Un articolato dossier di The Lancet basato su solide
prove scientifiche documenta come la prolungata occupazione
militare israeliana dei territori palestinesi abbia determinato
condizioni di vita miserevoli per la popolazione, mini la
coesione sociale e la sicurezza delle persone, e impedisca
un’organizzazione dei servizi sanitari in grado di rispondere ai
bisogni.
E così d’ora in poi nessun
medico o operatore sanitario che si rispetti potrà più dire di
non sapere che razza di vita vivono i palestinesi e gli effetti
che ciò provoca sulla loro salute. Nessun esponente
dell’universo scientifico che si appelli all’Evidence-Based
Medicine potrà ancora ignorare l’impatto dell’occupazione
israeliana sulla salute dei palestinesi perché mancano fonti
scientificamente affidabili. E neanche i ricercatori più
sofisticati potranno più essere all’oscuro del fatto che nel
Medio Oriente un Paese democratico, a tutti gli effetti
appartenente alla comunità internazionale, sta occupando da 41
anni un territorio affidato ad un altro popolo, in violazione
della legislazione internazionale e ignorando decine di
risoluzioni delle Nazioni Unite. Per sottolineare questa
situazione (l’occupazione illegale più lunga nella storia
moderna) le stesse Nazioni Unite usano ufficialmente il termine
di Territorio Palestinese Occupato.
Una serie di articoli della
prestigiosa rivista medica The Lancet[1],
dal titolo "La salute nel territorio palestinese occupato", ci
offre abbondante materiale al riguardo. Compongono la Series
cinque corposi pezzi scritti a più mani da specialisti
dell’università palestinese di Birzeit (Cisgiordania) e studiosi
e operatori internazionali, accompagnati da commenti, tra cui
quelli di personalità quali l’ex-presidente Jimmy Carter, e
altri articoli correlati.
Al tradizionale lettore di
riviste mediche non potrà sfuggire, forse con qualche smorfia di
insofferenza, il taglio radicalmente socio-politico dei
contenuti. Il concetto centrale che pervade il dossier
è che le condizioni strutturali e politiche nel Territorio
Occupato rappresentano i determinanti chiave della salute dei
palestinesi. Gli argomenti trattati riguardano i servizi
sanitari, la salute materna e infantile, l’emergenza della
malattie croniche, la salute come aspetto della human security e
la riforma del sistema sanitario.
Questa iniziativa di The Lancet, che accorpa anni di
ricerca collettiva e di collaborazione tra i principali studiosi
della materia, ha lo scopo dichiarato di evidenziare come il
Territorio Occupato rappresenti un caso paradigmatico per la
salute pubblica e una misura della capacità della comunità
scientifica internazionale di assicurare il diritto all’accesso
ad una assistenza sanitaria di qualità.
Nelle intenzioni del
direttore della rivista, Richard Horton, questo lavoro
vorrebbe servire a "stimolare la difesa e la promozione delle
popolazioni emarginate" oltre che rappresentare l’inizio di
un’alleanza tra la rivista The Lancet e la salute dei
palestinesi fondata su valori, evidenze scientifiche e idee di
pace.
Almeno da quando l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha
pubblicato i risultati della sua Commissione sui Determinanti
Sociali della Salute (agosto 2008), tutto il mondo
medico non può più esimersi dal fare i conti con quanto
affermato da Rudolf Virchow oltre un secolo e mezzo fa:
"la medicina è una scienza sociale e la politica non è
nient’altro che la medicina su vasta scala". Se da una parte,
infatti, in quanto scienza degli esseri umani, la medicina ha
l’obbligo di individuare i loro problemi e teorizzarne la
soluzione, dall’altra la politica deve trovare i mezzi per la
sua realizzazione.
Un tema importante del
dossier è quello della "human security", ossia delle
garanzie e della protezione sociale (come l’accesso alle cure
mediche) che rappresentano bisogni fondamentali di un essere
umano. Nella realtà attuale tutto ciò viene negato alla
popolazione palestinese come conseguenza dell’occupazione
israeliana. E questo dossier di The Lancet lo dimostra
scientificamente. Un esempio per tutti è rappresentato dalla
mortalità infantile che tra il 2000 e il 2006 ha raggiunto un
livello sette volte superiore tra i bambini palestinesi rispetto
a quelli israeliani (27 per mille rispetto a 3,9 per mille)
nonostante le due popolazioni siano distanti pochi chilometri
l’una dall’altra.
Non è tuttavia politico,
nelle intenzioni degli autori, il taglio che viene dato alla
iniziativa, quanto piuttosto "umanitario e scientifico".
Si tratta di cominciare finalmente a comprendere e dibattere la
società palestinese sulla base di un approccio alla salute ampio
e universalmente riconosciuto, come quello contenuto nella
definizione dell’OMS ("salute come benessere fisico, psichico e
sociale…") e nell’art 25 della Dichiarazione Universale dei
Diritti Umani (salute come disponibilità di beni e servizi
essenziali come cibo, vestiario, casa, servizi sanitari ecc.). I
problemi dei palestinesi dovrebbero (e dovranno d’ora in poi)
essere inquadrati in questo dibattito internazionale, cosa che
finora non è ancora avvenuto.
