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Anno III,  Comunicato   65, del 6  SETTEMBRE   2008

 

 

 

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I palestinesi fuori dal mondo del lavoro? Israele ci prova

Carlo M. Miele, Osservatorio Iraq

 

29 agosto 2008

La presenza di lavoratori palestinesi nel settore delle costruzioni danneggia i cittadini israeliani e fa lievitare la disoccupazione. A pensarla a questo modo è il ministero delle Finanze di Tel Aviv che in questi giorni ha presentato una nuova proposta di legge per "ripianare" la situazione.

In caso di approvazione della bozza – inserita all’interno della finanziaria 2009 - le aziende edili dello Stato ebraico sarebbero costrette a pagare una tassa annuale per ogni lavoratore palestinese (e immigrato in generale), per un valore di circa mille dollari Usa, l’equivalente di un mese di stipendio minimo.

Stando alle prime stime almeno 15mila dei lavoratori palestinesi impiegati nel settore rischierebbero di perdere il lavoro, ma in compenso - come ha spigato a Irin News un funzionario del dicastero - si creerebbe "una situazione in cui non vi sia alcuna convenienza nell’assumere lavoratori palestinesi" e "aumenterebbe il numero degli israeliani nella forza lavoro".

Il pronunciamento definitivo del governo è atteso per domenica 31 agosto, mentre a distanza di qualche mese la bozza verrà proposta alla Knesset (il Parlamento) per l’approvazione finale. Ma secondo Hannah Zohar, dell’ong israeliana Workers' Hotline, si tratta solo dell’inizio, ed è probabile che il governo "estenderà (il provvedimento) ad altri settori, non solo all’edilizia".

L’analisi di Zohar ha trovato conferma nelle parole del portavoce del ministero delle Finanze, Shlomi Shefer, secondo cui piano del governo rientra in una strategia politica più ampia volta a favorire l’incremento dei lavoratori israeliani nei cosiddetti "mestieri umili".

A farne le spese sarebbe in primo luogo l’economia palestinese, già pesantemente danneggiata dall’occupazione israeliana.

Già oggi l’ingresso in Israele è interdetto agli abitanti di Gaza, così come a molti palestinesi provenienti dalla Cisgiordania e sprovvisti del permesso necessario.

E sono tante le denunce di abusi e disparità di trattamento nel mondo del lavoro tra palestinesi e israeliani, in particolar modo all’interno delle colonie dove è più difficile far rispettare le leggi in vigore. Workers' Hotline ha reso noto di recente che in una fabbrica israeliana della Cisgiordania ai lavoratori palestinesi veniva pagato solo un terzo del salario minimo: 10 shekel all’ora (2,8 dollari Usa) per gli uomini e 6 shekel (1,68 dollari) per le donne.

In 15 anni, a partire dagli accordi di Oslo, la forza lavoro palestinese impiegata nello Stato ebraico si è ridotta di due terzi, mentre la disoccupazione nei Territori occupati cresce in maniera costante.


Link: www.osservatorioiraq.it/modules.php?name=News&file=article&sid=6333