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La
memoria di ieri per la chiarezza di oggi
di
Giuseppe Reguzzoni,
per
La Padania del 27 gennaio 2009

Non possiamo non essere
contro l’antisemitismo, perché esso è contro la ragione, il cuore e la
storia. Non possiamo non rifiutare il negazionismo, perché esso è contro
la storia, prima ancora che contro le leggi dell’Occidente.
Ma non possiamo essere
negazionisti solo riguardo al passato. La memoria degli orrori del
passato non è vuota retorica solo se essa ci protegge dagli orrori del
presente, da qualunque parte essi siano compiuti.
E il presente in Palestina
ci parla di un dramma in atto, di una minoranza cristiana perseguitata e
ormai sempre più esigua, senza la quale quella terra rischia di non
essere più se stessa, la Terra Santa delle tre fedi monoteistiche. Sì,
bisogna ricordare e il ricordo deve aprire gli occhi sull’oggi e
insegnare a chiamare le cose col loro nome. Un oggi fatto di violazioni
continue e spaventose dei diritti umani, di orrori contrari a tutti i
principi della civiltà e dello stesso diritto di guerra, compiuti dallo
stato di Israele nei confronti degli abitanti di Gaza.
Nessuno conosce le
statistiche perché a nessun occidentale è stato dato di registrare
direttamente l’accaduto, ma le fonti ufficiose parlano di più di
milleduecento palestinesi massacrati dal glorioso esercito di Israele,
per lo più donne e bambini, di più di cinquemila feriti gravi, di
centocinquantamila senza tetto.

E secondo molti sono stime
per difetto. Su internet non è difficile trovare foto di bambine di
quattro anni con fori di proiettile d’arma da fuoco nel petto. Le bombe
intelligenti (anche quelle al fosforo, vietate da tutte le convenzioni
internazionali?) non hanno fatto alcuna distinzione tra militanti di
Hamas e popolazione civile. Un orrore quale difficilmente si potrebbe
immaginare e di fronte al quale anche una diplomazia prudentissima come
quella vaticana non ha potuto tacere.

L’intervento,
moderatissimo nelle parole e nei contenuti, del cardinale Martino, che
ha solo parlato di “sproporzione” nella reazione israeliana, ha
suscitato la rabbia e la stizza della classe governante israeliana e
delle lobbies potentissime che da noi la rappresentano.

Difficile non vedere nella
reazione altrettanto rabbiosa alla revoca della scomunica ai lefebvriani
null’altro se non il solito ricatto al Vaticano; perché, malgrado la
demenzialità delle sortite di Williamson, resta pur vero che la Santa
Sede ha solo revocato la scomunica, e non approvato tutto quanto
Williamson ha detto o pensato. La scomunica è un fatto interno alla
Chiesa cattolica, una sanzione i cui termini sono definiti dal diritto
canonico, non dal diritto comune, neanche da quello internazionale.
La causa di una scomunica
può venir meno, senza che vengano meno altri fattori di per sé
riprovevoli. Chi non distingue le due cose è in malafede.
È stato detto e qui ora lo
si ripete: come avrebbero reagito i rabbini italiani se il Papa o un
cardinale avesse detto loro come pregare o fosse intervenuto in una loro
questione interna? Anche il mondo ebraico è diviso dal punto di vista
religioso, ma non pare che la gerarchia cattolica interferisca su quel
che crede questo o quel gruppo, sulle nomine dei rabbini o sulla loro
formazione.
Tutti auspichiamo un
maggior dialogo, ma perché esso avvenga in modo sereno bisogna che
ciascuno sia libero di porre se stesso a modo suo e di far chiarezza con
se stesso nei termini che gli sono propri.
Anche qui vale, ed è
sacrosanto, il motto: «Padroni a casa propria». Il fatto è quello che è;
chi giustappone la propria interpretazione ai fatti facendo insinuanti
dietrologie, probabilmente ha qualche scheletro nell’armadio e cerca
solo di nasconderlo.
E Israele in questo
momento ha molti scheletri nell’armadio (oltre che sulla coscienza). A
cominciare dalla questione palestinese e, dentro di essa, dalla
persecuzione sistematica dei palestinesi cristiani, indotti in tutti i
modi a lasciare il paese, privati di diritti ed emarginati, spesso anche
solo per il fatto di essere posti tra l’incudine dell’integralismo
islamico e il martello del fanatismo sionista.
Israele deve chiarire a se
stesso se quel che sta costruendo è uno stato laico, aperto a tutti,
dunque anche a islamici e cristiani, o uno stato confessionale, con
tutti i problemi di convivenza che ciò comporterebbe.
Lo diceva già una grande
intellettuale ebraica come Hannah Arendt, in anni non sospetti, ma la
sua lezione non pare sia stata appresa. Ma Israele, proprio per evitare
ogni rigurgito di ostilità nei propri confronti, deve anche chiarire il
proprio ruolo nei riguardi dell’Europa.
Dichiarazioni come quelle
di Martin Van Creveld, professore universitario a Gerusalemme e, a
quanto pare, consulente, del locale ministero della difesa, non
rassicurano di certo: «possediamo varie centinaia di testate atomiche e
missili, e siamo in grado di lanciarli in ogni direzione, magari anche
su Roma».

Aggiungendo poi: «La sola
salvezza per Israele è la deportazione collettiva di tutti i
palestinesi». L’intervista, del 2003, è reperibile su molti siti
internet ed è stata ripresa anche dai britannici Guardian e Observer.

A noi europei la parola
“deportazione” fa venire i brividi, tanto più che - Stalin lo ha
insegnato - grandi masse di popoli deportati possono proprio servire a
destabilizzare e indebolire il (presunto) nemico storico.

Ma forse Van Creeveld o
chi per esso, nel suo lucido cinismo lascia trapelare proprio un
progetto di questo genere, un’Europa destabilizzata da
un’immigrazione/deportazione di massa, ridotta a una sorta di Libano su
larga scala, dove usare il multiculturalismo come una clava contro le
identità storiche e religiose.
di Giuseppe
Reguzzoni, per La Padania del 27
gennaio 2009
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a questa pagina :
http://www.terrasantalibera.org/Reguzzoni-MemoriaIeriChiarezzaOggi.htm
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