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Martedì, 19 Agosto 2008
La tensione crescente sull’arsenale atomico
iraniano pare aver incontrato un momento di pausa.
Forse le previsioni dei più scettici non
corrispondono alla reale situazione geopolitica
mediorientale, o forse è esagerato pensare che
possa accadere, tanto alto sarebbe il prezzo che
migliaia di civili pagherebbero, dall’una e
dall’altra parte. Ma anche se quella militare non
è la sola opzione scelta da Israele, è ormai certo
che Tel Aviv sta assemblando una capacità di
attacco tale da piegare definitivamente le
ambizioni atomiche di Teheran. Questa volta però
la soluzione armata non vede i favori degli Stati
Uniti, che dal luglio scorso hanno cambiato
praticamente il loro modo di affrontare il
problema del nucleare iraniano ed hanno deciso,
per la prima volta dal 1979, di aprire con la
Repubblica Islamica relazioni dirette.
Questo cambiamento di strategia è il risultato di
due diverse azioni: quella del dipartimento di
Stato Usa che sotto l’influenza della politica
preme per una soluzione diplomatica, preoccupata
soprattutto per il ruolo assunto da Mosca; quella
dei vertici della Difesa che si rendono conto
della difficoltà e delle conseguenze di un’azione
militare che potrebbe prolungarsi per anni senza
per altro produrre i risultati sperati.
Sulla possibile minaccia iraniana Washington e Tel
Aviv non si trovano per nulla d’accordo: i vertici
del Mossad sono convinti che Teheran sarà in grado
di produrre la bomba atomica entro il 2010; gli
Usa, pur avendo costatato un notevole l’incremento
nelle attività di sviluppo di nuove centrifughe
per la produzione di uranio arricchito, stimano
che l’Iran raggiungerà la capacità nucleare non
prima di alcuni anni, forse un decennio.
E così, nella paura di un nuovo olocausto, Israele
continua a mostrare i muscoli: esercitazioni in
grande stile, acquisizione dalla Germania di tre
sottomarini Dolphin e rafforzamento della Heyl
Ha'Avir, l’aeronautica militare israeliana (IAF),
con l’arrivo di 90 F-16I Sufa (Tempesta), aerei da
combattimento che hanno un’autonomia pari a 1.040
miglia (1.640 chilometri). Ma dotare l’IAF dei
nuovi Sufa poco ha a che fare con le farneticanti
dichiarazioni antisemite del presidente
Ahmadinejad e con la possibilità che il suo
paventato programma atomico diventi in breve tempo
una vera minaccia: l’ordine degli F-16I risale al
1999 e rientra in un programma quadriennale
(2004-2008) che comprende l’acquisizione di 102
velivoli, i primi due dei quali atterrarono nella
base israeliana di Mizpe Ramon, deserto del Negev,
il 19 febbraio del 2004.
Quando fu firmato il contratto con la Lockheed
Martin la minaccia era rappresentata dall'Iraq,
considerato la maggiore potenza militare araba in
mediorientale, dalla Libia, paese considerato
amico del terrorismo, e dall'Iran, che perseguiva
una politica nucleare già iniziata nel 1957 dallo
Shah Mohammad Reza Pahlavi e progettava la
produzione di vettori a lunga gittata. Il Sufa era
stato progettato e prodotto proprio per soddisfare
le esigenze israeliane: capacità di rifornimento
in volo, di colpire obiettivi a più di 1.500
chilometri di distanza volando a bassa quota, sia
di giorno che di notte e in condizioni meteo
avverse, sfuggendo ai radar e ai sistemi antiaerei
del nemico. Uno scenario operativo molto simile a
quello visto durante l’esercitazione "Glorious
Spartan 08" del giugno scorso, a sud est
dell’isola di Creta, dove l’aviazione israeliana
ha simulato un attacco all’impianto nucleare
iraniano di Natanz e ai sistemi della difesa aerea
iraniani.
