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Anno III, Comunicato n. 44 , del 20 maggio  2008

 

 

Paralizzati dalla Shoah

 

«Ogni critica non puo' ridursi all'accusa dì antisemitismo»

Ariel Toaff: «Così si creano ebrei virtuali»

Domani (21 maggio) a Napoli l’autore di “Pasque di sangue”.

 

di Titti Marrone,

da “Il Mattino” del 20 maggio 2008

 

Dopo il clamore per la prima edizione del saggio

oggi sembra essere calato il silenzio

 

 

«La Shoah ha come paralizzato il dibattito sul mondo ebraico. Tutto è filtrato attraverso essa, tutto passa per   quest'ossessione e quanto più il ricordo dello sterminio e del nazismo si amplia, tanto più si dimentica quel che è stato il fascismo per gli ebrei d'Italia: anzi con i fascisti si va a braccetto, li si blandisce, ci si candida nelle loro liste».

 

Dette da Ariel Toaff storico dell'ebraismo, autore dell'assai discusso saggio Pasque di sangue - Ebrei d'Europa e omicìdi rituali (Il Mulino, pagg. 418, euro 27) e figlio del rabbino emerito Elio Toaff, queste parole non possono che colpire.

Soprattutto se, come spiega, anticipano i temi del suo prossimo libro, in uscita a fine 2008. Ed è facile immaginare per esso un'attenzione che ne riproponga la fama di autore temerario che sfida gli stereotipi, nata proprio con Pasque di sangue, Stranamente, però, dopo il clamore mediatico della prima uscita del febbraio 2007, dopo la stroncatura unanime degli storici dell'ebraismo che portò al suo ritiro dalle librerie, la seconda uscita del testo sugli omicidi rituali durante le celebrazioni pasquali, corredato di una postfazione dell'autore ben lontana dal rettificare o ritrattare le tesi di fondo, non ha sollevato grandi discussioni né ha rinvigorito per Toaff la reputazione di «scrittore maledetto».

 

Lo «scandalo Toaff» è legato alla ricostruzione di una «cultura del sangue» di ambiente askenazita medievale dove, secondo l'autore, in alcuni casi isolati non era impossibile arrivare anche a sacrifici umani rituali. Per una singolare coincidenza, a ospitare l'unico dibattito pubblico sul libro dopo la seconda uscita è proprio la città più di ogni altra familiarizzata con il sangue, nelle varianti della sua storia religiosa e della violenza del suo presente. Organizzato dal Premio Napoli, il dibattito si svolgerà domani alle 17 a Palazzo Serra di Cassano con Giuseppe Galasso, Marino Freschi e Guido Sacerdoti, alla presenza dell'autore.

 

«Il sangue è presente in tutte le culture con due valenze opposte, di benedizione e maledizione», dice Toaff: «È simbolo della cosa più grave imputabile all'uomo - l'omicidio - e poi di nascita e vita, ha un significato duplice, di verità e contraffazione, anche nel caso di San Gennaro: dalla duplicità nascono la sua ambiguità e il suo fascino. Sono lieto del dibattito napoletano, anche perché sul libro si è tenuta solo una giornata di studi alla Boston University di Padova con il professor Luzzatto Voghera, Michele Luzzara' e altri. Però la maggior parte degli studiosi invitati si è sottratta al confronto».

 

Vuol dire che neanche dopo la seconda uscita del libro è cambiato qualcosa?

 

«Lo spiegherò nel prossimo. Quando presentai in Israele i primi esiti della mia ricerca, le reazioni non furono negative. Lo tsunami è partito dall'Italia con i primi articoli prima che il libro uscisse e dopo la dichiarazione dei rabbini, intervenuti contro senza averlo letto. Di lì la reazione a catena si è trasmessa agli Usa e anche a Israele. Finché l'università di Bar Ilan, dove insegnavo, ha rischiato il taglio di fondi se il libro fosse uscito. Io stesso ho visto la lettera del finanziatore svizzero, che minacciava il ritiro dei fondi per la ricerca sul cancro. Mi fu chiesto di non concedere interviste, di dimettermi dagli organismi direttivi, di andare in prepensionamento, cosa che avverrà in ottobre. E poi ci sono state le minacce d'incendio della mia casa, il cambio del numero di telefono...».

 

Oltre che da un lancio mediatico sensazionalista, lo scandalo del libro non deriva dal modo in cui si pone sul tappeto l'accusa di omicidio rituale, nei secoli caposaldo dell'antisemitismo dì stampo cristiano?

 

«Sono stato accusato soprattutto di aver prestato credito alle confessioni estorte sotto tortura. Io ritengo che esse riproducono, sì, l'immaginario dei giudici, ma anche frammenti della cultura dei perseguitati. Inutile negarlo: in certi contesti, tra gente che si era vista costretta ad ammazzare i propri figli per non sottoporli a battesimo, potevano avvenire fatti di sangue. Io melo sono chiesto, mi sono posto domande, come uno studioso ha il dovere di fare. È sbagliato creare l'immagine di un ebraismo compatto, unanime. Anche oggi, se ci fosse un'indagine storica sull'uccisione di Rabin - che avvenne per mano di uno studente della mia università - si direbbe che l'autore era un isolato, non legato ad alcun ambiente. Ma non è vero. C'erano gruppi che da tempo ne avevano pronunciato la condanna».

 

A suo avviso dopo la seconda uscita del libro e la sua postfazione si è placata la polemica?

 

«Ho avuto moltissime recensioni ma mi sembra che sul libro sia sceso il silenzio, e questo non mi pare positivo. Avrei preferito dibatterne i temi, ma direi che si preferisca farlo dimenticare. Io rifiuto un'idea di storiografia ebraica accentrata sulla sola Shoah, dove ogni affermazione sia filtrata attraverso la domanda: e se questo la mettesse in discussione? Rifiuto l'idea che tutto, da una vignetta a un saggio, possa tradursi in antisemitismo, si possa trasformare in nuova "Notte dei cristalli". Ragionare così significa creare ebrei virtuali, ignorare quelli reali e banalizzare la stessa Shoah, che nell'ispirazione originaria era ricordata in silenzio e meditazione. E oggi invece viene celebrata come la kermesse di tutti». 

 

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