Che non si tratti di una
semplice e strumentale denuncia dell’occupazione israeliana che
dal giugno 1967 opprime la Cisgiordania e la Striscia di Gaza lo
chiarisce subito il primo articolo della Series, il cui
autore principale, la Professoressa Rita Giacaman, è la
fondatrice e forza trainante dell’Istituto di Salute Pubblica e
Comunitaria dell’Università di Birzeit. Per spiegare l’attuale
stato della salute e del sistema sanitario palestinese è infatti
necessario rifarsi ad una complessità di fattori che vanno
"dalla persistente colonizzazione fatta di incessante confisca
della terra e costruzione di colonie sul territorio palestinese,
frammentazione di terre e comunità, acuta e costante mancanza di
sicurezza, quotidiane violazioni di diritti umani, cattiva
governance e inefficiente amministrazione nella Autorità
Nazionale Palestinese, e dipendenza per le risorse dagli aiuti
internazionali." A questo va aggiunta una rapida transizione
epidemiologica che vede ormai le malattie croniche costituire il
maggior problema di salute dei palestinesi.
Le responsabilità di una
tale situazione sono quindi diverse e variegate. Nel
tentativo di distribuirle tra i vari attori in gioco (Israele,
Autorità Nazionale e società civile palestinese, Paesi donatori,
istituzioni internazionali, ecc.) e ricomporle in un piano
coordinato di compiti e doveri per il futuro, credo si debba
innanzitutto cominciare da noi stessi, cittadini e rispettivi
governi e istituzioni del mondo occidentale, e dal nostro
atteggiamento (e politiche) di fronte al problema.
Nonostante programmato da tempo e
comunque ben prima della guerra a Gaza, il momento del
lancio di questa Series di The Lancet è assolutamente
significativo. La Conferenza a Sharm El Sheikh ha visto
i donatori promettere oltre 5 miliardi di dollari (rispetto ai
2,7 chiesti dalla ANP) quasi in un estremo tentativo di farsi
perdonare il silenzio o la tacita approvazione durante la
disastrosa operazione bellica israeliana durata oltre tre
settimane. Alla generosa promessa di soldi non ha corrisposto
tuttavia un analogo impegno a risolvere la questione politica di
fondo che tutti conoscono ma che nessuno finora ha sufficiente
coraggio e immaginazione diplomatica per affrontare con
decisione.
The Lancet mostra
esplicitamente e con solidi argomenti scientifici come noi
stessi siamo parte del problema e sia su di noi che si addossano
molte delle stesse responsabilità che troppo spesso abbiamo
l’inclinazione a rifilare esclusivamente ad altri (israeliani e
palestinesi compresi). Valga per tutti l’esempio delle eccessive
aspettative riposte nella ANP per quanto riguarda compiti come
la sicurezza, la gestione della cosa pubblica, l’accesso ai
servizi (non solo sanitari) o il livello di salute della
popolazione.
Quale governo potrebbe
veramente tutelare la salute dei propri cittadini senza avere il
controllo sui determinanti chiave del benessere umano come la
terra, l’acqua, l’ambiente, le infrastrutture e la mobilità di
beni e persone sul suo territorio?
Quali gruppi dirigenti e
decisori politici sarebbero in grado programmare e attuare piani
di sviluppo con coerenza e irreprensibile integrità di fronte ad
una valanga di soldi, spesso legati alle richieste più
contraddittorie e ai progetti più stravaganti, erogati in
circostanze inaspettate, con tempistica ed entità ben differenti
da quelle precedentemente concordate, e intercalando periodi di
stretta o addirittura di boicottaggio da parte della comunità
internazionale?
Certamente il comitato
editoriale di The Lancet è conscio di ciò che lo
aspetta per avere così clamorosamente evidenziata la situazione
della salute nel Territorio Palestinese Occupato e il ruolo
diretto e indiretto svolto dalle politiche israeliane.
A giudicare anche dalle esperienze di altre riviste in
circostanze analoghe[2],
le prossime settimane porteranno non pochi fastidi a The
Lancet e ai suoi sponsor. Certamente non tacerà la Israeli
Medical Association esplicitamente accusata (assieme alla World
Medical Association il cui presidente, israeliano, è
responsabile di dichiarazioni ambigue sull’uso della tortura) di
silenzio e inazione di fronte ai numerosi casi di violazione dei
diritti umani e diritto alla salute da parte della potenza
occupante nel Territorio Occupato. Un portavoce del
governo israeliano ha definito il dossier: "propaganda
travestita da medical report"[3].
Se The Lancet,
come ha affermato il suo direttore, intendeva con questa
coraggiosa iniziativa "rendere visibile l’invisibile", credo che
abbia fatto un ottimo lavoro.
Bibliografia
-
Health in the Occupied Palestinian Territory. Launched in
London, UK, March 4, 2009. The Lancet
-
Personal paper. Karl Sabbagh.
Perils of criticising Israel. BMJ 2009;338:a2066
doi:10.1136/bmj.b722
-
Palestinian health care 'ailing’. BBC News, 05 marzo 2009