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La pauperizzazione della Palestina
Sonja Karkar,
The Electronic Intifada,
(Traduzione per
Infopal
di Elisa Gennaro)
27-10-2008

L’indegna fine del mandato di Ehud Olmert come primo ministro
d’Israele vedrà la continuazione dei colloqui di pace con
l’Autorità Nazionale Palestinese anche con il nuovo leader,
Tzipni Livni.
Per il nuovo ministro israeliano saranno tempi duri.
Il movimento illegale delle colonie ha sempre avuto il
sostegno di tutte le amministrazioni israeliane, i vertici si
sono rinnovati e i leader di destra si oppongono fortemente ai
negoziati ‘terra contro pace’.
Con tutta probabilità vedremo una Livni mettere in atto le
medesime tattiche tipiche della situazione di stallo che
finora ha permesso la sottrazione di terra palestinese a
favore del sogno sionista della Grande Israele.
Dopo tutto, la stessa Livni è cresciuta coltivando proprio
quel sogno.
Questo vorrebbe dire il fallimento non solo politico, ma pure
economico di quindici anni di processo di pace.
Gli accordi di pace di Oslo del 1993 avrebbero dovuto ridare
ai palestinesi la libertà politica e l’indipendenza economica
che spettava loro di diritto.
Da allora, alla società palestinese sono state fatte promesse,
menzogne e provocazioni senza alcun beneficio o riconoscimento
per le dolorose concessioni a cui era stata costretta.
Molto è stato fatto sin dalle promesse di Oslo quando, di
fatto il vero momento storico di pace si realizzò con
l’accettazione da parte del presidente dell’OLP della
risoluzione dei due stati, emessa dall’Assemblea Generale
dell’ONU nel 1988, riconoscendo in tal modo, a nome del suo
popolo,
il
diritto di Israele ad esistere sul 78% della terra rubata ai
palestinesi.
Si trattava di un grande opportunità che Israele avrebbe
dovuto afferrare con entrambe le mani. Israele invece non
avrebbe mai rinunciato al proprio sogno di accaparrarsi
l’intera terra,
cosicché gli
accordi di Oslo, come pure i successivi e
rinnovati accordi di pace hanno, prodotto solo un rispetto
formale alle aspirazioni palestinesi mentre
Israele
ha
portato avanti i suoi obiettivi in violazione della legge
internazionale.
Sono stati gli onnipotenti interessi israeliani e non
l’intransigenza di ‘Arafat o il terrorismo palestinese a
causare il fallimento di Oslo.
Sin dall’inizio, Israele e la Banca Mondiale hanno violato le
clausole economiche degli accordi che richiedevano lo sviluppo
e la ripresa dalle circostanze disastrose vissute dai
palestinesi a causa degli attacchi dell’esercito israeliano e
dell’occupazione nei decenni precedenti.
Come ha affermato la studiosa di economia politica, la
dott.ssa Sara Roy: “Decenni
di espropriazione e de-istituzionalizzazione hanno privato la
Palestina del suo potenziale sviluppo così da non rendere
possibile l’emersione di nessuna economia reale (e dunque
nemmeno nessuna struttura politica)” (Sara
Roy, A Dubai on the Mediterranean”, London Review of Book, 3
November 2005).
Un’economia reale è essenziale per il funzionamento di uno
stato palestinese indipendente.
Senza nemmeno rendere possibile un avvio dei programmi di
sviluppo economico, l’infrastruttura di base che fu costituita
divenne nient’altro che un ‘contentino’, mentre
la
costruzione di un casinò a Gerico ha avuto precedenza sugli
essenziali porto, strade e canali.
Coloro che furono coinvolti nel corrotto progetto del casinò
provengono dalla realtà politica israeliana – il premier Ehud
Olmert, il suo predecessore Benjamin Netanyahu e Ariel Sharon,
il ministro Avigdor Lieberman e il consigliere di Sharon Dov
Weissglas insieme ad un uomo d’affari, loro correligionario,
Martin Schlaff, attualmente indagato per aver passato milioni
di dollari in tangenti a Lieberman e Sharon.
Nell’ambito degli accordi di Oslo, la fase “Gaza and Gerico
First” fu una grande opportunità per magnati del gioco
d’azzardo per poter raggirare questa attività illegale per lo
stato israeliano.
