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Nel paese dove i bambini parlano
la lingua di Gesù
di Manila Alfano
"Il Giornale" 26 ottobre
2008

Reportage.
Maalula, 60 chilometri a Nord di Damasco, è
l’ultimo bastione dell’antico aramaico. E gli abitanti lottano
per salvarlo. Per sentire e studiare i suoni di 3000 anni fa
arrivano turisti da tutto il mondo nostro inviato a Maalula
(Siria)
«Bonhunka». Benvenuti. Rafah è una ragazza di
19 anni che vende souvenir religiosi nel negoziodei suoi
genitori. Una grotta dove tra le pareti rocciose sono appesi
quadretti di madonne e santini. San Giorgio, Santa Tecla, San
Paolo. Nessun velo che le copre i capelli lunghi e neri,
sguardo gentile a vendere rosari, candele, statuine di Maria e
portachiavi con l’immagine di Hassan Nasrallah, leader di
Hezbollah. Quando i più curiosi le chiedono di parlare, lei lo
fa con un po’ di vergogna.
«Salamaleikum»,la pace sia con te, qui si dice
«shlom», una parola che assomiglia all’ebraico «shalom». La
lingua di Rafah sa di magico e ancestrale: lei e gli abitanti
di Maalula parlano aramaico antico. La stessa lingua che
parlava Gesù con i profeti, con la madre, con chi l’ha
tradito. Maalula è un villaggio tenace e cocciuto di duemila
persone, 60 chilometri a Nord di Damasco, dove la gente litiga
e prega usando quell’idioma nato oltre tremila anni fa, tra il
Mar Mediterraneo e il fiume Tigri. Damasco, la capitale è
lontanissima. In mezzo ci sono superstrade, tornanti e poi
sterrati.
Maalula la vedi quasi all’improvviso, dopo
un’ora di macchina, tetti blu e una ventina di campanili,
incastonata nelle rocce color sabbia dello Jebel Libnan, la
catena montuosa che circonda tutta la zona. Oggi la lingua la
conoscono meno di mezzo milione di persone sparse in tutto il
mondo. Ma solo qui a Maalula la gente la usa ogni giorno come
idioma corrente. I turisti entrano in continuazione dal bazar.
Vogliono comprarsi e portarsi a casa un pezzo di storia,
qualcosa che in qualche modo li avvicini di più alla fede, a
Gesù.
Da quando, nel 2004 qui è arrivato Mel Gibson
con la sua troupe di «The Passion» l’interesse della gente si
è come risvegliato. Qui i visitatori arrivano in ogni periodo
dell’anno, vogliono vedere, sentire quei suoni sacri, quasi
magici che dopo tremila anni non svaniscono. Ci sono arabi,
europei, giapponesi e americani. Vengono e camminano tra le
rocce, fotografano le caverne e la gola sacra che secondo la
leggenda ha accolto Santa Tecla in fuga fino alla morte.
Secondo alcuni studiosi dell’Academy of the Hebrew Language di
Gerusalemme, l’aramaico di Maalula sarebbe l’originale, il più
puro.

Nella chiesa di San Giorgio, padre Toufic Eid,
monaco libanese, recita il Padre Nostro in aramaico. Gli
abitanti gli fanno da coro. La sensazione è quella di essere
in un mondo davvero lontano. Remoto. Fuori dalla chiesa la
gente discute animatamente: «Tra una ventina d’anni al
massimo», dicono la lingua sparirà. I ragazzi più giovani
vanno via, cercano lavoro a Damasco o ad Aleppo, i centri più
industrializzati della Siria. Qui c’è poco da fare. La gente
ha paura di perdere le proprie tradizioni, il marchio di
riconoscimento.
Secondo l’Unesco, il 97 per cento della
popolazione mondiale parla appena il 4 per cento delle lingue
esistenti. Il rimanente 96 per cento degli idiomi potrebbe
andare perduto entro la fine del XXI secolo.
La speranza per la lingua resta la scuola di
aramaico. Nel 2005 il governo siriano ha deciso di finanziare
la scuola di aramaico: l’Institute of Aramaic Language a
Damasco è l’orgoglio del Paese. È anche così che la Siria
spera di rompere la cortina di ferro, quella coltre di
diffidenza che la avvolge. In due anni il Paese ha ospitato
più di cinquanta studenti. Un sito on-line accetta le
iscrizioni da tutto il mondo, anche di studenti nord
americani.
Dalla parte opposta della chiesa di San Giorgio
c’è il convento di Santa Tecla, che resiste dal II secolo. Le
suore raccolgono gli orfani di tutta la zona, fanno lavoretti,
hanno una scuola di aramaico. Qui il corso non ha un prezzo
standard, basta una donazione. Loro vivono così, di aiuti.
Tecla, una degli scolari di San Paolo, abbandonò la custodia
del padre, pagano, si ritrovò davanti ad una parete di roccia.
Le sue preghiere appassionate fecero sì che la montagna si
aprisse, permettendole di scappare.
Oggi dalle montagne del Jebel Libnan scorre
ancora un rigagnolo d’acqua.
Saher ha 50anni e lunghi baffi neri arrotolati.
Ristruttura le case incastonate nella pietra. Mostra l’acqua
che spunta tra le rocce e con orgoglio racconta che «Sono le
lacrimedi Tecla». I fedel ivengono qui a raccogliere l’acqua
per il suo potere miracoloso.
L’aramaico di Maalula è sopravvisuto
all’occupazione ottomana. Ora sfida la globalizzazione. Qui
sorridono e dicono: non passerà.
In fondo questa è la lingua di Dio.
Manila Alfano
"Il
Giornale" 26 ottobre 2008 |