scelte di tipo vocazionale – religioso vero e
proprio.
Vorrei terminare chiedendo la vostra preghiera perché il Signore
ci assista nel lavoro di promozione vocazionale, e ci mandi
operai buoni e generosi secondo il disegno del Suo cuore.
fra Firas Lutfi ofm
Animatore vocazionale per la Siria
Gerusalemme: 'Le autorità israeliane stanno usando agenti
chimici sotto la Moschea di Al-Aqsa'.
Sheikh Mohammed Hussein, il
Mufti di Gerusalemme e di Palestina, ha accusato la autorità
di occupazione israeliane di far uso di "materiali chimici"
per sciogliere le rocce sotto la Moschea di Al-Aqsa.
Hussein, che è anche predicatore nella Moschea, ha riferito
che gli agenti chimici intaccherebbero anche le fondamenta
dell'edificio islamico.
"Gli scavi israeliani sono ora a soli 100 metri dalla Cupola
della Roccia", ha avvisato Hussein, e ha sottolineato che le
autorità israeliane, negli ultimi cinque anni, non hanno
permesso ai rappresentanti dell'UNESCO di fare accertamenti
sulle operazioni in corso.
E ha aggiunto che numerose organizzazioni - la Lega Araba,
l'UNESCO, il Comitato Al-Quds e altre - hanno mandato messaggi
per ottenere spiegazioni sulla natura di tali lavori.
Gli scavi sono iniziati attraverso la distruzione dell'intero
quartiere di Al-Maghreba e con l'espansione dell'area del Muro
di Buraq (che gli ebrei chiamano "Muro del pianto"). Hussein
ha aggiunto che Israele ha distrutto molti reperti antichi
musulmani nella Città Santa nel tentativo, vano, di trovare
possibili rovine ebraiche.
Sheikh Ra'ed Salah, leader del
Movimento islamico nei territori israeliani, ha affermato che
Israele sta programmando di dividere la Moschea di Al-Aqsa tra
musulmani e ebrei (come quella di Ibrahim, a Hebron).
Il 28 settembre 2000 è
iniziata la seconda Intifada: sei anni di tributi di sangue.
|
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In occasione del sesto
anniversario della II Intifada, o Intifada di Al-Aqsa, il gruppo
israeliano per i Diritti Umani, B'Tselem, ha pubblicato un
comunicato stampa dettagliato sul numero di morti e feriti nei
territori palestinesi negli ultimi sei anni.
Secondo i dati di B'Tselem, dall'inizio dell'Intifada, il 29
settembre 2000, e fino al 27 settembre 2006, le forze di
sicurezza israeliane hanno ucciso 3.733 palestinesi (inclusi 767
minori).
Di questi, almeno 1.812 non stavano svolgendo attività di
resistenza quando sono stati uccisi. Inoltre, 208 sono state
vittime di uccisioni mirate, e 60 palestinesi sono stati uccisi
dentro Israele.
Civili israeliani hanno ucciso 41 palestinesi dentro i Territori
occupati.
Nello stesso periodo di tempo sono stati uccisi 697 civili
israeliani (inclusi 119 minori) nei Territori palestinesi e in
Israele, e 314 membri delle forze di sicurezza israeliane.
Più
di 100.000 musulmani palestinesi hanno preso parte alle
preghiera nella Moschea di Al-Aqsa, per il primo venerdì di
Ramadan, in mezzo a un vasto spiegamento di
forze di sicurezza israeliane dispiegate nella spianata di
Al-Quds - Al-Haram Ash-Sharif.
La Moschea di Al-Aqsa è situata
nella Città Vechia di Gerusalemme.
Le autorità israeliane
non permettono ai palestinesi al di sotto dei 45 anni di entrare
nella città e quelli al di sopra dei 45 sono autorizzati solo se
hanno il permesso dalle autorità israeliane.
Ieri era il sesto anniversario della seconda Intifada, chiamata
anche Intifada di Al-Aqsa, dalla provocatoria passeggiata
dell'ex premier israeliano Ariel Sharon alla spianata
della Moschea di Al-Aqsa, il 28 settembre 2000.
Mushir Al-Masri, membro del blocco di Hamas nel Consiglio
legislativo palestinese, oggi ha affermato che
non è possibile che Hamas riconosca Israele o abbandoni
qualsiasi dei suoi "principi immutabili". Hamas terminerà il
suo mandato quadriennale, ha sottolineato Al-Masri.
E ha aggiunto: "Il nemico israeliano e i suoi alleati
americani hanno imposto un blocco politico ed economico sul
popolo palestinese allo scopo di far cadere il governo Hamas
dopo tre mesi. Inoltre, è in atto una cospirazione interna
più forte del blocco esterno. Noi sappiamo che queste
cospirazioni interne e esterne possono far cadere governi e
anche stati, ma esse non faranno cadere l'amministrazione di
Dio sulla terra e Hamas non cadrà perché
Hamas è l'amministrazione di Dio sulla
terra".
Due ragazzi palestinesi sono stati uccisi da
un missile lanciato da un drone israeliano mentre stavano
andando in cibi a Beit Hanoun, nel nord della Striscia di
Gaza.
Fonti sanitari dell'ospedale Kamal Adwan hanno dichiarato che
i corpi dei due giovani erano irriconoscibili.
La corte
di giustizia israeliana ha stabilito che i 6 milioni di NIS
(shekel) rubati dai militari dalle banche palestinesi andranno a
risarcire le vittime israeliane
La Corte di giustizia israeliana
ha deciso di trattenere il denaro rubato dalle forze israeliane
durante il raid alle agenzie di cambio e bancarie di Nablus,
Ramallah, Jenin e Tulkarem, il 20 settembre scorso.
La giustificazione addotta è che il denaro "appartiene al
movimento del Jihad islamico" e che andrà a "compensare le
richieste di 17 famiglie israeliane che persero i loro congiunti
durante l'attacco palestinese contro Megiddo, quattro anni fa".
La radio israeliana ha detto che il denaro sarà trattenuto. Le
famiglie delle vittime dell'attacco di Megiddo reclamano circa
400.000 NIS. Durante la rapina delle forze israeliane contro le
banche palestinesi sono stati rubati circa 6 milioni di NIS.
Tutti soldi destinati ad altri "risarcimenti".
Non è la prima volta che i
militari israeliani svaligiano le banche palestinesi.
Dall'inizio dell'Intifada di Al-Aqsa a oggi le forze
israeliane hanno ucciso 4348 palestinesi e feriti
30.638.
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Il Centro di statistica
palestinese ha reso noto oggi che 4348 cittadini sono
stati uccisi dall'inizio dell'Intifada, nel settembre
del 2000, a luglio dell'anno in corso.
Dei 4348, 2372 sono
stati uccisi nella Striscia di Gaza, 1940 nella West
Bank, il restante, nella parte israeliana della linea
verde.
847 degli uccisi erano minori di 18 anni, e 2427 erano
tra i 18 e i 29 anni.
I feriti sono stati 30.638.
Inoltre, gli attacchi israeliani hanno provocato danni
alle abitazioni, ai terreni; la costruzione del Muro di
separazione ha causato il peggioramento della situazione
economica e sociale, e sta dividendo le famiglie.
Nel 1999 il prodotto
interno lordo era di $4.511.700; nel 2002 di $3.988.500
e nel 2006 è sceso a $1.101.100
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