Nonostante la straordinaria efficienza delle Forze
Armate israeliane, l’attacco all’Iran rimane
un’operazione comunque difficile, molto più
complicata di quella condotta con successo in Iraq
nel 1981, durante la quale venne distrutto il
reattore nucleare di Osirak, o di quella che nel
settembre scorso portò alla distruzione di un
obbiettivo situato in territorio siriano e
identificato come possibile armamento nucleare di
costruzione nord coreana. Nella Repubblica
Islamica le installazioni atomiche sono molteplici
e sono disseminate lungo tutto il paese, alcune
nascoste tra le montagne, altre sistemate in siti
sotterranei.
L’attacco dovrebbe poi colpire i sistemi di difesa
aerea ed annientare le batterie missilistiche
iraniane prima che la controffensiva abbia luogo.
Le notizie sull’arsenale bellico di Teheran sono
piuttosto confuse, ma secondo alcune fonti l’Iran
sarebbe già in grado di utilizzare i missili a
lungo raggio Shahab-3, vettori a testata nucleare
che nelle versioni B e C hanno una raggio d’azione
non superiore ai 1800 chilometri ma che, secondo i
tecnici iraniani, possono raggiungere distanze
prossime ai 2400 chilometri. Per quanto riguarda
la difesa aerea, la Guardia Rivoluzionaria ha già
a disposizione 29 sistemi missilistici russi
terra-aria Tor-M1, un vero flagello per
l’aviazione israeliana, e non è improbabile che
presto Teheran possa entrare in possesso del
sofisticatissimo S-300, ultimo gioiello
dell’industri bellica russa.
Se l’amministrazione Bush ha "improvvisamente"
deciso di abbandonare la soluzione
dell’aggressione preventiva c’è una ragione:
troppo pericolosa per le truppe e per gli
interessi Usa in Medio Oriente; troppo costosa se
ad una reazione armata seguisse il blocco dello
Stretto di Hormuz, località strategica dalla quale
passa il 20% del greggio prodotto giornalmente a
livello mondiale. In alternativa Washington
sembrerebbe disposta ad inserire Tel Aviv nel
sistema di difesa aerea Defense Support Program
(DSP); con la fornitura di due X-Band FBX-T,
stazioni radar mobili collegate alla rete
satellitare americana, gli Shahab, già
identificati al momento del lancio, verrebbero
intercettati quando si trovano a circa metà degli
11 minuti di volo previsti per raggiungere
Israele.
In questo modo verrebbe superato il problema
riscontrato con l’apparato di rilevamento
traiettoria collegato al sistema israeliano
anti-missile ABM Arrow, il Green Pine, che riesce
ad identificare il vettore in arrivo solo quando
questo si trova già nell’atmosfera ed è ormai a
meno di 5 minuti dall’obiettivo. Inoltre gli Usa
sarebbero pronti a fornire 9 aerei da trasporto a
lungo raggio Super Hercules e l’aggiornamento
delle batterie anti-missile a corto raggio Iron
Dome, sistemi d’arma capaci di intercettare ed
abbattere i vettori lanciati da oltre 4 chilometri
ma in difficoltà con i 1800 metri che dividono
Sderot da Beit Hanun, località da dove i
palestinesi lanciano i Qassam, razzi che per
raggiungere la periferia della località israeliana
impiegano meno di 10 secondi.
Per non compromettere gli interessi nazionali in
Medio Oriente la Casa Bianca ha invece deciso di
interdire agli aerei israeliani lo spazio aereo
iracheno, praticamente chiuso a chiunque pensi di
portare una qualsiasi operazione offensiva contro
la Repubblica Islamica, e ha negato allo Stato
ebraico gli armamenti speciali necessari per
l’attacco, le bombe intelligenti ad alta
penetrazione che permetterebbero la distruzione
dei più profondi e protetti bunker sotterranei
iraniani. Scelte che potrebbe riflettere un
possibile accordo Usa-Iran: nessun intervento
militare in cambio di un prezzo del greggio che
non superi il tetto dei 150 dollari al barile.
Questa volta il petrolio lascia a piedi la
macchina bellica targata Stella di David; semaforo
rosso sulla strada per Teheran. |