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29 agosto 2008
La presenza di lavoratori palestinesi nel settore
delle costruzioni danneggia i cittadini israeliani e
fa lievitare la disoccupazione. A pensarla a questo
modo è il ministero delle Finanze di Tel Aviv che in
questi giorni ha presentato una nuova proposta di
legge per "ripianare" la situazione.
In caso di approvazione della bozza – inserita
all’interno della finanziaria 2009 - le aziende edili
dello Stato ebraico sarebbero costrette a pagare una
tassa annuale per ogni lavoratore palestinese (e
immigrato in generale), per un valore di circa mille
dollari Usa, l’equivalente di un mese di stipendio
minimo.
Stando alle prime stime almeno 15mila dei lavoratori
palestinesi impiegati nel settore rischierebbero di
perdere il lavoro, ma in compenso - come ha spigato a
Irin News un funzionario del dicastero - si creerebbe
"una situazione in cui non vi sia alcuna convenienza
nell’assumere lavoratori palestinesi" e "aumenterebbe
il numero degli israeliani nella forza lavoro".
Il pronunciamento definitivo del governo è atteso per
domenica 31 agosto, mentre a distanza di qualche mese
la bozza verrà proposta alla Knesset (il Parlamento)
per l’approvazione finale. Ma secondo Hannah Zohar,
dell’ong israeliana Workers' Hotline, si tratta solo
dell’inizio, ed è probabile che il governo "estenderà
(il provvedimento) ad altri settori, non solo
all’edilizia".
L’analisi di Zohar ha trovato conferma nelle parole
del portavoce del ministero delle Finanze, Shlomi
Shefer, secondo cui piano del governo rientra in una
strategia politica più ampia volta a favorire
l’incremento dei lavoratori israeliani nei cosiddetti
"mestieri umili".
A farne le spese sarebbe in primo luogo l’economia
palestinese, già pesantemente danneggiata
dall’occupazione israeliana.
Già oggi l’ingresso in Israele è interdetto agli
abitanti di Gaza, così come a molti palestinesi
provenienti dalla Cisgiordania e sprovvisti del
permesso necessario.
E sono tante le denunce di abusi e disparità di
trattamento nel mondo del lavoro tra palestinesi e
israeliani, in particolar modo all’interno delle
colonie dove è più difficile far rispettare le leggi
in vigore. Workers' Hotline ha reso noto di recente
che in una fabbrica israeliana della Cisgiordania ai
lavoratori palestinesi veniva pagato solo un terzo del
salario minimo: 10 shekel all’ora (2,8 dollari Usa)
per gli uomini e 6 shekel (1,68 dollari) per le donne.
In 15 anni, a partire dagli accordi di Oslo, la forza
lavoro palestinese impiegata nello Stato ebraico si è
ridotta di due terzi, mentre la disoccupazione nei
Territori occupati cresce in maniera costante.
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