Il casinò ha incassato milioni di dollari al giorno per mezzo
di israeliani che affluivano nella Gerico occupata per il solo
gusto di una partita mentre, molti palestinesi riuscivano
appena ad avere un pasto sulla propria tavola.
Quando l’aereoporto e il porto di Gaza furono finalmente
realizzati grazie agli sforzi dell’Unione Europea, con strade,
acquedotti e stazioni televisive, Israele non ha atteso di
citare ragioni di sicurezza per distruggerli.
Si stima che la
distruzione delle infrastrutture palestinesi ammonti a circa
3,5 miliardi di dollari mentre
le
perdite delle potenziali entrate economiche circa 6,4 miliardi
di dollari e la perdita totale eccede l’assistenza globale
ricevuta dal 1994 al 1999 (UN General
Assembly, Report of the Secretary General A/60/90, (d)
Assistance to the Palestinian People – Mr Mansour (palestine),
14 November 2005).
La
deliberata pauperizzazione dell’economia palestinese
è stata inoltre aggravata dalle chiusure punitive sull’intera
popolazione.
Un complesso sistema di checkpoint e blocchi stradali ha
seriamente ristretto il movimento dei palestinesi, impedendo
loro di recarsi all’interno di Israele per lavorare.
I dati sulla disoccupazione vanno dal 7% del periodo
prevedente il 1993 al 25% (Cisgiordania) e 38% (Gaza) dei
primi quattro mesi del 1996 (Leila Farsakh, Trans-Arab
research Institute factsheet n° 4. “The Palestinian Economy
and the Oslo Peace Process”).
Ciò che non si conosce a sufficienza è che, nei passati 30
anni, Israele ha creato un’economia palestinese fortemente
dipendente e questa situazione fa sì che le chiusure imposte
siano state più devastanti di qualunque altro fenomeno.
Con gli standard di vita precipitati e la destituzione della
società palestinese ad ogni livello, i palestinesi hanno
reagito rabbiosamente.
Sottoposti a continue provocazioni i gruppi minoritari e gli
individui traumatizzati compiono gran parte dei reati
utilizzando armi artigianali.
Tra queste provocazioni si ricorda l’attacco terroristico che
provocò la morte di 29 fedeli palestinesi nella moschea di
Hebron, compiuto dall’estremista di destra Baruch Goldstein,
oggi venerato dal suo movimento di coloni, il Kach.
Nonostante tutto, Israele ha sempre sferrato rappresaglie
contro l’intera popolazione palestinese – almeno la metà aveva
15 anni – usando il suo potente arsenale militare in
violazione della legge internazionale che proibisce l’uso di
punizioni collettive.
L’opinione pubblica internazionale resta non reagisce di
fronte agli sforzi della resistenza non violenta dei
palestinesi attraverso il quotidiano lavoro di gruppi della
comunità tra città e villaggi in tutta la Cisgiordania.
Al contrario il pubblico resta concentro sugli attacchi di
palestinesi armati e quegli suicidi senza alcuna
considerazione per la disintegrazione della società
palestinese costretta a sottostare all’umiliante controllo
israeliano e agli abusi dei diritti umani.
A partire dal 2000 in palestinesi sono stati sottoposti ad una
pressione fortissima, in particolar modo dopo che il loro
presidente ‘Arafat veniva deriso per essersi rifiutato di
negoziare la “pace” lasciando il premier israeliano Barak,
tanto lodato a Camp David per le sue “generose” concessioni.
Le trattative su Gerusalemme e sul diritto al ritorno non
furono le uniche motivazioni e Barak lo sapeva.
Pur di guadagnare consenso per le sue ambizioni politiche,
Barak è stato abile nel persuadere l’opinione pubblica che
‘Arafat avesse pianificato una seconda Intifada palestinese
durante i negoziati e, tramite il ritorno di milioni di
profughi, avesse chiesto la distruzione di Israele.
Ricercatori israeliani hanno dimostrato quanto i vertici
dell’intelligence israeliana e lo Shin Bet (servizi di
sicurezza) hanno smentito, ossia l’inesistenza di un simile
piano e come l’opinione pubblica israeliana - fino ad allora
pronta a concessioni territoriali anche in periodi di violenza
– sia stata manipolata da Barak che presentò la realtà come se
palestinesi avessero scelto il terrore anziché la pace per
raggiungere i loro obiettivi ( vedi Henry Siegman, “Sharon and
the future of Palestine”, The New York Review of Books, 2
December 2004).
Contemporaneamente, nonostante gli accordi di Oslo proibissero
“ogni mutamento nello status della Cisgiordania”, Israele ha
potenziato l’espansione delle colonie nei Territori
Palestinesi Occupati.
Nel corso degli ultimi 15 anni, tutti i governi israeliani che
si sono succeduti, hanno proseguito la costruzione di queste
abitazioni illegali destinate alle onde di coloni ebrei
provenienti dall’estero mentre i palestinesi vengono stretti
in zone aride dando vita ad una serie di Bantustan,
disconnessi tra loro, molto simili all’apartheid del Sud
Africa.
Nonostante la presenza di strade destinate esclusivamente ai
coloni e muri, barriere elettriche e zone militari separino le
due popolazioni, Israele presenta questi moderni complessi
abitativi come sviluppi “normali”.
In realtà il tutto forza i palestinesi in un sistema di totale
dipendenza sotto il completo controllo israeliano su frontiere
e spazio aereo, acque territoriali di Gaza e l’80% delle
risorse idriche.
Impossibilitati nel produrre o nel competere con l’economia
israeliana, i palestinesi, sono diventati consumatori forzati
e il tutto è perpetuato dall’aiuto estero.
Effettivamente i donatori internazionali pagano il conto,
mentre le compagnie israeliane traggono profitto dal disperato
bisogno di un intero popolo sotto occupazione israeliana.
L’aiuto estero non ha fatto nulla per risollevare l’economia
ma ha soltanto fatto dei palestinesi uno dei popoli al mondo
maggiormente dipendenti dagli aiuti.
In base all’ultimo rapporto rilasciato dalla Banca Mondiale,
“aiuti e riforme non potranno far rinascere l’economia
palestinese se contemporaneamente Israele non rimuoverà le
restrizioni economiche” (World Bank, “Palestinian Economic
Prospects: Aid, Access and Reform”, 22 Septmeber 2008).
Anche se questo avvenisse, con il 98% dell’economia di Gaza
inattiva a causa delle sanzioni punitive imposte da Israele,
la Banca Mondiale sostiene che rimozioni di simili restrizioni
non porterebbero ad una ripresa economica nel breve periodo.
La portata della distruzione sociale è dimostrabile dal fatto
che 1,4 milione di palestinesi vive tra reti fognarie
insufficienti, acque contaminate da rifiuti, cibo razionato,
senza alcun elettricità e carburante, con una struttura
stradale, scuole e ospedali, sistema di trasporti e altri
servizi municipali di ordinaria amministrazione fatiscenti.
Un simile stallo economico porta sistematicamente ad una
crisi
umanitaria senza precedenti con gravi
conseguenze politiche.
Oggi Israele cita il problema demografico che si trova ad
affrontare con la popolazione palestinese in crescita rispetto
a quella israeliana. Questo è uno dei tanti problemi che
Israele potrebbe dover affrontare un domani se solo non
proseguisse in modo determinato i suoi tentativi e le proprie
ambizioni coloniali della una Grande Israele.
Non siamo lontani dall’assistere alla chiusura di 4 milioni di
palestinesi in riserve
e questo sarà un problema di controllo per Israele e di
sopportazione per i palestinesi.
La parola apartheid si profila minacciosamente.
Se dovessero avere inizio paragoni con l’apartheid del
Sud-Africa, Israele giungerà a giustificare la sua esistenza
esclusivamente come stato ebraico governato da un nuovo corpo
di norme.
In tal caso, normalizzare la sua attuale posizione e
intraprendere colloqui di pace sarebbero requisito minimo.
Una volta schiacciati economicamente i palestinesi avranno
poche scelte a loro disposizione: lavoro forzato
nell’industria delle costruzioni o il trasferimento, se solo
sopravviveranno.
Nel tempo, i palestinesi svaniranno semplicemente nell’etere
come se non fossero mai esistiti.
Questa è la verità che si tace ed è la storia che l’opinione
pubblica ha bisogno di sentire.
Sonja
Karkar
Sonja Karkar è fondatrice e presidente di Women of Palestine e
tra i fondatori e coordinatori di Australian for Palestine di
Melbourne, Australia.
FONTE
:
http://electronicintifada.net/v2/article9903.shtml
(Traduzione per Infopal di Elisa Gennaro) |